di Francesco Guarnaccia
www.ntacalabria.it, 17 aprile 2015
Lunedì 20 aprile alle ore 9.00 nella sala biblioteca della Provincia di Reggio Calabria, si terrà un seminario dal titolo "Detenuti e Lavoro" per illustrare i risultati del progetto Agis (Agenzia inclusione sociale) rivolto all'inserimento lavorativo e sociale delle persone provenienti dai circuiti penali e dei loro familiari.
Agis è una infatti una vera e propria Agenzia per favorire l'inserimento lavorativo e l'integrazione delle persone provenienti dai circuiti penali e dei loro familiari. Agis è un servizio pubblico promosso dalla Provincia di Reggio Calabria e sostenuto dalla Regione Calabria nell'Ambito del Por 2007-2013; la prima edizione si è svolta a Locri nel 2011-2012.
La seconda edizione, cui si riferisce il seminario, è attualmente in corso a Reggio Calabria attraverso un apposito sportello attivato c/o il Cedir, settore H, nei locali messi a disposizione dal Comune di Reggio Calabria. Il seminario ha lo scopo di riflettere sulle metodologie utilizzate dal servizio Agis per facilitare l'ingresso dei beneficiari e delle loro famiglie nel mercato del lavoro, traducendolo in un servizio di accrescimento delle risorse umane, sia sotto il profilo del capitale delle competenze professionali, sia del capitale relazionale, puntando sulla qualità della formazione.
Esso è rivolto ai servizi sociali dei comuni ricadenti nel circondario di Reggio Calabria, ai servizi della Giustizia sia essi adulti e minori, alle parti sociali, al Terzo Settore ed al mondo istituzionale locale, provinciale e regionale. Il seminario sarà introdotto da Giusi Palermo, vice presidente nazionale Idea Agenzia per il lavoro. I risultati del progetto Agis attualmente in corso saranno illustrati da Giuseppe Carrozza, Concetta Vaccaro e Maria Angela Ambrogio della Cabina di regia Agis. Il seminario prevede specifici contributi degli "addetti ai lavori": Maria Carmela Longo, Coordinatrice Tavolo Penitenziario, Daniela Calzelunghe, Direttore Uepe Ufficio di esecuzione penale esterna di Reggio Calabria, Daniela De Blasio, referente Provincia di Reggio Calabria Patto Penitenziario, Roberto Di Bella, presidente del Tribunale per i Minorenni di Reggio Calabria, Giuseppe Marino, Assessore Servizi Sociali Comune di RC, Pier Francesco Campisi, Assessore Lavoro Provincia di Reggio Calabria, Aldo Cavallari, Responsabile Workfare Rete Macramè.
La sessione conclusiva, verterà sulla ricerca di nuove condizioni perché il servizio Agis possa essere organizzato a regime in modo costante e duraturo; ad essa cui parteciperanno Mario Nasone - Forum Terzo settore Provincia di Reggio Calabria, Francesco Barreca, Dirigente Comune di Reggio Calabria, Alessandra Sarlo, dirigente Provincia di Reggio Calabria, Tonino De Marco, direttore generale di settore della Regione Calabria.
www.contropiano.org, 17 aprile 2015
Sabato 18 aprile 2015 Azione Antifascista Teramo organizza presso il Circolo "Tana Libera Tutti", sito in via Nazario Sauro, una giornata anti-carceraria. Questa iniziativa mira a rompere il muro del silenzio che spesso avvolge i luoghi di detenzione e attraverso la presentazione dell'opuscolo "Oltre le mura del silenzio" racconteremo la vita carceraria, le sue peculiarità e soprattutto le sue contraddizioni. Questo libricino, composto da 58 pagine e autoprodotto dal Casale Alba 2, descrive in maniere dettagliata e commovente la vita di chi vive o ha vissuto l'esperienza carceraria. Dalla detenzione comune ai Centri di Identificazione ed Espulsione, dagli Ospedali Psichiatrici Giudiziari al 41-bis, dalla detenzione minorile alle madri detenute, tutti i racconti di esperienze dirette che lasciano un segno profondo nel lettore
A seguire verrà presentato il video "Dentro/Fuori", performance video di Kyrahm e Julius Kaiser, un progetto in divenire con interviste ed esperienze ad ex detenuti, tra cui Salvatore Ricciardi ex brigatista condannato all'ergastolo, ora liberato dopo 30 anni, autore dei libri "Maelstrom" e "Cos'è il carcere".
Come una vera detenuta, il 23 agosto 2014 nell'ex carcere del castello Orsini a Soriano nel Cimino, Kyrahm ha portato in scena la performance Dentro/Fuori, vivendo nella cella di isolamento per due giorni: la branda per dormire, cibo e acqua attraverso il pertugio, il pensiero rivolto a chi soffre in carcere, ricordando che l'Italia, 20 anni dopo aver ratificato la Convenzione Onu contro la tortura e i trattamenti inumani e degradanti, non ha ancora introdotto nel suo ordinamento il reato di tortura e che nel mondo la pratica dell'isolamento è imposta per tempi dilatati al punto da essere disumani. Il video della performance ha preso parte alla Biennale Deformes in Cile, da sempre attenta ai Diritti Umani.
Dire, 17 aprile 2015
La Notte bianca di Firenze, in programma il 30 aprile, si aprirà ufficialmente nel carcere di Sollicciano che ospiterà il rifacimento del mitico concerto che Johnny Cash, "The Man in Black", tenne nel 1968 nel carcere di Folsom: il cantante, che aveva passato in cella un periodo della sua vita, volle omaggiare i detenuti con una performance poi divenuta leggendaria. Se il tema dell'edizione 2015 - dal titolo "Black Night"- è la musica, l'evento, fanno sapere gli organizzatori, "non poteva aprirsi diversamente.
Il ruolo che in passato era stato affidato alla "lectio magistralis" di un pensatore sarà affidato alla potenza delle chitarre. Sollicciano Prison Blues, spiegano ancora gli organizzatori, "intende unire detenuti e cittadini in un momento di svago e sensibilizzare ancor di più l'opinione pubblica sulle tante questioni relative alla vita in carcere. Sollicciano come luogo attivo della città, questo il messaggio che la Notte Bianca vuol lanciare".
Sul palco insieme ai detenuti che seguono corsi di musica ci sarà il cantautore Massimiliano Larocca, l'americano di Rifredi, che vanta numerosi album all'attivo e le prestigiose collaborazioni con Massimo Bubola e Hugo Race. Ad accompagnarlo ci saranno i romagnoli Sacri Cuori, anche loro fortemente orientati su sonorità roots, e come Larocca non nuovi a progetti a sfondo sociale.
di Khalid Chaouki
Il Garantista, 17 aprile 2015
Oggi cade finalmente il velo sul Movimento Cinque Stelle che, insieme alla Lega Nord, si presenta per quello che è: populista e ipocrita! Oggi finalmente esce allo scoperto il cinismo politico non solo della Lega, la quale ci ha abituati a bassezze di ogni genere, ma anche del M5S. Il Movimento, obbediente alla posizione del capo in materia di immigrazione, ha deciso di votare contro la nostra proposta di legge per l'istituzione della giornata della memoria delle vittime dell'immigrazione in ricordo della tragedia di Lampedusa il 3 ottobre 2013. In aula si è dato così libero sfogo alla vena populista dei deputati pentastellati i quali, di fronte alla pressione dell'opinione pubblica, mettono in scena un bieco spettacolo di sciacallaggio per raccattare voti sulla pelle dei profughi e morti in mare.
A dispetto di tutto questo oggi invece è stata votata dall'Aula una legge di buon senso, il cui significato sta proprio nel fare memoria, coltivare il ricordo della tragedia avvenuta il 3 ottobre 2013 sulle coste di Lampedusa, e favorire - come si legge nel testo stesso della legge - "una più diffusa consapevolezza delle problematiche relative all'immigrazione, nonché ai valori dell'accoglienza e della convivenza".
Noi crediamo che quelle vittime abbiano il diritto di essere ricordate, crediamo che il 3 ottobre sia stata scritta una pagina terribile della nostra storia, una pagina di dolore, che deve però trovare anche un altro significato; è infatti necessario rendere atto della straordinaria umanità del popolo di Lampedusa, in prima fila durante l'emergenza sbarchi allora come adesso; del lavoro prezioso della Marina Militare e della Capitaneria di porto che hanno, in qualche modo, cambiato la storia e modificato il corso degli eventi grazie al loro intervento.
Dopo quel tragico 3 ottobre l'Italia infatti ha dato avvio ad una straordinaria operazione umanitaria di salvataggio di vite, unica nel suo genere, con Mare Nostrum il governo di Enrico Letta ha posto in essere un'operazione che è stata continuamente dileggiata e ostacolata dal partito di Salvini e dai Cinque Stelle, che l'hanno definita inutile e costosa, operazione che, invece, per noi resta un vanto e un grande motivo di orgoglio, perché salvare 150 mila vite in un anno, sottrarre alla morte certa donne e bambini per noi non è mai una questione di costi.
Mare Nostrum ha restituito al nostro Paese quel senso di giustizia e umanità che, invece, durante il periodo buio del cattivismo dell'ex ministro degli Interni Roberto Maroni si era completamente perso. Oggi il tandem Salvini - Di Battista, pur di racimolare qualche voto in più, cede con piacere alle tentazioni demagogiche, mettendo in scena un teatrino vergognoso per offendere la Presidente della Camera Laura Boldrini e ridurre la complessità della gestione dei flussi migratori ad una serie di slogan populisti e svuotati di ogni significato, dove tutti sono colpevoli e nessuno è responsabile.
Noi non vogliamo negare la complessità dell'argomento, e il Partito Democratico è stato il primo a volere con forza una Commissione di inchiesta per fare luce sulla gestione dei Centri di Accoglienza, commissione che oggi è presieduta dal deputato del Pd Gennaro Migliore e che controllerà in modo capillare tutte le strutture presenti sul nostro territorio.
Perché chi specula sulle persone più deboli e si appropria indebitamente dei soldi pubblici non ha colore politico, è da condannare e basta. Un'operazione-verità questa che dobbiamo non solo all'Italia e agli italiani, ma anche alle 366 vittime della tragedia di Lampedusa, e a tutte le persone morte in mare in questi anni mentre cercavano di raggiungere un Paese più accogliente e civile; da oggi le ricorderemo in maniera ufficiale e solenne ogni 3 ottobre.
di Francesco Cecchini
www.pressenza.com, 17 aprile 2015
Tra i tanti ricordo Sybila Arredondo e Fernando Gonzalez Gasco. Sybila Arredondo, cilena e vedova di José Maria Arguedas, trascose 14 anni nelle carceri peruviane perché accusata di essere una militante di Sendero Luminoso. Fernando Gonalez Gasco, morto lo scorso 14 ottobre, militante del Mir (Movimiento de Izquierda Revolucionaria) di De La Puente Uceda, fu imprigionato in undici prigioni peruviane, dove subì 11 volte la tortura.
Il 17 aprile è la giornata internazionale del prigioniero politico.
Molte sono le manifestazioni in tutto il mondo, anche in Italia. A Firenze l'associazione Assopace nei giorni 17 e 18 organizza un evento per la liberazione dei prigionieri politici palestinesi. "Le prigioniere ed i prigionieri palestinesi sono regolarmente sottoposti a torture, le visite dei familiari e degli avvocati e degli avvocati sono proibite o fortemente limitate, non c'è assistenza medica. Storicamente i martiri ed i rivoluzionari ed i prigionieri rappresentano il seme di ogni rivoluzione. La loro libertà rappresenta uno dei punti cardine su cui le forze della Resistenza si uniscono. Il dovere di tutte e di tutti deve essere quindi quello di sostenerli, senza esitazioni. Privati della loro libertà mettono a disposizione i loro corpi per continuare la lotta; noi possiamo e dobbiamo mettere a disposizione la nostra solidarietà per sostenerli"
Le parole di Assopace che convocano l'evento spiegano con chiarezza il significato politico della giornata. È impossibile in un articolo raccontare la situazione dei prigionieri politici nel mondo, pochissimi sono i paesi che non imprigionano esseri umani per ragioni che sono, essenzialmente, politiche. Quanto scrivo è riduttivo.
Stati Uniti. Vi sono ad oggi 535 prigionieri politici, in carceri colme di neri e latini. Sono imprigionati oltre a Oscar López Rivera altri portorriqueños, i prigionieri più antichi del continente americano che testimoniano ogni giorno, con dignità, la loro volontà di non riconoscere l'imperialismo Usa come padrone fedeli alla causa della liberazione nazionale di Porto Rico.
Perù. Centinaia di donne ed uomini continuano ad essere incarcerati da 25 anni in carceri dove hanno vissuto torture, assassinii e massacri. Ad oggi vengono negati i loro diritti e perfino loro avvocati difensori vengono incarcerati. Un caso fra i tanti, lo stretto isolamento che vengono tenute donne prigioniere politiche a Piedras Gordas.
Paraguay. Decine e decine di donne ed uomini subiscono lunghe condanne in carceri orrende, eredità, condanne e carceri, della dittatura feroce di Stroessner. A questi si aggiungono campesinos che ogni giorno affrontano latifondisti per il diritto alla proprietà della terra. Vanno ricordati i campesinos, ora ai domiciliari, accusati ingiustamente del massacro di Curuguaty e l'accanimento contro un loro leader Rubén Villalba che continua ad essere incarcerato. Vanno ricordate anche le donne dell'Epp, incarcerate nella carcere del Buen Pastor.
Cile. Nelle diverse carceri cilene sono imprigionati decine di prigionieri mapuches, tra di loro anche dei minorenni, ai quali viene applicata la vergognosa legge anti terrorista in vigore dal governo dittatoriale di Pinochet. I mapuches sono un popolo indigeno che abita nel territorio meridionale del Cile e dell'Argentina e che da secoli lotta per la difesa della propria terra contro devastazioni e occupazioni illegittime.
Colombia. I prigionieri politici sono oltre 9500. Frutto di decenni di un conflitto politico, sociale e militare che ha attraversato il paese. Sono donne ed uomini che hanno esercitato il diritto alla ribellione sociale e politica ed anche vittime di montature giudiziarie. I negoziati di pace tra governo colombiano e Farc, in corso a L'Avana non possono eludere l'istanza di un'amnistia generale, per questi 9.500 prigionieri politici, condizione necessaria per la pace.
India. Oltre 10.000 sono i prigionieri politici naxaliti o maoisti rinchiusi nelle prigioni indiane, a questi si aggiungono altre migliaia di prigionieri implicati nei movimenti di liberazione nazionale (Kashmir, Manipur, ecc.) e di altri movimenti democratici. Oltre il 90% di questo numero sono uomini e donne dei villaggi Adivasi che hanno resistito all'evacuazione forzata; contadini in lotta contro i protocolli di intesa firmati dai governi e dalle multinazionali per sfruttare il popolo e proseguire la rapina capitalista e imperialista delle risorse; attivisti delle minoranze nazionali organizzati contro la crescente minaccia del fascismo indù; studenti, intellettuali, artisti appartenenti a diverse organizzazioni democratiche, donne del popolo, femministe che si sono unite per ribellarsi contro l'enorme aumento degli stupri, condotti in parte dalle truppe del governo e dalle squadre paramilitari fasciste al servizio del governo.
In carcere, i prigionieri subiscono ogni genere di vessazione, torture, negazione di assistenza, condizioni di vita disumane, trasferimenti arbitrari, brutali pestaggi e isolamento prolungato e ingiustificato e le prigioniere vengono spesso stuprate.
di Guido Bolaffi
www.west-info.eu, 17 aprile 2015
Negli Usa i condannati alla pena di morte invecchiano, sono troppi e rischiano lo sfratto. Per la semplice ragione che mentre si è drasticamente ridotto il numero delle esecuzioni (scese nel 2014 al livello più basso degli ultimi vent'anni) i tribunali, invece, hanno continuato a sfornare condanne capitali con lo stesso ritmo di sempre (in media 20 l'anno). E nei bracci della morte delle carceri statali non sanno più dove metterli.
Una situazione paradossale che, ad esempio, rischia di portare al tracollo la struttura penitenziaria che da sempre ha rappresentato l'emblema del capital punishment americano: San Quintino. Dove dal 2006, quando un giudice, due ore prima dell'esecuzione, impose di risparmiare la vita a Michael Morales, nessuno è stato più giustiziato. Ed oggi si trova costretto ad "alloggiare" un vero e proprio esercito di 751 dead men walking. Al punto da costringere il governatore della California, Jerry Bown, a chiedere uno stanziamento straordinario di 3,2 milioni di dollari per il reperimento di nuove, speciali strutture dove "traslocare adeguatamente" i detenuti in attesa di esecuzione in soprannumero.
Ormai dal braccio della morte di San Quintino, così come da quelli degli altri penitenziari del paese, i più escono defunti per vecchiaia, overdose o suicidio. Come è capitato, per ultimo, a Teofilo Medina, in attesa di essere giustiziato dal 1987, e passato a miglior vita lo scorso 22 marzo alla rispettabile età di 70 anni. Ma non basta. L'invecchiamento in carcere dei detenuti condannati a morte rischia, infatti, di rappresentare anche una vera e propria bomba per la cultura giuridica americana. Ed in particolare per quella della California. Al punto che alla fine dello scorso anno un magistrato dello stato ha dichiarato giuridicamente irrazionale e, quindi, incostituzionale, un sistema che infliggendo ma non eseguendo la pena di morte commina, con crudeltà, di fatto l'ergastolo ma "arricchito" dall'eventuale possibilità, un giorno o l'altro, di essere giustiziati.
Aki, 17 aprile 2015
È un invito a rapire cittadini israeliani, per poi scambiarli con palestinesi in carcere in Israele, quello che viene da un alto rappresentante del movimento islamico di Hamas nella giornata di solidarietà con i detenuti. "Diciamo al nemico sionista: voi siete tutti un obiettivo per noi e per la resistenza. Noi vi combatteremo fino a quando ci sbarazzeremo di voi e prenderemmo più ostaggi possibili per liberare i nostri eroi", ha detto da Gaza Khalil al-Haya.
"I nostri uomini, le nostre donne, i nostri bambini, tutti devono arrivare a rapire i vostri soldati e coloni, ovunque siano", ha aggiunto. "E questo è un nostro diritto perché non abbiamo altro modo per liberare i nostri eroi e perché il nemico sionista è responsabile per questo stato di cose", ha detto Haya a una folla di centinaia di palestinesi. Ogni anno, il 17 aprile, i cittadini palestinesi della Striscia di Gaza e della Cisgiordania manifestano in solidarietà con i circa seimila detenuti in Israele.
Haya si è quinti rivolto ai palestinesi in carcere, dicendo loro di "stare tranquilli" perché i gruppi militanti guidati dall'ala armata di Hamas, le Brigate Ezzedine al-Qassam, "vi libereranno come hanno fatto con i vostri fratelli" nel 2011. In quell'anno le autorità israeliane hanno scarcerato oltre mille detenuti palestinesi in cambio della liberazione del caporale israeliano Gilad Shalit. Ahmed al-Mudalal, altro esponente del movimento islamico palestinese, ha detto che "la resistenza non si fermerà fino a quando le carceri israeliane saranno svuotate dai prigionieri palestinesi".
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 17 aprile 2015
Palestina. Dal 1967 ad oggi 850mila palestinesi sono passati per un carcere israeliano. Parla un ex detenuto: "Il movimento dei prigionieri è colonna della resistenza, perché forma e educa". In 48 anni di occupazione di Cisgiordania, Gaza, Gerusalemme Est e Golan, Israele ha chiuso dietro le sbarre delle sue prigioni 850mila palestinesi. Un numero esorbitante di prigionieri politici dal 1967 ad oggi, che non tiene conto degli arresti compiuti dal 1948, anno di creazione dello Stato di Israele e della Nakba (catastrofe) palestinese.
Nel 1974 l'Olp dichiarò il 17 aprile Giornata dei Prigionieri Palestinesi. Lunedì, in vista della commemorazione di oggi, il Comitato dei Detenuti Palestinesi ha presentato i numeri della repressione: degli 850mila prigionieri dal '67 all'aprile 2015, 15mila sono donne e decine di migliaia bambini. Il numero di minorenni è spaventosamente aumentato negli ultimi 4 anni: 3.755 bambini arrestati, 1.266 solo nel 2014.
Martedì l'ennesima scure si è abbattuta sui prigionieri politici: la Corte Suprema ha rigettato la petizione presentata da diverse organizzazioni per i diritti umani che chiedeva la cancellazione della legge approvata nel 2011 e che vieta ai detenuti palestinesi di studiare per laurearsi all'università. Il diritto all'educazione, spiega la corte, non è considerabile un diritto fondamentale per chi è incarcerato.
Una delle tante violazioni del diritto internazionale: "Gli arresti e le procedure usate da Israele violano il diritto umanitario - ha spiegato il Comitato dei Detenuti - I detenuti sono torturati, fisicamente e psicologicamente. Il 100% degli arrestati ha subito almeno una volta torture". Dal 1967 206 prigionieri hanno perso la vita in carcere, 71 per le torture subite, 54 per mancanza di cure mediche, 81 uccisi dai soldati.
E oggi? Mentre scriviamo dietro le sbarre sono rinchiusi 6.500 detenuti politici. Di questi 480 condannati all'ergastolo; 30 in carcere da prima gli Accordi di Oslo, nel 1994; 500 in detenzione amministrativa (restrizione cautelare che non prevede accuse ufficiali e quindi un processo); 24 donne; 14 parlamentari e un ministro; 200 bambini. E tante guide del movimento di resistenza, su tutti Marwan Barghouti, da molti considerato il più influente leader palestinese.
Tra quegli 850mila prigionieri c'è anche Khaled al-Azraq, rilasciato il 30 ottobre 2013, dopo 23 anni di prigionia. Israele ha dettato le condizioni della liberazione: per 10 anni non potrà uscire dalla Cisgiordania, Gerusalemme è bandita per sempre. Ventitré anni dietro le sbarre sono tanti. Esci e il mondo è cambiato: sei entrato prima di Oslo, esci dopo un'altra Intifada e tre guerre contro Gaza, con il campo profughi in cui vivi - Aida - circondato dal muro.
"Dopo tanti anni, uscendo, i cambiamenti della società si vedono con grande chiarezza - spiega al manifesto. Vedi il fallimento della società palestinese: la lotta non si è sviluppata. Dal 1936 usiamo gli stessi mezzi senza prospettive di lungo termine. La mancanza di una leadership fa sì che le lotte restino separate, tra Territori, Gerusalemme, Palestina '48 [l'attuale Stato di Israele, ndr], i rifugiati della diaspora".
Eppure dentro le carceri si combatte come fuori, spesso ispirando la società esterna. "La prigionia non è mai un'esperienza personale, ma di popolo. Le storie dei prigionieri sono simili. Come la mia: ho partecipato alla prima manifestazione a 10 anni. Cominci con i graffiti sui muri, prosegui con il lancio di pietre e arrivi alla resistenza armata".
Fino alla prigione. Dove la vita politica non cessa, anzi, si radica. Negli anni il movimento dei prigionieri palestinesi è diventato il centro del pensiero politico, ha formato nuovi leader e educato la base. "Dentro la prigione la vita è estremamente organizzata - continua Khaled. Ci sono istituzioni collettive e ogni sei mesi si va alle elezioni. Ogni giorno si tengono lezioni di politica, storia, letteratura. In passato, i prigionieri che avevano frequentato la scuola insegnavano ai contadini a leggere e scrivere".
"E poi ci si mantiene in stretto contatto con le altre carceri: le comunicazioni sono frequenti, attraverso avvocati, familiari o detenuti che vengono trasferiti. Così si organizzano le azioni collettive, come gli scioperi della fame. Sono iniziati negli anni '70 quando ci fu presa di coscienza dei metodi della repressione israeliana: imprigionare gli attivisti e i leader, nella visione israeliana, è il modo per spezzare il movimento di liberazione, di indebolirlo. Ma non ci sono mai riusciti".
Gli scioperi della fame più noti risalgono al 1974 e al 1976, con l'obiettivo di costringere Israele a riconoscere i detenuti come prigionieri politici. Quello del 1976 durò 45 giorni, alcuni detenuti morirono per denutrizione. Ne seguirono altri, nel 1984, nel 1992, nel 2004.
"L'alto grado di organizzazione interna, sia nella vita quotidiana che durante gli scioperi, è stato alla base dello scoppio della prima Intifada - spiega Khaled. Fino alla doccia fredda: gli accordi di Oslo. Ci privarono della nostra causa, la liberazione della Palestina storica, provocando un collasso del movimento dei prigionieri, che restò in una sorta di limbo fino al 2004. È inaccettabile proseguire nel cosiddetto processo di pace quando dietro le sbarre restano migliaia di prigionieri politici".
Ma Khaled è ottimista: il carcere rimane il luogo della formazione politica, dell'educazione degli attivisti, della loro trasformazione in futuri leader. Ancora oggi le prigioni - in assenza di una vera leadership politica - sono la guida della resistenza.
Askanews, 17 aprile 2015
Una nota giornalista cinese, Gao Yu, è stata condannata oggi a Pechino a sette anni di prigione per divulgazione di segreti di stato. Settantuno anni, ricompensata per il suo lavoro con diversi premi internazionali, Gao Yu è stata la prima giornalista insignita nel 1997 del Premio mondiale della libertà di stampa dell'Unesco. Gao Yu, secondo il tribunale, avrebbe "trasmesso segreti di stato a stranieri".
Shang Baojun, uno degli avvocati della giornalista, si è detto "molto deluso" dal verdetto. Non appena questo è stato pronunciato, Gao Yu ha espresso ad alta voce la sua volontà di presentare appello, poi è stata rapidamente allontanata. Amnesty International ha immediatamente denunciato un "affronto alla giustizia" e un attacco "contro la libertà di stampa". "Questa sentenza preoccupante nei confonti di Gao Yu non è altro che una persecuzione politica flagrante", ha affermato William Nee, esperto di Cina per Amnesty.
Ristretti Orizzonti, 16 aprile 2015
In qualità di docenti della sede carceraria dell'I.T.S.C.T. "Einaudi-Gramsci" sezione AS1, teniamo a sottolineare che l'attività scolastica, viste anche le condizioni nelle quali si attua, richiede da parte degli alunni un impegno ed una perseveranza superiori a quanto ci si aspetti come consuetudine. Accettare di sottoporsi a verifiche e valutazioni, da parte di adulti e in particolare di adulti ristretti, denota l'acquisizione di un atteggiamento positivo che non può che riverberarsi su tutte le scelte di vita.
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