di Maria Fiore
La Provincia Pavese, 15 marzo 2015
Sospesi dopo i commenti scritti su Facebook. Ieri i provvedimenti sono stati annullati. Il sindacato: ma chi sbaglia deve pagare.
Dopo l'indignazione e le polemiche erano arrivati anche i provvedimenti. Ma dopo la durissima presa di posizione di alcune sigle sindacali, tra cui l'Osapp, è stata revocata la sospensione per i 16 agenti di polizia penitenziaria finiti nei guai per i commenti choc comparsi su un gruppo Facebook dedicati al suicidio di un detenuto nel carcere di Opera. Restano in piedi, però, i procedimenti disciplinari. Tra i destinatari dei provvedimenti, anche due agenti della polizia penitenziaria del carcere di Vigevano, che qualche giorno fa erano stati sospesi dal servizio.
Una guardia si sarebbe limitata a mettere un "Mi piace" ad alcuni commenti censurati dal ministero della Giustizia e dal Dap, il Dipartimento della polizia penitenziaria, mentre il collega era finito nei guai per avere scritto alcune frasi ritenute offensive. Tutti i commenti sono stati rimossi dal gruppo Facebook ma fino a pochi giorni fa erano visibili agli altri utenti ed erano finiti anche all'attenzione del ministro della Giustizia Andrea Orlando.
Diverse sigle sindacali hanno criticato i commenti, ma l'Osapp Pavia (Organizzazione sindacale autonoma di polizia penitenziaria) ha contestato anche i provvedimenti di sospensione, "che sono stati presi - dice Salvatore Giaconia, della segreteria regionale - senza che fosse garantito agli agenti un contraddittorio".
Il caso esplode il 15 febbraio, quando l'Alsippe, l'Alleanza sindacale polizia penitenziaria, pubblica un link sulla propria pagina Facebook. Nell'articolo di rimando si parla del suicidio di un detenuto nel carcere di Opera a Milano. Ioan Gabriel Barbuta, un romeno di 39 anni, condannato all'ergastolo per omicidio, si è impiccato nella sua cella.
La notizia scatena i commenti. Il primo appartiene a un uomo che si qualifica come "ispettore": "Ottimo, speriamo abbia sofferto". Qualche minuto dopo arriva il secondo commento: "Uno in meno". E ancora: "A me dispiace per i colleghi che si suicidano, non per soggetti come questo" e "Consiglio di mettere a disposizione più corde e sapone". Immediata la reazione, non solo in rete. Luigi Pagano, vice capo del Dap, annuncia verifiche per risalire all'identità degli autori dei commenti. E partono anche i primi provvedimenti. Ieri sera revocati.
"Plaudiamo all'iniziativa del capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Santi Consolo - commenta l'Osapp. La revoca dei provvedimenti di sospensione cautelare è positiva. Resta inteso che le responsabilità vanno accertate e sanzionate, ma con un iter appropriato, non con un processo sommario".
www.welfarenetwork.it, 15 marzo 2015
Positivo che la direzione del carcere ha riallacciato tutta una serie di relazioni con le istituzioni locali, associazioni di volontariato e cooperative no profit.
Segreterie provinciali Fp-Cgil e Sinappe, pur rilevando che la situazione generale dell'istituto penitenziario cremonese è difficile (così come lo è, del resto, in generale e in Lombardia), intendono prendere le distanze dalle considerazioni espresse da un'altra sigla sindacale (Sappe) che chiede, in particolare, un'altra ispezione ministeriale.
Da tempo, infatti, gli organi superiori sono ben consapevoli della situazione locale, visto che si sono succedute due ispezioni ministeriali negli ultimi tre anni (di cui una nel 2014) e due dal provveditorato regionale (di cui una lo scorso agosto).
Chiediamo invece che gli Uffici Superiori, anziché inviare ulteriori (e costose per i contribuenti!) ispezioni, attuino le decisioni già assunte, al fine di migliorare le condizioni sia dei detenuti sia del personale. È oggi infatti importante ed urgente agire per rasserenare il clima lavorativo generato nel tempo anche da gestioni talvolta confuse. Occorre dare stabilità, anche direttiva. A coloro che invocano ispezioni, vogliamo ricordare che il Direttore titolare è assente dal mese di agosto 2014 e che a metà settembre è stata nominata, quale direttore reggente, la Dr.ssa Maria Gabriella Lusi che si è trovata a dover gestire, oltre al suo, anche un istituto da risollevare (quello di Cremona).
Il Sinappe, già con il sit-in del 2 settembre 2014, manifestò la richiesta di rimozione del Direttore titolare evidenziando le criticità già presenti e a conoscenza degli Organi Superiori ed Ispettivi. Pertanto aspettiamo che le decisioni dipartimentali riguardo le ispezioni già effettuate e le decisioni assunte abbiano seguito senza indugio. È proprio, a nostro avviso, l'assenza di decisione la causa dell'attuale situazione, ambigua e confusa.
E pensiamo anche che abbia lasciato spazio ad interpretazioni discutibili e alla recenti dichiarazioni stampa, personalistiche e non rispondenti alla realtà. Sono oggi, infatti, riprese le relazioni sindacali e si sta finalmente discutendo, tutti insieme, su come migliorare l'organizzazione del Corpo di Polizia Penitenziaria, nel rispetto dei diritti dei lavoratori e degli obblighi normativi. Apprendiamo inoltre, con piacere, che la Dr.ssa Lusi ha riallacciato tutta una serie di relazioni con le istituzioni locali ed il territorio, associazioni di volontariato e cooperative no profit.
Noi valutiamo i fatti e questi sembrano andare nella giusta direzione. L'auspicio, dunque, è che, pur nelle difficoltà e nella complessità, a breve si concluda positivamente la trattativa sul PIL con l'accordo di tutte le sigle sindacali.
Agli organi superiori chiediamo invece la massima disponibilità, in termini d'investimento, per colmare i vuoti e le carenze strutturali, in primis quelle legate alla sicurezza dell'istituto. Infine, come Fp-Cgil, vogliamo rimarcare la situazione afferente al personale civile. Spesso ci si dimentica di questi operatori, invece importantissimi per l'andamento generale dell'Istituto, ma è doveroso ricordare ancora una volta sia la carenza organica sia la mancata corresponsione dei fondi di produttività degli anni 2013 e 2014. A breve, subito dopo le elezioni delle Rsu, chiederemo un incontro alla Direttrice per affrontare i problemi dei dipendenti del Comparto Ministero.
Vincenzo Martucci, Vice Segretario regionale Sinappe
Maria Teresa Perin, Segretaria provinciale Fp-Cgil
di Stella Cervasio
La Repubblica, 15 marzo 2015
A Secondigliano una delegazione guidata dal consigliere del Pd Amato. Gli 89 internati non usciranno. Per la Rems prevista dalla legge a Calvi Risorta, per Napoli e Caserta, il cantiere non è stato neppure aperto.
Il conto alla rovescia per la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari - le carceri-manicomio sopravvissute alla chiusura dei presidi psichiatrici - terminerà tra 17 giorni. Ma l'Opg di Napoli, Secondigliano ex Sant'Eframo, contrariamente a quanto stabilito dalla legge, non chiuderà. L'ha accertato un'ispezione non annunciata di una delegazione guidata dal consigliere regionale Pd Antonio Amato, con i ricercatori Dario Stefano dell'Aquila e Antonio Esposito autori del saggio del 2013 "Cronache da un manicomio criminale".
Non usciranno gli internati di Secondigliano, che sono 89, di cui 52 campani, nella struttura che ha un bacino di utenza che comprende Lazio, Abruzzo e Molise, e che in Campania è una delle due funzionanti - l'altra è Aversa. Ma intanto, rileva l'ispezione "continuano gli ingressi in Opg anche per crimini bagatellari (comportamenti illeciti ma di poco conto)".
Non più di 10 internati risulterebbero non dimissibili. "Il responsabile sanitario dell'Opg, Michele Pennino nonostante le rassicurazioni sulle procedure di dimissioni avviate da tempo dall'Asl Napoli 1 - dichiara Amato - non ha potuto dare una risposta su cosa avverrà dal prossimo aprile".
Chiudere senza avere un'alternativa sarebbe la sola via possibile, ma naturalmente non è percorribile per una "riforma" all'italiana che non ha previsto neppure linee guida per la sua applicazione. "Le Rems, Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza - prosegue il consigliere regionale - non sono ancora pronte: a Calvi Risorta, destinata a Napoli e Caserta, nemmeno si è aperto il cantiere per i lavori.
Si parla di Rems provvisorie, addirittura gestite dal privato sociale". I nuovi ingressi non si interrompono: nell'ultimo anno a Secondigliano se ne sono registrati 122 nuovi, 18 solo nel 2015. Tso visti come ultima spiaggia e concessi con troppa facilità fanno includere tra i detenuti-malati soggetti probabilmente da rivalutare, come clochard colpevoli di furti in supermercati o persone coinvolte in liti condominiali. Individui come questi, considerati "non altrimenti classificabili", sono finiti dietro le sbarre con l'aggravio del marchio di patologia mentale.
Sole 24 Ore, 15 marzo 2015
Via al progetto di prevenzione della violenza di genere nella Casa circondariale di Cassino: storie e scrittura per i detenuti semplici, teatro per i sex offenders. Via da oggi a un ciclo di sei incontri con scrittrici e scrittori, giornalisti e artisti chiamati a testimoniare il valore della parola per aprire mondi e scardinare stereotipi, ma anche a fornire spunti per una riflessione a tutto tondo su relazioni e sentimenti che proseguirà fino a dicembre. Si intitola "Parole che aprono i tuoi occhi al mondo" il progetto dell'Associazione "Tutto un altro genere", sostenuto con i fondi dell'Otto per mille della Chiesa Valdese (Unione delle Chiese Valdesi e Metodiste).
L'obiettivo è duplice: promuovere in carcere - dove la relazione con il femminile è preclusa e spesso mistificata - una narrazione maschile della violenza di genere e spostare l'attenzione dalle donne agli uomini, in linea con l'ottica più recente delle Nazioni Unite e con l'ultima campagna di sensibilizzazione HeForShe. Un richiamo agli uomini non violenti, perché prendano pubblicamente le distanze dalla violenza contro le donne e dalla cultura che la alimenta, e ancor di più a quelli violenti, che hanno commesso reati sessuali. Il progetto si svolgerà con il sostegno e in costante collaborazione con la direzione e con tutta l'area educativa dell'istituto.
Il laboratorio di scrittura, indirizzato ai detenuti ospitati nelle sezioni comuni, ricorrerà invece alla letteratura e alla scrittura per riflettere direttamente sulla violenza di genere. Nel ciclo di incontri con professioniste e professionisti della parola ci saranno Stefano Brugnolo, docente di Teoria della letteratura all'Università di Pisa, Gabriele Aprea, scrittore umoristico, Adamo D'Agostino, illustratore della Walt Disney e sceneggiatore, Gaja Cenciarelli, scrittrice e traduttrice, Vittorio Macioce, caporedattore del Giornale e ideatore del Festival delle Storie, e Loredana Lipperini, scrittrice e giornalista. A metà progetto i detenuti incontreranno anche le operatrici del Centro antiviolenza Risorsa donna di Sora (Frosinone).
Il laboratorio fa tesoro del progetto di narrazione collettiva e reading teatrale "Pugni nello stomaco - La violenza sulle donne raccontata dagli uomini", nato nel 2012 da un'idea di Manuela Perrone, giornalista e fondatrice dell'Associazione Tutto un altro genere, e di Vincenzo Schirru, attore e vicepresidente dell'Associazione. L'iniziativa dimostra l'utilità di incoraggiare e diffondere una narrazione maschile sull'argomento, che spinga gli uomini all'autocoscienza per esplicitare le ambivalenze e gli stereotipi che possono inquinare la loro relazione con le donne. Un obiettivo ancora più prezioso per un target peculiare come quello dei detenuti, costretti a vivere in un ambiente esclusivamente maschile e per di più sovraffollato e fortemente promiscuo, in cui la relazione con il femminile è negata, spesso calpestata e mistificata. Il laboratorio si concluderà con la messa in scena da parte di attori professionisti dei testi scritti dai partecipanti al laboratorio, per permettere ai detenuti di ottenere un riconoscimento formale e artistico del lavoro svolto e delle competenze raggiunte.
Questionari appositamente predisposti saranno somministrati all'inizio e al termine a tutti i partecipanti, agli agenti penitenziari, agli educatori e alla direzione della casa circondariale, per una prima valutazione delle aspettative e degli effetti. Simona Perrone, psicologa in formazione psicoanalitica, seguirà l'intero progetto. Dopo sei mesi verranno ricontattati i soli partecipanti e sarà loro somministrato un nuovo questionario per valutare il percorso di vita che hanno intrapreso e le possibili ricadute del nostro intervento. L'indagine si ripeterà di nuovo dopo altri sei mesi, dunque trascorso un anno dalla fine dei laboratori, e tutti i dati raccolti saranno analizzati e confrontati tra loro per validare l'esperienza vissuta e analizzare i risultati.
I testi prodotti dai detenuti saranno infine pubblicati in un volume nel quale sarà analizzata e descritta l'esperienza svolta, anche attraverso le fotografie dei momenti cruciali di entrambi i laboratori. Al volume sarà garantita la più ampia diffusione possibile.
Il Centro, 15 marzo 2015
Detenuti in sciopero della fame, per protestare contro la decisione di limitare la ricezione via posta di pacchi con generi alimentari. Si tratta di un'ottantina di detenuti che protestano in maniera silenziosa. Finora non si registrano malori, i carcerati vengono tenuti sotto controllo sanitario.
"È un provvedimento restrittivo", spiega il direttore del carcere, Stefano Liberatore, "necessario per ristabilire l'ordine: l'invio senza regole di pacchi crea problemi per la sicurezza e per l'igiene. Tramite il pacco possono entrare cose non consentite o non esplorabili. L'obiettivo è dunque evitare situazioni che possono compromettere ordine e sicurezza". Il direttore ieri, parlando ai detenuti, ha annunciato che si cercheranno di contemperare le esigenze dell'istituto con quelle della popolazione carceraria. Gli aggiustamenti saranno adottati a breve, dopo una riunione col comandante e i responsabili del reparto detentivo.
Le nuove regole colpiscono soprattutto chi ha parenti lontani, nel profondo Sud, che non fanno loro visita frequentemente e quindi non portano di persona i generi di conforto. Sulla protesta intervengono Maurizio Acerbo (Rifondazione) e Vincenzo Di Nanna (Amnistia, giustizia, libertà): "La decisione del direttore del carcere di Castrogno di vietare o limitare in maniera inaccettabile la consegna dei cibi inviati ai detenuti della sezione di alta sicurezza da parte dei familiari, ha suscitato una comprensibile azione di contestazione non violenta. Se le esigenze a base della contestata decisione sono di natura meramente igienica e organizzativa, andrebbe allora verificata la possibilità di risolvere ogni questione in tempi brevi". L'invito, ai rappresentanti istituzionali, dalla Regione al parlamento, è a occuparsi della vicenda e a recarsi quindi nel carcere di Castrogno per incontrare i detenuti, personale e direttore.
Digiuno di protesta a Castrogno, l'On. Melilla interroga il ministro
Il deputato chiede al Guardasigilli di verificare dopo la decisione del direttore di limitare i pasti esterni dei famigliari. Finisce sul tavolo del ministro della Giustizia la vicenda degli 80 detenuti del carcere di Castrogno in sciopero della fame per protestare contro le limitazioni imposte dal direttore sul cibo proveniente dai famigliari e per le gravi carenze strutturali con sovraffollamento del penitenziario teramano.
Dopo la denuncia di Maurizio Acerbo di Rifondazione Comunista e di Vincenzo Di Nanna di Amnistia, Giustizia e Libertà, adesso il deputato di Sinistra ecologia e libertà, Gianni Melilla, ha presentato una interrogazione. Il deputato abruzzese sottolineando come "gli obiettivi dei detenuti contro la contestata decisione del direttore sono di natura esclusivamente igienica e organizzativa", chiede di "rapidamente verificare la possibilità di risolvere ogni questione nel rispetto delle leggi e dei diritti dei detenuti che vanno sempre e comunque garantiti".
Al ministro Melilla chiede "se non intenda assumere rapidamente iniziative volte a superare questa situazione di grave disagio per i detenuti del carcere di Teramo accertando ogni responsabilità rispetto a questo sciopero della fame dei detenuti e affrontando il problema del sovraffollamento, delle carenze di organico del personale penitenziario e dei trattamenti generali riservati ai detenuti".
www.histonium.net, 15 marzo 2015
Si mobilitano i sindacati della Polizia Penitenziaria in servizio alla casa circondariale di Torre Sinello. Nuova proclamazione dello stato di agitazione da parte delle organizzazioni sindacali di riferimento del personale di Polizia Penitenziaria in servizio alla casa circondariale di Torre Sinello di Vasto. Alla base della mobilitazione questioni irrisolte e nuove situazioni che rendono ancora più problematica la realtà dei lavoratori.
Punto nodale l'orientamento dell'Amministrazione Penitenziaria che intenderebbe aprire a Vasto un nuovo reparto per ospitare poco più di una trentina di detenuti. "Da quanto ci è dato sapere alla prossima apertura del reparto - si legge in una nota delle sigle sindacali Sappe, Osapp, Ugl, Cgil, Cisl, Uil, Sinappe e Cnpp - non seguirà un adeguato incremento di personale e ciò pregiudicherebbe ulteriormente le condizioni di lavoro dei colleghi con conseguenti riflessi sui diritti costituzionalmente garantiti quali il diritto alle ferie e ai riposi settimanali: c'è parte del personale che ancora deve fruire delle ferie dell'anno 2011.
Non sono trascorsi 2 anni da quando, per decisione dell'Amministrazione Penitenziaria, fu trasformato l'Istituto di Vasto in Casa Lavoro facendo ricadere sui colleghi le conseguenze che ne scaturirono e di cui ancora oggi si discute perché mai risolte.
Seguirono a suo tempo una serie di promesse ed impegni per la realizzazione del laboratorio di sartoria. Tali impegni sono tutt'ora disattesi: in pratica da 2 anni la Casa Lavoro è senza lavoro! Ora diciamo basta perché siamo stufi di subire decisioni che poi gravano sulle nostre condizioni di lavoro e comprimono i nostri diritti.
Per questi motivi - è la conclusione della nota dei sindacati di Polizia Penitenziaria - dichiariamo lo stato di agitazione, non escludendo altre iniziative di protesta più eclatanti qualora l'Amministrazione Penitenziaria si sottrarrà al confronto quale atto dovuto e non semplice concessione, che investe le prerogative delle parti sociali in un contesto dove la garanzia dei diritti è obiettivo comune e non un aspetto secondario come si vorrebbe far intendere".
www.estense.com, 15 marzo 2015
I manifestanti hanno protestato contro i provvedimenti disciplinari in via Arginone: "Sorvegliare è punire. Ribellarsi è vivere".
"Sorvegliare è punire. Ribellarsi è vivere", lo striscione addossato alla colubrina in piazza Castello è stato posto dal gruppo in solidarietà degli anarchici incarcerati presso la casa circondariale di via Arginone. Nel pomeriggio di sabato 14 marzo ha infatti avuto luogo la manifestazione organizzata da gruppi appartenenti all'universo politico antagonista, uniti nella solidarietà e nella denuncia delle condizioni definite repressive, vessatorie ed inumane. Per la prima volta una dimostrazione di solidarietà dei gruppi anarchici trova spazio nel pieno centro della città, abbandonando per l'occasione il piazzale antistante il carcere di via Arginone.
Il gruppo di anarchici in custodia nel carcere di Ferrara si è fatto ultimamente piuttosto numeroso, l'arrivo di Francesco Porcu e Gianluca Iacovacci da Alessandria ha portato il numero degli anarchici detenuti nella sezione di alta sicurezza a nove. Da due settimane a questa parte la tensione nel carcere di via Arginone è però decisamente aumentata.
Uno degli anarchici è stato posto per due settimane in isolamento punitivo ed ha perso il beneficio della liberazione anticipata di 45 giorni per una baruffa con uno degli agenti della polizia penitenziaria. Per i tre giorni successivi gli altri anarchici detenuti hanno avviato una curiosa campagna di solidarietà: la battitura delle sbarre. L'accusa di "disordini e sommossa" ai sensi dell'articolo 77 del regolamento di esecuzione penitenziaria ha in seguito colpito altri sei degli anarchici detenuti, sanzionati con quindici giorni di esclusione dalle attività in comune (ora d'aria, socialità, palestra e campo sportivo).
La mobilitazione è stata organizzata proprio quando le notizie dal carcere hanno raggiunto il mondo "fuori le sbarre". Gli organizzatori, che non hanno voluto rilasciare alcuna dichiarazione ed hanno tenuto nei confronti della stampa un atteggiamento piuttosto ostile, hanno tuttavia regolarmente informato le autorità, che hanno autorizzato la manifestazione pomeridiana.
di Vincenzo Falci
Giornale di Sicilia, 15 marzo 2015
È per una mega rissa in carcere che sono chiamati sul banco degli imputati. Un nutrito drappello di detenuti - alcuni di loro adesso non lo sono più - venuto alle mani dando vita ad un furibonda zuffa. Esplosa, violenta, nel chiuso di un penitenziario. In particolare nella casa di reclusione sancataldese. È lì che poco meno di cinque anni addietro è scoppiata la furiosa bagarre che avrebbe contrapposto un paio di gruppi.
Non gang, ma "squadre" che si creano tra detenuti stessi per quei meccanismi che s'innescano in carcere. Nella vita in comune tra quattro mura. E quali siano state le ragioni di quella furibonda lite, a tutt'oggi rappresenta uno dei lati oscuri della vicenda finita poi al centro di un dossier della procura che ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio dei venti.
di Maria Chiara Aulisio
Il Mattino, 15 marzo 2015
Lo hanno intitolato il "Giardino di Francesco", una piccola zolla di terra piena di fiori colorati all'ingresso della chiesa del carcere. È l'omaggio che i detenuti offriranno a Papa Francesco in segno di ringraziamento per aver scelto di pranzare con loro. Un messaggio di pace e di speranza affidato alle parole dì don Franco Esposito, il cappellano di Poggioreale, anima e motore di un evento destinato a lasciare un solco profondo nella vita di uno dei penitenziari più affollati d'Italia.
Un giardino per il Papa? "Ci lavorano da settimane, adesso hanno finito e il risultato è fantastico". Chi ha avuto l'idea? "Loro, i detenuti. Prima hanno pensato al giardino poi alla statua". Quale statua?
"Quella di San Francesco che hanno installato al centro del giardino con una lapide sulla quale spunta il volto di Bergoglio". Il volto del Papa? "Certo. Un'immagine in ferro battuto disegnata e realizzata da loro con una passione che poche volte ho visto tra quelle mura. Potenza dell'amore e dalla gratitudine". Gratitudine?
"Tanta, tantissima. I detenuti sanno bene che è stato proprio il Papa a chiedere di pranzare con loro, non era previsto. Lo ha deciso cambiando il programma, d'altronde Gesù amava mangiare con i peccatori. Hanno voluto ringraziarlo mettendosi al lavoro". A proposito del pranzo, che cosa si mangia?
"Quello che i carcerati prepareranno. Anche questo per volere del Pontefice. Inizialmente si era pensato a un servizio di catering esterno ma il Papa non ha voluto". Quindi? "Per non fare brutte figure i carcerati hanno deciso di fare un corso di cucina, vi assicuro che sono diventati molto bravi". Veniamo al menu. "Semplice ma gustoso; pasta al forno, fettina di carne con contorno di broccoli, niente frutta ma sfogliatelle e babà di cui pare che il Papa sia molto goloso. Per festeggiare l'evento anche mezzo bicchiere divino a testa".
Chi siederà a tavola con il Pontefice? "Novanta detenuti di Poggioreale, quindici di Secondigliano, cinque dell'Opg e quattro di Nisida. Alla stessa tavola, ma non accanto al Papa, ci saranno anche i direttori dei tre istituti penitenziari, il presidente del tribunale di sorveglianza, il provveditore dell'amministrazione regionale e la Garante dei diritti dei detenuti".
A chi toccherà servire a tavola? "A far da camerieri saranno i volontari della pastorale carceraria della diocesi che ogni giorno frequentano il penitenziario. Piccola curiosità: le tovaglie sono state cucite a mano dalle detenute del carcere di Santa Maria Capua Vetere".
Con quale criterio avete scelto i detenuti? "Non è stato facile. Alla fine abbiamo privilegiato quelli che abitualmente partecipano ai gruppi di catechesi organizzati nei vari padiglioni, tra questi poi è stato fatto un sorteggio. A tavolaci saranno anche due trans e alcuni ammalati di aids". E gli altri? "Dovranno accontentarsi di vederlo al suo arrivo. Ad accoglierlo in cortile ce ne saranno 250, un saluto e poi di nuovo in cella, purtroppo non si poteva fare diversamente".
La Repubblica, 15 marzo 2015
Sessanta parlamentari aderiscono all'intergruppo proposto da Della Vedova. Un intergruppo che, prima ancora di iniziare i lavori, ha già riunito sessanta parlamentari. E che si prefigge l'obiettivo di predisporre e fare approvare una legge per rendere la cannabis legale.
L'iniziativa è di Benedetto Della Vedova, sottosegretario agli Esteri, senatore del gruppo misto e soprattutto radicale d'origine. Sulla base di un movimento d'opinione che ha unito da Umberto Veronesi a Roberto Saviano, decolla un organismo parlamentare trasversale: ad aderirvi deputati del Pd di fede strettamente renziana (Roberto Giachetti) e non (Pippo Civati), grillini e fuoriusciti da M5S, persino un nome di spicco di Forza Italia come l'ex ministro della Difesa Antonio Martino.
L'intergruppo avvia la sua attività anche sullo slancio dell'esplicito suggerimento contenuto nella relazione annuale della Direzione nazionale antimafia: "Davanti all'oggettiva inadeguatezza di ogni sforzo repressivo, spetterà al legislatore valutare se sia opportuna una depenalizzazione della materia".
La Dna ha invitato il Parlamento a "bilanciare i contrapposti interessi". Se, da un lato, "bisogna riconoscere il diritto alla salute dei cittadini", dall'altro occorre tenere conto delle "ricadute che la depenalizzazione avrebbe in termini di deflazione del carico giudiziario, di liberazione di risorse delle forze dell'ordine e magistratura per il contrasto di altri fenomeni criminali e, infine, di prosciugamento di un mercato che, almeno in parte, è di appannaggio di associazioni criminali agguerrite".
D'altronde, c'è un dato, fornito dalla stessa Dna, che fa riflettere: il mercato illegale oggi vende fra 1,5 e 3 milioni di chilogrammi l'anno di cannabis, "quantità che soddisfa una domanda di mercato di dimensioni gigantesche". Un volume che consentirebbe a ciascun cittadino italiano (compresi vecchi e bambini) un consumo di circa 25-50 grammi a testa, pari a circa 100-200 dosi. "Il problema - dice Della Vedova - non è più dichiararsi favorevole o contrario alla legalizzazione, piuttosto è regolare un mercato che è già libero. Occorre disciplinare, limitare e penalizzare l'uso delle droghe leggere, sul modello di quanto si fa per alcol e tabacco. Perché la repressione, finora, ha avuto costi altissimi. E non è servita a contenere i consumi di hashish e marijuana".
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