di Lanfranco Caminiti
Il Garantista, 17 marzo 2015
I politici gracchiano, i corvi volano, Salvini strepita. Tocca al padre e al fratello di David-Abele farli tacere, e chiedere; "in nome di David, razzismo mai".
Gracchiano i corvi neri, i cerchi del loro volo si fanno più stretti, il loro orribile verso più stridulo. Si fanno più arditi. Sentono l'odore della morte. Non fanno paura, quello no. Se gli vai contro, svolazzano via. Inquietano, quello sì, come se scavassero nella tua anima, come se annunciassero ancora orribili sciagure. Portano sventura. È per quello che sono qui, per dire che domani ci sarà ancora morte, e ancora domani, e ancora morte. Loro, ci campano con la morte. Tornano e tornano.
Gli è andata male con Graziano Stacchio, il benzinaio di Ponte di Nano, nel Vicentino, che per soccorrere una commessa di una gioielleria assediata da rapinatori era entrato in casa aveva preso il fucile e dopo avere sparato in aria aveva mirato alle gambe di uno degli assalitori, e quello, il giostralo nomade, era morto, abbandonato dai suoi.
"È un eroe", avevano subito dichiarato i corvi neri. E vai con gli hashtag #iostoconstacchio, e le magliette e le felpe. Come se tutti dovessimo entrare in casa e prendere il fucile e scendere in strada a sparare alle gambe del primo che passa, così, giusto per tenerci all'erta. Stacchio, lui, aveva subito allontanato i corvi. Non si sentiva fiero di quello che aveva fatto. Era successo. Punto.
Ora ci riprovano, i corvi. Con David Raggi, ucciso l'altrieri a Terni, di notte, da un ubriaco con un colpo di bottiglia al collo. È marocchino, l'assassino, si chiama Amine Aassoul. Entrato e uscito dall'Italia, espulso per una serie di reati nel 2007, rimpatriato, rientrato attraverso Lampedusa l'altr'anno.
Dicono, i corvi, che se la caverà, perché gli daranno l'attenuante dell'alcol in corpo, è già successo, l'altra volta un albanese, ubriaco, guidava contromano e ha falciato degli innocenti, e non ha preso l'ergastolo, o quattro ergastoli uno per ogni vita recisa. E cosa dovrebbe un giudice, invece, dargli l'aggravante a Amine Aassoul d'essere marocchino? D'essere clandestino? D'essere un balordo? Di non essere morto affogato nel Canale di Sicilia, la prima o la seconda volta che lo passava?
Ecco, sì, se li ammazzassimo noi, se li lasciassimo affogare, se gli sparassimo dalle motovedette, ecco, prevenire ecco, non succederebbe un fatto come quello di Terni, così dicono i corvi. Dovremmo ammazzarne cento, mille per educarne uno, ecco sì. Credete sia il cinismo di queste parole che mi spaventa, che mi fa orrore? No, è la stupidità.
Avremmo meno assassini se affondassimo i barconi degli immigrati? Avremmo meno ubriachi se sparassimo a tutti i marocchini? Ai corvi, non importa nulla di David Raggi, non importa nulla della sua famiglia,
del dolore che sta provando, del vuoto che si porteranno appresso sempre, no, a loro interessa Amine Aassoul. Ai corvi interessano gli assassini, i tagliagole, i Caino, non Abele. Abele non interessa mai nessuno.
In nome di Abele parla il padre di David Raggi. In nome di Abele parla il fratello di David Raggi. Non del proprio figlio, del proprio fratello. Parlano di giustizia, non di vendetta. Parlano dell'odio razzista che non entrerà mai nella loro casa. Parlano degli estremismi che non sono mai piaciuti in quella loro casa. Parlano del fatto che non vogliono che la vicenda di David venga strumentalizzata. David - dice Diego, il fratello - non lo avrebbe mai voluto. Abele non vuole che Caino venga linciato.
È gente che si è rotta la schiena, la famiglia di David, che se la rompe ancora. Sembra ci sia ancora una comunità a Terni, un senso di comunità, di appartenenza. Ci si stringe attorno: i preti fanno le loro omelie; gli amici di David fanno la loro veglia. Forse è la fabbrica, quel che ne resta. Forse è che ci si conosce tutti. Forse è che la chiesa sta ancora vicino agli uomini.
E l'Italia di sempre. Quella che emerge solo quando la terra si spacca, quando il cielo precipita. Non l'avresti mai conosciuto uno come David. Non ballava il tip tap, non aveva l'ugola d'oro, non faceva le imitazioni da sganasciarsi dalle risate. Non sgomitava.
Volontario del 118, lui stesso ha chiamato i soccorsi. Anche la madre partecipa di associazionismo, e il padre. E gente così. Che scambia due chiacchiere con gli ambulanti all'angolo quando esce per il giornale e la spesa, che va in chiesa e prega. È gente solida, la spina dorsale forte. L'altrieri gliela hanno spezzata, certo. Urleranno contro Dio?
No, certo, non è caduta una tegola dannatamente dritta su una testa, non è il destino bastardo, il caso assassino. Non è la congiuntura di trovarsi in un posto al momento sbagliato. Non fatemi pensare sciocchezze. C'è un colpevole, di un reato tanto più assurdo perché incosciente. Dovranno pensarci gli uomini a trovare giustizia: è questo che fa di noi una società, le leggi, i diritti. Avremmo più sicurezza se fossimo tutti armati? Avremmo più sicurezza se tagliassimo la testa a ogni Caino?
Il segretario della Lega, Matteo Salvini, dice che Diego Raggi è una vittima di Mare Nostrum. Che è come dire che Adrian Miholca, operaio rumeno, morto qualche giorno fa mentre demoliva una campata di un viadotto della Salerno-Reggio Calabria - ottanta metri di volo - è una vittima del comunismo dei paesi dell'Est.
Che paese è mai diventato questo dove bisogna tappare la bocca ai politici, a quelli che si mettono in vista, a quelli che urlano forte? Che paese è mai diventato questo dove il primo pensiero di chi vive una tragedia dev'esser quello di calmare gli animi, di tenere lontane le grida dei politici? Dovrebbero guidarci, i politici, verso alti ideali, dovrebbero parlare ai nostri cuori, alle nostre teste, alle nostre mani, non alle viscere e al buco del culo.
Dovrebbero tenerci insieme, i politici, per fare di noi un popolo, una società, una nazione, che giorno dopo giorno va verso qualcosa, che sogna e fatica, che fatica perché sogna. Abele è ancora lì, in terra. Caino è stato preso. Loro, i politici, litigano l'un l'altro, si accusano l'un l'altro, si scolpano l'un l'altro. Non gli importa di Abele. Non gli importa neppure di Caino. A loro importa solo gracchiare il loro cra cra di morte, di sventura. Tacete, almeno oggi. Ci sono i funerali.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 17 marzo 2015
Monta la protesta dei detenuti nelle carceri abruzzesi. Dall'inizio del mese circa 150 detenuti del carcere di Lanciano battono in continuazione le sbarre, rifiutano il vitto ed evitano le spese insostenibili per il sopravvitto.
La motivazione è che il magistrato di sorveglianza non applicherebbe nessun beneficio, dichiarando inammissibili le loro richieste. "Per non dire poi - scrivono i detenuti in una lettera - che le istanze vengono corrisposte a distanza di mesi e anche di anni. Nelle more di una decisione che il magistrato, se tempestivamente rispondesse, potrebbe dimagrire i termini del fine pena consentendo la scarcerazione, qui a Lanciano i detenuti scontano la pena fino all'ultimo giorno di detenzione".
Poi proseguono spiegando che "quando, dopo lunghe attese, è ottenuta la decisione per il beneficio ovviamente negativa e sfavorevole, per ricorrere non si ha più tempo". E concludono: "Questa situazione ci umilia, così risultano inutili anni e anni di percorso trattamentale e viene inficiato l'operato dell'amministrazione della Casa circondariale, le valutazioni e i pareri dell'area educativa e della direzione".
E ai detenuti di Lanciano arriva la solidarietà di Maurizio Acerbo, l'ex parlamentare di Rifondazione Comunista: "Si tratta - dice - di una protesta nonviolenta volta a segnalare una disparità di trattamento che li priva della possibilità di usufruire di benefici previsti dall'ordinamento. Bisogna far chiarezza se davvero il Magistrato di Sorveglianza di Pescara ha un atteggiamento così diverso da quello di altri uffici del territorio nazionale e se in tal modo non vengano rispettati gli ultimi decreti leggi promulgati in materia di liberazione anticipata speciale". E prosegue: "È probabile che la pronunzia d'inammissibilità sia un modo per consentire agli uffici di sorveglianza di risolvere la difficoltà a far fronte a un carico di lavoro insostenibile. Certo è che si tratta di una situazione che va affrontata. A noi di Rifondazione Comunista, al momento non presenti in Parlamento e in Consiglio Regionale, non più possibile né entrare nel carcere per ascoltare i detenuti né presentare interrogazioni".
Sempre in Abruzzo sta montando la protesta dei detenuti al carcere di Teramo. La motivazione in questo caso sarebbe stata la stretta operata dall'amministrazione circondariale sull'ingresso dei cibi portati dai famigliari. Le prime proteste sono partite subito e si sono manifestate 15 giorni fa con il rifiuto del vitto. Ora i detenuti saranno costretti ad acquistare la merce dal punto vendita interno: con costi notevolmente lievitati, fanno trapelare i carcerati.
Il direttore storce il naso, ma oggi o forse domani avrà un incontro con i manifestanti: "Io sono un direttore che ha sempre concesso tanto" si difende, e aggiunge facendo ironia: "Abitando vicino al carcere, sono stato sei giorni al buio e al freddo, i miei detenuti solo uno". Nel frattempo il radicale Vincenzo Di Nanna di Amnistia, giustizia, libertà e Maurizio Acerbo di Rifondazione Comunista hanno emanato un comunicato congiunto dove chiedono un intervento urgente della politica.
"La decisione del direttore del carcere di Castrogno - spiegano nella nota - di vietare la consegna dei cibi inviati ai detenuti della sezione di alta sicurezza da parte dei familiari ha suscitato una comprensibile azione di contestazione nonviolenta. Circa 80 detenuti stanno portando avanti da giorni un severo sciopero della fame in una struttura che ha già soffre di gravi carenze strutturali e del cronico problema del sovraffollamento. Se le esigenze poste a base della contestata decisione sono di natura meramente igienica e organizzativa andrebbe verificata la possibilità di risolvere ogni questione in tempi brevi". E concludono: "Invitiamo i rappresentanti istituzionali, dalla Regione al parlamento, a occuparsi di questa vicenda come più in generale dei gravi problemi determinati dall'inadeguatezza delle strutture carcerarie e a recarsi quindi presso la Casa Circondariale di Castrogno per incontrare i detenuti impegnati nella lotta non violenta, personale e ovviamente direttore". Il problema del sopravvitto è un tema che abbiamo già sollevato su questa stessa pagina. Da anni i detenuti segnalano che i prezzi sono troppo cari, e da anni i volontari che provano a fare una verifica nei supermercati della zona hanno verificato che i prezzi interni al carcere sono uguali a quelli dei negozi. Apparentemente quindi sembrerebbe che il costo del "sopravvitto" rispetti l'ordinamento penitenziario, il quale recita: "I prezzi non possono essere superiori a quelli comunemente praticati nel luogo in cui è sito l'Istituto".
Ma non è esattamente così. La regola dell'ordinamento è vecchia e andrebbe aggiornata. Era l'epoca in cui non esistevano i discount, e i prezzi erano accessibili. Oggi, soprattutto con la crisi economica, molte persone non possono permettersi di fare spesa nei negozietti e quindi ricorrono ai discount, oppure fanno acquisti nei mercati a Km zero dove hanno tagliato i costi del trasporto e distribuzione. Ma per i detenuti non è così. Per loro vale la dittatura del prezzo unico e ciò ha scatenato numerose "rivolte" nelle carceri.
di Cecilia Meli
www.parlamento.toscana.it, 17 marzo 2015
Domani, martedì 17 marzo, il Garante regionale visiterà la Casa circondariale di Siena. Mercoledì 18 sarà prima a Massa Marittima e poi a Grosseto, giovedì 19 a Pistoia. Ancora una settimana di sopralluoghi nelle strutture penitenziarie della Toscana per il Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Franco Corleone. Il Garante si recherà domani, martedì 17 marzo, alla Casa circondariale di Siena; ad accompagnare Corleone nella visita ci sarà il direttore della struttura, Sergio La Montagna.
Si prosegue mercoledì 18 marzo, quando sono in calendario le visite di Corleone prima alla Casa circondariale di Massa Marittima, con la presenza del direttore Carlo Alberto Mazzerbo e successivamente a quella di Grosseto. Giovedì 19 marzo, infine, il Garante dei detenuti si recherà a visitare il carcere di Pistoia. Sarà presente il direttore della struttura Tazio Bianchi. Le visite di Corleone hanno l'obiettivo di verificare lo stato dei lavori di ristrutturazione e il superamento di alcune criticità come le condizioni igienico-sanitarie precarie.
Ansa, 17 marzo 2015
Il Trentino si adegua alla normativa nazionale, che per il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari fissa al 1 aprile 2015 il termine ultimo per completare il processo di chiusura di queste strutture. Lo fa la Giunta, con una delibera dall'assessora Donata Borgonovo Re, che affida all'Azienda per i servizi sanitari l'intervento di riabilitazione delle persone dimesse dagli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) e il compito di riorganizzare e adattare, entro l'inizio dell'estate, la struttura di cura e di custodia destinata ad accogliere queste persone.
"Si tratta di una dimostrazione di civiltà - ha sottolineato l'assessora - e in Trentino ci saranno quattro posti riservati per la cura e la detenzione, che verranno predisposti nella struttura di Pergine - ha spiegato - di cui per ora uno verrà subito destinato a un trentino che rientra da uno degli Opg nazionali. Il numero di quattro è stato determinato in base all'oscillazione storica del numero di casi".
Borgonovo Re ha chiarito poi che tali strutture sono state previste per una delle tre categorie di persone con problemi psichiatrici che hanno a che fare con il sistema giudiziario, "cioè per chi è stato definito non perseguibile in quanto incapace d'intendere e di volere, ovvero i cosiddetti internati. Rimarranno invece nelle strutture protette individuate dai magistrati le persone per cui la fragilità psichiatrica è insorta durante la detenzione e lo steso varrà per i cosiddetti ergastoli bianchi, cioè per chi, terminati i tempi della reclusione, verrà ancora ritenuto pericoloso socialmente". "Ci sono - ha spiegato l'assessora - tre casi di trentini della seconda tipologia, che resteranno quindi nelle strutture preposte".
www.fanpage.it, 17 marzo 2015
Anche l'acqua è un privilegio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, l'istituto attende da anni l'allaccio alla rete idrica. Non solo: nella sezione psichiatrica ci sono due internati da oltre un anno, una durata che va oltre i limiti di legge. Le due allarmanti situazioni sono emerse durante una visita ispettiva effettuata dalla consigliera regionale Lucia Esposito con Antigone Campania.
Nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, i detenuti hanno accesso a un'acqua di serie b. Il risultato? Anche fare la doccia è un problema, nel senso che per lavarsi devono fare a turno. Non solo questo: nel carcere esiste una sezione psichiatrica, l'unica attiva - per ora - in Campania, nella quale ci sono 20 detenuti; due di essi sono internati da circa un anno. "È una durata di internamento al di fuori della legge" spiega Mario Barone, presidente di Antigone Campania, che ha effettuato una visita ispettiva con la consigliera Regionale Lucia Esposito. L'istituto, infatti, "presenta due forti criticità - continua il presidente dell'associazione in Campania - Uno è l'approvvigionamento idrico e l'altro è la presenza di una articolazione sanitaria per la tutela della salute mentale in carcere, almeno così la chiama l'amministrazione: noi, invece, preferiamo chiamarla sezione psichiatrica".
Di fatto, l'internamento in sezioni psichiatriche nelle carceri rischia di diventare, con un clamoroso balzo indietro, una misura ordinaria per gestire la progressiva dismissione degli ospedali psichiatrici giudiziari, anche perché in Campania le due Rems (le residenze che dovrebbero prendere il posto degli Opg dal 31 marzo prossimo) non sono pronte. Nell'istituto di Santa Maria Capua Vetere, però, esiste anche l'altro problema dell'approvvigionamento idrico, che è strutturale: la fornitura avviene attraverso un pozzo semi-artesiano; l'acqua viene poi resa potabile all'interno delle mura del carcere, che non ha l'allaccio alla rete idrica. Una questione che ha evidenti ricadute sulla salute dei ristretti e sulla loro dignità, visto che anche lavarsi diventa un privilegio.
Quando va bene, bisogna fare a turno. Quando va male, molto semplicemente non ci si lava. Senza contare l'effetto-panico generato dall'inquinamento di diversi pozzi nel casertano, anche se dall'istituto rassicurano con controlli trimestrali dell'Arpac e della ditta specializzata. Esiste un protocollo d'intesa siglato nel lontano 2004 tra l'amministrazione penitenziaria e la Regione Campania, rimasto, però, lettera morta: il Comune non ha soldi per finanziare i lavori.
"È un elemento che suscita inquietudine - commenta la consigliera Lucia Esposito - L'impianto che rende potabile l'acqua a volte è soggetto a guasti, spesso si deve ricorrere all'acquisto di bottiglie d'acqua per i detenuti". Il sapore è orribile, racconta chi vive nell'istituto, che è piuttosto allarmato. E chi può permetterselo, compra l'acqua minerale anche solo per cucinare qualcosa. "Presenterò una interrogazione al presidente della Giunta regionale - continua - Per chiedere di dare esecutività al protocollo d'intesa che fu siglato con l'amministrazione penitenziaria per finanziare i lavori, opere che toccherebbero al Comune che da anni non riesce a farle, nonostante l'impegno anche del Ministero della Giustizia, perché l'esborso, oltre un milione di euro, non è sostenibile dalle casse comunali. Bene l'impegno della Regione, sollecitata anche dalla garante regionale dei detenuti Adriana Tocco, ma ora di tratta di passare dalle parole ai fatti, questa è una missione di umanità e diritto non più rinviabile".
Corriere della Sera, 17 marzo 2015
Ne saranno impiegati sette che si sono già occupati della digitalizzazione dei documenti del tribunale di sorveglianza di Roma. L'Associazione archivi: "Delicato il tema riservatezza e la competenza per scegliere cosa salvare". I detenuti di Rebibbia al lavoro per informatizzare l'archivio del Csm. È il progetto che Palazzo dei Marescialli sta mettendo in cantiere per ridurre l'immensa mole dei propri documenti, preservando quelli che servono dai rischi legati alla conservazione cartacea, ma anche per dare un'opportunità di reinserimento ai reclusi del carcere romano.
Poco più di 42 mila euro è il costo del piano, che prevede la digitalizzazione iniziale in sei mesi di 900 mila pagine, e che dopo il sì del Comitato di presidenza, è in attesa solo del via libera definitivo del plenum di Palazzo dei Marescialli. La scelta dei detenuti di Rebibbia - in tutto ne saranno impiegati sette - non è casuale. Si sono già occupati della digitalizzazione dei documenti del tribunale di sorveglianza di Roma. E dopo un'adeguata formazione e l'acquisto di cinque nuovi scanner potranno mettersi al lavoro.
Il tutto avviene nella cornice di una collaborazione istituzionale con il capo del Dap Santi Consolo e sarà certificato da un accordo con il direttore di Rebibbia. L'esigenza di una digitalizzazione dell'archivio del Csm è legata anche a un problema pratico. Da decenni la documentazione cartacea è depositata in un'immobile a Roma dell'Agenzia delle Entrate che l'anno scorso ne ha chiesto la restituzione. In quei locali che si trovano in viale Trastevere ci sono circa 5.000 fascicoli personali di magistrati, tutti gli incartamenti della Sezione disciplinare dal 1982 ad oggi, e - tra l'altro - circa 300 fascicoli su fatti di criminalità organizzata. Di una parte di questo materiale è già stata decisa la distruzione.
"Seria preoccupazione" per il progetto del Csm di affidare la digitalizzazione del suo archivio cartaceo ai detenuti di Rebibbia viene espressa dall' Associazione nazionale archivistica italiana in una lettera alla presidenza di Palazzo dei Marescialli. "L'impiego dei reclusi in attività lavorative di pubblica utilità è certamente un fine apprezzabile", premette l'Anai. Ma "la digitalizzazione di un archivio cartaceo è un'operazione molto complessa", che richiede "un approfondito studio preventivo" e "consiste in operazioni tecniche nelle quali l'apporto di personale del tutto generico e non specializzato (come inevitabilmente sono i reclusi in questione) può avere solo un ruolo subordinato e ausiliario".
Di qui l'allarme per "la sola notizia che verranno impiegati i reclusi nell'operazione, in mancanza di qualsiasi precisazione sulla programmazione e gestione di questi aspetti del progetto, che naturalmente richiedono lo studio, la progettazione, la direzione e l'esecuzione delle complesse operazioni tecniche sopra descritte da parte di archivisti professionisti specializzati". L'archivio del Csm "è per legge un bene culturale tutelato dal Codice dei beni culturali", ricorda il presidente dell'associazione Mario Carrassi, e gli interventi sui beni culturali archivistici sono affidati alla responsabilità o alla diretta attuazione di "archivisti in possesso di adeguata formazione e professionalità".
"Vogliamo immaginare che nell'urgenza di annunciare un aspetto di rilevanza politica e mediatica come l'impiego dei reclusi il Consiglio Superiore non abbia ritenuto di dilungarsi su questi altri aspetti, come quello delicatissimo della tutela della riservatezza, quello della selezione degli originali meritevoli di conservazione, che devono essere versati all'Archivio Centrale dello Stato ai sensi della normativa vigente" conclude l'associazione, chiedendo chiarimenti.
La Provincia di Cremona, 17 marzo 2015
Continua l'escalation di violenza nel carcere di Cremona. Nella giornata di lunedì 16 marzo un caposcorta è stato aggredito da un detenuto in attesa di giudizio e nel pomeriggio è esplosa una rissa tra carcerati a colpi di sgabello.
"Ogni giorno è un bollettino di guerra - commenta il segretario generale del Sappe (Sindacato autonomo Polizia Penitenziaria) Donato Capece - nella mattinata di lunedì 16 marzo un detenuto della Guinea di 27 anni, in attesa di primo giudizio e proveniente dal carcere di Lodi, doveva essere accompagnato in tribunale per una udienza, ma ha pensato bene di colpire a calci e pugni il caposcorta della Polizia Penitenziaria. Questo ha determinato la sospensione dell'udienza, ed è un fatto gravissimo, che va stigmatizzato con forza. I nostro auguri vanno ovviamente al collega ferito ma il ministero della Giustizia e l'amministrazione penitenziaria non possono tollerare che a Cremona i poliziotti siano colpiti, aggrediti, feriti da chi crede di poter fare in carcere tutto quel che vuole senza essere punito".
Capece, che chiede "l'immediato avvicendamento di direttore e comandante dal carcere di Cremona", denunciando anche una rissa tra detenuti stranieri avvenuta, in carcere, nel primo pomeriggio. "Forse il pretesto del furioso pestaggio tra detenuti stranieri avvenuto poche ore fa in una cella del carcere di Cremona è tra i più futili, ossia l'incapacità di convivere, seppur tra le sbarre, con persone diverse. O forse le ragioni sono da ricercare in screzi di vita penitenziaria o in sgarbi avvenuti fuori dal carcere. Fatto sta che tre detenuti marocchini hanno aggredito altrettanti ristretti albanesi armati di sgabelli con i quali li hanno ripetutamente colpiti ed hanno provocato loro ferite dalle quali è uscito copiosamente sangue. Se non fosse stato per il tempestivo interno dei poliziotti penitenziari le conseguenze della rissa potevano essere peggiori".
www.chietitoday.it, 17 marzo 2015
Il progetto "Sport in carcere". che ci sta dando grandi soddisfazioni - spiega il Delegato Coni Point Chieti Gianfranco Milozzi - prevede una serie di interventi nelle carceri di tutta la provincia. A Chieti abbiamo trovato la massima disponibilità del direttore che ha da subito creduto nell'iniziativa per la quale ho profuso il massimo impegno perché fermamente convinto dell'importanza dell'attività sportiva che ha una grande rilevanza sotto molteplici aspetti come la salute e il rigore nello stile di vita; oltre alle discipline sportive, corpo libero e calcio a 5, sono previste una serie di preziose attività collaterali come i corsi di primo soccorso e di corretta alimentazione. Lo sport insegna il rispetto delle regole e in un ambiente come quello carcerario è un aspetto fondamentale. Inoltre una buona condizione fisica migliora i rapporti tra le persone ed è molto importante sotto l'aspetto sanitario. Il nostro obiettivo è allargare l'iniziativa al maggior numero di carceri".
di Ariel Pensa
Corriere della Sera, 17 marzo 2015
La collana "The Jazz Years - I più grandi album del Jazz" diventa parte integrante, già al suo nascere, del "Progetto CO2 (controllare l'odio)", iniziativa sociale finanziata dalla Siae con il patrocinio del ministero di Grazia e Giustizia, sotto l'alto patronato del Presidente della Repubblica. Ideato e coordinato da Franco Mussida, il progetto è stato avviato una decina di mesi fa e ha lo scopo di portare la musica strumentale nelle carceri attraverso speciali audioteche in cui i brani prescelti vengono catalogati non per generi musicali, ma per grandi stati d'animo prevalenti.
"L'idea - spiega Mussida - è molto semplice: si tratta di portare la Musica (quella con la "M" maiuscola) ai detenuti per educare all'ascolto e dare sollievo. Se poi si considera che per creare benefici nell'intimo di ciascuno la Musica ha bisogno di tempo, per essere ascoltata ed elaborata, è inutile aggiungere che il tempo è forse l'unica ricchezza di cui i detenuti dispongono".
Il progetto è triennale e per ora ha visto l'attivazione in quattro case di detenzione: Milano-Opera, il carcere di Monza, Rebibbia femminile a Roma e Napoli-Secondigliano; le audioteche sono dotate di computer, impianti audio e dieci iPad ciascuna con mille brani a disposizione che si vogliono portare a ventimila. Il suo obiettivo è dotare in futuro tutte le carceri di uno strumento artistico per consentire un naturale dialogo con la propria intimità.
"Il nome CO2 - aggiunge Mussida - nasce da una metafora: l'uomo emette di giorno, come le piante di notte, un suo invisibile veleno, un'anidride carbonica (CO2) fatta dei peggiori umori e sentimenti spesso repressi. Il senso del progetto è dunque quello di lavorare con le forze della Musica al fine di limitare le emissioni di quell'invisibile veleno emozionale che è l'odio, il risentimento cieco". La scelta di limitare la scelta a brani strumentali è stata fatta perché non vi fossero parole a influenzare i sentimenti creati dalla musica.
Nel progetto non ci sono confini tra i generi musicali, si va dalla classica al pop passando dal folk a ogni altra forma espressiva, ma non c'è dubbio che il jazz ha un ruolo determinante ed è parso quindi logico ai coordinatori del progetto "sfruttare" una collana come quella del Corriere che partiva dalle premesse di scegliere gli album fondamentali di un percorso quasi centenario. Una trentina di musicisti italiani, il primo dei quali ad aderire è stato Paolo Fresu, si faranno "sponsor" dei singoli brani scelti nella raccolta per classificarli a seconda degli stati d'animo e guidarne l'ascolto.
di Della Passarelli (Direttore Editoriale Sinnos Editrice)
www.huffingtonpost.it, 17 marzo 2015
Tre giorni di lavoro intenso, sulle differenze di genere, nel carcere di Salluzzo con gli studenti detenuti delle classi I e III del Liceo Artistico Soleri Bertone e una classe di I Liceo linguistico esterna (quindi di giovanissimi) dello stesso Istituto, sul tema delle differenze di genere a partire dalla Graphic Novel "Cattive Ragazze".
Un progetto nato grazie all'impegno della Direzione della Casa di Reclusione e della Dirigenza scolastica del Liceo. E del Salone del Libro di Torino che ha esteso l'iniziativa "Adotta uno scrittore" anche alle classi dell'Istituto di Pena.
Conosco il carcere abbastanza bene. Ho frequentato Rebibbia penale per diversi anni per lavoro e lì è nata la casa editrice che dirigo, nel 1990. Sono fermamente convinta della giustezza dell'articolo 27 della nostra Costituzione, e mi riferisco in particolare a quel paragrafo che dichiara: "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato".
A Salluzzo ho assistito e partecipato ad una delle possibili declinazioni della "rieducazione del condannato", ma anche ad una possibile pratica di costruzione di cittadinanza responsabile. Il progetto "Cattive Ragazze" si sta realizzando in tutta Italia, dal Piemonte alla Sicilia, grazie all' Associazione Kind Of, e ai partner coinvolti, tra cui alcuni docenti del Dipartimento di Psicologia dell'università di Torino e i registi Cesar Brie e Nelson Valente, che stanno lavorando allo spettacolo tratto dai testi delle Cattive Ragazze, che sarà messo in scena in anteprima proprio nel carcere di Salluzzo e a Racconigi a metà giugno, per poi arrivare a Roma per la prima a Villa Torlonia in autunno.
Nel carcere di Salluzzo sono partiti i primi laboratori (che si ripeteranno con la stessa struttura in tutte le scuole coinvolte), dopo la somministrazione di un primo questionario sulle differenze di genere. Per tre giorni detenuti adulti e ragazzi hanno lavorato insieme sulle 15 biografie contenute nel testo, ne hanno discusso e sviluppato le problematiche, hanno espresso le loro idee sul ruolo della donna. Prima in plenaria, lanciando e rilanciando commenti e considerazioni. Poi in piccoli gruppi per scrivere le parti che ritenevano mancassero nel fumetto che riguardava donne che avevano scelto. E allora l'incontro immaginario tra Antonia Masaniello e la figlia che aveva abbandonato per partire a combattere con Garibaldi, le spiegazioni del marito di Franca Viola a sua figlia che a scuola viene a sapere che sua madre aveva mandato in carcere Filippo Melodia ("un po' come è successo a Cappuccetto Rosso: ha mandato il lupo cattivo in carcere"). Impossibile raccontare tutto in un post, qualcosa ho scritto sulla mia pagina Facebook.
Quello che mi preme dire qui è quanto sia stata importante per i detenuti e i ragazzi questa opportunità di incontrarsi e lavorare assieme. I detenuti sono stati adulti responsabili nei confronti dei ragazzi. Il confronto e il dialogo sono stati profondi e attenti. Lucidi e mai "pietosi". Si è parlato di tutto, sforzandosi di smantellare pregiudizi, di comprendere.
I ragazzi si sono trovati di fronte persone consapevoli dei reati commessi e tutti con la stessa domanda: come fare a riscattarsi, a recuperare una vita perduta. Quegli uomini hanno fuori mogli, madri, figlie. Hanno spezzato vite, compresa la loro. "Dopo vent'anni dentro si cambia" ha detto uno di loro. Domenico, detenuto, conosce l'Inferno a memoria e ci ha recitato i primi due canti. Compassione, quella che Dante ci insegna, l'ho provata e trovo che sia un sentimento tra i più alti, nell'essere umano. Ma non carità calata dall'alto, "buonismo" inutile, questo no. Sono convinta che se migliorano le condizioni nelle carceri, se lo scambio interno-esterno è efficace, ci guadagnano tutti.
Credo che i ragazzi del liceo di Salluzzo saranno adulti che avranno bene a mente quegli sguardi e quelle voci. Che difficilmente dimenticheranno che cosa sia il carcere, e le persone che lo abitano. E forse qualcuno di loro, da grande, si impegnerà perché le condizioni di vita in carcere siano migliori per tutti e perché effettivamente ed efficacemente si operi per la "rieducazione del condannato".
L'ultimo giorno, quello della "restituzione" dei lavori, alla lavagna dell'aula del carcere tutti hanno scritto nomi di donne da aggiungere alle 15 presenti nella Graphic. È stato particolarmente emozionante vederli alzarsi uno a uno. Molti i nomi "noti", ma anche quelli di alcune nonne, zie. E della professoressa di Italiano e Latino che segue le classi "interne", Rossella Scotta. E di tutte le ragazze della 1 liceo presente: "per il coraggio di essere entrate a lavorare qui, con noi."
Sarebbe bello se fosse pratica comune quella di far entrare in carcere gli studenti per condividere un progetto e un lavoro. Non per carità. Ma per costruire. Costruire coscienza e consapevolezza, dialogo e comprensione. I libri, le storie, sono strumenti indispensabili per far questo.
Cattive Ragazze dunque in questi giorni viene letto da tantissime ragazze e ragazzi. Con la storia di Claude Cahun: la prima citata all'inizio dei laboratori a Salluzzo. Storia che in una media romana ha sollecitato un docente a proporre che venisse strappata dal libro. Nella stessa scuola (pubblica, che non cito per ora per rispetto dei ragazzi) alcuni genitori hanno trovato il libro quasi nella sua totalità "immorale". Immorale parlare di libertà delle donne. Di parità. Ecco che i libri di nuovo sono pericolosi: portatori di pensiero libero. A maggior ragione direi che dobbiamo batterci tutti perché nelle nostre scuole ci siano tanti libri, ci siano biblioteche e tempo di leggere. Per questo vi rinnovo l'invito a firmare la petizione promossa da Torino rete libri.
Ed ecco alcune proposte di lettura, oltre naturalmente a Cattive Ragazze, di Assia Petricelli e Sergio Riccardi: L'universo di Margherita, Margherita Hack e Simona Cerrato, Editoriale Scienza Edizioni EL, la collana Belle, astute e coraggiose e se ancora lo trovate, magari in biblioteca, la raccolta di fiabe di Véronique Beerli con lo stesso titolo e poi le proposte di lettura di Piccole donne leggono e Leggere senza stereotipi. Segnalo anche la mostra Ci sono anch'io a cura dello Stampatello. Sul carcere, la bibliografia che trovate su Ristretti. Buona lettura. Che sia libera!
- Televisione: con "Mala Vita" il carcere (raccontato da detenuti) diventa fiction
- Stati Uniti: l'Onu denuncia "80 mila detenuti in isolamento estremo e prolungato"
- Pakistan: pena di morte, eseguite 12 impiccagioni in 7 diverse prigioni
- Portogallo: sciopero generale Polizia penitenziaria per rispetto statuto professionale
- Giustizia: la via crucis di Stefano, iniziata quando aveva 6 anni... finisce in un Opg










