Adnkronos, 21 aprile 2015
Detenuto italiano che vive con la bombola d'ossigeno ed è in gravi condizioni di salute rischia l'estradizione in Albania. Antigone chiede di sospendere l'esecuzione del provvedimento. Paolo Iodice, detenuto presso la casa circondariale di Regina Coeli a Roma, rischia l'estradizione in Albania dove deve scontare una pena di quattro anni perché ritenuto colpevole dei reati di traffico di veicoli e falso documentale. Il suo stato di salute è tuttavia molto grave e l'esecuzione del provvedimento di estradizione potrebbe provocare danni irreversibili. Per tale motivo Antigone ha chiesto alle autorità italiane di sospendere il provvedimento a tutela della sua salute e della sua stessa vita.
Il signor Iodice è affetto da numerose e gravi patologie (obesità, insufficienza respiratoria in trattamento con macchina produttrice di ossigeno, ipertensione polmonare secondaria, cardiopatia ipertensiva, opertensione arteriosa), che lo obbligano a continue visite mediche ed esami, nonché lo costringono a sottoporsi a cure salvavita, tra le quali l'ossigenoterapia domiciliare e l'assunzione continua di farmaci. La gravissima ipertensione arteriosa di cui soffre, infatti, se non ben controllata ne aumenta in maniera esponenziale il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari significative.
Motivi di salute resi evidenti anche dal primo trasferimento del signor Iodice dal carcere di Arezzo a quello di Sollicciano, dotato di un centro clinico attrezzato, nonché il ricovero sempre presso il centro clinico del carcere romano di Regina Coeli. È evidente che il solo viaggio Italia-Albania comporti un concreto rischio per l'incolumità fisica del sig. Iodice. Inoltre il sistema albanese non assicura standard avanzati nelle cure sanitarie. Consegnare Paolo Iodice alle Autorità Albanesi in questo momento potrebbe significare sacrificare la vita di un nostro concittadino. Per questo chiediamo che sconti la sua pena in Italia. Per informazioni sul caso del sig. Iodice si può far riferimento all'avvocato Gennaro Santoro, 349/4740379
www.agensir.it, 21 aprile 2015
Sarà presentato oggi alla stampa e alla città, presso il Consiglio regionale della Campania, il progetto "Dentro e fuori. Percorsi di integrazione". Al convegno parteciperanno in qualità di relatori, padre Carlo De Angelis, cappellano del carcere di Lauro e presidente dell'associazione "La sorgente", Adriana Tocco, garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Campania, Claudio Flores, dirigente del Dipartimento Amministrazione penitenziaria del Provveditorato regionale della Campania, Nicola Caracciolo, presidente dell'associazione Laici Caracciolini.
Il progetto, sostenuto dalla Fondazione con il Sud e promosso da una partnership di 8 attori privati costituitisi in rete (associazioni di volontariato, cooperative ed enti) con capofila l'Associazione La Sorgente, nasce per attivare un servizio di informazione e orientamento rivolto ai detenuti e alle loro famiglie, con lo scopo di favorire percorsi di integrazione e facilitare il reinserimento sociale dopo la dimissione dal carcere.
Il progetto prevede l'apertura di sportelli di ascolto sia all'interno degli istituti penitenziari campani, rivolti ai detenuti, sia all'esterno, rivolti alle famiglie. Fine ultimo del progetto è anche la creazione di una rete locale di associazioni di volontariato che opera sul territorio per sensibilizzare la società che si trova a riaccogliere gli ex detenuti.
di Biagio Salvati
Il Mattino, 21 aprile 2015
Ancora un dramma nel penitenziario di Santa Maria Capua Vetere dove ieri mattina, gli agenti di polizia penitenziaria hanno tentato di salvare, senza riuscirci, un giovane detenuto originario del Napoletano suicidatosi nel bagno della sua cella che condivideva con uno straniero.
Carmine Martino, 35 anni, accusato di tentato omicidio (doveva trascorrere almeno altri cinque anni nel penitenziario), stando a quanto si è appreso, si è recato di buon mattino nel piccolo bagno della cella, ha inzuppato d'acqua una maglietta intima e se l'è stretta al collo fino a strangolarsi. Un gesto autolesionistico difficile da portare a termine su sé stessi e che purtroppo non ha trovato ostacolo nell'azione messa in atto dal recluso.
Il personale di polizia penitenziaria è riuscito ad arrivare in tempo e a trasferire il giovane nel reparto sanitario del carcere per sottrarlo alla morte, purtroppo quando sono arrivati i medici del 118 (che nel frattempo erano stati già allertati), Martino era già deceduto. La salma è stata trasferita presso l'Istituto di Medicina Legale di Caserta per l'autopsia disposta dalla Procura della Repubblica di Santa Maria Capua Vetere, così come da prassi. Carmine Martino era stato arrestato due anni fa per un
tentato omicidio commesso nel Casertano. Dopo un periodo trascorso ai domiciliari era entrato in carcere dove, peraltro, si stava reinserendo con buoni risultati: aveva conseguito un diploma di cucina ed era addetto nell'area giardinaggio. Qualcosa, però, è scattato ieri nella sua mente, aggravando così un suo disagio psichico.
La notizia della morte del giovane ha lasciato sgomenti anche gli operatori del penitenziario che seguivano le attività di reinserimento del detenuto e la stessa direttrice Carlotta Giaquinto sorpresa dal gesto del giovane detenuto. Di recente, nel penitenziario sammaritano, dove sono ospitati oltre mille detenuti (417 nel reparto cosiddetto di Alta Sicurezza), tra cui 77 donne, aveva fatto visita il presidente dell'associazione Antigone che da anni si occupa dei problemi dei detenuti nelle carceri italiane oltre a realizzare dei dossier sul pianeta carcere.
Nella struttura sammaritana negli ultimi dieci anni si sono registrati una decina di suicidi mentre sono di numero superiore gli atti di autolesionismo. Intanto, con le richieste avanzate dal sindacato del Sappe, è stato assicurato al penitenziario di Santa Maria Capua Vetere un rinforzo di personale di polizia penitenziaria, la risoluzione di alcune criticità interne e la liquidazione di missioni e straordinari. La situazione del personale era stata richiamata nei mesi scorsi a seguito dell'aggressione ad un agente da parte di un detenuto violento avvenuta nel settembre dello scorso anno ed un'altra a distanza di tre mesi.
Dei problemi dei detenuti si occupa anche una speciale commissione per la tutela dei diritti dei detenuti attivata qualche anno fa in seno alla Camera Penale di Santa Maria Capua Vetere. L'organismo, presieduto dall'avvocato Nicola Garofalo, interagisce con la direzione carceraria e segnala eventuali criticità lamentate all'interno della struttura.
www.ciociarianotizie.it, 21 aprile 2015
Da venti giorni C.B. quarantadue anni, detenuto nel carcere di Frosinone per reati sessuali, sta lottando tra la vita e la morte dopo che ha tentato di impiccarsi in cella con un lenzuolo. "L'uomo - ha riferito a Tg24 il direttore del penitenziario di Frosinone dr. Francesco Cocco- a differenza degli altri che in genere mettono in atto il proposito suicida a scopo dimostrativo, voleva veramente farla finita. Quella detenzione stava diventando ancora più dura da quando una maculopatia lo stava rendendo cieco.
A questo c'è da aggiungere che la famiglia, proprio a causa del reato per il quale era finito in carcere lo aveva abbandonato. Da qui la depressione che lo ha portato all'insano gesto". Dicevamo che l'uomo sta lottando ancora tra la vita e la morte. Quella morte a cui fortunatamente lo ha sottratto quel giorno un suo compagno di cella che ha subito chiesto aiuto.
Prova a togliersi la vita poco prima dell'assoluzione
Aveva rinunciato a comparire all'udienza dibattimentale fissata per i primi giorni di aprile e così, lo scorso 25 marzo, ha tentato di togliersi la vita in carcere, impiccandosi con le lenzuola legate alla grata della finestra. A distanza di anni dalla maxi operazione "Dolmen", l'ex latitante Pietro Bassi torna, in un modo o nell'altro, a far scalpore.
Il 57enne tranese, noto come "Bobby Solo", è tra i pochi reduci dell'organizzazione mafiosa capeggiata da Salvatore Anacondia, storico boss della mafia del Nord barese, di cui Bassi era uno dei più fedeli collaboratori. Accusato di duplice omicidio e associazione a delinquere finalizzata allo spaccio di droga, era stato condannato a 30 anni di carcere, pena confermata sia in Appello che in Cassazione, ma a dicembre del 2008 era svanito nel nulla. Rintracciato dai Carabinieri, in collaborazione con la Quick Unit Response del Police Department di Amsterdam, era stato arrestato in Olanda mentre passeggiava con due tranesi. Dopo un lungo periodo di detenzione nella Casa Circondariale di Bellizzi Irpino, era stato da poco trasferito nel Carcere di Frosinone.
Probabilmente a causa del nuovo ed imminente processo penale, Pietro Bassi era caduto in uno stato di profonda depressione e, approfittando dell'ora d'aria degli altri detenuti, ha tentato il suicidio. "Bobby Solo" ha penzolato per circa una quarantina di secondi, fino a quando gli insoliti rumori hanno scatenato l'immediato intervento degli agenti di Polizia penitenziaria. È stato trasportato in gravissime condizioni nell'ospedale di Frosinone, dove tutt'ora si trova in stato di coma. Per uno strano scherzo del destino, di lì a poco, l'avvocato del detenuto, Rolando Iorio, avrebbe comunicato al Bassi l'esito del processo, celebratosi dinanzi al Tribunale di Trani. "Bobby Solo" è stato assolto con formula piena, perché il fatto non sussiste, ma questo lui ancora non lo sa.
La Nuova Sardegna, 21 aprile 2015
"Sgomento nel carcere di Cagliari-Uta per la morte di un detenuto. L'uomo, G.P.C., originario di Arbus, si è sentito male nel primo pomeriggio di ieri. Nonostante l'immediato intervento degli Agenti della Polizia Penitenziaria, degli Infermieri e dei Medici è deceduto per un arresto cardio-circolatorio". Lo rende noto Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", facendo osservare che "l'evento luttuoso, il primo nella nuova Casa Circondariale di Cagliari, ha provocato un profondo cordoglio". "L'uomo, che aveva subito diverse carcerazioni, era considerato un detenuto tranquillo. Avrebbe compiuto 70 anni proprio oggi essendo nato il 20 aprile 1946. Diabetico, era ricoverato nel Centro Clinico".
"Una domenica infausta - sottolinea Caligaris - che impone una riflessione. In questo caso si è trattato di un evento acuto imprevedibile ma è chiaro che occorre un'attenzione particolare verso una realtà, a venti chilometri dal capoluogo di regione, dove sono attualmente ristrette oltre 500 persone".
Ansa, 21 aprile 2015
"L'Unione delle Camere penali italiane (Ucpi) e anche la Camera penale fiorentina auspicano che la Casa Circondariale "Mario Gozzini" di Firenze non venga trasformata in Rems" perché "non sussistono le condizioni necessarie per l'accoglimento e la cura dei pazienti dell'Opg (di Montelupo Fiorentino, ndr) e soprattutto verrebbe cancellata una struttura di custodia (ma soprattutto di recupero sociale del detenuto) perfettamente funzionante e confacente al dettato costituzionale in tema di recupero del condannato".
Così, il referente dell'Osservatorio Carceri della Camera Penale di Firenze, avvocato Luca Maggiora, dopo una visita all'istituto Mario Gozzini di Firenze, effettuata unitamente ai colleghi Rosa Todisco e Michele Luzzetti, anch'essi componenti dell'Osservatorio fiorentino, e ai colleghi Riccardo Polidoro, Davide Mosso e Gabriele Terranova rispettivamente responsabile dell'Osservatorio Carcere e membri dell'Osservatorio Carcere dell'Ucpi.
"Abbiamo visitato la struttura in oggetto - riferisce l'avvocato Maggiora. La visita è stata organizzata a seguito della ipotesi di trasferimento degli internati dell'Opg di Montelupo a seguito della dismissione dello stesso. La casa circondariale Mario Gozzini è struttura detentiva a custodia attenuata dove bene viene attuato il principio rieducativo della pena. Molti sono i laboratori in cui i detenuti esprimono le proprie capacità creative e non tese al recupero sociale post delictum". Inoltre, prosegue, "abbiamo riscontrato un oggettivo buon funzionamento della struttura ed un clima disteso e collaborativo non solo dei detenuti ma anche degli operatori, tutti, che ivi prestano la propria attività lavorativa".
di Marzia Paolucci
Italia Oggi, 21 aprile 2015
Dal prossimo maggio fino a ottobre sette detenuti della Casa circondariale di Rebibbia Nuovo Complesso saranno impegnati per sei mesi nella digitalizzazione di circa 900 mila pagine di atti del Consiglio superiore della magistratura. Una parte di quelle migliaia di fascicoli che vanno dal 1970 al 2002, oggi stipati nel deposito atti di viale Trastevere di proprietà dell'Agenzia del demanio (che ne chiede la restituzione).
Dal prossimo maggio fino a ottobre sette detenuti della Casa circondariale di Rebibbia Nuovo Complesso saranno impegnati per sei mesi nella digitalizzazione di circa 900 mila pagine di atti del Consiglio superiore della magistratura. Una parte di quelle centinaia e migliaia di fascicoli oggi stipati nei locali dell'ufficio adibito a deposito atti di viale Trastevere di proprietà dell'Agenzia del demanio (che ne chiede la restituzione).
Atti che peraltro si sarebbe dovuto distruggere in base alla delibera della precedente consiliatura e che invece saranno in parte digitalizzati da cinque detenuti e trasportati dall'ufficio al laboratorio informatico del carcere romano, da altri due. In particolare, si tratta di 595 fascicoli dell'Ufficio studi dal 1970 al 2002, 90 faldoni della Sezione disciplinare dal 1980 al 1990, 253 faldoni della Commissione antimafia dal 1985 al 2001 e di 2662 fascicoli personali dei magistrati, già fuori servizio nel periodo 1985-2001.
Un progetto seguito dalla Commissione di sorveglianza sugli archivi ricostituitasi a febbraio scorso e composta dal vicepresidente Csm, vicesegretario generale, un funzionario dell'Archivio di stato e uno del Ministero dell'interno. L' obiettivo è quello di ridurre il materiale cartaceo del Consiglio e creare opportunità lavorative per i detenuti nel laboratorio informatico dell'istituto romano come già avvenuto per un analogo progetto relativo alla digitalizzazione dei documenti del tribunale di sorveglianza di Roma.
L'importo complessivo del progetto, pari a 43.130 euro, è quasi interamente a carico del Csm e servirà a finanziare la formazione, il pagamento degli stipendi dei detenuti e l'acquisto di cinque scanner in sostituzione dei vecchi già in dotazione a Rebibbia. Per parte sua, il ministero della giustizia, attraverso la Cassa delle ammende sostiene la spesa di 780 euro per l'acquisto di carburante e materiale di cancelleria.
Un'intesa inter-istituzionale tra il Consiglio superiore della magistratura e il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria la cui fase di realizzazione è affi data alla Direzione della Casa circondariale di Rebibbia Nuovo Complesso su cui per ora vige il più assoluto riserbo visto che né il Csm né il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria hanno fornito maggiori ragguagli in merito.
L'unica fonte di riferimento è la delibera che appare sul sito del Consiglio all'indirizzo www.csm.it, dal titolo "Progetto di de materializzazione dei documenti del Consiglio superiore della magistratura situati presso l'immobile di proprietà dello stato sito in Roma, viale Trastevere". Ed è lo stesso testo della delibera che cita la creazione all'interno del carcere di Rebibbia di "una struttura organizzata per l'informatizzazione dei dati cartacei attraverso la scannerizzazione dei documenti".
"Questa attività", è scritto nel documento, "oltre che portare a una significativa professionalizzazione del settore, successivamente spendibile all'esterno, ha permesso di dare lavoro negli anni a molti detenuti creando nella struttura un'attività consolidata che, in via permanente, può garantire quei servizi ad altre amministrazioni pubbliche e private".
Ed ecco come funzionerà il servizio a cui si vuole evidentemente dare un profilo tecnico di lungo respiro: due detenuti ammessi al lavoro esterno trasporteranno i faldoni dall'archivio di viale Trastevere a Rebibbia per poi restituire i documenti in digitale al Csm. Digitalizzazione che avverrà su supervisione del Consiglio Superiore da parte dei restanti cinque detenuti formati sui programmi software di scansione e indicizzazione dello stesso Consiglio mentre il controllo di garanzia sulla riservatezza dati sarà congiunto, con la partecipazione sia del personale Dap - Dipartimento amministrazione penitenziaria sia del Csm.
di Franco Alberti*
Sole 24 Ore Sanità, 21 aprile 2015
Nella Casa di reclusione di Massa sono state introdotte due importanti novità. L'istituto penitenziario è il primo in Italia che sta consentendo ai detenuti di scegliersi il medico di fiducia e che sta dando ai familiari l'opportunità di monitorare il loro stato di salute attraverso uno sportello informativo.
In analogia a quanto succede per il cittadino libero, che può scegliere il medico di fiducia dall'elenco dei medici presenti che non hanno raggiunto il numero limite massimo degli assistiti, dal primo dicembre scorso, a Massa, è possibile effettuale una prima e seconda scelta di un medico, in base alla disponibilità dello stesso, fra gli otto medici operanti nel penitenziario. Così, all'interno del carcere, anche il detenuto conosce anticipatamente giorni e orari stabiliti d'ambulatorio al pari del cittadino libero.
Una importante novità nello scenario generale che vede all'interno degli istituti penitenziari operare più medici, obbligando la persona costretta al momento del bisogno, urgente o meno, a rivolgersi al medico presente di turno. Quest'organizzazione non permetteva una continuità della cura in quanto era leso, come riferito dal Comitato nazionale di bioetica, il diritto alla continuità della cura; inoltre, mancava completamente quel rapporto medico-paziente raccomandato più volle dall'Oms anche in ambito detentivo.
A Massa, a distanza di tre mesi, da una prima verifica effettuata, si e tonnato un rapporto di fiducia medico-paziente che ha contribuito a una maggiore appropriate/za diagnosti-co-tcrapeutica e ha portato non solo soddisfazione agli utenti, ma anche un risparmio di tipo economico.
Altra rilevante introduzione è stata l'istituzione di uno sportello informativo sanitario, attualmente funzionante due giorni al mese e su appuntamento, al quale possono rivolgersi i parenti o gli aventi diritto per notizie sanitarie, naturalmente a seguito di un consenso scritto da parte del diretto interessato.
Un reale cambiamento rispetto a quanto previsto in precedenza, visto che solo il soggetto detenuto ha diritto d'accesso alla propria documentazione sanitaria in qualsiasi momento mentre purtroppo esiste un vuoto informativo sanitario che riguarda invece i parenti o gli altri soggetti aventi diritto.
Non conoscere le condizioni di salute, in taluni casi, può portare a tristi risvolti e per ovviare a questa mancanza a Massa si è deciso di percorrere una strada diversa. Il locale che ospita lo sportello viene messo a disposizione dalla Direzione del carcere e si trova all'esterno del carcere stesso; le notizie al momento sono fomite direttamente dal responsabile sanitario del presidio, ma in un prossimo futuro saranno fornite dallo stesso medico di riferimento del paziente.
Grazie alla fattiva collaborazione tra chi scrive e la Direzione della casa di reclusione di Massa, queste due iniziative sono state oggetto, prima della loro attuazione, di un confronto con la popolazione ristretta nella Casa di Reclusione. Le novità introdotte sono state condivise e valutate con gli stessi detenuti, durante incontri "ad hoc" dove sono stati raccolti suggerimenti, che li hanno visti particolarmente partecipi. Questi due progetti, che fanno da apripista in Italia nel miglioramento dell'assistenza sanitaria dei detenuti, si inseriscono dopo la riforma della sanità penitenziaria, un'innovazione importante perché ha aperto le porte del carcere a una istituzione, quella sanitaria, il cui mandato primo e unico è la promozione della salute della persona e la sua tutela della salute come paziente,
L'uguaglianza nel diritto alla salute fra detenuti e liberi non significa solo uguaglianza nell'offerta di servizi sanitari. Una buona rete di servizi sanitari è uno strumento necessario, ma non sufficiente, per raggiungere l'uguaglianza dei livelli di salute: ai detenuti va offerta, infatti, l'opportunità dell'accesso al bene salute, tenendo conto delle notevoli differenze di partenza nei livelli di salute, nonché delle particolari condizioni di vita in regime di privazione della libertà, che di per sé rappresentano un ostacolo al conseguimento degli obiettivi di salute. Queste due innovazioni, nella loro semplicità, contribuiscono quindi a incrementale una logica di continuo miglioramento della gestione della salute "dietro le sbarre", pur rappresentando solo l'inizio di una vera rivoluzione culturale da parte di tutti, in particolare degli operatori sanitari (e non) che vi operano con dedizione.
* Responsabile Presidio distrettuale Asl Massa-Carrara "istituto Penitenziario"
La Provincia, 21 aprile 2015
Tensione senza fine nel penitenziario, nuova denuncia del Sappe. Sembra davvero non avere fine la spirale di tensione e violenza che caratterizza ormai da mesi il carcere di Cremona, da tempo al centro di eventi critici e delle critiche sindacali del Sappe, l'organizzazione più rappresentativa dei baschi azzurri.
"Questa mattina (lunedì 20 aprile, ndr) - si legge nella nota diffusa dal segretario generale del Sappe, Donato Capece - un detenuto straniero si è ferito. Il tempestivo intervento degli agenti di servizio ha impedito che la situazione degenerasse. A seguire si sono rese necessarie le cure dell'uomo presso l'infermeria, ma non è finita lì. Lo stesso detenuto, rientrato in cella, ha dato fuoco a quel che aveva nella sua camera detentiva. Poteva essere una strage.
Fiamme e fumo hanno invaso la cella e la sezione, ma proprio il tempestivo intervento dei poliziotti penitenziari ha scongiurato conseguenze drammatiche. Il fumo era denso e pericoloso, tale da determinare anche grida di allarme da parte degli altri detenuti, e i poliziotti sono stati eroici nel loro comportamento. Si è reso necessario far evacuare la sezione detentiva. Cinque poliziotti sono rimasti intossicati e sono dovuti ricorrere alle cure ospedaliere. Poteva essere una tragedia, sventata dal tempestivo intervento dei poliziotti penitenziari di servizio nel Reparto e dal successivo supporto dei loro colleghi. Sono stati momenti di grande tensione. Sono stati bravi i poliziotti a intervenire tempestivamente, con professionalità, capacità e competenza".
Secondo Capece, "questo gravissimo episodio è sintomatico di una tensione detentiva che noi denunciamo da tempo. Da mesi segnaliamo le criticità interne al carcere, dove evidentemente la situazione sembra sfuggire di mano a direttore e comandante del reparto di polizia penitenziaria, che evidentemente hanno improntato una organizzazione del lavoro e una quotidianità penitenziaria fallimentare sotto il punto di vista della sicurezza e della rieducazione trattamentale".
Il Sappe torna così a chiedere, "nell'indifferenza dell'amministrazione penitenziaria, una ispezione ministeriale e l'allontanamento da Cremona di direttore e comandante della polizia penitenziaria". Nel 2014 - ricorda Capece - nella casa circondariale di Cremona si è registrato un numero di atti di autolesionismo (120) maggiore di quelli del penitenziario di Milano San Vittore (46), che però ha quasi il triplo dei detenuti. "Le responsabilità di direttore e comandante per quel che da mesi avviene in carcere a Cremona mi sembrano palesi e mi sorprende - conclude Capece - che l'amministrazione penitenziaria non adotti adeguati provvedimenti".
di Massimo Mugnaini
La Repubblica, 21 aprile 2015
Una detenuta di 40 anni del carcere fiorentino di Sollicciano ha appiccato il fuoco alle suppellettili della propria cella e un ispettore e cinque guardie carcerarie sono rimaste intossicate dal fumo. Lo rende noto il sindacato Osapp (Organizzazione sindacale autonoma di polizia penitenziaria). La detenuta voleva protestare contro il suo prossimo ricovero in una Rems (residenza esecuzione misure sicurezza). Durante le difficoltose operazioni di spegnimento delle fiamme, afferma il sindacato, viste anche le disfunzioni del sistema antincendio, un ispettore e 5 agenti femminili sono rimasti intossicati dal fumo.
Le cinque agenti, una delle quali in condizioni particolarmente gravi, e due detenute hanno dovuto ricorrere alle cure ospedaliere. "Si tratta dell'ennesimo gravissimo episodio interno alla casa circondariale di Sollicciano dove purtroppo - afferma il segretario dell'Osapp Leo Beneduci -. Di fronte a tanta ingiustificata non curanza, come sindacato non ci resta che chiedere che il direttore e il provveditore regionale siano sottoposti ad accurate indagini ispettive in sede ministeriale intese ad accertarne le responsabilità rispetto a condizioni di continuo reale e grave rischio per il personale, per l'utenza e per l'intera collettività".
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