Ansa, 20 aprile 2015
Visita alla Casa circondariale di Brissogne (Aosta) del sottosegretario alla giustizia, Cosimo Maria Ferri. Con lui c'era anche il presidente dei giovani industriali Marco Gay. Al centro della loro attenzione ci sono state le attività lavorative e imprenditoriali che si svolgono nella struttura penitenziaria, in particolare una lavanderia, un panificio e la produzione di miele.
"Il lavoro nei nostri istituti di pena - ha commentato il sottosegretario Ferri - consente ai detenuti di acquisire delle abilità che potranno essere spese una volta scontata la pena riducendo il rischio di recidiva e favorendo il loro reinserimento nella società". Secondo Ferri, "è importante da una parte garantire la retribuzione dei detenuti-lavoratori, ma dall'altra garantire altresì che lo Stato possa recuperare le spese processuali e di mantenimento nelle strutture carcerarie".
www.palermotoday.it, 20 aprile 2015
La Cgil Funzione Pubblica di Palermo, il Sippe (sindacato polizia penitenziaria), l'AD&T (associazione diritti e tutele) e altre associazioni della società civile, si sono date appuntamento a Palermo, per domani dalle 11 alle 14 nel piazzale antistante il carcere dell'Ucciardone per denunciare "la crisi del sistema penitenziario siciliano ed in particolare quella del carcere dell'Ucciardone". Per le organizzazioni "gli operatori penitenziari operano in condizioni degradanti".
"Dal 2011 ad oggi i vertici dell'amministrazione penitenziaria siciliana - spiegano - non hanno garantito condizioni lavorative compatibili con i parametri costituzionali e con quelli dello statuto dei lavoratori. Il personale lavora in ambienti insalubri, saturi di umidità, invivibili sia in estate per l'assenza di condizionamento che in inverno per l'inadeguato riscaldamento, laddove i poliziotti penitenziari tentano di sopravvivere nei periodi invernali con vetuste stufette elettriche quando funzionano. Impressionanti sono anche le condizioni igieniche e di sicurezza, completamente carenti, con cui il personale deve quotidianamente confrontarsi. Appare superfluo a questo punto evidenziare la presenza di un profondo malcontento e di gravi problemi in seno alla Polizia Penitenziaria. La carenza di personale, il trattamento degradante a cui viene sottoposto, l'inesistenza di qualsiasi misura di sicurezza volta a tutelarlo, la vergognosa condizione dei luoghi in cui opera, la "sospetta" organizzazione del lavoro che determina giornalmente una disparità di trattamento, creando quindi una situazione allarmante nel carcere borbonico di Palermo. La turnazione del personale ovviamente non rispetta la norma, i turni mensili non vengono programmati (tranne per un ristretto gruppo di persone che operano all'interno di un reparto).
I "soliti" dipendenti non prestano mai servizio durante i festivi, contrariamente a quanto disposto dagli accordi che ne prevede l'obbligatorietà. L'assenza del servizio mensa costringe il personale, costretto a lavorare anche dieci ore, a consumare un semplice panino quando però il bar interno è aperto. La presenza di manufatti in cemento amianto nel carcere dell'Ucciardone rappresentano un attentato alla salute dei lavoratori e a quella dei detenuti.
"Massima comprensione - proseguono - per chi sconta una pena detentiva ma come in Italia spesso accade, si dà eccessiva priorità a situazioni rispetto ad altre che ugualmente, se non maggiormente, sono bisognose di tutela... non fosse altro che la Polizia Penitenziaria si trova a dover scontare e subire in carcere un trattamento inumano e degradante, senza avere mai commesso un delitto ma solo al fine svolgere il proprio lavoro. Quanto appena descritto non riguarda lo stato dei luoghi in cui si trovano a scontare la pena i prigionieri delle carceri Turche, bensì la condizione in cui si trovano a lavorare i dipendenti statali del Carcere dell'Ucciardone di Palermo, in Italia".
"La sicurezza e la dignità del lavoratore - concludono - così come costituzionalmente protetti e garantiti, vengono sistematicamente oltraggiati dal datore, ossia lo Stato stesso e proprio in un ambiente dove questo dovrebbe di converso promuovere se non addirittura reclamizzare la propria autorità e la propria efficienza. Manifestiamo anche perché bisogna eliminare gli sprechi per aumentare le risorse disponibili per la sicurezza dei cittadini. Il comparto sicurezza del quale fa parte anche il corpo di polizia penitenziaria, ha subito negli ultimi anni dei pesanti tagli di risorse, peggiorando la situazione delle forze dell'ordine che hanno invece bisogno di maggiori strumenti per garantire la sicurezza sociale.
Occorre razionalizzare i servizi, rimodellare le strutture e aumentare gli stipendi, attraverso una riforma delle forze di polizia ed in particolare del Corpo di Polizia Penitenziaria, così da rendere più efficiente l'assetto attuale. I sindacati e le associazioni manifestano perché nel corso del tempo innumerevoli sono stati gli appelli, le denunce, le richieste ed i tentativi di sensibilizzazione rivolti a chi detiene la pubblica responsabilità nonché il dovere giuridico e morale di porre rimedio ad una realtà non più sopportabile, ma che ha ritenuto superfluo intervenire, procrastinando ad infinitum una situazione di pericolo nonché di degrado che all'oggi, nell'inerzia e nell'imperante irresponsabilità degli organi di controllo, pare letteralmente al collasso e difficilmente rimediabile".
www.catanzaroinforma.it, 20 aprile 2015
Iniziativa curata da Mario Sei e dal soprano Giovanna Massare. Portare anche la musica lirica in un carcere sembra insolito, eppure il successo e l'apprezzamento da parte dei circa 150 detenuti di Alta sicurezza ha dimostrato che anche la musica, per certi versi considerata d'élite e comunque per intenditori, entusiasma tutti e soprattutto emoziona.
Con questo intento l'amministrazione della casa circondariale di Catanzaro, nella persona del Direttore - Angela Paravati - di concerto con Mario Sei, assistente volontario presso la struttura, ha organizzato un evento cosi importante e di alta qualità musicale. Il teatro collocato all'interno del carcere quasi per incanto si è trasformato in un piccolo "teatro dell'opera", con un programma degno di grandi palcoscenici che certamente resterà nella memoria sia dei detenuti che in maniera composta hanno assistito a circa due ore di repertorio, ma anche nella memoria degli stessi artisti che porteranno il ricordo di un'esperienza davvero significativa.
L'evento si è avvalso della presenza ed organizzazione del maestro Giovanna Massara, noto soprano catanzarese, la quale ha curato il programma, attenta a ricercare brani ed arie che, nel corso della kermesse, potessero gradualmente "avvicinare" gli spettatori detenuti verso il canto lirico, passando per brani di musica sacra e classica. Presenti anche il maestro Amedeo Lobello, docente di pianoforte e sassofono al Conservatorio e due giovani talenti, che alle spalle hanno già diverse esperienze anche a carattere regionale e nazionale, Laura Screnci, vincitrice della VIII^ edizione di "Una voce per lo Jonio" e Giuseppe Froio, cantattore in diversi musical.
Oltre al bel canto non sono mancati anche altri momenti altrettanto entusiasmanti grazie alla lettura di alcune poesie a cura dei detenuti attori che da tempo sono impegnati in un laboratorio teatrale con lo stesso Mario Sei e già vincitori di alcune poesie in concorsi nazionali in ambito carcerario. Tante le arie d'opera che sono state interpretate da Giovanna Massara, tra cui Casta Diva ed Un bel di vedremo e poi ancora Laura Screnci che ha eseguito Seguidilla e Habanera (Carmen-Bizet) e Giuseppe Froio che ha cantato Nessun Dorma, oltre ad alcuni brani di Andrea Bocelli.
Tanti i brani di musica classica, tra cui due famosissimi brani del premio oscar Ennio Morricone e due emozionanti Ave Maria, rispettivamente di Schubert e di Gounod. Amedeo Lobello ha accompagnato magistralmente oltre al soprano, anche la lettura delle belle ed intense poesie, scritte dai detenuti Pasquale, Giovanni e Francesco e lette, tra gli altri anche da Davide, che presto sarà tra i protagonisti della rappresentazione teatrale dal titolo "Riprovare", scritta e diretta da Mario Sei. Con The Prayer i quattro artisti si sono congedati con l'augurio, cosi come dice il testo di questa famosissima canzone, che si possa sognare un mondo senza più violenza... un mondo di giustizia e di speranza.
Il direttore della struttura, Angela Paravati, non perde mai occasione di portare oltre i muri e decine di cancelli eventi di qualità, che consentano ai detenuti di "conoscere" realtà che esprimono positività, modelli da imitare, artisti che volontariamente decidono di regalare emozioni a chi non ne avrebbe diversamente la possibilità, se non attraverso l'immaginazione. Gli artisti sono stati premiati con alcuni oggetti in ceramica, creati e decorati a mano per l'occasione da alcuni detenuti e da un decoratissima e gustosissima torta, preparata da alcuni detenuti pasticcieri, donata al soprano Giovanna Massara con tanto di note musicali e nome di questa brava artista calabrese.
Corriere dell'Umbria, 20 aprile 2015
È già al completo la cena Golose Evasioni prevista il 22 aprile. Si tratta di un evento specialissimo, che si tiene nel carcere di Capanne di Perugia, giunto alla terza edizione e organizzato dalla cooperativa sociale Frontiera Lavoro con la direzione del complesso penitenziario e in collaborazione con l'Unione regionale cuochi umbri (sezione umbra della Federazione italiana cuochi).
Protagonisti assoluti della serata sono i ragazzi della sezione maschile che hanno seguito il corso per diventare "Addetto alla cucina" del progetto "Intra: azioni integrate per la transizione al lavoro delle persone detenute" finanziato dalla Provincia. Il ricavato della serata sarà destinato a ulteriori progetti di sensibilizzazione al reinserimento socio-lavorativo in loro favore. A quello che è ormai diventato uno degli appuntamenti più attesi e partecipati del Perugino prendono parte anche ospiti illustri come Giancarlo Polito, uno dei più importanti chef del panorama della ristorazione italiana, che coordinerà i ragazzi nella preparazione del menù studiato per la serata. E non finisce qui; ad allietare il convivio la partecipazione di Gabriele Mirabassi e Roberto Taufic, rispettivamente clarinettista e chitarrista di fama internazionale.
di Elisabetta Longo
Tempi, 20 aprile 2015
Durante il periodo dell'esposizione, nel giardino del penitenziario milanese prende vita un progetto che coinvolge le carcerate. Expo toccherà ogni zona di Milano. Quello che, però, nessuno si aspetterebbe è che entrerà anche all'interno del carcere di San Vittore. Saranno le detenute stesse della casa circondariale a invitare gli ospiti grazie al progetto "Libera scuola di cucina" di A&I Onlus, una cooperativa sociale che si occupa di sostenere il lavoro in contesti di fragilità.
La A&I Onlus, nata nel 1998, porta avanti il progetto "Libera scuola di cucina" dal 2012, e già l'anno scorso ha realizzato eventi aperti al pubblico di San Vittore, come spiega a tempi.it la responsabile dell'attività, Marina De Berti: "Noi non forniamo catering o servizi legati al cibo, ma siamo un'unità formativa permanente all'interno del carcere, sia con la "Libera scuola di cucina", riservata alle detenute donne, sia con il corso formativo per barman e assistenti di sala, riservato ai detenuti uomini. Il nostro obiettivo è rendere utile quel tempo di attesa che i carcerati di entrambi i sessi devono scontare a San Vittore, che molto spesso è solo un luogo di passaggio. Anche un periodo di transizione può diventare un'esperienza formativa. Abbiamo scelto il tema della ristorazione perché non servono tempi troppo lunghi per acquisire delle conoscenze".
Le lezioni in cucina sono tenute dallo chef Stefano Isella. Si impara a spadellare, a impiattare, a scegliere gli abbinamenti tra cibi, a capire i tempi della cucina. Ma soprattutto ad accogliere gli ospiti, perché non ci sarebbe la cucina se non ci fossero attendenti in sala: "Nella primavera dell'anno scorso abbiamo organizzato degli "Aperitivi", e li organizzeremo anche quest'anno, per tutta la durata dell'Expo, nei giardini del carcere.
Sul nostro sito sarà possibile registrarsi, per un massimo di 40 persone alla volta, e chi verrà potrà fare un'esperienza ben più ricca di un semplice happy hour. I visitatori saranno accompagnati in un giro per il carcere, sarà spiegato loro come funziona l'organizzazione al suo interno, potranno conoscere le detenute e le poliziotte penitenziarie che ci aiutano.
Dopo questa doverosa introduzione, gli ospiti potranno rifocillarsi con quanto realizzato dalle ragazze. Chiediamo a tutti una donazione di 20 euro, come se si stessero ordinando due cocktail in un locale milanese. Ma quei 20 euro varranno molto di più, perché non prendiamo finanziamenti pubblici, e le donazioni serviranno per pagare il cibo ma anche a finanziare le spese stesse del carcere. Noi lo chiamiamo "il tesoretto", e serve laddove i finanziamenti pubblici non arrivano, per comprare beni di prima necessità per le detenute".
Per la serata inaugurale dell'Expo, il 1° maggio, nel carcere milanese sarà organizzato un evento speciale. Sarà infatti proiettata, in contemporanea con il Teatro della Scala, la prima dell'opera Turandot. A occuparsi del catering di benvenuto saranno le ragazze di "Libera scuola di cucina", molto emozionate all'idea: "Mi dicono sempre che non vedono l'ora che arrivi il periodo degli Aperitivi. È molto importante per loro confrontarsi con persone esterne, è come se incontrassero il futuro che le aspetterà una volta uscite".
Un aiuto importante nello svolgimento delle attività è dato dalle poliziotte penitenziarie: "È profondamente errato chiamarle "guardie", visto che fanno ben più di aprire o chiudere un cancello a chiave. Sono esse stesse parte attiva della "Libera scuola di cucina". Basta vedere con quanto impegno curano l'organizzazione degli eventi. Se non fosse per la divisa, non si distinguerebbe una detenuta da una poliziotta, mentre spostano tavoli e sedie per i preparativi".
Spesso le detenute sostano a San Vittore per poco tempo, perciò A&I ha studiato una rotazione e un attestato da conseguire in poche lezioni. Bastano cinque ore di frequenza per dimostrare di avere appreso delle conoscenze, utili per il "dopo". Dal 2012 a oggi "Libera scuola di cucina" ha formato 40 detenute. Sono loro stesse a riconoscersi una nuova identità, fin dalla prima ora di lezione frequentata. Perché indossare il grembiule le rende donne nuove, pronte a rimettersi in gioco: "Quando penso alle ragazze che ho conosciuto, me ne viene sempre in mente una in particolare. Desiderosa di imparare, ligia ai suoi compiti, questa detenuta ha ottenuto in breve tempo l'attestato. Grazie al nostro impegno, un ristoratore del centro di Milano le aveva assicurato un lavoro part time come cameriera e, grazie alla rete di social housing, eravamo riusciti a trovarle una sistemazione.
Tutto sembrava volgere verso un futuro migliore, ma il giorno in cui ha varcato il cancello di San Vittore è arrivata la Polizia a prenderla, per trasferirla al Centro di accoglienza a Tor Vergata, a Roma, per una questione di problematiche legate al suo Paese d'origine. Il futuro dell'ex detenuta è svanito in un attimo, e questo perché non c'è ancora sufficiente dialogo tra le istituzioni italiane. Invece dovremmo lavorare tutti per un unico obiettivo, quello di rispettare l'articolo 27 della Costituzione, che sottolinea l'importanza della rieducazione del condannato".
di Vittorio Zucconi
La Repubblica, 20 aprile 2015
Bufera sugli investigatori americani. I controlli sospetti hanno ingiustamente mandato a morte 32 persone. Morire per un capello, nell'illusione della pseudoscienza investigativa piegata agli imperativi della politica e di indagini che devono produrre un colpevole a tutti i costi e persino ucciderlo: è la morale raggelante della scoperta che l'Fbi ha sopravvalutato, male interpretato o addirittura truccato per anni migliaia di "prove" costruite sull'esame dei capelli.
Prima che la genetica smentisse, con gli esami del Dna, decine di sentenze rivelando l'innocenza dei condannati, il Federal Bureau of Investigation aveva individuato nei capelli trovati sui luoghi del delitto, più attendibili delle controverse impronte digitali, una della direttissime per identificare i responsabili. Ma dopo un riesame minuzioso condotto dalla Associazione Nazionale degli Avvocati Difensori, la Nacdl, e dal "Progetto Innocenza", emerge che l'Fbi ha barato quasi sempre a favore dell'accusa utilizzando l'esame microscopico dei capelli. Trentadue imputati furono condannati a morte e quattordici di loro giustiziati, sulla base di queste presunte prove truccate.
L'espressione che l'inchiesta condotta sui processi prima del 2000 e pubblicata ieri dai media americani come il Washington Post è volutamente cauta, per non creare l'impressione che la massima agenzia investigativa del governo federale e la sola nazionale bari al gioco terribile della verità giudiziaria: l'Fbi ha overstated, si dice, ha esagerato, ha sopravvalutato le evidenze probatorie cercate con il microscopio nei capelli e nei peli sui luoghi del delitto, offrendo agli investigatori, all'accusa, alle giurie popolari certezze che certezze non erano.
Ma le parole non possono cambiare i numeri che sono raggelanti. Nei 268 casi nei quali i capelli sono stati usati contro l'imputato l'Fbi ha portato in dibattimento prove che non erano prove, elementi fasulli. Nel 95 per cento dei casi studiati, l'errore è andato a favore dell'accusa, contribuendo alla sentenza di colpevolezza. Soltanto raramente l'errore, che sempre e comunque è possibile, ha portato all'assoluzione. Sono dati, comunque parziali perché ancora le polizie e le procure della repubblica rifiutano di aprire gli archivi su 1200 processi, che tendono a confermare il classico sospetto di ogni avvocato difensore e di ogni imputato, che la macchina investigativa, l'apparato della Giustizia siano costruiti intenzionalmente non per portare alla determinazione della colpevolezza o della non colpevolezza, ma per raggiungere a ogni costo una sentenza di condanna.
L'Fbi, che dopo i decenni della implicita, autocratica certezza di infallibilità che il suo creatore e zar, J. Edgar Hoover aveva creato con instancabile propaganda, ha risposto, insieme con il Ministero della Giustizia, che il Bureau, come tutti i magistrati inquirenti e i tribunali "sono fortemente impegnati a perfezionare e rendere ancora più accurate le analisi dei capelli, così come l'applicazione di tutte le scienze forensi ". Mentre tutti i condannati in processi basati sull'esame dei capelli saranno informati dei possibili errori giudiziari. Un impegno che sarà di poco conforto per i quattordici uomini già passati attraverso le camere della morte nei penitenziari.
La rivelazione, che si aggiunge alle vicende di detenuti, alcuni addirittura da anni nei bracci della morte, scagionati completamente dai nuovi test sul Dna, non certifica la fallibilità dei test sui capelli, ma fa di peggio: insinua il dubbio che l'Fbi, come le Procure, le polizie, la pubblica accusa giochino a carte truccate pur di ottenere prima l'incriminazione e poi la condanna dell'accusato. E così giustificare davanti a elettori che chiedono "giustizia" indagini e celebrazioni di processi, valutate positivamente soltanto se portano a una condanna. I prosecutor, i magistrati dell'accusa, sono misurati in funzione delle sentenze di colpevolezza che riescono a ottenere.
Il principio del dubbio pro reo, che deve valere nelle aule di giustizia quando il procedimento è pubblico, non vige nei laboratori delle analisi scientifiche dove, se questi dati sono concreti, sembra funzionare l'esatto opposto: nel dubbio, si va contro il presunto reo. Un dubbio che apre un altro, amarissimo capitolo nell'amministrazione della Giustizia anche nelle nazioni apparentemente più garantiste e rispettose dei diritti dell'accusato e dell'imputato. Che siano i soldi e non la scienza ha determinare l'esito di un procedimento.
Nel sospetto che anche le prove e gli indizi qualificati con la solennità della scienza siano piegati alla soggettività di chi investiga e conduce l'accusa "nel nome del popolo", la difesa deve ricorrere a controanalisi e controperizie capaci di confutare, o almeno di mettere in discussione le conclusioni degli accusatori. Un diritto che ha un enorme e ovvio limite nei costi: non tutti gli imputati possono permettersi le batterie di contro analisi forensi e quelli che non possono si devono affidare al lavoro di agenzie governativa teoricamente al di sopra delle parti. Una semplice, quanto evidente spiegazione del perché sia molto più facile mandare in carcere o al patibolo i poveri e sia più facile scampare, per i ricchi. Eppure anche i meno ricchi pagano le tasse che finanziano il lavoro dei funzionari governativi che li trascinano in carcere tirandoli per i capelli.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 19 aprile 2015
Scongiurata l'emergenza in Veneto, entra nel mirino l'alta sicurezza di Rebibbia: in molti rischiano di essere spostati. La sezione dell'alta sicurezza di Padova non si deve chiudere. A ribadirlo - tramite una nota inviata al capo del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria e resa pubblica dalla redazione di Ristretti Orizzonti - è stata la dottoressa Aurea Dissegna, il Pubblico Tutore dei minori e Garante delle persone ristrette nelle libertà personali del Veneto.
di Astolfo Di Amato
Il Garantista, 19 aprile 2015
Due recenti decisioni della Corte di Strasburgo hanno avuto uno spazio molto ampio nelle cronache italiane recenti: quella sulle violenze nella caserma Diaz in occasione del G8 di Genova e quella sul caso Contrada e sulla indeterminatezza del reato di concorso esterno m associazione mafiosa Si tratta di due sentenze che hanno rafforzato l'idea, sempre più diffusa, che a fronte della mancanza di sensibilità dei giudici italiani al tema del rispetto dei diritti fondamentali, via sia comunque un Giudice a Berlino (anzi a Strasburgo) capace di dare giustizia a tutti.
di Vincenzo Vitale
Il Garantista, 19 aprile 2015
Fa un certo effetto contemplare il dottor Bruti Liberati e il dottor Pignatone, rispettivamente Procuratore della Repubblica di Milano e di Roma, dialogare insieme davanti a giornalisti e telecamere, proponendo modifiche, integrazioni, aggiustamenti di vario genere al disegno di legge sulle intercettazioni. E ciò non perché non siano bravi o perché non siano interessanti o convincenti le loro osservazioni o, ancora, perché debbano essere estromessi dal dibattito pubblico per una qualche oscura motivazione.
di Pietro De Leo
Il Tempo, 19 aprile 2015
E intanto alcuni pm vorrebbero impedire la pubblicazione dei verbali sui giornali.
Non sorprende che una parte della stampa si stracci le vesti, gridando al "bavaglio", di fronte alle proposte come quella dei due procuratori Pignatone (Roma) e Bruti Liberati (Milano) per mettere fine all'orgia della diffusione mediatica delle intercettazioni.
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