di Carmelo Musumeci
Ristretti Orizzonti, 18 aprile 2015
Molti miei compagni saranno probabilmente "deportati" e gettati, "come spazzatura umana", in altri carceri perché nel carcere di Padova sarà chiusa la sezione di "Alta Sicurezza". Mi ha colpito la loro poca voglia di lottare e penso che l'Assassino dei Sogni lo fa apposta, perché più un prigioniero è messo male e meno problemi produce. Probabilmente sanno che se tu metti una persona nella condizione di poter solo sopravvivere è difficile che poi possa pensare a qualche cos'altro. (Diario di un ergastolano: carmelomusumeci.com).
di Luigi Manconi
Left, 18 aprile 2015
All'articolo 1 della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, si legge: "Il termine tortura indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti a una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine segnatamente di ottenere da essa o da una terza persona informazioni o confessioni, di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso o è sospettata aver commesso, di intimorirla o di far pressione su di lei o di intimorire o di far pressione su una terza persona, o per qualsiasi altro motivo fondato su qualsiasi forma di discriminazione, qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale, o su sua istigazione, o con il suo consenso espresso o tacito".
di Antonietta Denicolò (Componente Giunta Unione Camere Penali)
Il Garantista, 18 aprile 2015
Dopo il plauso, con diversi toni espresso per salutare l'ingresso, seppur tardivo, del reato di tortura nel nostro ordinamento, la dovuta attenzione alla tutela dei diritti di ogni singolo cittadino ed il doveroso sguardo d'insieme delle disposizioni tanto codificate, quanto normative in genere, impone a noi, operatori di diritto, di interrogarci, con laica serenità, in punto alla coesistenza nel nostro sistema del neonato reato di tortura con il mantenimento e la frequente applicazione del regime custodiate disciplinato dall'art. 41 bis dell'ordinamento penitenziario.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 18 aprile 2015
Il ddl torna da martedì prossimo in commissione Giustizia per il sì definitivo. Il presidente sprona i senatori: "Testo perfettibile ma gli italiani aspettano da troppo tempo". Amnesty Italia festeggia i 40 anni chiedendo il "reato subito". Torna in Senato per la seconda volta, e forse per l'ultima fase dell'iter di approvazione, il ddl che introduce il reato di tortura nell'ordinamento italiano. All'ordine del giorno dei lavori della commissione Giustizia di martedì e mercoledì prossimi c'è la discussione generale del testo licenziato dalla Camera il 9 aprile scorso.
di Ilaria Giupponi
Left, 18 aprile 2015
Montecitorio si accontenta di un compromesso. Ma i giuristi attaccano il provvedimento approvato dalla politica: "Un testo dannoso che era meglio non avere".
A oggi il nostro Paese consente che il corpo di polizia torturi le persone. Lo Stato, che deve proteggere l'individuo, al punto da punire chi compie un tentato suicidio (perché non legittimato ad attentare alla propria vita), non punisce l'inflizione volontaria di sofferenza fìsica o mentale al prossimo.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 18 aprile 2015
Il deputato Baroni: "il gruppo di Trieste è mosso da motivi ideologici. Il problema è che le Rems sono state imposte attraverso un provvedimento di legge, senza nessun tipo di discussione".
Il Movimento 5 Stelle è contro l'alternativa agli ospedali psichiatrici perché pericolosi per la società e si scaglia contro il comitato Stop Opg perché, a detta sua, sono mossi da motivi ideologici. "C'è un problema fortemente ideologico dietro, - ha spiegato Massimo Baroni, deputato del Movimento 5 Stelle e portavoce alla Camera. per seguire un'ideologia molto forte, molto importante del gruppo di Trieste, Stop Opg, stiamo vedendo che, sì, è giusto prevedere delle piccole strutture a misura di uomo, ma c'è ed esiste il problema del fatto che non è mai stato affrontata la questione: le Rems sono state imposte attraverso un provvedimento di legge che non ha visto nessun tipo di discussione".
Poi il deputato continua : "Questo è un altro modo per creare una mangiatoia di denaro pubblico. E tutti gli indicatori vanno nella direzione di mettere in luce una filiera di appalti su queste residenze molto torbida", continua il deputato. "Le intenzione sono buone, ma la questione è stata gestita malissimo, perché non si è stati attenti al progetto con cui si voleva deistituzionalizzare questi pazienti, che sono, però, socialmente pericolosi, non solo a loro stessi, ma anche ad altri". Ma la polemica non finisce qui, perché secondo il deputato del Movimento 5 Stelle un problema altrettanto importante è quello degli appalti e intravvede la corruzione.
"Sembra che una delle Rems nel Lazio sia attenzionata dalla procura in merito all'appalto che è stato assegnato in regime d'urgenza, senza i controlli di routine volti a garantire che le ditte coinvolte siano senza macchia". Continua a spiegare il deputato Baroni: "Stanno facendo delle gare di appalto multiple: in un primo momento c'è un appalto per la costruzione di una prima struttura temporanea, in piedi per un anno, e all'interno della stessa gara di appalto rientra un secondo progetto per la costruzione della struttura permanente". Poi il deputato pentastellato aggiunge: "La prima struttura temporanea d'urgenza richiede una somma di denaro pubblico notevole per qualcosa di cui si usufruirà solo per un anno e nel frattempo si lavora alla costruzione della struttura permanente".
Per Baroni questo modo di procedere è indicativo di un utilizzo sbagliato del denaro pubblico. Il Movimento 5 Stelle sta cercando di capire il sistema utilizzato per la costruzione e la gestione delle Rems: "Almeno nel Lazio - dice sempre Baroni - l'urgenza viene data dal fatto che se non risulterà partire un numero minimo di Rems, queste verranno commissariate", quindi secondo Baroni ci sarà l'intervento di un commissario esterno per l'attuazione della messa in opera delle Rems, con la conseguenza diretta che le Regioni non avranno più la libertà di gestione dei fondi messi a disposizione per la creazione delle strutture, somma che, come sostiene il deputato, si aggirerebbe attorno al milione di euro. "Ci sono appalti molto sospetti, perché è stato fatto tutto in fretta, con pochissime persone a conoscenza delle modalità con cui sono stati affidati gli appalti e con subappalti che potrebbero essere fuorilegge", spiega ancora l'onorevole Baroni.
La Rems di Palombara Sabina (Roma), invece, è emblematica di un'altra problematica connessa alle strutture, quella legata alla sicurezza della comunità in cui le residenze vengono assegnate. La Rems di Palombara Sabina, ad esempio, è posizionata in un'ala dell'ospedale, "a 50 metri da una scuola, inserita nel contesto del paese e la comunità si è opposta a questa decisione", chiosa Baroni spiegando che a causa delle problematiche inerenti, la sicurezza verrebbe compromessa da una struttura del genere. Mentre il movimento cinque stelle polemizza contro i Rems perché - utilizzando le stesse polemiche di chi un tempo si opponeva alla chiusura dei Manicomi e quindi contro la legge Basaglia - li considera pericolosi contro la società libera, c'è chi chiede di vigliare affinché tutto si realizzi senza incertezze e ritardi.
Il comitato nazionale Stop Opg, impegnato dal 2011 per l'abolizione di questo istituto "inaccettabile per la sua natura", aveva già annunciato la mobilitazione ad oltranza per una dismissione che sia "senza proroghe e senza trucchi" e che non produca, come si teme, una miriade di "piccoli Opg". Ad un anno dal di di proroga firmato "con estremo rammarico" dall'ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, le regioni sembrano affrontare ancora una volta con difficoltà il superamento degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari. Arrancano Piemonte, Friuli Venezia Giulia, Puglia e Calabria secondo i dati di Stop Opg.
Le due strutture di Grugliasco e Biella apriranno solo dopo il primo settembre. E, invece, prevista per il 4 maggio l'apertura delle due Rems in provincia di Trieste e Pordenone. La regione Puglia metterà a disposizione a fine maggio 20 posti, mentre si protrarrà fino al primo luglio l'attesa per la residenza di Santa Sofia d'Epiro, in provincia di Cosenza.
Tra scadenze e ritardi si barcamenano più o meno tutte le regioni, fatta eccezione per il Veneto, che in polemica con soluzioni "raffazzonate", affronta il momento di transizione nella più completa impreparazione. L'assessore regionale alla Sanità Luca Coletto ha definito la sua regione "seria", anziché "inadempiente". "Il Veneto - aveva promesso Coletto -ha già individuato la sede e il progetto per la realizzazione di una nuova struttura definitiva con tutte le caratteristiche necessarie di sicurezza e di umanità". Il rischio, a cui va incontro la regione, è quello del commissariamento. Il sindaco di Roma Ignazio Marino, già Presidente della "Commissione parlamentare d'inchiesta per l'efficacia e l'efficienza del Servizio Sanitario Nazionale", si è dichiarato favorevole all'intervento di un "commissario che tolga alle regioni inadempienti il potere di indirizzo e di utilizzo delle risorse per la cura delle persone".
Reduce da un giro di ispezioni negli Opg disseminati sul territorio, Rita Bernardini, Segretaria di Radicali Italiani, era intervenuta al convegno "Ergastolo Bianco", denunciando il ricorso da parte di molte regioni a soluzioni temporanee, il relativo rilascio di licenze a privati e l'assenza di misure di controllo previste per le Rems. Per Francesco Saverio Moschetta, ex direttore dell'Ospedale psichiatrico di Teramo, città che ha ospitato il convegno tenutosi il 26 marzo scorso, il rischio è che lo psichiatra "si trovi in quella situazione di ambiguità per cui deve curare e insieme custodire". La legge n. 9 del 2012 prevede, infatti, l'esclusiva gestione sanitaria delle strutture e il confinamento delle forze dell'ordine all'esterno delle Rems, impegnate in un controllo perimetrale di vigilanza esterna. Il paradosso per Moschetta consiste nell'affidare ai medici strutture concepite per l'esecuzione delle misure di sicurezza detentive. A preoccupare la magistratura è, invece, la disposizione della legge 81 del 2014, che prevede la revoca delle misure di sicurezza per quegli internati che, anche se ritenuti pericolosi, abbiano "superato il limite massimo della pena edittale".
Il problema che si pone, secondo il Presidente del Tribunale di Teramo Giovanni Spinosa, è quello dell'organizzazione di una società, che a fronte delle nuove misure dovrà provvedere a "un'assistenza forte e coordinata" di tutela e controllo sul territorio. Nel complesso è forte la diffidenza con cui si guarda alle Rems, ma intanto si assiste alla chiusura definitiva degli ospedali psichiatrici giudiziari, luoghi di detenzione da troppo tempo dimenticati dalla sensibilità civile.
di Silvia Barocci
Il Messaggero, 18 aprile 2015
La proposta dei pm di Milano e Roma giudicata a Palazzo Chigi troppo blanda presto un incontro con Orlando. Meglio la proposta Gratteri, quella che vieta la trascrizione integrale delle intercettazioni nelle ordinanze e che è più severa con i giornalisti tanto da prevedere il carcere per coloro che pubblicano gli ascolti secretati.
Sembra che Matteo Renzi ritenga troppo blanda l'ipotesi avanzata dai procuratori di Roma e Milano, Giuseppe Pignatone e Edmondo Bruti Liberati. "C'è una partita che dobbiamo chiudere: è il tema delle intercettazioni", aveva detto il premier mercoledì scorso all'assemblea del gruppo Pd strappando l'applauso dei presenti. Anche se la partita si chiuderà solo in giugno, nell'entourage renziano si cominciano a soppesare le diverse proposte che, dopo l'ennesimo richiamo del Garante della Privacy Antonello Soro, stanno arrivando dagli stessi magistrati.
Con molti distinguo. Ad aver fatto breccia sarebbe la formula del procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Nicola Gratteri, a capo di una Commissione governativa di riforma della giustizia penale. Duecentocinquanta pagine che al capitolo ascolti riservano una modifica più soft di quella proposta dal pm di Venezia Carlo Nordio (vietate le intercettazioni nelle indagini ad eccezione di quelle preventive che, però, non hanno valore probatorio) ma senz'altro più dura di quella dei procuratori Bruti Liberati e Pignatone (per i pm resta tutto com'è ma si possono pubblicare solo le conversazioni riportate nelle ordinanze del giudice e non quelle agli atti dell'inchiesta, pena multe salate ai giornalisti e agli editori). Il presidente dell'Anni Rodolfo Sabelli non fa mistero di preferire quest'ultima ipotesi. Lo sforzo di sintesi dei diversi valori in gioco "non è semplice", ammette il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini.
Che Renzi dia ascolto a colui che per 48 ore fu Guardasigilli in pectore è cosa nota; che la proposta del pm di Reggio Calabria debba trovare un riscontro col ministro in carica è scontato. Gratteri e Orlando si incontreranno alla fine del mese. Nel frattempo si stanno studiando le diverse opzioni tecniche per tradurre subito in un articolato la delega sulle intercettazioni contenuta nel ddl di riforma del processo penale ora in commissione giustizia alla Camera.
Prendendo le mosse dalla proposta Gratteri, il governo punta a limitare nelle ordinanze del gip la pubblicazione integrale delle intercettazioni che può avvenire solo per sintesi. Il nodo politicamente più sensibile resta quello del carcere. Gratteri ha proposto un nuovo reato che va dai 2 ai 6 anni di carcere (trattandosi di una pena edittale superiore ai 5 anni gli indagati saranno intercettabili) per chi pubblica o diffonde le intercettazioni. Una pena senz'altro pesantissima, soprattutto in controtendenza con la depenalizzazione del reato di diffamazione a mezzo stampa.
di Francesco Damato
Italia Oggi, 18 aprile 2015
È la divisione da fare, più che quella fra giudici e pm, dice provocatoriamente Violante. Per evitare i processi in piazza con una sola campana.
Non ha tutti i torti, diciamo pure che ha tutte le ragioni, l'insospettabile Luciano Violante, già magistrato, già presidente della Commissione parlamentare antimafia, già presidente della Camera, già dirigente comunista e post-comunista, quando nella sua nuova veste di garantista a ventiquattro carati sostiene la necessità di separare le carriere non tanto dei pubblici ministeri e dei giudici quanto dei pubblici ministeri e dei giornalisti.
Almeno di quelli abituati a raccogliere e diffondere tutto ciò che esce dalle Procure e a imbastire contro indagati e imputati processi mediatici immediati, e sostitutivi di quelli veri, destinati a svolgersi dopo molto tempo e magari a non svolgersi neppure per l'archiviazione delle indagini.
Di colpo i capi delle Procure della Repubblica di Milano e Roma, Edmondo Bruti Liberati e Giuseppe Pignatone, sono precipitati dalle stelle alle stalle nella rappresentazione della cronista giudiziaria della Repubblica, Liana Milella, per avere osato sostenere, davanti alla commissione Giustizia della camera che i giornali dovranno e potranno pubblicare solo "quanto è contenuto nelle ordinanze di custodia", già abbondanti di loro per sapere delle imputazioni per le quali l'indagato è finito in manette, o agli arresti domiciliari.
Tutto il resto, "perfino le richieste del pubblico ministero, di solito più generose di dettagli, nonché le informative della polizia e i brogliacci delle intercettazioni, pur depositate per gli avvocati - scrive la Milella - non potranno finire sui giornali", almeno fino a quando non passeranno dalle scrivanie dei legali nelle aule dei processi.
Probabilmente, a essere separate dovrebbero essere anche le carriere, o i mestieri, degli avvocati e dei giornalisti, evitando che questi ultimi ne diventino i "trombettieri", per ripetere una immagine - quella appunto del trombettiere - di recente evocata autocriticamente da Vittorio Feltri, sul Giornale, per ricordare i propri rapporti nella stagione di Mani pulite con l'allora sostituto procuratore Antonio Di Pietro. Che aiutò generosamente Feltri a portare il suo Indipendente da 20 mila a 55 mila copie, ritardandone quella che lo stesso Feltri ha definito la destinazione "cimitero".
Gli avvocati sono una parte del processo, al pari dei pubblici ministeri. Hanno interessi opposti a diffondere notizie ai giornalisti, ma sempre interessi di parte, sempre a scapito di altri, magari incolpevoli, ma che intanto dovrebbero meritarsi la gogna, secondo un certo modo di fare informazione. Nella foga della delusione per le sortite dei capi delle Procure di Milano e di Roma, è sfuggita alla Milella la denuncia di una "rivoluzione nell'equilibrio esistito finora tra magistrati e giornalisti da una parte e politici dall'altra". L'equilibrio cioè della carriera unica dei magistrati e giornalisti. In questa situazione scambia solo la libertà d'informazione per licenza di linciaggio chi evoca il pericolo del bavaglio, aggravato dalle multe a editori e giornalisti, anche se un altro magistrato di punta come Nicola Gratteri, mancato ministro della Giustizia nel governo Renzi, vorrebbe pure il carcere.
di Liana Milella
La Repubblica, 18 aprile 2015
L'ex procuratore: i cittadini devono sapere. Il governo per la linea dura: sì alla proposta Gratteri. "La pubblicazione delle intercettazioni può svelare i cosiddetti "arcana imperii" ed è proprio questo che il potere, per legittima difesa, non gradisce". Esordisce così Gian Carlo Caselli, magistrato oggi in pensione che non ha bisogno di essere presentato per via della sua storia, dalle indagini su terrorismo e mafia alla direzione di procure come Palermo e Torino.
Lo dice a Repubblica nelle stesse ore in cui da Renzi trapela che tra la soluzione Bruti-Pignatone (pubblicabile solo ordinanza e richiesta, segreto il resto fino al processo) e quella Gratteri (niente intercettazioni neppure nelle ordinanze e carcere per i giornalisti che le pubblicano), è per la seconda.
Bruti-Pignatone, che gliene pare?
"Mi sembra evidente la preoccupazione che possa intervenire un qualche giro di vite ancora più stretto e quindi la volontà di provare a ridurre i danni. Ma sono pur sempre proposte che si prestano a critiche".
Così si sposterebbe molto avanti la possibilità di apprendere dettagli importanti delle intercettazioni e dell'impianto stesso delle inchieste...
"L'esperienza ci dice che da alcuni anni l'informazione ha avuto un ruolo decisivo per far conoscere, e quindi contrastare meglio, alcuni gravi problemi che il nostro Paese ha avuto. L'elenco è lunghissimo. Per usare il linguaggio giornalistico, parliamo di Tangentopoli, Bancopoli, Furbettopoli, Calciopoli, Vallettopoli, Crac Cirio, Crac Parmalat, e via via i nuovi scandali, Expo, Mose, Mafia Capitale. Se non ci fosse stata un'informazione attenta, come per fortuna c'è stata, la qualità della nostra democrazia avrebbe potuto peggiorare. Se questo ruolo fosse cancellato o pesantemente limitato sarebbero guai".
Spostare in avanti la pubblicità dei materiali del processo, non è in contraddizione con l'ansia dirompente di sapere dell'opinione pubblica?
"Comprimere più di tanto la libertà di informazione mi sembra molto pericoloso perché rischieremmo di non sapere più nulla degli scandali della cui gravità abbiamo detto. Tanto più se si tiene conto dei tempi del nostro processo che, se si aspettano le udienze pubbliche, campa cavallo... E attenzione che così anche le autorità di controllo e il potere politico, che in un sistema ben funzionante dovrebbero conoscere tempestivamente quel che succede di storto per poter intervenire, rischierebbero di non sapere più nulla per anni. I danni prodotti dalle storture potrebbero diventare irrimediabili".
Si ipotizzano multe cospicue per i giornalisti se esce materiale riservato. E c'è chi pensa alla galera...
"Se le pubblicazioni fossero davvero sanzionate con multe salatissime (alla galera non voglio neppure pensare perché mi sembra una boutade ) i giornali medio-piccoli sarebbero costretti ad autocensurarsi e il pluralismo dell'informazione, se non anche la sua libertà tout court, potrebbero sparire. La materia è delicatissima, e se si comincia con uno strappo, non si sa dove si potrebbe finire".
Non trova assurdo che si pensi di multare l'editore?
"È come se dalla catena di montaggio uscisse una macchina difettosa e il responsabile fosse il direttore del personale. È un'estensione pericolosa di responsabilità molto opinabile".
Ma dove va piazzata l'asticella per gli ascolti?
"In Italia il problema delle intercettazioni viene riproposto ciclicamente, in particolare quando emergono vicende che riguardano personaggi di una certa notorietà, soggetti "forti", che hanno voce politica e/o mediatica. In questi casi scatta, con una tempistica molto significativa, la richiesta di interventi restrittivi a tutela di coloro che si trovano sbattuti o temono di finire sulle prime pagine dei giornali. Richiesta da parte dei diretti interessati più che comprensibile. anche se non si può non sottolineare che la stessa sensibilità non si riscontra quando sono in gioco interessi di semplici cittadini".
Ma cosa, e soprattutto quanto e quando, può diventare pubblico delle intercettazioni?
"In linea di principio, si è di solito d'accordo nel sostenere che non devono essere utilizzabili all'interno del processo e neppure pubblicate all'esterno le conversazioni irrilevanti ai fini dell'accertamento della verità, ovvero relative a fatti o soggetti del tutto estranei al processo. Resta però il problema di un eventuale rete relazionale articolata che coinvolga più soggetti (con posizioni diverse, anche penalmente irrilevanti) quando questa rete, vista la tipologia del reato indagato, può incidere sulla sua prova. Sciolto questo nodo e fissati i paletti che espungono dal processo sia i terzi estranei sia le conversazioni private che non riguardano il processo, rimane soltanto più il materiale necessario all'accertamento della verità. E non dovrebbero esserci limiti alla pubblicazione di ciò che non è più segreto in quanto comunicato alle parti".
di Katia Ippaso
Il Garantista, 18 aprile 2015
Cominciamo dalla fine. Siamo in un luogo non bene identificato, che deve rimanere segreto. Il giornalista Glenn Greenwald incontra Snowden e gli racconta che sta per avere altre informazioni ancora. Queste notizie potrebbero essere addirittura più sconcertanti di quelle che ha fatto trapelare lui, l'allora ventinovenne ex informatico della Nsa che fece scoppiare lo scandalo a noi noto con il nome di Datagate.
C'è un informatore molto potente che sta per dire cose che potrebbero far tremare l'America e il mondo. Ma cosa? La voce del giornalista arretra un attimo prima della parola. Non dice la cosa. La scrive. Appunta le informazioni con una calligrafia veloce, su dei fogli di carta bianca che mostra a Snowden. Leggendo quel che legge, il ragazzo mostra di avere quasi paura: "No, questo è davvero molto pericoloso". Cambia faccia. Poi Greenwald mette insieme tutti i foglietti, li strappa e li cestina. In modo che non resti niente di quanto è stato scritto e comunicato. Primo piano sulla carta che scompare. Partono i titoli di coda di "Citizenfour", il documentario di Laura Poitras, vincitore dell'Oscar 2015 come migliore documentario, dal 16 aprile nelle sale per I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection.
Siamo partiti da questa sequenza perché è la vera sintesi di un viaggio documentario dai toni anche drammatici che lascia lo spettatore in uno stato di inquietudine, e di veglia. Come reagisce un volto a una scritta su un foglio di carta. Strumenti primari di conoscenza, su cui si regge una possibile battaglia fatta "con altri mezzi" ad un "sistema" che vampirizza e riduce i cittadini a sottomessi fratelli e sorelle del Grande Fratello.
Come è noto, nel 2013 Edward Snowden, occhiali da secchione su un viso gentile, decide di buttare all'aria la sua "confortabile" vita e uno stipendio da 200.000 dollari e di rivelare al mondo la deliberata volontà da parte del governo americano e di quello inglese di setacciare le vite dei propri cittadini, intercettandoli e tracciando ogni loro movimento. Sono i mezzi segreti con cui si combatte quella guerra al terrorismo dichiarata subito dopo l'11 settembre e che trova nel Patrioct Act il proprio documento ufficiale, in grado di colpire però non tanto sospetti attentatori quanto sereni cittadini ignari di essere spiati.
Laura Poitres ha già realizzato documentari di denuncia, il primo sull'occupazione americana dell'Iraq ("My Country, My Country"), il secondo su Guantánamo ("The Oath"). Nei primi mesi, i contatti con Snowden sono cifrati. Finché non riescono ad incontrarsi, in un albergo di Hong Kong. Assieme a Poitres, che filma tutto, c'è un giornalista collaboratore del Guardian, Glenn Greenwald, che strada facendo verrà affiancato dal giornalista investigativo del quotidiano inglese, Ewen Mac Askill, che con il suo blocchetto d'appunti fa quasi fatica a stare dietro al flusso di parole dell'informatore Snowden. È un cortocircuito fertile. Non un contrasto, ma un incontro tra mondi che non si sarebbero forse mai avvicinati se non ci fosse stata la volontà di un ragazzo di parlare alla stampa, fiducioso che alcuni professionisti del settore potessero aiutarlo ad organizzare i dati, a tirare fuori "la" storia, e non la "sua" storia.
"Citizenfour" riabilita il mestiere del giornalista, quando questo si mostra capace di ascolto, pazienza, intelligenza, passione ostinata per la verità.
Dal documentario (prodotto da Steven Soderbergh), esce fuori uno Snowden misurato, quasi timido, riconoscente. Ma sono parlanti anche i volti di Greenwald, di temperamento più acceso (ora è a capo di un nuovo progetto giornalistico, "Intercept") , e di Askill, chiamato lì per la sua capacità di ricostruzione e di memoria. Cosa può un blocchetto di carta contro un potente computer che contiene dentro di sé i segreti di un intero Stato? Può moltissimo. Può, per esempio, trasformare un flusso incontrollato di dati in narrazione (queste inchieste verranno poi premiate con il Pulitzer). Anche la macchina da presa di Laura Poitres segue il ritmo del giornalismo investigativo. Non va fuori perimetro. Non è innamorata di sé.
Il suo film segue puntualmente le rivelazioni di Snowden attraverso le pubblicazioni dei reportage sul "Guardian", dando man mano essenziali informazioni sul destino dell'informatore che ad un certo si innesta con la storia di Assange, capo di Wikileaks, che lo aiuta a trovare riparo in Russia (con un permesso di soggiorno che scadrà l'anno prossimo), dopo che tutti gli altri paesi europei gli avevano rifiutato asilo politico.
Ricercato dagli Usa per furto di dati governativi e diffusione di informazioni coperte da segreto di Stato, considerato dal presidente Obama, che si vede in una scena, un individuo di cui l'America non può andare fiera ("Snowden non è un patriota" ha detto il presidente degli Stati Uniti), in base alla ricostruzione che ne fa la regista in questo film, l'ex contractor americano racconta una storia plausibile di controllo e sorveglianza. "Le rivelazioni di Edward Snowden - aveva detto Laura Poitres durante la cerimonia di premiazione per l'Oscar - non mettono in luce solo una minaccia alla nostra privacy, ma alla nostra stessa democrazia. Quando le decisioni che ci governano sono prese in segreto, noi perdiamo il potere di controllare e governare noi stessi".
Le domande portano altre domande. Un cittadino ricercato nella democratica America come spia chiede cittadinanza, e lo ottiene, dalla Russia di Putin, il cui nome non è certo sinonimo di trasparenza e democrazia. Questa sarà pure un'altra storia, ma ci porta comunque a fare i conti con le contraddizioni anche feroci che le democrazie portano in sé, e che diventano insostenibili quando si dichiarano guerre ad un indiscriminato terrorismo che minaccia la nostra pace.
Fortunatamente, il film di Laura Poitres non è manicheo, non chiede di fare scelte ideologiche. Mostra i fatti. Prendendosi tutto il tempo che ci vuole. Seguendo volti che parlano e che ascoltano dentro anonime stanze d'hotel, file di computer, telefoni che squillano come in un thriller (la follia del quotidiano), mani che scrivono, teste che pensano con la propria testa.
- Lettere: i giudici non sono uomini di potere, semplicemente applicano il diritto
- Lettere: Contrada e la sentenza della Corte Edu, una riflessione sui diritti
- Emilia Romagna: dalla Regione due milioni di euro per il reinserimento dei detenuti
- Campania: chiudono gli Opg, pronte le nuove strutture per ospitare gli ex internati
- Prato: grave detenuto cinese ferito alla gola









