di Alessandro Pagano (Capogruppo Ncd-Udc in Commissione Giustizia alla Camera)
Il Garantista, 15 marzo 2015
E normale che in uno Stato di diritto un uomo venga assolto dopo 25 anni? E dopo tutto questo tempo, cosa se ne fa un innocente dell'assoluzione? Questi sono gli interrogativi che tutti dovremmo porci quando parliamo di prescrizione, e in particolare della proposta di legge in discussione alla Camera. Tutti infatti dovremmo avere a mente che simili calvari condizionano e condizioneranno la vita dei malcapitati e delle imprese che vi si imbattono: le conseguenze sul lavoro, sulla stabilità della famiglia, sul futuro dell'impresa, per non parlare di tutte le spese economiche per portare avanti, fino alla fine, processi così lunghi.
di Jenner Meletti
La Repubblica, 15 marzo 2015
Gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari chiudono il 31 marzo ma molti dei settecento pazienti ancora non hanno una casa. Alcuni sindaci non li vogliono: "Chi garantisce la sicurezza?" Ha un borsone enorme, il ragazzo che sta entrando nella palazzina della direzione, accompagnato da due carabinieri. Sulla targa in marmo c'è scritto: "Ospedale psichiatrico giudiziario". È un Opg che, come tutti gli altri, dovrà chiudere fra due settimane, il 31 marzo. Ma il ragazzo sta entrando adesso. "Purtroppo - dice subito il direttore, Andrea Pinotti - non è un caso unico.
La legge 81 del 30 maggio 2014 ha confermato la chiusura degli Opg per questo fine mese ma il Codice penale non è cambiato. Chi viene prosciolto per incapacità di intendere e di volere viene mandato qui come misura di sicurezza.
Solo nell'ultima settimana, cinque nuovi ingressi. E dall'inizio dell'anno ci hanno inviato anche tre ottantenni che hanno ucciso le loro mogli. A quell'età non puoi essere rinchiuso né in un carcere né in un Opg: ma sono arrivati ugualmente".
I ministri della Salute e della Giustizia dicono che non ci saranno rinvii dell'ultima ora. Ma non sarà facile trasformare il vecchio "Manicomio criminale" in quelle che sono chiamate Rems (Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza detentive). Venti posti al massimo, una forte assistenza sanitaria e psichiatrica, nessuna "cella" o altra forma di detenzione. Ci sono state proteste di sindaci, soprattutto in Piemonte, che non hanno voluto queste Rems nei loro Comuni.
"Cosa possiamo fare - hanno scritto in una lettera 64 psichiatri del dipartimento salute mentale di Bologna - quando non si riesce ad arginare l'aggressività di un paziente? E quando si allontana dalla struttura? Chi ha la custodia? Quando devono intervenire le forze dell'ordine?". "La sicurezza - assicura Vito De Filippo, sottosegretario al ministero della Salute - è affidata alla prefettura, con sorveglianza esterna o altri interventi. Ho dato il sangue, per chiudere gli Opg e togliere questa vergogna. Possiamo dire di esserci riusciti.
Quasi tutte le nuove Rems saranno provvisorie perché quelle definitive, finanziate con 172 milioni consegnati alle Regioni, non saranno pronte al 31 marzo. Ma anche quelle provvisorie sanciranno la fine degli Opg. Ci sono ancora problemi in Veneto, Piemonte e Friuli - che non hanno ospedali giudiziari nel loro territorio ma che dovranno riprendersi a casa i loro internati - mentre nel resto del Paese le soluzioni sono pronte. Alcune Rems apriranno già il 20 marzo". Anche in Toscana, però, le nuove strutture non sono pronte. Già ora le fughe non sono rare. L'altro giorno A. M., che strangolò sua madre a Prato, è fuggito mentre veniva trasferito dall'Opg di Montelupo in una comunità. Dopo due giorni è stato ripreso. Non tutti condividono l'ottimismo del sottosegretario De Filippo.
"La data del 31 marzo - ha dichiarato Angelo Fioritti, direttore del dipartimento di salute mentale di Bologna a Psicoradio - non verrà rispettata. Le uniche Regioni che potranno aprire subito le Rems sono l'Emilia Romagna e la Basilicata. Le altre hanno solo piani di transizione. E c'è chi, come il Friuli, ha deciso di non recepire la legge nazionale".
Altre 8 Rems, comunque, saranno aperte in Lombardia, a Castiglione delle Stiviere. Il ministro alla Salute, Beatrice Lorenzin, non ammette rinvii. "Chi non ha rispettato i tempi si assumerà le proprie responsabilità. Si potrà arrivare al commissariamento". Sono settecento, oggi, gli internati nei sei Opg di Castiglione delle Stiviere (l'unico che ospita anche le donne), Reggio Emilia, Montelupo Fiorentino, Napoli, Aversa e Barcellona Pozzo di Gotto. "Stiamo preparando - dice Vito De Filippo - le schede di ogni ospite. Penso che in poco tempo riusciremo a diminuire il numero a 400". Il censimento comunque non è ancora pronto.
Da uno studio di 10 anni fa risulta comunque che "i pazienti in Opg erano in gran parte affetti da disturbi psichiatrici gravi (schizofrenia e altri disturbi psicotici dal 61,2 al 70,1%). Avevano commesso nella maggior parte dei casi reati gravi contro la persona (nel 54% dei casi omicidio o tentato omicidio)". I numeri degli internati sono cambiati - erano 1.282 nel marzo 2001 e 988 nel giugno 2013 - ma l'alta percentuale di omicidi o tentati omicidi, nel momento in cui vengono abolite celle e recinzioni, può destare allarme sociale.
A Castiglione delle Stiviere, per esempio, si calcola che i due terzi degli internati abbiano commesso reati gravi contro la persona. Ci sono donne che hanno ucciso il figlio in lavatrice, altri che hanno tentato stragi facendo saltare la casa... "L'importante - dice Mila Ferri, responsabile salute mentale e salute nelle carceri della Regione Emilia Romagna - è lavorare bene nel rapporto fra Rems e territorio. Ci saranno telecamere e la sorveglianza esterna organizzata dalle prefetture. Noi abbiamo deciso di mettere anche guardie giurate".
"Chiudere gli Opg - racconta il direttore di Castiglione, Andrea Pinotti - è più che giusto ma servono anche nuove leggi. Prendiamo il caso del vizio parziale di mente: se te lo riconoscono, come nel caso di Adam Kabobo, il picconatore di Milano, prima vai in carcere poi vieni mandato in Opg. Se sei malato, devi venire subito qui. Se non sei malato, devi scontare la pena in carcere". È studiata in tutta Europa, la realtà di Castiglione.
"Con la fine degli Opg cesseranno finalmente gli "ergastoli bianchi". Hai una misura di sicurezza di 6 mesi ma poi crei problemi? Resti per altri mesi e altri anni. Finita la pena comminata, devi essere certo di uscire. Altrimenti succede come a G., arrivato dal Sud negli anni 80. È riuscito a lasciare l'Opg l'anno scorso, ma solo per entrare, ormai troppo vecchio, nella casa di riposo qui in paese".
di Marco Menduni
Secolo XIX, 15 marzo 2015
L'ultima rilevazione è dell'Istat: in Italia ci sono più di 180 mila incidenti stradali all'anno. Il dato è del 2013: 3.385 morti, più di 250 mila feriti. In Liguria gli incidenti con feriti o morti sono addirittura esplosi tra il 2013 e il 2014: 574 contro 127.
L'Istituto superiore di Sanità stima che il 30-35 per cento degli incidenti siano determinati dall'alcol o dalla droga, che causano così mille morti all'anno. Ma la legge sull'omicidio stradale, sbandierata a più riprese dal governo, è impantanata nelle commissioni parlamentari. E c'è chi ipotizza un intervento dell'esecutivo con un decreto.
Intanto la Cassazione annulla la condanna a 21 anni per Ilir Beti l'imprenditore albanese che imboccò la A26 contromano e la percorse per oltre 20 chilometri: morirono quattro ragazzi francesi, era il 13 agosto 2011. Lo dicono i giudici: con le leggi attuali il "dolo eventuale", quell'aggravante che fa assomigliare una tragedia del genere a un omicidio volontario, non è applicabile.
Il bulgaro Krasimir Dimitrov, la sera del 22 giugno 2014 a Ravenna, ubriaco al volante della sua Mercedes, investì e uccise sotto gli occhi dei genitori il piccolo Gionatan Lasorsa. Il bambino non aveva ancora tre anni. Il giudice ha parlato di "condotte odiose e più totale disprezzo per la vittima". Ma al condanna è stata di 2 anni e 9 mesi. Dimitrov è già libero.
"Stavolta - tuona Giordano Biserni, presidente dell'Asaps, l'Associazione sostenitori ed amici della polizia stradale - gli stessi magistrati hanno sottolineato l'esigenza di una legge specifica. Oggi non c'è, nonostante la voglia l'85 per cento dei cittadini.".
Ma che fine ha fatto la nuova legge sull'"omicidio stradale", più volte sbandierata come in rampa di lancio e sollecitata dal premier Renzi fin dal suo insediamento? È ancora impelegata su un doppio binario: se non morto, molto rallentato.
Intanto la Cassazione annulla la condanna a 21 anni per Ilir Beti l'imprenditore albanese che imboccò la A26 contromano e la percorse per oltre 20 chilometri: morirono quattro ragazzi francesi, era il 13 agosto 2011.
Lo dicono i giudici: con le leggi attuali il "dolo eventuale", quell'aggravante che fa assomigliare una tragedia del genere a un omicidio volontario, non è applicabile. Il bulgaro Krasimir Dimitrov, la sera del 22 giugno 2014 a Ravenna, ubriaco al volante della sua Mercedes, investì e uccise sotto gli occhi dei genitori il piccolo Gionatan Lasorsa. Il bambino non aveva ancora tre anni. Il giudice ha parlato di "condotte odiose e più totale disprezzo per la vittima".
Ma al condanna è stata di 2 anni e 9 mesi. Dimitrov è già libero. "Stavolta - tuona Giordano Biserni, presidente dell'Asaps, l'Associazione sostenitori ed amici della polizia stradale - gli stessi magistrati hanno sottolineato l'esigenza di una legge specifica. Oggi non c'è, nonostante la voglia l'85 per cento dei cittadini.". Ma che fine ha fatto la nuova legge sull'"omicidio stradale", più volte sbandierata come in rampa di lancio e sollecitata dal premier Renzi fin dal suo insediamento?
È ancora impelagata su un doppio binario: se non morto, molto rallentato. Il nuovo testo è nelle mani della Commissione giustizia del Senato: quella impegnata, ora, in superlavoro sull'anticorruzione. E il testo? Il problema che ne sono arrivati cinque "e in questi cinque - racconta ora il senatore Luigi Cucca, Pd, relatore del provvedimento - c'era tutto e il contrario di tutto". Solo negli ultimi giorni Cucca ha messo insieme una bozza unica. Ma bisogna ancora iniziare a discutere. "Incontrerò all'inizio della settimana il presidente Nitto Palma per decidere i tempi. Se siamo solleciti, prima dell'estate ce la facciamo. Speriamo".
C'erano due strade: considerare l'omicidio stradale un'aggravante o un nuovo reato autonomo. "Nella mia bozza - spiega Cucca al Secolo XIX- è prevista la Seconda opzione, con pene assai più pesanti, ma sarà sempre un reato colposo". Perché c'è la diga del diritto che non si può valicare: nessuno potrà mai supporre che chi si mette alla guida, anche ubriaco o drogato, voglia determinare un disastro o uccidere. Ma c'è un intoppo bis. L'altro binario, che è quello del nuovo codice della strada, si è arenato per motivi di bruta contabilità.
Prevedeva, il nuovo codice, interventi sulla viabilità, segnaletica rinnovata, guard rail di ultima generazione. Un'altra commissione, quella Bilancio, ha detto niet: "Non ci sono i soldi, fermatevi". Il senatore Daniele Borioli, Pd, relatore della legge delega alla commissione lavori pubblici di Palazzo Madama, assicura: "Dopo il codice degli appalti, la settimana prossima ripartiamo".
Chiarisce: "Il nuovo codice è pronto ad accogliere l'omicidio stradale, ma dovrà prima diventare legge". Si è parlato anche di "ergastolo della patente". "È una dicitura colto efficace dal punto di vista comunicativo, ma rischia di scontrarsi con il principio costituzionale della riabilitazione. Io dico che la patente va sospesa per un congruo periodo di tempo. Ma una cosa è dire a un ragazzo neopatentato che non guiderà mai più, un altro punire un recidivo". E se le difficoltà proseguiranno? "Ho il sentore che il governo potrebbe intervenire con una sua iniziativa".
di Francesco Lo Piccolo (direttore di "Voci di dentro")
www.huffingtonpost.it, 15 marzo 2015
Ornella Gemini è una donna che non può darsi pace. Suo figlio Niki Aprile Gatti è morto nel 2008 nel carcere di Sollicciano: suicidio secondo gli inquirenti, suicidio simulato secondo lei. Ornella Gemini l'ho conosciuta lo scorso giugno ad Avezzano (ne ho parlato qui) e qualche giorno fa mi ha scritto e mi ha segnalato che nell'udienza preliminare che si è tenuta i primi di marzo (a sette anni e passa dagli arresti preventivi si parla ancora di udienza preliminare!) è emerso che la procura di Firenze che condusse l'operazione Premium su una presunta associazione a delinquere finalizzata alle truffe telematiche - inchiesta da cui scaturì l'arresto di 17 persone, tra le quali suo figlio - non aveva competenza sul caso e che il caso spettava invece alla procura di Arezzo.
Un dolore in più per Ornella Gemini: da anni lotta perché emerga la verità sulla morte di suo figlio, ora scopre che il pubblico ministero che aveva ordinato il suo arresto non aveva titolo per farlo... Ma soprattutto scopre "che se quel pm non avesse indagato sul caso Premium (non potendolo fare) Niki non sarebbe stato arrestato e sarebbe ancora vivo". Intervistata da Il Garantista ha detto: "Cosa devo pensare? Che ho perso un figlio che era la mia vita per errore? Sono pronta ad azzerare tutto, fatemi tornare a casa mio figlio, una casa in cui dal 24 giugno 2008 non si vive più".
"Se non avesse indagato...non potendolo fare". Leggo e rileggo queste parole. Perché mi fanno pensare che l'errore di base sta proprio qui: nella pratica dell'indagine giudiziaria che sbatte la gente in galera per farla parlare, una pratica che da Mani pulite in poi, ma certo anche da prima, avvolge e controlla ogni momento della nostra vita. Indagine che diventa battaglia personale del bene contro il male dove la vittoria è sempre e soltanto l'arresto preventivo e il carcere. Ha detto bene poche settimane fa il presidente della Repubblica Mattarella all'inaugurazione dei corsi della Scuola superiore della magistratura a Scandicci: "Al magistrato si richiede profonda coscienza del ruolo e dell'etica della professione... un compito né di protagonista assoluto nel processo né di burocratico amministratore di giustizia". E per essere più chiaro Mattarella ha aggiunto: "Vale sempre il monito di Calamandrei: il pericolo maggiore che in una democrazia minaccia i giudici è quello dell'assuefazione, dell'indifferenza burocratica, dell'irresponsabilità anonima".
Un'irresponsabilità anonima che, come appare, ha permesso nel 2008 l'arresto di Niki Aprile Gatti in base a una indagine che gli inquirenti fiorentini non potevano fare. Un errore certo... può capitare... ma che capita proprio per "assuefazione, indifferenza burocratica, irresponsabilità anonima", per quella guerra personale messa in atto da certi pm-sceriffi che si credono padroni e domini della vita degli uomini. "La giustizia - diceva Josè Saramago - non serve a niente se non si pone al servizio dell'uomo. Perché altrimenti ci possono essere leggi ingiuste e una giustizia corrotta".
di Fiorenza Sarzanini
Io Donna, 15 marzo 2015
La data fissata è il 1° aprile. Quel giorno in Italia dovranno essere chiusi tutti gli ospedali psichiatrici giudiziari, che ospitano i detenuti con gravi problemi e dunque non possono scontare la pena nelle carceri. La maggior parte sono veri e propri manicomi, strutture fatiscenti dove le condizioni di vita sono spesso disumane.
La legge prevede che queste persone vengano trasferite nei Rems, residenze dove si dovrebbe provvedere alla cura, quando è possibile al recupero, comunque all'assistenza. È un'occasione che non si può perdere, come hanno ben spiegato in un documento pubblicato qualche mese fa tre esperti: il neurologo Stefano Ferracuti, lo psichiatra Giuseppe Nicolò, lo psicologo Rinaldo Perini. Perché, dopo aver elencato i punti critici della nuova normativa, ricordano che in gioco c'è "la sicurezza dei pazienti, quella degli operatori e quella dei cittadini".
Bisogna avere dunque "molta prudenza, pochi preconcetti e tempi di trattamenti prolungati in condizioni di umanizzazione e di tutela della dignità umana. Tenendo però presente che chi ha commesso delitti è spesso farmacoresistente e non risponde ai comuni trattamenti". I tre professori evidenziano tutti i requisiti necessari a far funzionare le Rems e si soffermano sulla cura degli ambienti, le cure somministrate, il monitoraggio costante sulle condizioni dei pazienti. L'obiettivo deve essere chiaro: "Garantire elevata intensità assistenziale a soggetti che a causa del loro disturbo mentale hanno commesso uno o più delitti". E così tutelare la collettività.
di Giancarlo De Cataldo
La Repubblica, 15 marzo 2015
Luca Argentero, faccia pulita e ironica, è un giovane delinquente. Non sappiamo - e non sapremo sino alla fine - di che misfatto si sia macchiato, ma comprendiamo subito che la galera "è casa sua". Tanto ci è avvezzo che, affezionato alla sua vecchia cella e al suo solito letto, fa di tutto per andarci in occasione dell'ennesimo arresto. Tragico errore. Perché nella vecchia cella, accanto ai soliti compagni di pena, tutto sommato bonaccioni, c'è una new entry: un boss della camorra, con il volto affilato, il tatuaggio rituale e l'istintiva crudeltà di Francesco Montanari. Fra i due carcerati, così diversi da risultare totalmente antitetici, è subito scontro.
Da questa situazione di partenza muove "Malavita", il "corto" diretto da Angelo Licata (produzione Rai/Riviera Film) ispirato al racconto "Pure in galera ha da passà à nuttata", vincitore del premio Goliarda Sapienza 2013. Giuseppe Rampello, l'autore del racconto, è un condannato in espiazione di pena. Il premio, dedicato a una grande autrice scomparsa che conobbe il carcere, ideato e animato dalla scrittrice e giornalista Antonella Bolelli Ferrera, raccoglie storie scritte da carcerati, discusse ed elaborate con il concorso di tutor (sarebbe lungo elencarli tutti, si va, per dire, da Carlo Verdone a Erri De Luca, passando per Scurati, Lucarelli, Melandri, Parrella, Buticchi, Moccia), e infine pubblicate, con scadenza annuale, dalle Edizioni Eri. E ora, a partire da "Malavita", arrivano i "corti".
L'idea di fondo è che il migliore antidoto all'alienazione della pena sia rappresentato dalla cultura. È un'idea che affonda radici direttamente nella nostra Costituzione, che nell'articolo 27 spiega come alla pena, oltre alle tradizionali funzioni di espiazione per il reato commesso e di monito perché non se ne commettano in futuro, sia soprattutto rimesso il compito di emendare il condannato in vista del suo ritorno alla vita civile. Dovrebbe essere chiaro a tutti - ma quasi mai, purtroppo, lo è - che un carcere concepito come mero strumento di esclusione non è suscettibile in alcun modo di migliorare le persone condannate. Semmai, può solo incattivirle, e, dunque, peggiorarle. Al contrario, un carcere che consenta di sfruttare la pena come occasione di crescita (e di cambiamento) giova a tutti: soprattutto a chi i reati non li commette e, talora, ne è vittima. E la cultura può rappresentare davvero una poderosa fonte di riscatto.
Sono idee difficili da digerire, ma per fortuna le vocazioni non mancano, come dimostrano, da un lato, gli autori coinvolti, dall'altro l'adesione, sempre crescente, da parte dei carcerati e il lavorio intenso di chi ha la responsabilità di mandare avanti il sistema penitenziario. Il carcere non è la gehenna dei tempi andati, e nemmeno l'hotel a cinque stelle evocato, anni fa, da un ministro della Giustizia. È, e resta, per sua natura, un luogo di sofferenza, nel quale l'indifferenza può generare tragedie, ma che il concorso di slanci ideali e fattive volontà può trasformare in laboratorio di progresso. Certo: scrivere un bel racconto o prendere una laurea muovendo dall'analfabetismo (accade anche questo, fra le mura dei penitenziari italiani) non garantisce sulla riuscita del progetto di cambiamento. Ma può rappresentare un punto di partenza opportuno e necessario. Il resto del lavoro tocca farlo a noi, alla società: esperimenti come il premio Goliarda Sapienza possono rivelarsi preziose occasioni. Quanto al "corto" "Malavita" è, senza mezzi termini, un gioiellino.
La storia scritta da Rampello è brillante e ben sceneggiata, è così la "confezione". Tutto si svolge nell'antico, ormai dismesso carcere delle "Nuove" di Torino. Chi non ha mai varcato la soglia di una prigione si renderà conto di che cosa significa vivere in quegli spazi. Di quale paradossale e inestimabile valore possa avere il possesso di un letto dal quale penetra la luce del mondo esterno, il profumo della rugiada, il canto di un uccello. Immagini che spiegano molto più di qualunque dotto dibattito sul nesso pena/redenzione: che la RAI abbia deciso di produrre questa storia fa onore alla mission del servizio pubblico.
Grandi sentimenti in piccole azioni: il "corto" è un formato difficile da maneggiare, un po' come accade per il racconto, si deve lavorare su tempi brevi, emozioni bruciate in rapida sequenza. In questo caso gli autori ci sono riusciti benissimo, aiutati da interpreti in stato di grazia: accanto ai protagonisti - bravissimi, ispirati - merita una menzione la maschera dolente di Hedy Krissane, che impersona un detenuto extracomunitario complice, suo malgrado, del feroce Montanari.
www.gonews.it, 15 marzo 2015
La Toscana è la regione con il numero più alto di fenomeni di autolesionismo in carcere (1047 episodi) e di tentati suicidi sventati dagli agenti (112). I suicidi nel 2014 in Italia sono stati 43, già 7 fino a marzo 2015, 10 quelli degli agenti di custodia.
In 10 anni i detenuti suicidatisi in Italia sono saliti a 823, e oltre 100 sono stati i suicidi tra il personale di polizia penitenziaria. In Toscana sono 18 gli istituti penitenziari per una capienza regolamentare di 3437 persone. I detenuti, al 28 febbraio 2015 sono 3278 di cui 119 donne e 1535 stranieri. In Toscana ci sono 415 detenuti in attesa di primo giudizio 271 condannati non definitivi e appellanti 271 e 148 ricorrenti.
I condannati definitivi sono 2297, 113 gli internati. È questa la fotografia emersa dal convegno Il ruolo dello psicologo in carcere: quale futuro?, promossa dal Gruppo di Lavoro di Psicologia Penitenziaria dell'Ordine degli Psicologi della Toscana, istituito nel 2014 per rispondere ad alcune problematiche che colpiscono i professionisti operanti nel contesto inframurario nonché i detenuti e in corso fino a domenica 15 marzo. Una realtà che spesso finisce per mettere a repentaglio il benessere delle persone che vivono in questo contesto. Un tema sempre più attuale visti i numerosi casi di suicidi e violenza nelle carceri che la cronaca contemporanea ci consegna.
In Italia ci sono 450 psicologi che lavorano nelle carceri, fanno sostegno, interazione fra i detenuti, diagnosi, esperti ex art. 80 e psicologi delle Asl che lavorano negli istituti penitenziari. "Gli episodi di suicidio dall'inizio di quest'anno - spiega il presidente dell'Ordine degli psicologi della Toscana Lauro Mengheri - finiscono per sollecitare la necessità di parlare dell'assistenza psicologica ai detenuti, agli agenti e a tutti quanti operano nelle carceri. I suicidi sono la più drammatica espressione di un'emergenza di cui sono complici il sovraffollamento delle carceri, l'uso indiscriminato della soluzione detentiva per affrontare problemi di natura sociale e psichica, la presenza massiccia di persone in attesa di giudizio che si trovano a vivere una condizione in cui sono totalmente assenti stimoli alla crescita personale e requisiti essenziali di vivibilità".
La situazione del sovraffollamento Arezzo (capienza 101) ci sono 25 detenuti, ad Empoli (capienza 18) i detenuti sono 14, a Firenze (Mario Gozzini 90 di capienza) e 97 detenuti, Firenze (Sollicciano 494 di capienza) 686 detenuti, Opg Montelupo Fiorentino (capienza 175) 118 detenuti, Grosseto (capienza 15) detenuti 25, Massa Marittima (capienza 48) detenuti 43, Livorno (capienza 385) detenuti 115, Livorno Gorgona (capienza 87) detenuti 61, Porto Azzurro (capienza 363) detenuti 266, Lucca (capienza 91) detenuti 110, Massa (capienza 2014) detenuti 191, Pisa (capienza 216) detenuti 251, Volterra (capienza 187) detenuti 143, Prato (capienza 613) detenuti 603, Pistoia (capienza 57) detenuti 83, San Gimignano (capienza 235) detenuti 375, Siena (capienza 58) detenuti 72.
"È opportuno che chi lavora in determinati ambiti sia formato per lavorare, come nel caso della psicologia penitenziaria - aggiunge Mengheri - il futuro è nell'interazione fra i singoli enti e quindi negli accordi inter-istituzionali, anche con il garante per i detenuti".
"A fronte di tanti datori di lavoro e obiettivi professionali, ancora oggi lo psicologo in carcere non raggiunge una visibilità istituzionale ufficialmente riconosciuta: il singolo lavoratore si trova esposto a una composita realtà lavorativa, all'interno della quale pochi professionisti riescono a raggiungere una stabilità contrattuale lavorativa" - ha concluso Enzo Benelli coordinatore del gruppo di lavoro Psicologia penitenziaria Opt.
Corriere Adriatico, 15 marzo 2015
"Non è vero che l'ho colpito tante volte, gli ho dato solo una manata e poi lui è caduto battendo su uno sgabello". Così si è difeso Mohamed Ben Alì, il tunisino di 24 anni accusato di omicidio preterintenzionale in relazione alla morte di Achille Mestichelli, il 53enne ascolano deceduto il 18 febbraio scorso all'ospedale Torrette, dove era stato ricoverato il 13 a seguito di lesioni riportate nel carcere di Ascoli, dove l'uomo era detenuto e dove avrebbe avuto una lite proprio con il tunisino.
Alì è stato interrogato in carcere dal sostituto procuratore Umberto Monti che gli ha più volte contestato il fatto che i risultati dell'autopsia non collimano con la versione di una manata al volto che avrebbe causato la caduta. Monti contesta a Ben Alì l'omicidio preterintenzionale perché "per futili motivi, derivanti dal tono di voce troppo alto, aggrediva il detenuto Achille Mestichelli scagliandosi violentemente contro di lui e colpendolo ripetutamente al capo, al tronco e in altre parti del corpo cagionando allo stesso lesioni personali gravissime (trauma cranico encefalico fratturativo con ematoma epidurale e focolai contusivi multipli, fratture costali multiple) che determinavano la morte del Mestichelli".
Il Mattino, 15 marzo 2015
È stata archiviata l'indagine a carico di dieci medici per la morte del detenuto Pasquale Rammairone, 70enne di Aversa, in carcere per ricettazione di auto, deceduto all'ospedale Melorio di Santa Maria Capua Vetere nel giugno del 2014.
L'uomo era stato trasferito dal carcere di Santa Maria per una grave malattia il 24 giugno di un anno, dopo quattro giorni era morto. Aveva chiesto al giudice del tribunale di Sorveglianza di essere curato a casa, ma il magistrato aveva firmato il parere negativo all'istanza del legale Giovanni Cantelli. L'indagine aperta sui camici bianchi della struttura carceraria e dell'ospedale Melorio è durata appena un anno. Una relazione sullo stato di salute di Rammairone era stata depositata in procura dove il pm ha chiesto e ottenuto l'archiviazione per tutti gli indagati.
Firenze: al carcere di Sollicciano un detenuto dà fuoco alla cella, un altro tenta il suicidio
www.firenzetoday.it, 15 marzo 2015
I fatti sono avvenuti durante la mattinata. Lo rende noto un sindacalista della polizia penitenziaria: "Grave insufficienza di strumenti per la sicurezza e la prevenzione". Nel carcere fiorentino di Sollicciano le condizioni, tra sovraffollamento, strutture fatiscenti e carenza di personale di polizia penitenziaria, sono sempre al limite della tensione e della vivibilità, come dimostrano i fatti odierni. Un detenuto, a quanto pare esasperato dopo settimane di inutili tentativi di richiesta di colloquio con la direttrice, ha dato fuoco ad una cella. Un altro ha tentato di uccidersi impiccandosi.
I fatti sarebbero accaduti nell'infermeria del penitenziario. Un detenuto, secondo quanto riferito da Leo Beneduci, segretario generale dell'Osapp, l'Organizzazione sindacale autonoma della polizia penitenziaria, ha dato fuoco a materiale infiammabile, appiccando di fatto il fuoco alla cella. Le fiamme sono state domate, ma sono rimasti intossicati quattro agenti penitenziari e un altro detenuto.
Come premesso, secondo quanto riferisce il sindacalista, il detenuto avrebbe compiuto tale gesto per l'impossibilità di avere un colloquio con la direttrice del carcere, la dott.ssa Giampiccolo. "Lo ha fatto per protesta contro il fatto che, a suo dire - spiega Beneduci -, da due mesi chiede un colloquio con la direttrice senza ottenerlo".
Il sindacalista rende noto che sempre oggi un altro detenuto avrebbe tentato di impiccarsi all'interno della propria cella con una corda rudimentale. "Questi episodi - commenta il sindacalista, dimostrano chiaramente la grave condizione di insufficienza degli strumenti e dei presidi di sicurezza e prevenzione degli infortuni all'interno di Sollicciano".
Radicali: non ci sorprende la continua emergenza
Sulla notizia diffusa dall'Osapp sull'incendio appiccato nel carcere fiorentino di Sollicciano e il tentato suicidio sventato dalla polizia penitenziaria, sono intervenuti Maurizio Buzzegoli e Massimo Lensi, rispettivamente segretario e presidente dell'Associazione per l'iniziativa radicale "Andrea Tamburi": "Non ci sorprende la quotidianità emergenziale dell'istituto di Sollicciano: la tortura inflitta nelle carceri genera una violenza che mette costantemente a repentaglio la vita dei detenuti e degli operatori penitenziari".
I due esponenti radicali ricordano la necessità di un provvedimento di amnistia e l'inefficienza delle leggi messe in campo dal governo Renzi: "Gli eventi di oggi sono solo alcuni dei risultati del Parlamento per aver ignorato il messaggio alle Camere del Presidente emerito Napolitano: i tentativi messi in campo dal Governo Renzi per arginare il problema sono palesemente fallimentari. Solo i provvedimenti di amnistia e indulto sono in grado di ripristinare la Giustizia e lo Stato di Diritto nel Paes".
Infine Lensi e Buzzegoli ricordano una verifica importante per la Giustizia italiana: "Nel mese di giugno la Cedu valuterà se le politiche del Governo italiano sono andate nella direzione di abbattere quei trattamenti inumani e degradanti a causa dei quali siamo sotto osservazione: sicuramente gli eventi come quelli di oggi non sono rassicuranti per il Paese"
di Ylenia Cecchetti
La Nazione, 15 marzo 2015
Botta e risposta al veleno. Il futuro della villa medicea, che ospiterà ancora per poco l'Opg di Montelupo, divide. Restituire l'Ambrogiana ai cittadini o farne un carcere a custodia attenuata? L'intenzione del sindaco Paolo Masetti sembra chiara: "Difendere gli interessi della comunità nella consapevolezza che la presenza di una struttura carceraria sia incompatibile con il recupero di un pezzo importante di città".
Non la pensano così i dipendenti della struttura e la direttrice Antonella Tuoni che a due settimane dalla chiusura rompe il silenzio: "Mi sarebbe piaciuto che lo stesso interesse che ora il sindaco mostra di avere per le mura della villa, lo avesse avuto per gli internati attivando la convenzione siglata dall'associazione nazionale comuni italiani e l'amministrazione penitenziaria, a cui tanti suoi colleghi toscani hanno aderito e che prevede l'impiego delle persone recluse in lavori di pubblica utilità".
"Mi sorprende - aggiunge dura la Tuoni - che Masetti imputi all'amministrazione penitenziaria una spesa pubblica inopportuna. I 7 milioni e mezzo investiti dal 2007 a oggi nella porzione di villa destinata a penitenziario sono stati opportuni per rendere vivibile la struttura nell'interesse dei detenuti ma anche dei lavoratori. E nella ragionata prospettiva di riconvertirla in istituto a custodia attenuata".
Ipotesi che per il sindaco non si concretizzerà. "Additare l'amministrazione cui appartengo, come unica colpevole della condizione in cui versa la parte nobile della villa e che ne ha decretato l'esclusione dal patrimonio mondiale dell'umanità - reagisce la direttrice - significa collocare il carcere al di fuori della collettività anziché tra gli obbiettivi principali delle politiche del territorio".
Già durante il seminario "Opg, addio per sempre" organizzato dal garante toscano dei detenuti Franco Corleone a Firenze una decina di giorni fa, la Tuoni aveva reso pubblica la propria posizione: "Smettendo i panni del direttore, la struttura ha una grande potenzialità. Un peccato non coglierla. Se nell'immaginario collettivo il carcere è tetro, sporco, scomodo, dove nelle celle si soffoca d'estate e si rabbrividisce d'inverno, è questa l'occasione giusta per migliorarsi, nonostante si tratti pur sempre di un luogo del dolore".
Sarà lungo, imponente e costoso il restauro dell'Ambrogiana. "Un carcere a custodia attenuata potrebbe ospitare fino 160 detenuti in semilibertà o senza fissa dimora - aveva spiegato Corleone - Avere un presidio dell'amministrazione penitenziaria potrebbe aiutare i lavori di inizio. Sarebbe significativo e utile regalare ai semiliberi la gioia di contribuire all'abbattimento del muro che circonda la villa".
Nello stesso spazio, invece, potrebbe sorgere un museo della storia dei manicomi giudiziari. Un centro convegni. Un resort. Prima però è necessario che la Toscana si faccia carico dei suoi 50 internati. Per ora, tutto quello che sappiamo è che a Careggi è stata individuata una struttura transitoria; e altre (per i dimissibili, senza sorveglianza perimetrale) sorgeranno tra Aulla, Firenze e Volterra.
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