Ansa, 18 aprile 2015
Il 25 Aprile, in occasione delle celebrazioni per il 70esimo Anniversario della Liberazione d'Italia, il Dipartimento Pari Opportunità e l'Unar (Ufficio antidiscriminazioni) hanno scelto di portare nel carcere di Regina Coeli a Roma lo spettacolo teatrale "Tante Facce nella Memoria" tratto dal libro di Alessandro Portelli "L'Ordine è già stato eseguito", in cui si racconta il drammatico eccidio delle Fosse Ardeatine.
"Questo carcere può essere considerato un monumento della lotta della Resistenza. Qui vennero infatti rinchiusi tanti italiani rei solo di aver dissentito con il regime nazifascista: tra gli altri Sandro Pertini e Giuseppe Saragat, che rimasero detenuti per quasi un anno prima di riuscire a evadere insieme il 24 settembre 1944, scampando a una condanna a morte senza processo" spiega Giovanna Martelli, delegata del presidente del Consiglio per le Pari Opportunità, che ha voluto fortemente questa iniziativa.
"Abbiamo scelto di celebrare questa giornata in un luogo di privazione della libertà proprio perché crediamo che la memoria della Resistenza ci debba aiutare, oggi, ad avere maggiore consapevolezza rispetto a quella che è stata nel passato quella esperienza storica, che ha segnato profondamente la vita del nostro Paese, e quelle che possono essere le nuove forme di Resistenze della società contemporanea per il riconoscimento dei diritti. Penso soprattutto a quelle persone che vivono sulla loro pelle il peso della disuguaglianza e dell'esclusione sociale e per le quali la Liberazione deve rappresentare il valore della realizzazione di una prospettiva di pari diritti e pari dignità per tutti".
Lo spettacolo, a cura di Mia Benedetta e Francesca Comencini, ripercorre attraverso gli occhi di sei protagoniste femminili la grande tragedia in cui persero la vita 335 civili e militari italiani. Lunetta Savino, Mia Benedetta, Carlotta Natoli, Simonetta Solder, Chiara Tomarelli e Bianca Nappi metteranno in scena le voci di alcune delle donne che hanno attraversato come protagoniste femminili quei terribili giorni come parenti delle vittime, come partigiane, come testimoni, come figure di resistenza all'occupazione di Roma.
www.piacenzasera.it, 18 aprile 2015
Don Gino Rigoldi, cappellano dell'Istituto penale per minorenni "Beccaria" di Milano, è intervenuto a Piacenza venerdì 17 aprile, per presentare e discutere del suo ultimo libro: "Non amate troppo Dio, la felicità è anche di questa terra". Prima di iniziare la conferenza pubblica a S. Ilario ha parlato del rapporto con i giovani.
"I ragazzi sono nuovi alla vita e prendono strade talvolta sbagliate, proprio perché - ha affermato ai cronisti - sono nuovi alla vita imparano dagli adulti che hanno intorno, la famiglia, la scuola, la società sportiva; e anche dalla cultura dei media che hanno intorno, soprattutto il web e poi io giornali e la televisione. A me pare di incontrare una bassa capacità di guida generale, da parte dei genitori, degli educatori, della chiesa che spesso usa un linguaggio assolutamente off limits per i giovani. Troppo spesso questi ragazzi e queste ragazze siano orfani di figure paterne, di un accompagnamento non che restringa la loro libertà, ma che sia in grado di dire qui va bene, qui va male. La carenza più pesante dal punto di vista educativo è quella relazionale, ovvero come guardi gli altri, l'idea dominante è quella del "guardati alle spalle", "misura quel che dai in base a quel che ricevi", "c'è tanto male nel mondo"... ma con principi così, siamo finiti. Questa è la cosa peggiore che si può fare ai nostri ragazzi, perché è la qualità della loro vita e della nostra sta nella qualità delle nostre relazioni.
Ad esempio la grande ignoranza in amore a cui ho cercato di dare risposta in questo libro, è legata a questa consapevolezza, guardando a come vanno i matrimoni, come si creano i gruppi, a quello che succede a scuola, i vari episodi di bullismo che esprimono il disprezzo per l'altro. Io vedo una bellissima gioventù, che si muove bene, che ha bisogno che qualcuno loro dica "vieni come", che guardi agli altri come una risorsa.
Per i cristiani questo è un comandamento, non è un optional. I cristiani devono essere applicati quotidianamente a voler bene, a perdonare, a costruire delle relazioni. Questo papa per fortuna enfatizza tanto questa parte. Siamo così analfabeti di relazioni che forse dovremmo andare a scuola di relazioni, dovrebbe essere la competenza principale degli insegnanti. I docenti hanno una parte di ore obbligatorie da dedicare alla formazione, dovrebbero essere più capaci di relazioni, di dialogo. Si può cambiare tanto e in positivo nei confronti dei giovani.
E sulla chiusura di "Sosta Forzata" il periodico scritto dai carcerati delle Novate, ha detto: "Ogni occasione di messaggio, di dialogo e di conoscenza verso l'esterno che si offre alle persone detenuta è una forma educativa importante, una sorta di respiro per chi vive dietro le sbarre e coltiva tanti desideri, sogni, sentimenti, l'idea di futuro; e un giornale può essere un veicolo importante di sfogo. E poi è importante che la gente sappia che dentro alle carceri ci sono esseri umani come noi, con desideri e volontà"
Ad affiancarlo, all'auditorium Sant'Ilario dove si terrà l'incontro con il pubblico, l'assessore comunale Tiziana Albasi, il garante per i diritti delle persone private della libertà Alberto Gromi e la giornalista Patrizia Soffientini. Il dibattito è stata occasione per affrontare i temi del disagio giovanile, dell'educazione e della fiducia nelle nuove generazioni, a partire dalla testimonianza di don Rigoldi che, nel 1972, scelse e ottenne di prestare servizio come assistente spirituale accanto ai giovani detenuti, fondando, l'anno successivo, l'associazione Comunità Nuova e, nel 1999, la Onlus Bambini in Romania. Cittadino benemerito di Milano e Cavaliere della Repubblica, insignito della laurea honoris causa dell'Università degli Studi di Milano in Comunicazione pubblica e d'impresa, don Gino Rigoldi è autore di numerosi volumi incentrati sulla solidarietà e sulla vicinanza ai più deboli.
www.mi-lorenteggio.com, 18 aprile 2015
Martedì 28 aprile al Teatro Carcano di Milano (C.so di Porta Romana) andrà in scena Waiting To Go, opera liberamente tratta da Samuel Beckett.
Lo spettacolo, per la regia di Riccardo Mallus, è frutto di un progetto nato lo scorso anno all'interno della II Casa di Reclusione di Bollate, grazie al gemellaggio del Laboratorio di Poesia con l'Associazione Arte In Tasca. Protagonisti in scena 14 persone detenuti, donne e uomini, accompagnati da un ensemble dell'Orchestra a plettro i Mandolinisti Bustesi. L'attesa, tema centrale nella commedia di Beckett, è parte imprescindibile della vita quotidiana di ogni detenuto e non è un caso se proprio Aspettando Godot, nel 1957, venne rappresentato nel carcere di San Quintin a San Francisco con un risultato inaspettato. Nonostante l'obiettiva difficoltà dell'opera le 1.400 persone detenute capirono il messaggio.
In Waiting To Go, gli attori, oltre ad interpretare alcune scene di Godot, reciteranno le loro poesie, che bene si sono adattate al testo di Samuel Beckett. Il progetto, che vede l'alternanza tra lavoro individuale e di gruppo attraverso l'esplorazione delle diverse forme artistiche, ha come obiettivo quello di lanciare un messaggio: Godot non arriverà ma nonostante ciò è necessario affrontare la vita. Le donne e gli uomini che hanno scelto di intraprendere questo cammino tra poesia e teatro sono la dimostrazione che è possibile dare una svolta alla propria esistenza. Un messaggio valido anche per la società esterna: anche tra le grigie mura di un carcere può fiorire il bello.
di Ginevra Montanari
www.europinione.it, 18 aprile 2015
La storia di Ismael Nazario che fu prima un detenuto del carcere di New York Rikers Island, mentre ora prova a cambiare la cultura delle galere americane.
rikers Island. Da ragazzo, Ismael Nazario fu imprigionato nel carcere di New York Rikers Island, un'isola proprio di fronte alla città in cui passò trecento giorni in isolamento, ancor prima di essere condannato per un crimine. È stata recentemente ribattezzata "Prigione degli orrori", un titolo decisamente infelice, che porta con sé numerosi casi di violenza ai danni dei detenuti, soprattutto i più giovani. Ora, lottando per la riforma carceraria, Ismael lavora per cambiare la cultura delle galere e delle carceri americane, suggerendo alcuni modi per aiutare, e non danneggiare, i più giovani.
Lo stato di New York è tra i pochi, negli Usa, che arresta e processa sedicenni e diciassettenni come fossero adulti. Questa cultura della violenza costringe i detenuti in un ambiente ostile, in cui le guardie carcerarie rimangono indifferenti a tutto quello che si verifica. Si può fare davvero poco per sviluppare i propri talenti e riabilitarsi per davvero. Per questo bisogna riuscire a cambiare la quotidianità dei ragazzi.
E Nazario lo sa per esperienza personale: "Prima di compiere diciotto anni, ho passato circa quattrocento giorni a Rikers Island e, come se non bastasse, ho passato quasi trecento giorni in isolamento, e lasciate che vi dica una cosa: urlare a pieni polmoni tutto il giorno contro la porta della tua cella, o urlare con tutto il fiato fuori dalla finestra è stancante".
Visto che non c'è molto da fare quando ti trovi in una situazione del genere, racconta Ismael, l'unica cosa che si può fare è camminare avanti e indietro per la cella, iniziare a parlare da solo, con i tuoi pensieri che ribollono e impazziscono, diventando il tuo peggior nemico. Anche Cesare Beccaria, col suo Dei delitti e delle pene (1764), pensava che le prigioni dovessero riabilitare le persone, e non accrescerne la rabbia, la frustrazione e l'umiliazione per tutto il tempo della pena. Ma dal diciottesimo secolo non ci sono stati chissà quanti passi avanti.
"Tutto inizia dalle guardie". Può essere spontaneo, automatico, vedere le guardie come i "buoni" e i detenuti come i "cattivi", o in alcuni casi viceversa, ma in realtà c'è di più. Le guardie sono persone normali, come quelle che si incontrano ogni giorno. Vivono nello stesso quartiere in cui vive quella fetta di popolazione per cui lavorano. Sono persone normali. Niente di speciale, fanno il loro lavoro e si comportano di conseguenza. La guardia uomo vuole parlare e flirtare con la guardia donna. Si divertono a giocare come compagni di banco. Discutono di politica. E le guardie donna spettegolano. Un po' sulla falsa riga di Orange is the new black, serie di successo incentrata sulle vicende di un carcere federale femminile.
Durante questa esperienza, Ismael ha passato molto tempo con le guardie, ma soprattutto gli piace raccontare di una guardia in particolare, e si chiamava Monroe. Un giorno la guardia Monroe lo ha spinto tra le porte A e B che separano la zona nord e sud della loro unità. Lo ha spinto lì perché aveva avuto uno scontro fisico con un altro detenuto, un ragazzo; e lui pensò che, siccome sul piano al momento dello scontro lavorava una guardia donna, Ismael aveva approfittato della situazione. "Così mi colpì al petto. Mi fece mancare il fiato. Non ero un impulsivo, non reagii, perché sapevo che quella era casa loro. Non potevo vincere. Doveva solo premere il pulsante e sarebbero subito arrivati gli altri. Quindi lo guardai solo negli occhi, e credo che vide la rabbia e la frustrazione che aumentavano, e mi disse: "I tuoi occhi ti daranno un sacco di problemi, perché guardi come se volessi lottare". Si slacciò il cinturone, si tolse la maglia e il suo badge, e disse: "Possiamo lottare". Dopo un attimo di sbigottimento, e dopo essersi assicurati che nessuno dei due avrebbe fatto rapporto a terzi, iniziarono a lottare. Alla fine del combattimento, Monroe gli strinse la mano, gli disse che lo rispettava. Gli regalò una sigaretta, e lo lasciò andare.
"Credeteci o no, ma Riker Island ci sono guardie con cui lottare corpo a corpo." Alcune guardie sentono di essere in carcere, esattamente come chi è prigioniero per davvero. Ecco perché hanno quella mentalità, e quel comportamento. Comunque, le istituzioni devono dare alle guardie carcerarie una preparazione corretta sul come relazionarsi con gli adolescenti, e devono anche prepararli ad affrontare detenuti con problemi mentali. Queste guardie hanno un grande impatto sulle vite di questi giovani, fino a quando non si arriva a una sentenza. Quindi perché non cercare di educare questi giovani mentre sono lì? Perché non aiutarli a cambiare le loro vite?
"Quando ero a Rikers Island, la cosa peggiore era l'isolamento". L'isolamento è stato pensato inizialmente per spezzare le persone, fisicamente ed emotivamente: questo era il suo scopo. Fortunatamente, il Procuratore Generale recentemente ha affermato che elimineranno l'isolamento nello stato di New York, per i giovani. "Una cosa che mi ha mantenuto lucido durante l'isolamento è stato leggere; e, a parte quello, scrivevo canzoni e piccoli racconti". Sarebbe molto utile riformare i programmi dati ai giovani: per Ismael aiuterebbero enormemente programmi terapeutici per chi disegna, o ha inclinazioni musicali e artistiche.
"Quando gli adolescenti arrivano a Rikers Island, il C74 Rndc è l'edificio in cui vengono ospitati". Viene soprannominato La scuola dei gladiatori, perché ci sono giovani ragazzi di strada che pensano di essere dei duri, e che si trovano circondati da altri ragazzi che vengono dai cinque distretti, e tutti pensano di essere dei tipi tosti. Così si viene a creare un gruppo di giovani che gonfiano il petto pensando di dover provare di essere forti come gli altri, o più forti. Ma siamo onesti: può non essere pericolosa una cultura del genere? Quanto può danneggiare i giovani? È fondamentale aiutare le istituzioni, e i minorenni, a capire che non devono per forza seguire la strada che hanno sempre percorso quando torneranno in libertà, che possono davvero cambiare. "Mi sento triste se penso a quando ero in prigione, e sentivo dei tizi parlare di quando sarebbero stati rilasciati, e di quali crimini avrebbero commesso una volta tornati fuori."
Stando in prigione, Ismael afferma di aver conosciuto alcuni degli uomini più intelligenti, brillanti e di talento che abbia mai incontrato. Ha visto individui prendere un sacchetto di patatine e trasformarlo in una stupenda cornice. Ha visto alcuni prendere una saponetta e trasformarla in una scultura così bella "da far apparire Michelangelo un bambino dell'asilo".
Una volta parlò con un anziano che stava in mezzo al cortile con il naso verso il cielo. Ai quei tempi scontava una condanna di trentatré anni, e ne aveva già scontati venti. Gli chiese cosa stesse guardando, e lui in tutta risposta lo invitò a dirgli cosa vedesse lui. Nuvole, fu la sua prima risposta. Non fu soddisfatto. Ma poi passò un aeroplano, e lo prese come un segno. Un aeroplano, disse. E quel signore fece un cenno d'assenso, e gli chiese che cosa ci fosse su quell'aereo. Persone, bisbigliò Ismael. La morale della fiaba era: quell'aereo, con delle persone, va da qualche parte, mentre noi siamo bloccati qui. È la vita che scorre mentre noi rimaniamo fermi, bloccati. "Quel giorno ha acceso qualcosa nella mia mente, e mi ha fatto capire che dovevo cambiare. Crescendo, sono sempre stato un ragazzo buono, intelligente. Alcuni direbbero che ero troppo sveglio, per il mio bene. Sognavo di diventare un architetto o un archeologo. Oggi lavoro per la Fortune Society, che è un programma di riabilitazione, e lavoro con le persone ad alto rischio di recidiva, come coordinatore. Li metto in contatto con i servizi di cui hanno bisogno una volta rilasciati dal carcere così che possano vivere una transizione positiva nella società."
Se oggi Ismael incontrasse il se stesso di quindici anni, gli direbbe di non stare con Tizio e Caio. Di non andare in quel posto o in quell'altro. Lo incoraggerebbe ad andare a scuola, perché è lì che deve essere. Perché è ciò che gli farà ottenere qualcosa nella vita. Questo è il messaggio che dovremmo condividere con i giovani uomini, e le giovani donne. Non dovremmo trattarli da adulti, facendogli subire una cultura della violenza da cui non possono fuggire.
Aki, 18 aprile 2015
Rivolta di un gruppo di detenuti nel carcere di Rumiyeh, sulle colline a nordest di Beirut, in Libano. Secondo il sito web del giornale libanese The Daily Star, che cita fonti della sicurezza, i detenuti di un gruppo integralista islamico hanno "preso in ostaggio" tre guardie carcerarie durante una protesta contro le condizioni di detenzione. Stando a Mtv, gli agenti presi in ostaggio sarebbero 20.
La protesta è scoppiata nella sezione D del carcere, spesso teatro di rivolte, dove molti detenuti sono stati trasferiti a inizio anno per motivi di sicurezza. Stando alla ricostruzione del Daily Star, i detenuti hanno prima dato alle fiamme alcuni materassi o poi bloccato una zona della prigione, prendendo in ostaggio gli agenti. A inizio anno il trasferimento dei detenuti è avvenuto dopo un'operazione delle forze di sicurezza nella sezione B del carcere. Successivamente, secondo il sito web del giornale An Nahar, tra gli 800 e i 900 detenuti sono stati trasferiti nella sezione D. Il carcere di Rumiyeh, notoriamente sovraffollato, è il più grande del Libano.
di Simone Pieranni
Il Manifesto, 18 aprile 2015
In Cina, quando si arriva ad un processo c'è la certezza della pena. Tutti i procedimenti alla fine terminano con una condanna e non ha fatto eccezione Gao Yu, giornalista di 71 anni, arrestata nell'aprile del 2014 e condannata a sette anni di carcere per aver "fornito illegalmente a persone all'estero segreti di Stato".
Una pena pesante, con un'imputazione dura. Nella fattispecie, secondo l'accusa, Gao Yu avrebbe diffuso il noto "documento numero 9", dopo averlo ottenuto, fotocopiato e poi inviato fuori dal paese. Il "documento numero 9" è un testo interno al partito, scritto appositamente dalla leadership per i funzionari di livello inferiore. Alcuni stralci vennero pubblicati dal New York Times due anni fa (ed esattamente un anno dopo Gao Yu sarebbe stata arrestata). Nel documento venivano criticati i cosiddetti "concetti universali" dell'Occidente, in particolar modo la libertà di parola e i diritti umani. Nel "documento numero 9" si avvisavano i funzionari di partito di stare in guardia contro questi valori e il loro utilizzo compiuto dalle potenze occidentali, con il duplice scopo di screditare la Cina nell'immaginario collettivo e irretire i quadri del Partito. Si trattava di un insieme di avvertenze, contro quella che in Cina viene definita la "corruzione spirituale", un insieme di sistemi valoriali da cui guardarsi, che Xi Jinping sembra tenere in gran conto.
Nel testo trovava spazio anche una critica alla democrazia occidentale, che ricalcava i toni e le argomentazioni usate spesso dalla dirigenza di Pechino. La condanna contro l'autrice di articoli molto duri contro la dirigenza cinese, recentemente pubblicati sul magazine tedesco Deutsche Welle, è l'ennesimo vivido esempio di come negli ultimi tempi l'ondata di arresti di intellettuali, giornalisti e "dissidenti" pare non aver fine, rendendo la leadership di Xi Jinping ormai famosa per il suo pugno duro contro ogni forma di dissidenza (al momento sarebbero 14 i giornalisti in carcere).
Non è la prima volta che la giornalista Gao Yu si trova a dover affrontare la durezza del sistema penale cinese. Nel 1989 era stata accusata di aver scritto articoli - sul suo magazine Economic Weekly - destinati a infiammare le proteste e venne condannata a 15 mesi di reclusione. Per Gao come per tanti altri, quell'arresto fu un marchio impresso per la vita. Tutte quante le persone arrestate in occasione delle manifestazioni di Tiananmen rimangono controllate nel tempo; ad ogni scadenza, ogni 4 giugno, di ogni anno, vengono tenuto sotto controllo. E proprio la mancata partecipazione di Gao a una celebrazione del 4 giugno, lo scorso anno, ha preoccupato i suoi conoscenti. Si è così scoperto che Gao Yu era agli arresti, dal 24 aprile.
Ma le vicissitudini della giornalista trovarono un altro momento dirimente tra il 1993 e il 1999: sei anni di carcere, perché accusata di aver diffuso segreti di Stato. Anche in quel caso l'accusa sosteneva che Gao Yu aveva criticato duramente la leadership, consegnando documentazione riservata ad Hong Kong. Come sottolineano gli avvocati di Gao anche dopo la recente condanna di sette anni, non ci sono prove della colpevolezza di Gao, che si è sempre dichiarata innocente. La nota giornalista, in realtà, le colpe le aveva ammesse, ma in diretta tv. Gao ha dovuto subire la gogna di una confessione in televisione, salvo poi ritrattare tutto e sostenendo di essere stata costretta e di aver subito minacce ai suoi figli.
di Claudia Gennari
www.interris.it, 18 aprile 2015
"Black Mamba", questo è il nome di una nuova droga, diventata protagonista dell'ultima moda in "riti di benvenuto" nelle carceri inglesi: I detenuti incitano i nuovi arrivati a fumare questa cannabis sintetica, per divertirsi poi a guardare i novellini andare fuori, e nella maggior parte dei casi questo gioco termina con un viaggio in ambulanza, soprannominata appunto "mambulance". Questa nuova sostanza stupefacente è fatta di erbe essiccate e innaffiate di sostanze chimiche che dovrebbero replicare gli effetti della cannabis, ma non è esattamente così: gli effetti sono devastanti, "non è come l'erba, la coca, o l'eroina, con cui sai come ti comporterai tu o come reagirà un tuo compagno. Questa è davvero roba folle", afferma un ex detenuto.
La "spice", come la chiamano invece i secondini, è sempre più popolare, ma particolarmente insidiosa, sia per i secondini, dato che non è rintracciabile con i test delle urine e nemmeno i cani riescono a fiutarla, tanto che si sospetta che sia già diffusa in ogni carcere del Paese, perché riesce a entrare attraverso i visitatori. Ma i pericoli ci sono anche per i consumatori, infatti sono in molti a non averla provata prima e non sono in grado di gestire gli effetti, che colgono i detenuti di sorpresa, tanto che spesso corrono al pronto soccorso. Un ex detenuto afferma che "ti manda completamente fuori di testa, chi ne consuma si imbambola, prende a testate il muro, oppure tenta di colpirti o di colpire gli agenti". Medici e paramedici ormai sono preparati ad affrontare attacchi epilettici, allucinazioni, perdita di controllo totale, che sono solo alcuni degli effetti della Black Mamba.
La Prison Officers Association cita la cannabis sintetica come il problema principale per le guardie carcerarie, perché rende i detenuti instabili, violenti, attaccabrighe. Molte guardie carcerarie hanno vissuto in prima persona o hanno assistito a scoppi di violenza dovuti agli effetti della marijuana sintetica, tra cui Michael che ha raccontato di un superiore, che "è stato aggredito da un detenuto sotto gli effetti della spice - e prosegue - aveva già perso i sensi ma il detenuto ha continuato a picchiarlo. Ora ha perso l'udito da un orecchio e il suo equilibrio è permanentemente danneggiato. Non credo tornerà mai al lavoro, e questo per colpa della spice". Secondo un rapporto del Centre for Social Justice, nel 2010 c'erano stati solo 15 sequestri di questa droga, mentre nei primi sette mesi del 2014 le confische sono state 430. Accanto a quest'enorme crescita nell'utilizzo, i tagli del governo al personale carcerario hanno aggravato il problema. Peter McParlin, presidente della Prison Officers Association, ha dichiarato: "Da sempre ci sono episodi di violenza in carcere, ma negli ultimi 32 anni il livello non è mai stato così alto".
Ristretti Orizzonti, 17 aprile 2015
Il Pubblico Tutore dei minori e Garante delle persone ristrette nelle libertà personali del Veneto, dott.ssa Aurea Dissegna, la scorsa settimana ha inviato una nota al capo dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) dott. Santi Consolo, chiedendo la sospensione del provvedimento relativo al trasferimento di tutte le persone della sezione Alta Sicurezza della Casa di Reclusione di Padova, in altre strutture carcerarie italiane. Faceva notare:
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 17 aprile 2015
Prima volta della legge sulla responsabilità delle toghe. Il caos dei procedimenti paralleli.
Imputati che fanno un processo ai pm, "parallelo", d'ora in poi, al processo vero che i pm stanno istruendo a carico degli imputati: a dimostrazione dell'insidiosità delle ricadute della norma, specie dopo l'abolizione di qualunque "filtro" di ammissibilità, il primo caso in Italia di ricorso alla nuova legge sulla responsabilità civile dei magistrati debutta con una azione contro lo Stato che mette nel mirino non l'attività dei giudici, alla fine di tre gradi di giudizio di un dibattimento ormai concluso nel merito con assoluzione definitiva; ma l'attività ordinaria dei pm, nel pieno di una indagine economica sfociata in un rinvio a giudizio, e come reazione a una incidentale richiesta dei pm sul patrimonio di una grossa società.
di Donatella Stasio
Il Sole 24 Ore, 17 aprile 2015
La posizione di Bruti Liberati, Pignatone e Lo Voi: "Divieto per gli atti allegati".
Pubblicabili, integralmente e non per riassunto, le ordinanze con cui si concludono le indagini, quelle di custodia cautelare o i decreti di sequestro, ma non anche gli atti allegati, depositati e messi a disposizione della difesa. In tal caso la pubblicazione va sanzionata con una pena pecuniaria - non con il carcere - per i giornalisti o, preferibilmente, per gli editori. I quali, pertanto, "se decidono di pubblicare un gossip, lo dovranno pagare".
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