di Maurizio Ricci
La Repubblica, 15 marzo 2015
Stati Uniti. Dopo la liberalizzazione della "erba" in Colorado e Oregon, Philip Morris, Reynolds & co si gettano sul nuovo mercato: in ballo ci sono 36 miliardi di dollari l'anno. Oppure, magari, La Grande Canna. I padroni dell'erba. O comunque si decida di chiamare l'incrocio fra quelli che, nell'economia americana, sono l'industria storicamente più redditizia e il settore, oggi, in crescita più vertiginosa. Negli Usa, è già "Big Pot": il negato, ma, per molti, inevitabile matrimonio fra Big Tobacco e il "cannabusiness", nome ormai ufficiale della marijuana legalizzata. Insomma, quando rollarsi una Marlboro assumerà un significato tutto nuovo.
Nel corso del 2014, il giro d'affari della marijuana legale è passato da zero a 2,4 miliardi di dollari, nonostante sia possibile fumarla liberamente solo in due Stati (il Colorado e l'Oregon) e utilizzarla a fini medicinali in un'altra dozzina come New York e California. Praticamente, lo stesso fatturato faticosamente raggiunto dalle sigarette elettroniche. Ora gli Stati che consentono un uso ricreativo della marijuana (cioè fumare uno spinello) sono diventati cinque: si sono aggiunti Washington, Alaska e il distretto di Columbia, cioè Washington, intesa come la capitale. Del resto, la legalizzazione della marijuana ha un consenso di massa: il 70 per cento degli americani nati dopo il 1980 è favorevole. Ma lo è anche più della metà dei loro genitori: i baby boomers, la generazione della scoperta di massa della marijuana.
E finanche un buon terzo dei nonni: i nati fra il 1928 e il 1945, che la marijuana l'hanno vista da adulti. Un numero consistente non si limita a parlarne. Più di 19 milioni di americani con un'età superiore a 12 anni hanno dichiarato, nel 2012, di essersi fatti una canna, probabilmente, al contrario di Bill Clinton, inalando a pieni polmoni. Quasi otto milioni lo fa tutti i giorni. Un mercato assai appetibile: gli esperti hanno già calcolato che, se la marijuana diventasse legale in tutti i 50 Stati del paese, il giro d'affari sarebbe subito di oltre 36 miliardi di dollari l'anno. Per dire: quasi quanto il cibo organico.
Chi si prenderà questo mercato? Il settore è, attualmente, un ribollìo di iniziative più o meno avventurose di piccole aziende. Ma Leonid Bershidsky, opinionista di Bloomberg , non ha dubbi. Chi è nella posizione perfetta per catturare questi milioni di consumatori è Big Tobacco. I giganti della sigaretta, elenca Bershidsky hanno già in piedi i sistemi di distribuzione (la marijuana a scopi medicinali viene già venduta attraverso i tabaccai), le macchinette automatiche, le fabbriche per fabbricare gli spinelli e anche i vaporizzatori per inalarli, come con le sigarette elettroniche, i laboratori di ricerca e, naturalmente, una enorme massa d'urto finanziaria.
Chi pensa che Big Tobacco sia stato fiaccato dalla gragnola di divieti di fumo che gli sono piovuti addosso, infatti, si sbaglia. Tuttora, Philip Morris (Marlboro) fattura oltre 135 miliardi di dollari l'anno, Reynolds (Camel, Winston) 73 miliardi, Lorillard (Kent, Newport) 40 miliardi. Divieti o no, nel 2004 i fumatori, negli Usa, erano il 21 per cento della popolazione. Nel 2011, erano poco di meno: il 19 per cento. E Big Tobacco resta una gallina dalle uova d'oro. Dal 2005 ad oggi, le azioni delle aziende di Big Tobacco sono cresciute di quasi il 200 per cento. Quelle dell'hi-tech, per fare un confronto, nonostante il boom dei computer, di Internet e degli smartphone, di meno del 100 per cento.
Big Maria, allora? All'ipotesi di sbarcare sul terreno della marijuana aziende come la Philip Morris, come rivelato da varie inchieste giornalistiche, ci avevano pensato seriamente a cavallo fra gli anni '60 e '70, ma qualsiasi progetto fu abbandonato negli anni '80. Riprenderlo oggi non è così semplice. I giganti del tabacco sono già abbastanza assediati da norme e divieti ed è difficile che abbiano voglia di coltivare nuove polemiche. Soprattutto, l'ostacolo, negli Usa, è politico. I bastioni di difesa di Big Tobacco sono gli Stati in cui le aziende sono una forza economica e un serbatoio di occupazione: dove si coltiva il tabacco e si producono sigarette. La controprova è che sono anche gli Stati un cui i divieti di fumo sono più radi e meno pervasivi. Di fatto, la cintura di Stati del Sud, a est del Rio Grande. Dal Texas alla Georgia, alla Carolina del Sud, su fino a Kentucky, Tennessee, Virginia. Il problema è che questi sono anche gli Stati tradizionalmente conservatori, in cui lo spinello può ancora portare in prigione.
Insomma, dicono gli esperti, Big Tobacco non metterà i piedi nel piatto della marijuana fino a quando non avrà una copertura federale. Fino a quando, cioè, lo spinello non sarà legale anche agli occhi della Dea, l'agenzia antidroga federale che, sulla base della legislazione attuale, potrebbe in teoria bloccare l'uso della marijuana anche dove un referendum lo ha reso possibile. La novità è che qualcosa si sta muovendo. Per la prima volta, il Senato di Washington discuterà pubblicamente e ufficialmente della marijuana. Tre senatori hanno, infatti, presentato nei giorni scorsi, un progetto di legge che impedirebbe alle autorità federali di interferire nelle decisioni prese dagli Stati sull'uso o meno della marijuana. È un classico tema libertario e, infatti, i presentatori sono due democratici e un repubblicano come Rand Paul, possibile candidato alle prossime presidenziali, da sempre sostenitore dei diritti degli Stati contro le ingerenze federali. Fra le righe, il progetto di legge fa, però, qualcosa di più: riconosce per la prima volta, a livello federale, il valore medicinale della marijuana, il grimaldello che, a livello statale, sta portando alla sua progressiva liberalizzazione. E la presenza di Rand Paul spinge a fare due più due. Il potenziale candidato alle presidenziali è da sempre un sostenitore dei diritti degli Stati, ma rappresenta anche al Senato il Kentucky: Stato di piantagioni di tabacco e di fabbriche di sigarette, dove Big Tobacco è un nome che conta.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 15 marzo 2015
Centinaia di rifugiati, richiedenti asilo e migranti di ogni età sono rinchiusi, in condizioni inumane e degradanti, nel centro di accoglienza per stranieri "Gazi Baba" della capitale macedone Skopje. Il centro, che ha una capacità ufficiale massima di 150 persone, ne ospita più del doppio. Molte persone sono costrette a dormire sul pavimento. Oltre al sovraffollamento, i servizi igienico-sanitari sono inadeguati e il cibo insufficiente.
La maggior parte dei detenuti, perché di questo di fatto si tratta, è costituita da nuclei familiari fuggiti dalla Siria, compresi bambini, donne in gravidanza e neo-mamme coi loro piccoli. Altri arrivano da aree di crisi differenti, come Afghanistan, Pakistan e Somalia. Vengono tenuti a "Gazi Baba" anche per sei mesi, allo scopo di accertarne l'identità e soprattutto di coinvolgerli come testimoni nei processi contro i trafficanti.
Il diritto internazionale stabilisce che il ricorso automatico alla detenzione dei migranti, dei richiedenti asilo e dei rifugiati è illegale e che i minorenni - soprattutto se non accompagnati - non dovrebbero mai essere detenuti per questioni legate all'immigrazione. Lo scorso ottobre il Comitato europeo per la prevenzione della tortura ha visitato il centro "Gazi Baba". Le sue conclusioni non sono state rese ancora pubbliche perché - così stabilisce la procedura - manca il consenso del governo della Macedonia.
Il 18 dicembre l'Ufficio del difensore civico della Macedonia ha espresso preoccupazione per le condizioni del centro ricordando che la detenzione dei minori è vietata e che, in attesa della scarcerazione, questi ultimi avrebbero dovuto ricevere una specifica assistenza medica e psicologica. Quest'anno, a gennaio, una delegazione di Amnesty International in visita in Macedonia ha chiesto di poter avere accesso al centro "Gazi Baba" ma ha ottenuto un rifiuto. Le è stato invece proposto di visitare il centro per rifugiati di Vizbegovo, dove c'è spazio per 150 persone ma gli ospiti sono solo una trentina.
Adnkronos, 15 marzo 2015
L'ex presidente delle Maldive, Mohamed Nasheed, è stato condannato a 13 anni di carcere per aver ordinato, quando era in carica, l'arresto illegale di un giudice per corruzione. L'ex capo di Stato, arrestato lo scorso 22 febbraio, è stato riconosciuto colpevole in base alle leggi anti-terrorismo e colpevole di aver rilasciato false dichiarazioni.
L'arresto del giudice Abdulla Mohamed, nel gennaio 2012, provocò settimane di proteste e tensioni che portarono alle dimissioni di Nasheed, che nel 2008 era diventato il primo capo di Stato democraticamente eletto nelle Maldive. Nel 2013 Nasheed si presentò di nuovo alle presidenziali alla guida del Partito democratico delle Maldive, ma fu sconfitto da Abdulla Yameen, attuale capo di Stato.
di Errico Novi
Il Garantista, 14 marzo 2015
È un bombardamento. Anzi, un'offensiva a tenaglia. Senato e Camera. Da una parte l'anticorruzione, che si arricchisce di una bella spruzzata di 416bis. Dall'altra la super-prescrizione, ormai pronta al decollo: via libera della commissione Giustizia, con tanto di mandato ai relatori (ma con il no dell'Ncd). Da lunedì si va in aula. Può bastare a risarcire i magistrati per la responsabilità civile? Forse sì. O forse sarà eccessivo mettere in relazione lo strappo giustizialista di Pd e governo con il dispiacere dato alle toghe. Fatto sta che da quando Montecitorio ha definitivamente approvato la riforma della Vassalli, sulla giustizia c'è stata una clamorosa virata in senso restrittivo.
di Roberta Labruna
Giornale di Vicenza, 14 marzo 2015
Dal Pd pieno appoggio: "È frutto del nostro lavoro". I leghisti Busin e Stefani: "Una cosa giusta, se vera". Ma Zaia attacca: "Senza carceri è solo una sparata". "È un primo risultato importante, per il quale ci siamo spesi con convinzione e il latto che il via libera sia arrivato direttamente dal governo consentirà di andare avanti spediti", assicurano i parlamentari di maggioranza.
di Giulia Pozzi
www.diariodelweb.it, 14 marzo 2015
Poco dopo l'approvata depenalizzazione di 157 reati minori, Alfano annuncia l'emendamento che raddoppia le pene per i furti nelle case. Per Nicola Molteni, però, si tratta solo di un tentativo di distrazione rispetto alla "disastrosa condotta" del Governo in tema giustizia. Condotta che, per altri, è una prima risposta all'emergenza carceri per cui siamo stati sanzionati dall'Europa.
di Cesare Goretti
Il Garantista, 14 marzo 2015
È vero, la magistratura continua nella sua supplenza: perché ha un potere sconosciuto in altri Paesi. I supremi giudici hanno confermato che in Italia non è reato essere "utilizzatore" dei servizi di prostituzione: c'era bisogno che lo ricordasse la Cassazione, visto che lo asserisce la legge? E subito gli antagonisti politici di un leader politico, e i sostenitori di quel leader politico, si sono affrontati impugnando ognuno a suo modo la spada della Giustizia: da cambiare secondo alcuni, da difendere secondo altri. Mi sembra però che poco si sia riflettuto sul percorso che sono obbligati a compiere imputati e ricorrenti, magistrati e avvocati, a causa della concezione e dell'impalcatura del diritto vigenti in Italia.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 14 marzo 2015
"Più del jihadismo da tastiera il pericolo di radicalizzazione arriva dalle carceri. È quello il "vero luogo" dove l'Italia rischia di veder nascere i futuri foreign fighters o, peggio, i lupi solitari pronti ad attivarsi appena fuori dalla prigione". Così lancia l'allarme il direttore dell'Antiterrorismo italiano, il prefetto Mario Papa.
di Valeria Di Corrado
Il Tempo, 14 marzo 2015
Un detenuto su tre in Italia è straniero. L'esercito di criminali non autoctoni tende a crescere, proporzionalmente all'ingresso in Italia (regolare o irregolare che sia) di persone nate all'estero. I dati forniti dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, aggiornati al 28 febbraio 2015, censiscono in 17.463 gli stranieri presenti nelle carceri italiane su un totale di 53.982. La stragrande maggioranza è costituita da uomini, le donne straniere recluse sono soltanto 870. Di questi 17.463 detenuti nati fuori dai confini italiani, 3.849 sono in attesa di un primo giudizio, 3.466 hanno una condanna non definitiva (perché impugnata in Appello o in Cassazione), 9.980 stanno scontando una condanna in via definitiva e 136 sono stati internati.
La concentrazione massima di stranieri dietro le sbarre si riscontra negli istituti penitenziari della Lombardia, con 3.487 presenze; al secondo posto c'è il Lazio dove si contano 2.487 reclusi nati fuori dall'Italia. Le carceri di Roma fanno il pieno. Basti pensare che al Regina Coeli, su 910 detenuti, più della metà (ossia 539) sono stranieri.
A Rebibbia nuovo complesso su 1.525 reclusi, i non italiani sono un terzo. Stessa proporzione anche per la casa circondariale femminile: 173 donne su 335 ristrette a Rebibbia sono straniere. Il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria censisce anche la distribuzione dei detenuti sulla base della cittadinanza. Il 16,8% sono marocchini, il 16,4% provengono dalla Romania, il 14,% sono albanesi e l'11% tunisini. Sensibilmente meno forti le presenze di nigeriani (4%), egiziani (3%), algerini (2,3%), senegalesi (1,7 %) e cinesi (1,4%).
Per quanto riguarda la tipologia di reato, secondo i dati del ministero della Giustizia aggiornati al 31 dicembre 2014, gli stranieri infrangono prevalentemente la legge sullo sfruttamento della prostituzione, con 654 detenzioni su un totale di 840. Per quanto riguarda i reati contro il patrimonio, un quarto delle persone recluse è nato all'estero; mentre in materia di reati contro la pubblica amministrazione sono 2.500 a fronte di 4.500 mila italiani. Se si passa poi agli illeciti connessi allo spaccio e alla produzione di sostanze stupefacenti, ammontano a 6.747 i detenuti stranieri su un totale di circa 19 mila. Un 10% di loro, invece, infrange invece la legge sulle armi. In materia di ordine pubblico, un terzo dei reati vengono commessi da cittadini nati all'estero. Per quanto riguarda poi i reati contro la persona, 6.644 su 22.167 detenuti sono stranieri. Desta curiosità anche la casistica dei reati contro la fede pubblica, un terzo delle persone arrestate per questo illeciti rientranti in questa categoria ha passaporto non italiano. Le associazioni di stampo mafioso (415 bis) restano invece una prerogativa nostrana: sono soltanto 108 i detenuti stranieri a fronte di 6.800 italiani.
Per capire la distinzione dei reati all'interno di queste macro-categorie, bisogna far riferimento a delle rivelazioni statistiche risalenti nel tempo. Sono dati sulla percentuale di stranieri denunciati o arrestati, attinti dal Sistema d'indagine (Sdi) del ministero dell'Interno ed elaborati dalla Direzione centrale della Polizia criminale. Nel 2006, le persone nate fuori dal confine italiano hanno commesso nel nostro Paese il 40% dei furti con destrezza, il 19% dei furti e delle rapine nelle abitazioni, il 12% dei furti di auto e il 15% delle rapine sulla pubblica via. E infine: il 12% delle violenze sessuali ha avuto come protagonisti cittadini stranieri.
Ha gettato acqua sul fuoco, alcuni giorni fa, il titolare del Viminale. "Noi in materia di sicurezza possiamo vantare un calo dei reati superiore al 7% nel 2014 rispetto al 2013", ha detto lo scorso 5 marzo il ministro dell'Interno Angelino Alfano, al termine di una riunione con una delegazione dell'Anci. Secondo Alfano "si tratta di dati oggettivi che scontano spesso una diversa percezione della sicurezza e per questo dobbiamo rendere le nostre città non solo più sicure ma anche percepite come più sicure".
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 14 marzo 2015
Nella solitudine di un recluso ciò che lo sguardo incontra oltre le sbarre può essere di vitale importanza. Se poi il panorama che si apre oltre la finestra a scacchi incornicia, come nel caso dell'Opg di Montelupo Fiorentino, un ridente scorcio di collina toscana e una splendida villa medicea affacciata sulla riva sinistra dell'Arno, unica tra le residenze raffigurate nelle lunette di Giusto Utens a non essere inclusa nel patrimonio Unesco proprio perché non aperta al pubblico, la fantasia allora può fare miracoli. Non solo la fantasia degli attuali 117 internati nei tre reparti rimasti ancora aperti che, almeno sulla carta, dovrebbero lasciare l'Ospedale psichiatrico giudiziario toscano a cominciare dal 1° aprile prossimo.
Perché sulla villa dell'Ambrogiana sono in molti ad aver messo gli occhi, e il progetto maggiormente accreditato al momento sembra essere quello di trasformare la residenza medicea, quando sarà liberata dall'Opg, in un resort a cinque stelle, visto che "di questi tempi - hanno sostenuto in molti durante il mega convegno organizzato a metà dicembre dal sindaco di Montelupo, Paolo Masetti, con ospiti d'eccezione come il presidente della Toscana Enrico Rossi, il sottosegretario Luca Lotti, il presidente della Cassa depositi e prestiti Franco Bassanini, il direttore dell'Agenzia del demanio Roberto Reggi, il provveditore regionale dell'amministratore penitenziaria Carmelo Cantone e l'assessore regionale alla Salute Luigi Marroni - non si può che ricorrere a investimenti privati", per recuperare un patrimonio statale di tale valore.
Un'idea che inorridisce quanti vorrebbero che la villa medicea rimanesse invece a disposizione della collettività, magari per farne un museo sui manicomi giudiziari, ultima istituzione totale in via di abbattimento. Oppure, come sostiene la direttrice dell'Opg di Montelupo, Antonella Tuoni - che, come tutti i suoi colleghi, ha ricevuto dal Dap una circolare che le impone di "non entrare nel merito di aspetti di carattere generale relativi alla chiusura degli Opg" - per ospitare in una parte della struttura "un carcere a bassa sicurezza, in osmosi col territorio, aperto alla cittadinanza, con i detenuti che lavorano e vivono in un posto bello, ad alto valore simbolico, in modo da ribaltare il concetto vetusto di detenzione che la vuole collegata al dolore".
Rems o commissariamento
In qualunque caso, per "liberare" la villa Amborgiana, c'è bisogno che la Toscana riesca a rispettare le scadenze definite dalla legge 81/2014 che impone alle giunte regionali, pena il commissariamento, di trasmettere entro il 15 marzo ai ministeri di Salute e Giustizia l'elenco delle Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza (Rems) che sostituiranno gli Opg. Sono strutture a totale gestione sanitaria che non possono superare i 20 posti letto e che dovranno essere in numero adeguato al bacino di utenza regionale.
"Siamo fiduciosi di riuscire a non essere commissariati", fanno sapere dall'assessorato alla Salute. Dopo vari rinvii e rimodulazioni dei piani di attuazione delle Rems, "a causa dell'opposizione dei sindaci dei comuni dove avevamo pensato di collocare le residenze", l'ultima delibera è stata firmata dalla giunta toscana il 9 marzo scorso, a una settimana dalla scadenza, e prevede la realizzazione di circa 70 posti letto, con diversa intensità di cura e di sicurezza, per un costo complessivo di 11,6 milioni di euro. A conti fatti, però, spiegano i tecnici dell'assessorato regionale, la Toscana si deve far carico "solo" dei suoi 50 internati presenti a Montelupo Fiorentino che non sono dimissibili di qui alla fine di marzo, più 7 provenienti dall'Umbria, secondo un accordo interregionale.
Ma per il superamento degli Opg la regione di Rossi ha deciso di avvalersi di una sola Rems (a Careggi, una struttura provvisoria in attesa di costruirne una nell'empolese), e puntare invece maggiormente su strutture non contenitive: due case famiglia a Siena e ad Arezzo (8 posti, ma in alto mare nella realizzazione), e altre quattro residenze sanitarie "intermedie", ossia senza sorveglianza perimetrale, destinate agli internati che stanno ultimando il percorso riabilitativo prima delle dimissioni definitive (42 posti distribuiti ad Aulla, Firenze e Volterra).
Di sinistra ma mica "matti"
Insomma di definitivo non c'è molto perché "tutto è stato deciso a ridosso della scadenza", come fa notare Cesare Bondioli, responsabile nazionale di Psichiatria Democratica: "La realtà è ben lontana dai toni trionfalistici che annunciavano il primato toscano nel superamento degli Opg". Il motivo? "L'insipienza - secondo Bandioli - della Regione a governare e a cogliere una scadenza epocale, pari alla chiusura dei manicomi: non c'è stato un sufficiente e sistematico coinvolgimento dei Dipartimenti di salute mentale (Dsm) e neppure un scambio sufficiente tra Regione e magistratura, come invece è avvenuto in Emilia Romagna (unica, insieme a Campania, Calabria e Friuli a poter rispettare le scadenze senza ricorrere al privato, ndr)".
Ma c'è anche un territorio che, contrariamente a quanto ci si potesse aspettare dalla "rossa" Toscana, "è stato respingente": a San Miniato, per esempio, ma anche in molti altri comuni, i sindaci - di sinistra - sono scesi sulle barricate per scongiurare il trasferimento dei "matti" sui loro territori. "La collettività - ragiona Antonella Tuoni - non è sufficientemente matura, non solo per affrontare il problema del disagio mentale abbinato alla commissione di reati ma anche sulla limitazione della libertà personale". Ne è la prova il grosso polverone mediatico alzato dalla notizia divulgata qualche giorno fa di un internato di Montelupo "fuggito" durante una licenza, "cosa che avviene in continuazione, senza alcun problema, visto che stanno testando l'ultima fase di reinserimento", spiega Tuoni. L'uomo, per la cronaca, è già tornato in cella, ma sorride dietro le sbarre chiuse per punizione (le altre sono aperte, quasi tutte, dalle 8 alle 18).
E pensare che il primo passo per il superamento degli Opg, stabilito anche dalla legge Marino, è la presa in carico di ciascun internato da parte del Dsm di appartenenza che dovrebbe approntare piani terapeutici e percorsi di reinserimento personalizzati nel territorio di residenza. Secondo una ricerca promossa da Franco Corleone, garante regionale dei detenuti della Toscana, e dall'associazione di volontariato penitenziario Onlus di Firenze che ha descritto il "quadro della popolazione internata nell'Opg di Montelupo Fiorentino", l'eccessivo ricorso alla proroga delle misure di sicurezza - che ha portato in passato al paradosso di vedere costretti al cosiddetto "ergastolo bianco" persone con piccole condanne alle spalle - è dovuto soprattutto alla "assenza di progetti di dimissione" e al "fallimento delle licenze finali di esperimento". "Il problema - dice Corleone - è che è sempre stata posta la domanda sbagliata: "Dove li mettiamo?" invece di "quali progetti abbiamo per loro?".
No, non è la 180 ma...
Lo raccontano bene gli internati di Montelupo: "Negli Opg, nelle comunità o anche quando sei libero e seguito dai Dsm, il programma terapeutico non lo fanno mai insieme a noi. Difficile dunque che funzioni", racconta Bruno che viene da San Remo e nell'Opg fa lo scopino per 154 euro al mese ma poi ne deve restituire 50 per il mantenimento, come tutti i carcerati. Silvio annuisce, lui è in regime di custodia attenuata e può lavorare anche all'esterno, come Silvano che proviene dal carcere di Sollicciano. In media, solo il 21% dei reclusi di Montelupo ha un'occupazione interna retribuita.
Alessandro, che viene dalla Liguria ed è vicino alla libertà, ha "iniziato un percorso di psicoterapia" perché non si accontentava degli incontri sporadici con lo psicologo dell'Opg: "Ce ne sono troppo pochi - dice - è normale che diano più attenzione a chi ne ha più bisogno". Per Danilo invece la ripresa è più difficile: è di Cagliari e l'ultima volta che ha visto la sua famiglia, a Natale, "mi sono messo a piangere". Ed è pure fortunato, perché non fa parte di quel 30% di internati che non riceve mai visite dai familiari. Una percentuale simile è quella degli internati che ha alle spalle anche una storia di tossicodipendenza, come Mirko, ventitreenne di Olbia che da sei anni entra ed esce dagli Opg ma rimpiange la comunità "dove lavoravo e c'era un progetto di reinserimento sociale".
Ma anche dentro l'Opg il personale sanitario e socio-sanitario "non è assolutamente parametrato alle esigenze", affermano la direttrice e il comandante Massimo Mencaroni, che dirige il personale penitenziario (77 agenti e una decina di civili). "Come si fa con sette psichiatri, tre psicologi affiancati da uno del Sert per 11 ore settimanali, tre operatori della riabilitazione e due operatori socioassistenziali a fare una politica orientata al reinserimento? Domenica scorsa - raccontano - nel pomeriggio non c'era nessun operatore addetto alla cura degli internati".
Tuoni ricorda però che quando arrivò nel 2011 la struttura "era in condizione pietose". L'allora senatore Ignazio Marino realizzò il suo video-denuncia dentro la sezione "Ambrogiana", chiusa successivamente quando già erano stati appaltati i lavori di ristrutturazione.
In quegli anni, un incendio si sviluppò su un'intera ala, oggi in ristrutturazione, partito da alcune celle "imbottite" di materiale che risultò niente affatto ignifugo. "Celle utilizzate per contenere persone particolarmente agitate, ma inutili perché avevano letti e porte di ferro che certo non scongiuravano la possibilità di atti di autolesionismo", racconta Franco Scarpa, direttore della struttura "fino al 2008", attualmente responsabile sanitario. C'erano anche tre letti di contenzione, ma "l'Opg era inadeguato alla riabilitazione degli internati allora come lo è adesso - afferma Scarpa - soprattutto per la scarsità di risorse. Perché la logica manicomiale non sta tanto nelle mura quanto nella mancanza di prospettive". "Nonostante ci abbiano fatto passare per cattivi - aggiunge - sono molto contento che con Marino sia arrivata per la prima volta una commissione di medici e non di poliziotti, e che si sia poi deciso di chiudere gli Opg". Oggi dice, "c'è un grande fermento e anche una grande pressione sulle nostre spalle", quasi come quando a liberare i "matti" arrivò la legge Basaglia. "Meno male però che c'è questo faro acceso - conclude Scarpa - ho solo paura di quando i riflettori si spegneranno".
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