di Daniele Aliprandi
Il Garantista, 17 aprile 2015
Si tratta di un raro esempio di detenzione civile, anche se ancora l'affettività in prigione resta un tabù. Il luogo ideale per sperimentare "l'affettività in carcere" potrebbe essere il famoso carcere di Gorgona. A dirlo è stato il garante dei detenuti della Toscana Franco Corleone dopo aver visitato il carcere dove sono recluse 58 persone.
"Si tratta di capire - ha detto Corleone, accompagnato dal garante dei detenuti di Livorno, Marco Solimano - perché tenere un carcere su un'isola. Mentre in passato si trattava di istituti speciali o per confinati, oggi ha senso se diventa qualcosa di alternativo con un progetto ben definito". Sugli interventi da compiere, Corleone ha specificato che andrebbe ampliata la vocazione dell'isola, un modello dal punto di vista ambientale, sociale e culturale, immaginando anche un intervento pubblico.
"L'isola - ha proposto - potrebbe essere un richiamo per i corsi professionali: si potrebbero organizzare iniziative per alcune categorie di professionisti e far gestire ai detenuti l'accoglienza, lavorerebbero così per un progetto di sociabilità". Corleone ha definito Gorgona un "paradiso" dove i detenuti vivono in celle singole, spaziose, ben ammobiliate e con bagni decenti ma, ha ricordato, dove ci sono anche numerosi problemi a partire dalla mancanza di trasporti ai costi eccessivi per il mantenimento della struttura fino alla carenza di lavoro per i detenuti.
"Non c'è più il collegamento della Toremar - ha rilevato il garante regionale - e per arrivare sull'isola ci vuole la pilotina della polizia penitenziaria. Quanto all'energia, è stato fatto un impianto con 11 generatori a gasolio, costato 2 milioni di euro e ogni giorno per farlo funzionare occorrono 400 litri di gasolio, nessuno ha pensato ai pannelli solari o all'eolico. Manca, infine, il lavoro per i detenuti, e quello che c'è non ha riconoscimenti professionali". L'istituto penitenziario di Gorgona è comunque "perfetto" per dare il via all'affettività, ma prima deve essere approvata una legge visto che nelle carceri italiane è vietato fare sesso. Ricordiamo che è stato depositato al Senato un disegno di legge, a firma del parlamentare Pd Sergio Lo giudice e altri colleghi, a favore dell' umanizzazione delle viste ai detenuti e soprattutto alla legalizzazione dell'affettività in carcere, "Il presente disegno di legge - si legge nel testo del ddl - riprende una proposta già depositata nella scorsa legislatura alla Camera dei deputati dall'Onorevole Rita Bernardini e dai deputati radicali, recante norme in materia di trattamento penitenziario".
Il testo disegno di legge prosegue spiegando che "La detenzione rappresenta un evento fortemente traumatico per gli individui che ne vengono coinvolti. La Costituzione, all'articolo 27, prevede che le pene non possano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e debbano sempre tendere alla rieducazione del condannato. Ne consegue un obbligo per il legislatore e per le istituzioni a vigilare affinché i diritti inviolabili dell'uomo siano garantiti e tutelati. Tra i diritti basilari vi è senza dubbio quello di mantenere rapporti affettivi, all'interno della famiglia e nell'ambito dei rapporti interpersonali".
Per superare questo problema, i senatori propongono delle soluzioni. Ad esempio rendere legale l'affettività in carcere "come del resto -spiegano nel testo - già avviene in altri Paesi europei e permette di agevolare il reinserimento sociale attraverso la valorizzazione dei legami personali e, nel contempo, attenua la solitudine che accompagna i detenuti durante il periodo di espiazione della pena".
La sessualità è un ciclo organico, un impulso fisiologicamente insopprimibile, un bisogno di vita; trattare di affetti in carcere e, molto di più, di sessualità, suscita critiche, imbarazzi, polemiche, oltre che perplessità. La sessualità costituisce l'unico aspetto della vita di relazione dei detenuti a non essere normativizzato, quasi che l'afflizione della privazione sessuale debba necessariamente accompagnare lo stato di detenzione.
Carcere e affettività sembrano due parole inconciliabili, perché se c'è qualcosa che nega la confidenza, la libertà di espressione dei sentimenti, questo è proprio il carcere. A tal proposito, diversi paesi europei hanno già da tempo introdotto, nei propri ordinamenti, apposite disposizioni normative volte a garantire l'esercizio - in ambito carcerario - del diritto personalissimo a coltivare relazioni familiari, affettive, sessuali e amicali con persone libere, destinando allo scopo spazi appositi e locali idonei.
In particolare, in Canton Ticino, ad esempio, l'affettività può esprimersi attraverso una serie articolata di colloqui ed incontri intimi per i detenuti, con la possibilità di trascorrere momenti d'intimità con i propri familiari o amici per sei ore consecutive in una casetta situata nella zona agricola del carcere: una zona immersa nel verde, non lontana dall'Istituto e protetta da una recinzione. In Italia mancano simili spazi e le proposte avanzate sono recepite con non poca resistenza, così, quando si è iniziato timidamente a parlare di "stanze dell'affettività" in carcere, le hanno subito battezzate "stanze del sesso", "celle a luci rosse".
Da un punto di vista utilitaristico, però, il riconoscimento di un "diritto all'affettività" avrebbe senza dubbio un ritorno in termini di vivibilità e di gestione penitenziaria. E a sostenere tutto ciò non ci sono solo le associazioni laiche o partiti come i radicali, ma anche movimenti cattolici come la Comunità Papa Giovanni XXIII. Quindi se non c'è ancora il diritto all'affettività in carcere non è perché in Italia c'è il Vaticano. Non ci sono scuse.
Messaggero Veneto, 17 aprile 2015
Arriva da Roma quella che sembra tanto essere la pietra tombale sul carcere di San Vito al Tagliamento. La struttura da 300 posti che doveva sorgere al posto dell'ex caserma Dall'Armi di via Oberdan, per alleggerire il sovraffollamento dell'istituto penitenziario di Pordenone e tamponare l'emergenza che avvolge le case circondariali di tutta la regione Friuli Venezia Giulia, rimarrà sulla carta.
Il progetto che cinque anni fa era stato inserito nel piano carceri del ministero delle Infrastrutture è finito nell'elenco, messo nero su bianco dal capo del Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria) Santi Consolo, delle nuove carceri per cui non si intende più procedere. La notizia è trapelata ieri dopo un vertice romano tra lo stesso Consolo, accompagnato dal vice Mauro Palma, già consigliere del ministro Orlando, e una quindicina di garanti per i diritti dei detenuti da tutta Italia, promosso da Franco Corleone, ex sottosegretario alla Giustizia, già consigliere provinciale a Udine e oggi garante dei detenuti della Regione Toscana.
Tra i punti all'ordine del giorno, assieme alla qualità della vita dei carcerati, anche la questione scottante dell'edilizia penitenziaria. "Con sorpresa ho appreso che l'edificio previsto a San Vito è stato cancellato dall'elenco delle strutture carcerarie in via di realizzazione", fa sapere Corleone. Quello in provincia di Pordenone non è, però, l'unico stop disposto dal Dap, ma rientra nei tagli di nuovi istituti, padiglioni e previsioni di ampliamenti per complessivi 130 milioni di euro.
Per la struttura di San Vito, che aveva già subito forti rallentamenti e che puntava a vedere la luce nel 2016, è un fulmine a ciel sereno. L'iter per la realizzazione, infatti, sembrava avere raggiunto finalmente il giro di boa, tanto che era già stata pubblicata la graduatoria finale delle offerte relative al bando gara sulla base dei punteggi per la parte tecnica ed economica e la tempistica del cantiere, da 20 milioni di euro.
Senza contare che era stata la stessa presidente della Regione Debora Serracchiani ad assicurare di essersi "già rivolta al ministro della Giustizia Andrea Orlando per sollecitare il governo nazionale a proseguire sulla strada dell'avvio della nuova struttura, che andrebbe anche a sostituire l'attuale vecchio carcere ospitato nel castello di Pordenone".
Ma nessun garante dal Friuli Venezia Giulia era presente al vertice di ieri per poter puntare i piedi contro la decisione. Che "non tiene conto - avverte Corleone - dello stato indecente in cui versa il carcere di Pordenone. Sul numero di posti e sulla dislocazione della struttura si poteva discutere, ma è indubbia la necessità di un nuovo carcere per risolvere l'emergenza. Il quadro degli istituti in Friuli Venzia Giulia non brilla certo per qualità della vita dei detenuti. L'istituto di Gorizia è in stato comatoso - precisa Corleone, a Udine manca uno spazio aperto verde e Trieste è sovraffollato". Ecco perché, spiega l'ex sottosegretario, "abbiamo richiesto tutta la documentazione per conoscere quali siano le intenzioni del governo su questo tema. Sono d'accordo che non bisogna costruire nuove carceri - aggiunge, però le scelte devono essere razionali".
Il sindaco di Pordenone, Claudio Pedrotti, si lascia andare a un momento di rassegnazione. "Non è mai finita - confida il primo cittadino. Sul carcere di San Vito era stata presa una decisione molto chiara. Sembra che i temi controversi della nostra provincia non trovino mai una soluzione finale. Nell'istituto di Pordenone il problema di dignità dei detenuti esiste - precisa Pedrotti - e su questo noi non molliamo, faremo sentire la nostra voce, andremo a Roma e chiederemo quali sono le intenzioni su una struttura a oggi inaccettabile".
di Massimo Pighin
Messaggero Veneto, 17 aprile 2015
Sindaco di San Vito preoccupato, "ma nulla è pregiudicato". Liva (Pd): opera prioritaria. Loperfido (Fdi): annunci disattesi. "Mi sono già mosso con Regione e ministero della Giustizia affinché il carcere di San Vito al Tagliamento non venga considerato inutile e, di conseguenza, venga costruito così come previsto. Esistono forti preoccupazioni, inutile negarlo, ma nulla è pregiudicato: opereremo il massimo sforzo per portare a casa un risultato che sarebbe importante per tutta la provincia".
Non getta la spugna il sindaco di San Vito al Tagliamento, Antonio Di Bisceglie, nemmeno dopo l'inserimento della prevista struttura penitenziaria in un elenco, composto da dieci progetti, di carceri ritenute non più necessarie, sulla scorta dei dati relativi alla popolazione carceraria. A indicarlo è stato uno studio, che il primo cittadino sanvitese definisce avulso dalla realtà del Friuli occidentale. "Non stiamo chiedendo la realizzazione di un secondo penitenziario - osserva Di Bisceglie -, bensì la sostituzione di quello esistente, fatiscente e igienicamente non adatto a ospitare detenuti. Si pensa che trecento posti nel carcere di San Vito sarebbero troppi? Si realizzi una struttura da duecento posti, ma la si faccia: noi non arretreremo di un millimetro".
Gli avvocati. Dal canto suo, il consiglio dell'Ordine degli avvocati di Pordenone, senza entrare nel merito delle scelte politiche "che hanno per l'ennesima volta penalizzato la provincia di Pordenone", rileva la necessità di risolvere "nel più breve tempo possibile il problema del carcere cittadino al castello.
Le condizioni edilizio-igieniche in cui si trova l'edificio di piazza della Motta non sono infatti più tollerabili né per i detenuti né per gli operatori, costretti a lavorare in condizioni di emergenza (avvocati e magistrati non dispongono neanche di una stanza per gli interrogatori), né per il personale di servizio - sottolineano gli avvocati pordenonesi -. Il consiglio dell'Ordine auspica che venga al più presto individuata una collocazione alternativa a quella attuale".
Reazioni politiche. Da registrare anche gli interventi del consigliere regionale Renzo Liva (Pd) e del consigliere provinciale e del Comune di Pordenone Emanuele Loperfido (Fratelli d'Italia).
"Il nuovo carcere di San Vito, da realizzare su un'area demaniale che consente il riutilizzo con risparmio finanziario e ambientale di una caserma dismessa - scrive in una nota il democratico, si colloca su un livello di urgenza e civiltà che nessuna azione generica di contenimento della spesa pubblica può permettersi di bloccare. Si tratta di un iter ormai avviato e di un cantiere di "piccoli lavori" che il nuovo ministro alle infrastrutture Delrio ha definito prioritari rispetto alle grandi opere anche ai fini della ripresa economica".
Questo invece il commento del rappresentante di centrodestra: "Ormai anche a Pordenone è palese che la politica del Pd si limita agli annunci su Twitter, da parte di Renzi e Serracchiani - tuona Loperfido -. Annunci di opere e investimenti che poi vengono categoricamente smentiti dai fatti. Neanche governando la completa filiera degli enti coinvolti il Pd, che vanta anche un esponente della Camera proprio dell'area sanvitese, riesce a realizzare il carcere a San Vito".
di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Garantista, 17 aprile 2015
I funerali di Stato non hanno cambiato la tabella di marcia in vista dell'Assemblea generale straordinaria dell'Associazione nazionale magistrati, convocata per domenica prossima a Roma. A seguito dei tragici fatti di giovedì scorso era stata, in particolar modo dalla giunta Anm di Milano, avanzata la richiesta di un differimento. Il Comitato Direttivo Centrale dell'Anm, alla luce di quanto accaduto, ha però preferito mantenere ferma la data di domenica 19 aprile, motivando il fatto che è necessaria una "risposta immediata e condivisa" delle toghe. Oggi, quindi, si procederà anche a Milano alla raccolta delle deleghe per i magistrati che non potranno essere presenti a Roma.
Come si ricorderà, erano stati 1447 i magistrati, circa il 25% degli iscritti all'Anm, che avevano aderito all'appello lanciato dal gruppo di Magistratura Indipendente per la convocazione di un'Assemblea straordinaria che, nelle intenzioni, dovrebbe decidere quali iniziative intraprendere riguardo la recente modifica della responsabilità civile. Lo scorso novembre, l'Anm aveva infatti detto no alla proposta di sciopero avanzata da Mi, preferendo forme di protesta più "blande". Anche per evitare il rischio, come disse il presidente Rodolfo Maria Sabelli, di possibili strumentalizzazioni.
La scarsa adesione all'appello di Mi si è prestata ad una duplice lettura. Da un lato la sostanziale inutilità per un'assemblea da farsi a legge ormai approvata. Da l'altro il diffuso sentimento di sfiducia verso le forme di associazionismo giudiziario. Che - se può rincuorare le toghe - riguarda un pò tutti gli italiani, portati a considerare, a proposito delle forme di rappresentanza, sindacati e partiti politici come istituzioni ormai anacronistiche.
La mozione di Mi, a dire il vero, prevedeva oltre al tema della responsabilità civile e ai problemi connessi alla copertura assicurativa per la quale la libera facoltà di recesso dell'assicuratore può esporre il magistrato, in caso di plurimi sinistri, al rischio di assenza di tutela, anche altri aspetti. Come il tema dei carichi esigibili, cioè il numero massimo e adeguato di procedimenti, provvedimenti e udienze che, per le diverse funzioni giudiziarie, può essere richiesto al magistrato a cui si deve consentire lo studio, la preparazione, il serio esercizio della propria attività (il numero massimo di sentenze e fascicoli per anno dovrà, nelle intenzioni, essere chiaro e conosciuto da subito dal magistrato). O l'annosa questione del taglio delle ferie, anche se il Csm nel Plenum del 26 marzo scorso ha già provveduto a metterci una "pezza", considerando non più obbligatoria la presenza in ufficio il sabato. Infine la richiesta di misure di defiscalizzazione che consentano ai magistrati di provvedere rapidamente e in autonomia al reperimento delle ulteriori dotazioni, anche tecnico-informatiche, utili allo svolgimento del proprio lavoro, senza dover sottostare alle complesse procedure centralizzate degli acquisti.
La strage di Milano ha aggiunto in cima a questi argomenti il tema della sicurezza negli uffici giudiziari. Sicurezza non solo "fisica" ma intesa anche come "restituzione della dignità all'Ordine giudiziario". Come scrive, nel comunicato preparatorio all'Assemblea, Autonomia ed Indipendenza, la corrente di Piercamillo Davigo, "è necessaria un'analitica opera di monitoraggio della situazione dei vari uffici giudiziari in materia di sicurezza, in modo da smascherare le responsabilità della politica anche su questo aspetto. Confido nella volontà e capacità dell'intera magistratura di trovare unità e compattezza in questo difficilissimo momento, convergendo su iniziative serie ed incisive".
Ora, va bene criticare l'operato del governo su riforme che possono non essere di gradimento, come il taglio dei giorni di ferie (che, anzi, con la giornata del sabato non più obbligatoria saranno anche aumentati), ma cosa c'entri la politica con la sicurezza nei Tribunali nessuno lo sa. Si continua ad ignorare che il Procuratore generale presso la Corte d'Appello è il primo responsabile della sicurezza del Palazzo di Giustizia. Senza il suo avallo - parliamo del Palazzo di Giustizia di Milano, il Comune non avrebbe potuto procedere alla tanto, ex post, criticata gara per l'affidamento del servizio di vigilanza ad un dispositivo misto di portieri e guardie giurate.
La politica è per principio inefficiente. Ma sulla sicurezza dei tribunali, questa volta, non ha colpe. Prima o poi, qualcuno affronterà il discorso dei 16 milioni di finanziamenti che sono stati dati in questi ultimi anni per rendere il Tribunale di Milano più "moderno" in occasione dell'Expo. Di cui tre milioni, ad esempio, spesi per "il rifacimento dei segnali informativi del palazzo di giustizia tramite monitor". Magari si poteva comprare qualche schermo in meno (schermi collocati anche nei cortili interni) e qualche metal detector in più.
di Leandro Del Gaudio
Il Mattino, 17 aprile 2015
Un caso nazionale, quello di Napoli: discusso ieri in sede di plenum del Consiglio degli avvocati, ma anche al centro del confronto tra i Pg di tutti i distretti di corte di appello italiani e il ministro Orlando. Un caso nazionale, con quelle code lungo i varchi del Palazzo di giustizia, anche alla luce di due questioni.
La prima: gli avvocati napoletani rischiano una multa (fino a 100mila euro) per aver fissato tre giorni di sciopero (oggi scade il terzo) senza i dieci giorni di preavviso; la seconda: perché, sul fronte della vivibilità del Tribunale, lo scenario sembra tutt'altro che migliorato.
Ieri mattina, altra giornata di tensione, a cominciare dalla Procura di Napoli: circa duecento esponenti del personale amministrativo hanno inscenato una sorta di sit-in all'esterno del Palazzo dei pm, per protestare contro un regime di controlli (tra metal detector e analisi dei documenti) che di fatto rallenta il loro accesso ai rispettivi posti di lavoro.
Questione tutt'altro che risolta anche ai tre varchi del Tribunale, dove ieri mattina la situazione è apparsa più tranquilla solo grazie al minore afflusso di avvocati e cittadini, in seguito alla proclamazione dello sciopero. Non piacciono le direttive assunte dal pg Luigi Mastrominico, sulla scorta di quanto determinato dal ministero della giustizia: gli avvocati sono comunque tenuti a passare sotto i metal detector e, anche dopo aver mostrato la propria tessera professionale, devono comunque sottoporsi a un regime di controllo rigoroso, capillare.
E dispendioso. Lunghe file, tesserino alla ma-no, metal detector per ogni accesso in Tribunale, monta la rabbia. Un caso su cui è intervenuto ieri il procuratore generale Luigi Mastrominico, a margine dell'incontro romano con il ministro Guardasigilli. Stando a quanto riportato dall'Ansa, il pg partenopeo ha commentato come "poco edificanti" le proteste che si sono verificate in questi giorni davanti alla sede di Palazzo di Giustizia a seguito del rafforzamento dei controlli all'ingresso: "I controlli - ha detto - non sono un'offesa per la dignità, non hanno funzione vessatoria, ma servono a garantire maggiore sicurezza a tutti. E penso che tutti, anche i pm e gli avvocati, debbano sottoporsi a tali controlli".
Intanto, proprio sul fronte delle proteste, va avanti il braccio di ferro sullo sciopero. Interviene l'autorità di garanzia per gli scioperi, che chiede al Consiglio dell'Ordine di revocare immediatamente l'astensione dalle udienze: si tratta di una iniziativa - secondo l'Autorità - illegittima, in quanto viola l'obbligo di dieci giorni di preavviso previsto dal codice di autoregolamentazione degli avvocati. Un caso che ha animato anche un confronto a più voci tra i penalisti di piazza Cenni. Riunione estemporanea e affollata ieri nella camera penale di Napoli, con un gruppo di penalisti che chiedono di sostenere il Consiglio dell'ordine e di anticipare lo sciopero dei primi di maggio all'inizio della prossima settimana.
Lo chiedono a viva voce alcuni veterani della camera penale, tra cui l'avvocato Gaetano Inserra, che propone anche un flash mob lunedì mattina alle 10, all'esterno del Palazzo di giustizia. Spiega invece il presidente dei penalisti Attilio Belloni: "Abbiamo proclamato astensione nel rispetto dei termini del codice deontologico, ma la camera penale teme che con la ripresa della normale attività si ripetano le gravi situazioni di disagio all'esterno del Tribunale.
A nostro avviso, il Pg non ha tenuto conto del numero di utenti del Tribunale rispetto ai mezzi a disposizione, temiamo altre file interminabili a partire da lunedì mattina. Stiamo inoltre verificando eventuali profili di responsabilità per i difensori di ufficio che hanno consentito la celebrazione dei processi in cui gli avvocati di fiducia erano assenti perché in fila".
di Matteo Marron
Tribuna di Treviso
Al posto della cittadella della salute, al Gris ci arrivano gli ex detenuti degli ospedali psichiatrici giudiziari. La struttura di via Torni è una delle tre "residenze intermedie e provvisorie" individuate dalla Regione Veneto per ospitare una quota dei 45 malati di mente in fase di dimissione dai manicomi criminali, chiusi per legge dal 31 marzo scorso.
Quelli attesi a Mogliano sarebbero circa una quindicina. La cifra filtra da fonti interne all'istituto, assieme alla notizia che la Regione metterebbe anche a disposizione le risorse necessarie all'opportuno allestimento di sicurezza di uno specifico stabile dedicato all'accoglienza di questi nuovi ospiti. In tutto sono 41 gli ex detenuti degli ospedali psichiatrici che in Veneto devono trovare nuova sistemazione, alcuni sono autori di gravi reati e sono considerati socialmente pericolosi; altri, sono psicolabili e propensi all'autolesionismo. La notizia che questi soggetti arrivano a ripopolare il Gris sta causando non poche polemiche.
Il primo a gettare benzina sul fuoco è il Consigliere regionale Diego Bottacin, ipotizzando anche l'accoglienza in via Torni di alcuni profughi: "Apprendo che il Gris si prepara a ospitare, sempre che non siano già arrivati, profughi ed ex detenuti dei manicomi criminali" commenta "Questo è il regalo che Luca Zaia, Giovanni Azzolini e Remo Sernagiotto hanno pazientemente confezionato per la nostra comunità. Ora è tutto chiaro.
Ecco a cosa sono serviti anni di commissariamenti e altre manovre poco chiare: è in atto una radicale trasformazione della vocazione assistenziale e territoriale del Gris. Si sta tornando a fare una struttura di natura psichiatrica, che nel tempo era stata faticosamente demolita. Non si farà più nulla in favore del territorio. Che senso avrebbe creare una cittadella della salute vicino a un manicomio criminale?", si chiede Bottacin.
L'ex sindaco di Mogliano ci va giù duro anche con il governatore uscente: "Zaia sapeva da tempo che il 31 marzo sarebbero stati chiusi gli Opg" dichiara "e che in Veneto non ci sono strutture adatte, ma aveva i soldi e il tempo per attrezzarsi: in 5 anni non ha fatto niente. Ora chiedo almeno che si faccia chiarezza quanto prima". Quando arriveranno? Quanti sono? Come saranno accolti, in che struttura e con quali misure di sicurezza? Arriveranno anche i profughi? Sono molte le domande che Bottacin inoltra ai vertici del Gris, con un sostanziale rammarico: "Questa operazione mette la pietra tombale sui progetti tanto decantati" conclude "rappresenta un cambio radicale della vocazione dell'istituto e dell'area".
www.dagospia.com, 17 aprile 2015
È polemica sulla morte di Klodian Elezi, il 21enne morto sui cantieri della Teem, che sta costruendo la futura tangenziale esterna di Milano. Per lui non c'è stato nulla da fare: è caduto da un ponteggio che stava smontando facendo un volo di oltre dieci metri.
Il giovane era un dipendente della Iron Master di Bergamo, e stava lavorando all'imbocco di una galleria nei pressi del futuro casello di Pessano con Bornago. Dalle prime ricostruzioni non avrebbe avuto l'imbracatura di sicurezza. È il primo incidente mortale nei tre anni di lavori al cantiere che sta lavorando a ritmi serrati con l'obiettivo di inaugurare il nuovo tratto stradale prima dell'apertura di Expo2015, prevista per il primo maggio.
Di origini albanesi, Klodian era in Italia da tanti anni. Cresciuto a Chiari, in provincia di Brescia, in paese lo conoscevano in tanti: giocava a calcio negli Young Boys, che nella partita successiva alla sua morte lo hanno ricordato con un minuto di silenzio. La salma tornerà in Albania, dove si svolgeranno i funerali.
Sulla morte è scattata la polemica: "Klodian Elezi è morto per garantire l'inaugurazione di una galleria nei pressi del futuro casello di Pessano con Bornago, che va inaugurata per l'Expo, perché sarà la prossima futura tangenziale esterna milanese. Un morto di Expo, volato giù come una mela, impiegato in un cantiere ora posto sotto sequestro e da cui son subito sbucate molte irregolarità, tra cui in primis l'assenza dell'imbracatura di sicurezza, che avrebbe permesso a Klodian di assaporare questa primavera e tante altre".
In queste ultime settimane i lavori ai cantieri aperti in vista di Expo 2015 fremono e i ritmi dei lavoratori sono sempre più serrati. L'idea è quella di arrivare il "più pronti possibile" all'inaugurazione, prevista per il primo maggio".
Proprio il cantiere dove lavorava Klodian era finito sotto la lente dei magistrati nell'inchiesta sulla 'ndrangheta in Lombardia che ha portato all'arresto di 13 persone, compreso un ex consigliere comunale del Pd di Rho, la città dove sorgono i cantieri del grande evento. La società che avrebbe acquisito l'appalto (Skavedil) era riconducibile a Giuseppe Galati, presunto boss finito in manette. L'impresa possedeva "la certificazione antimafia e così aveva concluso un affare di 450mila euro", come spiegato dal procuratore aggiunto di Milano Ilda Boccassini".
Secondo le indagini Galati, già detenuto per traffico di stupefacenti, avrebbe "continuato a gestire dal carcere, attraverso alcuni familiari, due società operanti nel settore edile, titolari tra l'altro di alcuni subappalti in alcuni cantieri della Teem", si legge in una nota degli inquirenti. I reati contestati sono di partecipazione ad associazione mafiosa, importazione e detenzione abusiva di armi da fuoco."
www.vicenzatoday.it, 17 aprile 2015
Un giovane di origini brasiliane è stato assolto dopo essere scappato dalla comunità in cui viveva ai domiciliari. Era uscito per una festa per tornare nella comunità poche ore dopo. Era scappato dalla comunità San Gaetano a Recoaro dove scontava i domiciliari per andare a trascorrere qualche ora in un locale. Nonostante la fuga L.C. 27 anni di origini brasiliane ma residente a Venezia, è stato assolto dal giudice. La sua assenza, quella sera di giugno 2011, è durata meno di 12 ore e quindi non è reato.
I dipendenti della comunità avevano dato l'allarme ai carabinieri, che, anche dopo il rientro spontaneo del giovane, avevano deciso di riportarlo in carcere. Quella fuga, però, non costituisce reato. La sentenza del tribunale di Vicenza non ha fatto altro che applicare quanto deciso dalla Corte Costituzionale nel 2009. Il paletto deciso per le "mini evasioni" è di 12 ore, un tempo di assenza considerato legittimo e fissato per consentire alle madri detenute di allattare la prole.
Come riportato da il Giornale di Vicenza, la sentenza, la prima del suo genere nel territorio berico, complica l'attività di controllo delle forze dell'ordine presso le case del centinaio di detenuti ai domiciliari presenti in provincia. Se non dovessero rispondere al campanello, occorrerà attendere le 12 ore decise dal giudice, prima di iniziare le ricerche.
Ansa, 17 aprile 2015
"Per noi è stato un sogno". Così le detenute di "Made in Carcere" di Lecce commentano il fatto che un braccialetto speciale da loro cucito, bianco, con la frase "Non fatevi rubare la speranza", è stato indossato da Papa Francesco lo scorso 21 marzo, durante il pranzo nel penitenziario di Poggioreale, a Napoli. Ne ha dato notizia oggi Luciana Delle Donne, fondatrice dell'Officina Creativa "Made in Carcere" che recupera tessuti. "Si tratta - ha spiegato - di una Super Special Edition con tiratura limitata: solo 300 pezzi. Grazie alla collaborazione del direttore dell'istituto di Poggioreale, Antonio Fullone, e del cappellano, don Franco Esposito, è stato consegnato ai 120 detenuti partecipanti al pranzo, finendo, poi, anche al polso di Bergoglio.
Il Papa lo ha indossato accogliendo la proposta di un detenuto, suo connazionale, che gli sedeva accanto. La foto del Pontefice con il braccialetto al polso è stata postata su Facebook lo scorso 10 aprile proprio da don Franco". I tessuti di recupero "Made in carcere" erano anche sulle tavole allestite per il pranzo di Francesco a Poggioreale, con gli stessi colori e la stessa frase per le cinque tovaglie da 20 metri e per le 120 tasche portatovagliolo cucite per l'occasione dal reparto femminile per detenute in regime di alta sicurezza della casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere (Caserta) con tessuti donati dall'Officina Creativa.
"Per noi - ha detto Delle Donne - è stato un sogno e poi uno straordinario regalo poterlo incontrare. Crediamo da sempre nella seconda chance di cui lui stesso ha parlato ai carcerati. Quella che diamo ai tessuti di scarto, a cui restituiamo vita, e, ancor di più, quella che offriamo alle detenute che, imparando un nuovo mestiere, hanno la possibilità di reinventarsi e reinserirsi nel contesto sociale, avviando un concreto percorso di riavvicinamento al mondo del reale".
Ansa, 17 aprile 2015
Un detenuto tunisino ha aggredito un agente di polizia penitenziaria all'interno carcere di Porto Azzurro (Livorno) all'isola d'Elba. A darne notizia, oggi, è il sindacato autonomo polizia penitenziaria (Sappe), che per questo ha avanzato la richiesta al ministro della Giustizia e ai vertici dell'amministrazione centrale di dotare gli agenti in servizio nelle carceri di spray anti aggressione. "Il detenuto era stato fatto uscire dalla cella per fare la doccia - spiega il segretario generale del Sappe, Donato Capece - trascorso molto tempo, l'agente lo ha richiamato più volte, ma noncurante l'uomo si è attardato nel locale doccia e improvvisamente si è avventato contro il collega, scaraventandolo a terra e facendogli sbattere la testa a terra più volte. Il collega è rimasto ferito e si è reso necessario accompagnarlo al pronto soccorso dell'ospedale di Portoferrario, da dove è stato dimesso con una prognosi di 9 giorni". Nel carcere di Porto Azzurro, riferisce il Sappe, ci sono stati tre tentati suicidi, 34 episodi di autolesionismo, 16 colluttazioni.
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