di Dino Martirano
Corriere della Sera, 18 marzo 2015
Il presidente delle toghe Sabelli contro il governo: noi presi a schiaffi, chi semina vento raccoglie tempesta. La replica di Renzi: parole false, triste che vengano da chi ha responsabilità istituzionali. Faremo pulizia. "Uno Stato che funzioni dovrebbe prendere a schiaffi i corrotti e accarezzare chi esercita il controllo di legalità".
Ma in Italia è accaduto il contrario: perché "i magistrati sono stati virtualmente schiaffeggiati e i corrotti accarezzati. Chi semina vento raccoglie tempesta. Chi ha responsabilità della cosa pubblica deve dare il buon esempio per difendere la cultura della legalità". Un'autentica rasoiata lanciata dal presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Rodolfo Sabelli, sul volto del governo, impegnato in queste ore a diradare le nubi scatenate dall'ennesima inchiesta su malaffare nei ministeri, alla quale il presidente del Consiglio replica altrettanto duramente: "Dire che lo Stato dà carezze ai corrotti e schiaffi ai magistrati è un falso, una frase falsa. Sostenere questo avendo responsabilità istituzionali è triste".
Il presidente del "sindacato" delle toghe, di solito prudentissimo e per questo attaccato dai colleghi più radicali, parla in tv a Uno Mattina. Dopo un paio di ore Renzi è all'inaugurazione dell'anno accademico della Scuola superiore di polizia dove il direttore del Dipartimento della pubblica sicurezza, Alessandro Pansa, annuncia la creazione di nuclei anticorruzione nelle questure. Per il premier le priorità sono chiare: "Appalto per appalto si può fare pulizia. È inaccettabile che i reati arrivino alla prescrizione... Questo governo intende combattere perché non si formi uno Stato di polizia ma uno di pulizia. .per eliminare la sporcizia in questo Paese...". Ma la giornata - mentre in Parlamento fioccano le mozioni si sfiducia contro il ministro Lupi - è dominata dallo scontro tra Anm e governo.
Molte telefonate (dal Csm del vice presidente Giovanni Legnini, dal gabinetto del ministro Andrea Orlando, dagli uffici del Quirinale) raggiungono i vertici dell'Anm. Ma a Sabelli arriva anche l'incoraggiamento della "base" che tante volte lo ha giudicato troppo tiepido. Quando parla di schiaffi, Sabelli si riferisce agli interventi legislativi che hanno spuntato le armi dei magistrati in materia di falso in bilancio e di prescrizione quando al governo c'era Silvio Berlusconi.
Ma la ruggine con Renzi è recente: sono ferite fresche quella delle nuove regole sulle ferie dei magistrati e soprattutto quella della responsabilità civile. Il dialogo tra magistrati e governo è ai minimi termini con il paradosso che la corrente di Magistratura indipendente (guidata dal sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri) spinge l'Anm nell'angolo dello sciopero.
Lo scontro si infiamma nei giorni in cui la maggioranza sta per chiudere due provvedimenti importanti: il ripristino del reato di pericolo per il falso in bilancio (oggi licenziato dalla commissione e domani ci sarà la discussione generale in aula al Senato) e l'allungamento dei termini di prescrizione all'esame della Camera.
"Ecco, dice il senatore Andrea Marcucci (Pd), non ci sono carezze e pugni ma provvedimenti che servono al Paese". Per il sottosegretario Graziano Delrio, "le affermazioni dell'Anm sono inaccettabili, i fatti parlano". Ma una mano ai magistrati sembra tenderla il cardinal Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi italiani: "Il popolo degli onesti deve assolutamente reagire senza deprimersi... anche protestando nei modi corretti contro questo "mal esempio" che sembra essere un regime".
di Astolfo Di Amato
Il Garantista, 18 marzo 2015
Bruttissima la gara aperta dal presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati. La dichiarazione secondo cui "uno Stato che funzioni dovrebbe prendere a schiaffi i corrotti e accarezzare chi esercita il controllo di legalità", mentre in Italia è accaduto il contrario "i magistrati sono stati virtualmente schiaffeggiati e i corrotti accarezzati", ha aperto una gara a chi è più puro. Renzi ha replicato che il suo esecutivo combatte per "uno Stato di pulizia e non di polizia".
a, poi, ha affrontato il merito dicendo che "un reato che arrivi a prescrizione" nega la dignità dello Stato "ed è inaccettabile prescrivere la corruzione: per questo stiamo intervenendo". Il terreno del confronto, quindi, non riguarda più l'efficienza del sistema e le cause del malaffare da combattere ed estirpare, ma si è spostato sull'esistenza in capo al governo di un adeguato tasso di giustizialismo, tale da resistere alla critiche del presidente dell'Associazione nazionale magistrati. L'impressione che ne viene è, innanzitutto, quella di una pochezza impressionate nella quale sono precipitati il dibattito pubblico e la cultura politica nel nostro paese.
Gli oltre venti anni che ci separano dall'inizio di Tangentopoli hanno condotto ad una tale semplificazione nelle analisi e nella ricerca delle soluzioni che ormai gli unici concetti utilizzati sono quelli della sufficienza o no della risposta repressiva, la cui teorica adeguatezza è spinta sempre più avanti. In questo quadro, chiunque si dia carico anche solo di tentare di ragionare viene immediatamente accusato di carezzare i corrotti.
La conseguenza è che il riformismo, che è necessario al nostro paese per poter ripartire, viene ad essere in ogni momento soffocato da un'ansia di manette, subdolamente capace di vellicare il populismo più becero. In questo quadro le frasi del Presidente dell'Associazione nazionale magistrati diventano una sorta di diffida al governo in ordine a quel timido programma di riforma che si sta cercando di portare avanti nel settore della giustizia. Ed è formulato in modo tale da poter costituire una parola d'ordine, su cui aggregare quel blocco sociale e politico che cerca disperatamente una via di uscita in questo momento di crisi.
Ma le espressioni di Sabelli hanno un ulteriore significato implicito, che certifica la rivoluzione istituzionale orami verificatasi nei fatti. L'Associazione nazionale magistrati si propone, nel dibattito pubblico e politico, come soggetto istituzionale legittimato a contrapporsi agli altri soggetti istituzionali, quali la presidenza del Consiglio, con una propria legittimazione politica che finisce con l'avere un diretto raccordo con una visione populista delle dinamiche delle nostra società.
Renzi, quale capo del Governo, è stato costretto a rispondere proprio per il peso politico delle dichiarazioni di Sabelli. Accade, così, che la sede delle riforme, e in genere del processo legislativo, non è più quello previsto dalla Costituzione, ma diventa la piazza nella quale alcuni magistrati sono scesi in capo, ormai da tempo, svolgendovi un ruolo guida. Spesso costituisco addirittura i carri armati, dietro cui si nascondono le truppe appiedate di alcuni gruppi politici. Ma la nostra Costituzione, la più bella del mondo, davvero vuole che sia questo il tessuto istituzionale su cui è organizzata la nostra società?
di Carlo Nordio
Il Messaggero, 18 marzo 2015
Le parole del presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati, secondo il quale il governo ha schiaffeggiato i giudici e accarezzato i corrotti, sono ingiuste e dannose. Dannose, perché inaspriscono l'eterna polemica tra toghe e politica.
E ingiuste, perché il governo non ha somministrato né schiaffi né carezze. Ha soltanto alzato la voce, e la voce si perderà nel vento.
Lo schiaffo sarebbe rappresentato dalla nuova legge sulla responsabilità civile: un provvedimento che colpirà solo il nostro portafoglio, già ampiamente protetto da costose assicurazioni. Se l'Anm avesse voluto criticare seriamente il governo avrebbe potuto e dovuto farlo quando con un bizzarro decreto legge ha pensionato i 500 magistrati più importanti d'Italia, con la conseguenza di paralizzare gran parte dei processi e l'attività del Consiglio Superiore della Magistratura.
Quello sì, più che uno schiaffo, è stato un calcio al fondoschiena.
Le carezze (ai corrotti) non si vede invece in cosa consistano. Al contrario, il governo ha fatto quanto l'indignazione collettiva chiedeva: ha creato nuovi reati, inasprito le già pesanti sanzioni, incrementato gli strumenti investigativi, aumentato i tempi della prescrizione. Nessuno può sinceramente dubitare che sia animato dalle migliori intenzioni. Si tratta solo di vedere se queste misure siano risolutive, o almeno utili. E secondo noi non lo sono.
Non lo sono perché ancora una volta confondono i "motivi" della corruzione con gli "strumenti" con i quali essa viene consumata, e si concentrano sui primi trascurando i secondi.
I motivi sono tanti, ma prendiamone due ad esempio: l'avidità umana e i costi della politica. Per la prima si è pensato alla repressione penale: sei un amministratore infedele rapace? Ti aumento i reati e gli anni di galera. Per i secondi si è detto a suo tempo: finanziamo i partiti legalmente. Poi si è visto che le pene non son servite, e i partiti, una volta legalmente e copiosamente finanziati, hanno rubato ancora di più.
E sarà sempre così finché si vorrà combattere la corruzione intervenendo sulle sue cause, perché esse sono molteplici, e soprattutto ineliminabili: è dai tempi di Lisia che leggiamo di processi contro i corrotti, in tutti i regimi e in tutte le latitudini, con pene esemplari che non hanno mai intimidito nessuno.
Perché il criminale a tutto pensa, tranne alla possibilità di essere scoperto, preso e quindi punito. Soprattutto in un sistema sfasciato come il nostro, dove si entra in prigione prima del processo da presunti innocenti per uscirne subito dopo la condanna, da colpevoli conclamati.
Se l'intimidazione dunque non può agire sui motivi della corruzione, occorre intervenire sugli "strumenti" che la rendono possibile. E questi strumenti sono le leggi esistenti: numerose, ingarbugliate, contraddittorie, incomprensibili. È maneggiando queste norme che il ministro, il sindaco o qualsiasi organismo pubblico può vessare il cittadino chiedendogli un compenso illecito. E senza nemmeno esporsi troppo.
Rallentando l'iter amministrativo, sarà lo stesso imprenditore a capire che, prima o dopo, dovrà ungere le ruote, e da vittima diventerà istigatore, anche se sarà stato il sistema a costringerlo ad attivarsi in modo illegale. Con il fatale corollario che quando la corruzione assume proporzioni estese e infiltrazioni capillari, contagiando tutti i settori della vita civile, e germinando progressivamente dai settori più modesti dell'impiegato comunale a quelli più elevati dell'alta amministrazione, subisce una trasformazione genetica. Non perde il suo connotato criminoso, ma lo altera e lo decompone.
Diventa, in definitiva, un fenomeno culturale. E quindi va affrontato con strategie di ampio respiro, essenzialmente educative, sempre ricordando il monito di Tacito: "Corruptissima republica, plurimae leges". Più lo Stato è corrotto, più le leggi sono numerose; e più aumentano, più lo Stato si corrompe. Bisogna dunque ridurre, e soprattutto semplificare, quelle esistenti: perché il corrotto, prima ancora che essere punito o intimidito, va disarmato.
di Riccardo Chiari
Il Manifesto, 18 marzo 2015
Affari e mazzette. Le 268 pagine dell'ordinanza del gip Angelo Antonio Pezzuti confermano ancora una volta il diffuso malaffare negli appalti pubblici. Ma per il Pd si deve andare avanti, dal sotto attraversamento Tav alla Cispadana. Oggi interrogatorio di garanzia per Incalza, il suo difensore chiederà di togliere l'inchiesta dalla procura di Firenze.
Gli arrestati e gli indagati si difendono. I politici chiacchierati e/o intercettati smentiscono. I sindaci e i presidenti regionali - da Enrico Rossi a Stefano Bonaccini - condannano. Ma chiedono che le grandi opere, dal sotto-attraversamento fiorentino della Tav all'autostrada Cispadana, vadano avanti. Nonostante che le 268 pagine dell'ordinanza del gip Angelo Antonio Pezzuti documentino una situazione talmente patologica da lasciare interdetti anche i pasdaran delle cosiddette "grandi opere".
Per tutte, possono bastare i lavori dell'alta velocità tra Bologna e Firenze. Quelli che disseccarono fiumi e torrenti del Mugello, provocarono frane e devastazioni, inaridirono interi territori. Anche allora la direzione dei lavori era stata affidata dal Consorzio Cavet (con Fiat in pole position) alla Ingegneria Spm di Stefano Perotti.
Il quale, secondo un suo collaboratore intercettato dal Ros dei carabinieri, aveva incassato 70 milioni di euro: "Per non fare un cazzo..., un ufficietto in Fiat... e hanno aumentato del 40% il valore dell'opera. Il 40% sono tutte opere accessorie, impressionante". Del resto il figlio Philippe Perotti, parlando con un amico, spiegava: "Devi riuscire a prendere una impresa seria che sappia fare bene i lavori, e il 30% te lo porti a casa".
Mentre il procuratore capo Giuseppe Creazzo e i suoi sostituti Mione, Turco e Monferini ascoltano alcuni blindatissimi testimoni, il quadro della situazione è tratteggiato in tre parole dal predecessore di Creazzo. "Non sono sorpreso", commenta Giuseppe Quattrocchi, che adesso è in pensione ma è stato impeccabile protagonista delle inchieste avviate dalla sua procura sulla "cricca" e sulla corruzione nei grandi appalti pubblici, dalla Tav al G8.
Quelle inchieste sono state progressivamente "atomizzate". Smembrate fra diverse procure e tribunali, con il rallentamento dei processi e delle sentenza. E con la prescrizione dietro l'angolo, specialmente per i reati giudicati colposi, in primis quelli ambientali. Succederà così anche stavolta? Per certo il difensore di Ercole Incalza, Titta Madia, ha già spiegato di voler sollevare la questione della competenza territoriale: secondo lui non dovrebbero essere quegli impiccioni di fiorentini a indagare su queste cose. Guarda caso, successe così anche ai tempi della cricca.
Nel preparare la difesa per il suo storico cliente, uscito indenne (fra assoluzioni e prescrizioni) da 14 inchieste e atteso oggi a Regina Coeli dall'interrogatorio di garanzia, l'avvocato Madia ha anche anticipato: "È un processo di corruzione in cui manca la materia prima, cioè i soldi". Ma di soldi, tantissimi soldi, scrive il gip Pezzuti, riepilogando il cammino di Incalza, Perotti e compagnia negli ultimi 15 anni. A colpi di appalti delle "grandi opere" per almeno 25 miliardi di euro. Pubblici. Con varianti e adeguamenti che facevano salire i costi fino al 40, 50%. E con favori, lavori e cadeau distribuiti a pioggia, nei cerchi concentrici del potere.
Si scaldano i grandi avvocati: Stefano Perotti ha nominato Franco Coppi. Mentre Franco Cavallo, l'uomo delle mediazioni, collaboratore di Lupi e presidente di Centostazioni spa, sceglie Mario Brusa. Il quarto arrestato, Sandro Pacella, uomo di Incalza, ha nominato il suo stesso difensore, Titta Madia.
Nel mentre Gaetano Quagliariello smentisce le parole - intercettate - di Incalza che si vanta di aver scritto il programma di governo del Ncd. Mentre il viceministro Nencini ringrazia Maurizio Lupi che, nonostante i guai personali, prova a derubricare a chiacchiere scherzose l'endorsement di Incalza, antico esponente della "sinistra socialista ferroviaria" di Claudio Signorile, in favore dei compagni del garofano craxiano Nencini e Umberto Del Basso De Caro. Entrambi nominati viceministri nel governo di Matteo Renzi il rottamatore. Rottamatore di che?
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 18 marzo 2015
Patteggiamento condizionato alla restituzione del prezzo o del profitto del reato; controlli allargati da parte dell'Autorità Anticorruzione. Con queste novità si è chiusa ieri la votazione della commissione Giustizia del Senato sul disegno di legge anticorruzione. Oggi è previsto il voto sull'ultimo punto, cruciale, ancora da esaminare, il falso in bilancio.
Domani mattina, secondo quanto deciso dalla conferenza dei capigruppo, il testo sbarcherà in Aula dove si svolgerà però solo la discussione generale. Urge, invece, l'approvazione del decreto legge sulle banche ormai a rischio di mancata conversione.
"Abbiamo terminato tutto, restano da votare gli emendamenti sul falso in bilancio e i sub-emendamenti che verranno presentati alla proposta del governo". A puntualizzarlo è lo stesso presidente della Commissione, Francesco Nitto Palma, alla chiusura della seduta pomeridiana. Palma spiega che "sono stati approvati alcuni emendamenti in tema dì prevenzione, mentre altri, come quello sulla dirigenza Asl, sono stati respinti".
E il capogruppo Pd, Giuseppe Lumia, aggiunge: "Siamo finalmente al dunque, in commissione abbiamo approvato norme severe contro la corruzione. Domani (oggi, ndr) con il falso in bilancio entreremo nel vivo alla luce della proposta positiva fatta dal Governo che ci consente di fare un passo in avanti in questo settore, anche valutando la proposta del Pd depositata che prevede il carcere da 1 a 6 anni per le società non quotate".
Il sottosegretario alla Giustizia, Cosimo Ferri, stempera le critiche al Governo per essersi mosso con forte lentezza nel presentare l'emendamento sul falso in bilancio, allungando così i lavori della Commissione, e ricorda che "sul falso in bilancio i tempi si sono allungati per cercare la soluzione migliore che permetta di raggiungere un punto dì equilibrio tra le opposte esigenze, da un lato, di reprimere la criminalità economica e, dall'altro, di non penalizzare la libertà d'impresa". In ogni caso avverte Ferri "le nuove inchieste sulla corruzione, da un lato, segnalano che il problema e quanto mai attuale e grave ma, dall'altro, evidenziano anche che le norme vigenti danno ai magistrati degli strumenti che, sebbene debbano essere urgentemente migliorati, comunque già consentono un forte intervento repressivo dello Stato".
Nel merito, ieri pomeriggio è stata approvata la stretta sul patteggiamento per ì reati chiave contro la pubblica amministrazione (corruzione propria, peculato, concussione, corruzione in ati giudiziari, induzione indebita, anche quando esercitati su funzionari pubblici stranieri): sarà possibile l'applicazione della pena concordata con l'assenso del Pm solo in caso di restituzione del prezzo o profitto del reato.
Quanto ai controlli dell'Autorità anticorruzione questi su proposta del Movimento 5 Stelle, si estenderanno ai contratti secretati esclusi dal Codice degli appalti.
Nel confronto internazionale, la disciplina italiana, che sta faticosamente prendendo forma, si avvicina almeno per quanto riguarda i limiti di pena previsti ai massimi in vigore dalle più severe legislazioni. In primo luogo quella del Regno Unito con il Bribery Act, in vigore dal luglio 2011. Una legge anti corruzione che si applica ad enti e società ("commercial organizations") inglesi operanti sia all'interno sia fuori dal Regno Unito e agli enti e società non inglesi che svolgono attività, o parte delle attività, nel Regno Unito.
La reclusione e fissata a 10 anni, tanti quanti sono previsti, con la proposta del Governo votata dalla commissione Giustizia, per la corruzione propria. A fare la differenza potrebbero però essere le misure pecuniarie che, come peraltro previsto anche negli Stati Uniti, sono potenzialmente elevatissime sia nei confronti delle persone fisiche sia nei confronti delle società. Nel Regno Unito, in realtà, dopo il Bribery Act, non è fissato un limite di alcun genere. E una pena fino a 10 anni di carcere è prevista anche in Francia, accompagnata anche da misure pecuniarie con funzione deterrente.
di Ermete Realacci (Presidente Commissione Ambiente Camera dei Deputati)
Il Manifesto, 18 marzo 2015
Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha dato nei giorni scorsi una spinta importante al ddl sui reati ambientali. Il voto del Senato, in seconda lettura, era atteso da tempo; la proposta di legge fu votata dalla Camera oltre un anno fa e adesso torna per il terzo passaggio e mi auguro che sia quello definitivo. La scorsa settimana ho scritto una lettera alla Presidente della Camera, Laura Boldrini, invitandola a fare il possibile, per quanto di sua competenza, per garantire un iter dei lavori che possa portare alla sua rapida approvazione.
Non voglio nascondere, tuttavia, una certa preoccupazione. La legge è stata votata da una larga maggioranza che comprende anche Sel e Movimento 5 stelle, segno di una convergenza ampia su un tema di forte impatto per i cittadini. Il testo nasce dalla convergenza di tre proposte, la mia e quella dei colleghi Micillo (M5S) e Pellegrino (Sel) e, soprattutto, muove dalla spinta di decine di associazioni che, guidate da Legambiente e Libera, da tempo chiedono che si dia una svolta nel nostro paese sul tema dei reati ambientali.
A ridosso della discussione in Commissione giustizia stanno affiorando critiche e perplessità, a mio avviso infondate, che rischiano di fermare ancora una volta un provvedimento che si sta aspettando da oltre venti anni.
È una legge che introduce nuovi strumenti per rendere più efficace il contrasto alle illegalità e alle ecomafie. Prevede tra l'altro un innalzamento delle pene con il raddoppio dei tempi di prescrizione che sarà legata alla durata degli effetti dell'inquinamento, l'introduzione nel nostro codice penale dei reati di inquinamento ambientale, disastro ambientale e traffico di materiale radioattivo e l'obbligo al ripristino dei luoghi in caso di condanna o patteggiamento. Con questo provvedimento non ci saranno più casi come Eternit o Bussi.
A chi ritiene che esso penalizzi il mondo delle imprese dico che è esattamente il contrario, è una normativa assolutamente equilibrata e che aiuterà le aziende corrette e oneste a non subire la concorrenza sleale di chi si sbarazza dei rifiuti in modi illeciti, mentre il ravvedimento operoso prevede, nei casi colposi che sono la grande maggioranza dei casi, sconti sostanziosi di pena per chi ripristina e bonifica i luoghi.
Certo nessuna legge è perfetta e tutto è migliorabile, ma ritengo che l'urgenza sia quella di approvare il testo senza cambiare "neanche una virgola"; se c'è qualche correzione da fare, e lo si vedrà in corso d'opera, al Parlamento non mancano gli strumenti legislativi per correttivi e aggiustamenti. Non si può rischiare di far impantanare di nuovo questa proposta nelle sabbie del bicameralismo perfetto.
Vi è un altro aspetto che mi preme sottolineare. Questa legge servirà a contrastare con maggiore forza la criminalità organizzata e l'illegalità diffusa contro l'ambiente, questa azione di contrasto avrà sicuramente anche una ricaduta benefica sulla necessità di rilanciare le produzioni di qualità e persino le eccellenze che si trovano in territori che spesso vengono accostati impropriamente a siti contaminati, nonostante ci siano decine di chilometri di distanza. Penso ai pomodori o alle mozzarelle di bufale dop della Campania, oggetto di una campagna denigratoria a fronte di accurate analisi che ne certificano l'assoluta idoneità, penso a prodotti e a luoghi del nord Italia, (come di tante altre zone del Paese), affiancati genericamente, e a volte strumentalmente, a zone a rischio.
La bonifica dei suoli e il contrasto dell'illegalità ambientale sono strumenti preziosi per ridare slancio e futuro ad uno dei più grandi patrimoni che ha il nostro Paese: le qualità italiane, i suoi prodotti, la sua bellezza e la sua creatività. Perché per uscire dalla crisi serve un'idea di futuro e di speranza che riparta proprio dal territorio, perché per tornare a crescere l'Italia deve fare l'Italia.
di Fabio Polese
Corriere della Sera, 18 marzo 2015
Sono 3.422 gli italiani detenuti all'estero. Da Enrico "Chico" Forti, detenuto negli Stati Uniti a Manolo Pieroni, in carcere in Colombia, ecco le storie di alcuni di loro. La storia che ha colpito i due nostri connazionali, Sandro De Simone e Massimo Liberati, arrestati in Gambia, con l'accusa di presunte violazioni per una rete da pesca le cui maglie, sarebbero di 68 millimetri invece dei 72 previsti, non è - purtroppo - un caso isolato.
Nel mondo, infatti, secondo l'Annuario statistico pubblicato dalla Farnesina - con dati aggiornati al giugno 2014 - sono 3.422 gli italiani detenuti lontano dalle patrie galere: 2.625 sono detenuti in Paesi dell'Unione europea, 161 nei Paesi extra Ue, 490 nelle Americhe, 59 nella regione mediterranea e in Medio Oriente, 12 nell'Africa subsahariana e 75 in Asia e Oceania. In Europa il Paese con più detenuti italiani è la Germania. Le carceri tedesche "ospitano" 1.218 connazionali. A seguire troviamo la Spagna con 574 italiani imprigionati. Nel resto del mondo, il maggior numero di detenuti italiani, si trova nelle terribili carceri brasiliane con 87 persone recluse.
Enrico "Chico" Forti, in carcere negli Stati Uniti
Enrico "Chico" Forti, originario di Trento, classe 1959, sta scontando l'ergastolo negli Stati Uniti con l'accusa di omicidio. La sua storia è iniziata il 16 febbraio del 1998 quando, in una spiaggia della Florida, viene ritrovato il corpo senza vita di Dale Pike. Di questo omicidio è stato accusato Forti, un produttore televisivo, che all'epoca era in trattativa con il padre di Dale per l'acquisto di un albergo. Dall'11 ottobre del 1999 Enrico Forti, che si è sempre dichiarato innocente, è rinchiuso in una cella del carcere di Miami. Il processo lo ha condannato nonostante le prove a suo carico siano quantomeno inconsistenti. La giuria americana, infatti, nel leggere il verdetto ha dichiarato: "La Corte non ha le prove che Forti abbia premuto materialmente il grilletto, ma ha la sensazione, al di là di ogni dubbio, che sia stato l'istigatore del delitto". La speranza dei familiari di Forti e degli amici - molto attivi in internet grazie ai social network - è quella di far riaprire il processo il prima possibile.
Manolo Pieroni, detenuto in Colombia
La storia di Manolo Pieroni è iniziata l'8 luglio del 2011 all'aeroporto di Cali, in Colombia. Nella sua valigia sono stati trovati sette chilogrammi di cocaina. Poi il processo e la condanna a 21 anni e 4 mesi di reclusione per "traffico internazionale e fabbricazione di stupefacenti".
Attualmente Manolo Pieroni si trova nel carcere di Palmira, il "Villa Las Palmas". Si è sempre dichiarato innocente e, secondo le sue dichiarazioni, sarebbe una vittima dei trafficanti di droga, tramite la pratica che viene chiamata "mula involontaria", cioè quella che permetterebbe di inserire grosse quantità di stupefacenti nelle valige di persone ignare per farle arrivare fino in Europa.
Roberto Berardi, imprigionato in Guinea Equatoriale
Roberto Berardi, un imprenditore italiano di 50 anni, è rinchiuso nella galera di Bata, in Guinea Equatoriale, dal gennaio del 2013. La sua storia ha dell'incredibile: è accusato di truffa e appropriazione indebita dopo che aveva cercato di capire come mai dalla società edile - che aveva costituito assieme al vicepresidente e figlio del presidente del Paese - era sparito del denaro. Secondo Ponciano Mbomio Nvò, l'avvocato di Berardi, "il processo è stato iniquo, si è celebrato un procedimento penale per una diatriba tra soci che dovrebbe riguardare al massimo il diritto civile".
Di pochi giorni fa è la notizia che Roberto Berardi è uscito dal regime di isolamento in cui era stato recluso per ben 15 mesi e dove ha subito violenze ed intimidazioni. Della sua storia si è occupato anche l'ultimo rapporto annuale di Amnesty International. Nel testo si legge delle torture che Berardi ha subito, dell'isolamento e delle violenze di cui è stato vittima.
Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni liberi dopo 5 anni
È finito l'incubo per Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni. I due giovani italiani erano detenuti da quasi cinque anni nella prigione indiana di Varanasi, accusati e condannati in primo e secondo grado all'ergastolo dalla giustizia indiana per aver ucciso Francesco Montis. La loro storia è iniziata la mattina del 4 febbraio del 2010, quando, nell'albergo Buddha di Chentgani alla periferia di Varanasi, i due giovani trovano Francesco Montis in agonia sul letto.
Pochi giorni dopo, il 7 febbraio, Tomaso ed Elisabetta vengono arrestati con l'accusa di aver strangolato Francesco, secondo una teoria che la polizia locale ha definito di "triangolo amoroso" e di "delitto passionale". La Boncompagni che era la ragazza di Montis durante il viaggio in India nel 2010, si sarebbe innamorata di Bruno ed insieme avrebbero così pensato di ucciderlo.
Il processo di primo grado si è basato solo su delle ipotesi. Nella sentenza, infatti, si legge: "Il movente che ha spinto i due accusati a uccidere Montis non si può dimostrare per insufficienza di prove, tuttavia si può comunque ipotizzare che i due avessero una relazione intima illecita". Il primo febbraio 2015 i due italiani sono atterrati all'aeroporto milanese di Malpensa, dopo che la Suprema Corte di Nuova Delhi li ha dichiarati innocenti il 20 gennaio 2015.
Mariano Pasqualin, morto in una prigione della Repubblica Domenicana
Nelle drammatiche storie degli italiani detenuti all'estero c'è chi ha perso la vita, la storia di Mariano Pasqualin, purtroppo, è una di queste. Originario di Vicenza, è stato arrestato per traffico di droga nella Repubblica Domenicana - meglio conosciuta con il nome della sua capitale Santo Domingo - nel giugno del 2011. Poco tempo dopo il suo arresto, il 2 agosto, è stato ritrovato morto in circostanze molto sospette. La sua famiglia aveva richiesto il corpo per procedere ad una autopsia che avrebbe fatto capire le reali cause della morte, ma in Italia sono arrivate solo le ceneri. E la possibilità di fare luce sul caso è svanita definitivamente.
di Carlo Federico Grosso
La Stampa, 18 marzo 2015
Dopo due sentenze di assoluzione, e un annullamento da parte della Cassazione nel caso dell'omicidio di Chiara Poggi, la Corte di Assise di Appello, sulla base di una rilettura degli atti, ma, soprattutto, dei risultati della rinnovazione istruttoria compiuta, ha giudicato raggiunta la prova certa della colpevolezza dell'imputato.
Di per sé il ribaltamento di due sentenze conformi di assoluzione non stupisce più di tanto. Certo, nella cornice di una giustizia ben funzionante sarebbe auspicabile che i giudici riuscissero a pronunciare sentenze in grado di reggere gli ulteriori gradi di giudizio. L'annullamento di una decisione è, sovente, dimostrazione di un errore, ma il sistema delle impugnazioni è stato predisposto proprio per rimediare agli eventuali errori commessi. Esso costituisce di per sé una garanzia, alla quale sarebbe grave rinunciare.
Nel caso di specie il punto è verificare se il nuovo giudice abbia fatto buon uso dei poteri che gli sono stati concessi. In questa sede non è evidentemente possibile ripercorrere tutti i passaggi che hanno convinto della colpevolezza di Alberto Stasi: i risultati dei nuovi accertamenti tecnici compiuti; l'individuazione della "finestra temporale" dalle 9.12 alle 9.35 durante la quale l'ex studente ha potuto uscire da casa, raggiungere l'abitazione della fidanzata, ucciderla e rincasare per continuare a scrivere la tesi al computer; la dinamica dell'aggressione; l'impossibilità che lo "Stasi scopritore" delle 13.50 abbia potuto percorrere il luogo del delitto senza macchiare di sangue le sue scarpe e, poi, i tappetini dell'auto con la quale si è recato dai carabinieri; il dna della vittima sui pedali sostituiti della bici; le bugie dell'imputato e le incongruenze delle sue dichiarazioni; il suo comportamento "sviante" che è riuscito, secondo quanto chiarisce la sentenza, "a rallentare gli accertamenti, anche grazie agli utili errori commessi" dagli investigatori. Il quadro degli indizi appare, in ogni caso, ampio e concordante.
Un profila merita, forse, un'attenzione particolare. La Corte ha scritto che "Alberto Stasi ha ucciso la fidanzata, che evidentemente era diventata, per un motivo rimasto sconosciuto, una presenza pericolosa e scomoda"; ed ha soggiunto che, se pure "il movente è rimasto sconosciuto", si può comunque ipotizzare che la passione di Alberto per la pornografia, scoperta da Chiara, abbia potuto "provocare discussioni, anche con una fidanzata di larghe vedute", innescando difficoltà nel rapporto di coppia alla base di quella "motivazione forte" che ha "provocato il raptus omicida".
Manca dunque, nella sentenza Stasi, l'individuazione di un movente preciso dell'omicidio, e, soprattutto, il giudice si è limitato ad "ipotizzare" un contesto relazionale di coppia che "avrebbe potuto" innescare l'insorgere della volontà omicida. Una cosa è in ogni caso incontestabile: che se esiste un compendio indiziario oggettivamente in grado di dimostrare al di là di ogni ragionevole dubbio che un soggetto ha ucciso, la mancata individuazione del movente del reato non è, di per sé, in grado di vanificare la prova certa, altrimenti acquisita, della responsabilità penale. L'individuazione del movente, illuminando sulle ragioni del delitto commesso, può diventare decisiva soltanto in presenza di indizi oggettivi di per sé non del tutto univoci. Non mi sembra, quindi, che la mancata individuazione del movente possa, nel caso Stasi, dove gli elementi oggettivi indiziari raccolti sono numerosi e concordanti, inficiare la decisione assunta.
Sentenza giusta, o sconfitta per tutti, come ha commentato ieri uno dei difensori dell'imputato? Sarà, ancora una volta, la Cassazione a stabilirlo, dato che la difesa presenterà, come ha annunciato, un ulteriore ricorso. Se la Cassazione dovesse ancora una volta annullare, la sconfitta sarebbe, a quel punto, probabilmente certa.
di Piero Sansonetti
Il Garantista, 18 marzo 2015
Hanno sbranato il ministro Lupi. Non ha ricevuto neppure un avviso di garanzia, ma lo hanno avvisato i giornalisti e questo basta. Di che è accusato? Truffa, falso in bilancio, tangenti, prostituzione minorile? No, è accusato di avere aiutato il figlio a trovare lavoro. Non si sa se è vero, probabilmente no, ma non è importante.
È un ministro: è colpevole. Il figlio fa l'ingegnere ed ha avuto un posto di lavoro precario per il quale era pagato oltre 1200 euro netti al mese. Non è bello. In questi casi si dice: non ci sarà rilevanza penale, ma si deve dimettere perché c'è responsabilità politica.
I figli dei ministri, vuole la nuova morale (imposta dal duo Travaglio-Salvini) anche se hanno una laurea devono andare a chiedere l'elemosina. Altrimenti: zac! Mi pare che nessuno abbia difeso Lupi. Questa è la vera vergogna. Un ceto politico pusillanime, intimidito, tremante, vigliacco. Scusate il gioco di parole: pecore, si lo hanno sbranato le pecore. E intanto i pastori tedeschi dell'Anm hanno aggredito Renzi. Gli hanno detto: "Tu carezzi i corrotti e punisci i giudici". È un avviso: non di garanzia, di guerra. Un messaggio che dice: o ritiri ogni disegno di riforma della giustizia, e rientri nel tuo recinto del Jobs Act, o ti spezziamo le reni. C'è un clima cileno, dico del Cile del 73.
di Tiziana Maiolo
Il Garantista, 18 marzo 2015
Maurizio Lupi non è un indagato. È un condannato dal Tribunale del Popolo composto di giornalisti invidiosi, magistrati esibizionisti e una folla di tricoteuses opportunamente istigata dai Paladini della Virtù che passeggiano per i talkshow spargendo il proprio verbo, la propria "moralità". Ieri mattina si è svegliato presto Antonio Di Pietro, si è collegato subito con Radio24, poi è corso in Rai per farsi intervistare ad Agorà sgusciando poi via velocemente per planare su La7.
Una fatica per chi ha tante lezioni di moralità da elargire al ministro Maurizio Lupi. Che non è indagato, ma condannato perché "forse" si è lasciato regalare un vestito da un imprenditore suo amico di famiglia, il quale avrebbe anche donato un orologio costoso a suo figlio in occasione di una laurea particolarmente brillante al Politecnico di Milano. Tra le imputazioni di stampo moralistico c'è anche un posto di lavoro temporaneo al neo-ingegnere in un cantiere. Giusto quindi che intervenga subito il Pm più famoso d'Italia.
Un plauso a tutti i conduttori che hanno pensato di invitare proprio Di Pietro a commentare i comportamenti di Lupi. E uno che se ne intende. Intanto è stato Ministro ai lavori pubblici, proprio nel palazzo dove oggi lavora Lupi, e ha avuto occasione di conoscere Ercole Incalza e lo ha cacciato subito perché il dirigente era "uno della prima repubblica", addirittura un socialista. Roba da peccato originale.
Che soddisfazione, vederlo oggi in manette! Poi magari però Di Pietro non spiega bene perché lasciò frettolosamente quel posto al Ministero in seguito ad avvisi di garanzia (sarà poi prosciolto ), alcuni dei quali saranno ripresi nella famosa "sentenza Maddalo", da cui emergeranno anche i motivi che lo avevano indotto a gettare frettolosamente la toga nel dicembre del 1994. L'elenco dei comportamenti di quello che fu l'eroe della moralità e che nessun imitatore è riuscito ancora a raggiungere per popolarità, fa impallidire qualunque imprudenza il ministro Lupi possa aver commesso.
Anche perché stiamo parlando di un magistrato il quale - così dice la sentenza dei giudici di Brescia - fu costretto a lasciare la carriera prima che intervenisse a cacciarlo il Consiglio superiore della magistratura proprio per quei fatti. L'elenco, riportato puntigliosamente anche nel libro dedicato all'ex Pm dal giornalista Filippo Facci, andrebbe distribuito in tutti gli uffici pubblici per spiegare ai funzionari che cosa non si deve fare se non si vuole incorrere in sanzioni, non tanto da quel Tribunale del Popolo così attivo con Maurizio Lupi, ma almeno da quel minimo di regole etiche che sembrano oggi stare tanto a cuore a Di Pietro.
Può un pubblico funzionario farsi prestare cifre ingenti senza interessi e poi restituirle ( ma solo dopo che la "generosità" degli amici viene resa pubblica ) in contanti avvolti in pagine di giornale oppure in una scatola di scarpe? Può farsi dare un'auto di grossa cilindrata e rivenderla per cifra molto maggiore prima ancora di averla pagata, e poi averne un'altra in regalo per sé e la moglie? Può avere in uso gratuito appartamenti a Milano e Roma oppure ricevere, dai soliti amici, i soldi per acquistarne uno al proprio paese?
Può ricevere decine di consulenze legali per la propria moglie avvocato e anche per il suo difensore di fiducia? E due posti di lavoro per il figlio? E agende, ombrelli, uno stock di calzettoni al ginocchio e abiti in quantità da un famoso negozio milanese? Nessuno che rivesta incarichi pubblici potrebbe fare ciò. A maggior ragione se si tratta di un magistrato e se gli amici sono un pochino, appena un pochettino, da lui inquisiti. Pure non ci fu reato, e Di Pietro, dopo aver lasciato la magistratura, divenne addirittura ministro dei lavori pubblici nel governo Prodi del 1996. Questi sono i precedenti di chi può oggi "dar buoni consigli non potendo più dare il cattivo esempio". Di questo tipo di stoffa sono fatti i membri del Tribunale del popolo. Hanno il diritto di chiedere le dimissioni di un ministro per un vestito?
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