www.a-zeta.it, 14 marzo 2015
Dopo il notevole interesse suscitato in occasione di altre iniziative analoghe, altri 150 studenti milanesi incontreranno mercoledì 18 marzo gli studenti del carcere di Opera. L'iniziativa è voluta dalla Direzione insieme ai protagonisti del progetto "Leggere Libera-Mente".
La giornata prevede la proiezione del docufilm "Levarsi la cispa dagli occhi", una testimonianza del potere della lettura e della scrittura nella vita delle persone, non solo detenute. Il progetto formativo è attivato all'interno del carcere di Milano-Opera da Cisproject-Leggere Libera-Mente, associazione che si occupa di promozione culturale con le persone detenute attraverso la biblioterapia, la scrittura creativa, poetica, autobiografica e giornalistica.
Il docufilm, ricco di testimonianze toccanti che invitano alla riflessione su temi quali la mancanza della libertà e l'importanza della lettura e della scrittura come strumenti di "sopravvivenza", sarà anche un'occasione di dibattito al termine della proiezione.
Le iniziative di incontro tra studenti e persone detenute rientrano nell'ambito di BookCity per le scuole del Comune di Milano. Un aspetto da sottolineare è la singolare opportunità di conoscenza reciproca offerta agli studenti reclusi e a quelli che frequentano le scuole di Milano.
"I precedenti incontri organizzati a Opera sono stati una grande occasione di confronto tra due 'mondì apparentemente lontani, che si sono però ritrovati vicini in alcune riflessioni e anche emozioni - dichiara Barbara Rossi presidente di Cisproject e fondatrice di Leggere-Libera-Mente - Per questo motivo riteniamo necessario proseguire con queste iniziative, che contribuiscono alla crescita degli studenti e aiutano il percorso intrapreso dalle persone detenute. Tutto questo è possibile grazie anche alla collaborazione con la Casa di Reclusione di Opera, che ne sostiene fin dall'inizio il valore".
Chi volesse prenotarsi o avere maggiori informazioni può scrivere a:
www.gonews.it, 14 marzo 2015
La figura e il ruolo dello psicologo in carcere come fondamento a tutela della salute dei detenuti, degli agenti e del personale che opera nelle strutture penitenziarie. Di fronte all'incremento esponenziale dei casi di suicidio e autolesionismo nelle carceri italiane, l'Ordine degli Psicologi della Toscana promuove il dialogo e il confronto sul tema con le istituzioni di riferimento per evidenziare criticità e sviluppare una piattaforma efficace per l'elaborazione di strategie che diano dignità tanto ai detenuti quanto agli operatori in un rapporto da costruire insieme.
"Il ruolo dello psicologo in carcere: quale futuro?" questo il titolo del Convegno in programma sabato 14 e domenica 15 marzo a Firenze (Sala Conferenze dell'Ordine degli Psicologi della Toscana) promosso dal Gruppo di Lavoro di Psicologia Penitenziaria dell'Opt, istituito nel 2014 per rispondere ad alcune problematiche che colpiscono i professionisti operanti nel contesto inframurario nonché i detenuti. Il programma Molti gli esperti chiamati ad intervenire insieme ai rappresentanti istituzionali e dirigenti sanitari.
Ad aprire i lavori il presidente dell'Ordine degli Psicologi della Toscana Lauro Mengheri e a coordinare gli interventi sarà il consigliere del gruppo di lavoro Psicologia Penitenziaria Ezio Benelli. La psicologia penitenziaria È una psicologia applicata a un contesto per sua natura rigido, all'interno del quale le esigenze di sicurezza sigillate da una pesante mole di norme giuridiche e burocratiche sfidano il principio fondamentale al quale si ispira il mandato deontologico dello psicologo: l'obbligo di lavorare per la promozione del benessere della persona. A fronte di tanti datori di lavoro e obiettivi professionali, ancora oggi lo psicologo in carcere non raggiunge una visibilità istituzionale ufficialmente riconosciuta: il singolo lavoratore si trova esposto a una composita realtà lavorativa, all'interno della quale pochi professionisti riescono a raggiungere una stabilità contrattuale lavorativa.
di Luigi Manconi
Il Manifesto, 14 marzo 2015
Superamento definitivo dei "campi nomadi" e fine della sciagurata stagione di politiche pubbliche che dal 2008 ha portato alla segregazione, nelle periferie delle città e nel tessuto sociale del paese, di migliaia di persone Rom. Questo è il contenuto di una risoluzione approvata dalla commissione tutela dei diritti umani del senato. Ovvero la richiesta urgente al governo di attuare l'insieme di misure e pratiche previste dalla Strategia nazionale d'inclusione di Rom, Sinti e Caminanti, varata ormai tre anni fa su sollecitazione dell'Ue. La risoluzione della commissione del senato ha il suo cuore nella sollecitazione ad abbandonare definitivamente quell'approccio emergenziale e assistenzialista che ha di fatto privato le comunità rom della possibilità di accedere al pieno godimento del sistema dei diritti, a partire dal mancato riconoscimento della loro dignità sociale.
Sta proprio nel ricorso allo strumento dei campi l'esempio più bruciante dell'esistenza di un metodo, deliberato e sistematico, utilizzato in questi anni nei confronti di una minoranza. Un metodo fatalmente destinato a produrre una irresistibile spirale, dove la decisione pubblica di creare il ghetto ha determinato una tendenza all' auto-ghettizzazione da parte degli interessati, stigmatizzati e, allo stesso tempo, tentati dall'idea di fare di quel ghetto un presidio di identità e un perimetro chiuso da rivendicare e in cui esercitare una sorta di governo-domestico (anche illegale). E se all'esecutivo si chiede di dimostrare la volontà di affrontare una situazione drammatica, e assai complessa e delicata, adottando strumenti adeguati e risorse finanziarie sufficienti, a uno sforzo ancora più urgente sono chiamate le amministrazioni locali. Su queste ultime, infatti, grava la responsabilità di procedere materialmente al superamento dei campi, mettendo in atto percorsi di inclusione abitativa e sociale (soluzioni individuali o per insediamenti di dimensioni ridotte, sostegni per l'affitto, per la ristrutturazione e per l'autocostruzione).
I centri visitati dalla Commissione per i diritti umani nel corso dell'indagine che ha prodotto la risoluzione, elaborata in particolare dalla senatrice Manuela Serra, hanno riportato immagini di degrado estremo, condizioni igieniche precarie, spazi asfittici, in un quadro generale di massima vulnerabilità. Come il campo di Giugliano, in Campania, allestito su una discarica, in completo abbandono e dove vivono centinaia di bambini. O come il "centro di raccolta" di via Visso a Roma, dal nome grottescamente enfatico di "Best House Rom": una serie di loculi privi di aria e di luce all'interno di un magazzino inutilizzato, lontani dall'assicurare condizioni di vita accettabili.
Oggi, finalmente sembra manifestarsi qualche positiva novità. L'assessore alle politiche sociali di Roma, Francesca Danese, ha dichiarato il suo impegno a chiudere la struttura e a garantire agli abitanti di via Visso una sistemazione dignitosa e l'avvio di un percorso condiviso. E il sindaco Marino più volte ha ribadito di voler superare l'attuale sistema, che coinvolge circa ottomila persone.
L'amministrazione comunale di Milano si muove in tale direzione dal 2013, con un piano concreto e ragionevole che si sviluppa attraverso una serie di azioni e interventi graduali, nel segno della legalità e del superamento dell'impostazione assistenzialista. E si hanno i primi piccoli risultati. Come si vede, ci si muove in una prospettiva di radicale mutamento dell'approccio finora utilizzato e della valorizzane, allo stesso tempo, di misure e provvedimenti ispirati da una concreta fattibilità. Non si può fare diversamente.
Per una serie di circostanze, la "questione rom" è diventata in Italia, negli ultimi anni, uno dei fondamentali fattori di allarme sociale, frutto velenoso di una scellerata campagna di colpevolizzazione. Sulla base di alcuni dati incontestabili (tasso di criminalità, sfruttamento dei minori per accattonaggio e gravi ostacoli alla convivenza) si è attivato un meccanismo assai pericoloso di creazione del capro espiatorio. Sarà un'impresa faticosa e dall'esito incerto, ma la sola speranza di "uscirne vivi" è la realizzazione di politiche totalmente nuove e finalmente razionali e intelligenti.
Adnkronos, 14 marzo 2015
Sono quasi 13mila le vittime delle torture inflitte a cittadini siriani dal regime del presidente Bashar al-Assad dall'inizio della rivoluzione fino ad oggi. È quanto è riuscito a documentare l'Osservatorio siriano per i diritti umani, che conta per l'esattezza 12.751 decessi in seguito a torture nelle carceri e nelle celle dei servizi segreti del governo siriano.
In alcuni casi le autorità hanno riconsegnato i cadaveri ai parenti, mentre altre volte le famiglie sono state informate da terzi della morte dei loro congiunti in carcere, oppure il regime ha costretto le famiglie a firmare dichiarazioni secondo cui il decesso sarebbe avvenuto per mano di gruppi armati dell'opposizione.
L'Osservatorio ha messo in evidenza che queste statistiche non includono gli oltre 20mila desaparecidos nelle carceri del regime e dei suoi apparati e le migliaia di persone scomparse durante gli assalti condotti dalle forze governative e dalle loro milizie in diverse aree del Paese dove si sono verificate stragi.
"Noi dell'Osservatorio siriano per i diritti umani ribadiamo la nostra richiesta al Segretario generale dell'Onu e all'Alto commissario per i diritti umani ad agire con maggior serietà e a prodigare il massimo degli sforzi per il rilascio immediato di oltre 200mila detenuti nelle carceri del regime siriano e nelle celle dei suoi apparati di sicurezza", si legge in un appello dell'ong, che cita anche "oppositori politici e attivisti per i diritti umani", tra cui "Abdelaziz al-Khayyir, Khalil Maatouq, Husayn Ayso, Bassam Sohyouni e Mazen Darwish".
di Filippo Fiorini
La Stampa, 14 marzo 2015
L'"Aviatore" Gonzalez è stato trovato impiccato in cella. Era accusato di cospirazione, ma si è sempre detto innocente. Ieri mattina è stato depennato un nuovo nome dalle liste dei circa 40 prigionieri politici che ancora rimangono nelle carceri del Venezuela, da quando nel febbraio del 2014 parte della popolazione si è ribellata al governo socialista.
Si tratta dell'ultra-sessantenne Rodolfo Gonzalez, che però non è stato liberato, ma trovato morto nella cella in cui ha trascorso l'ultimo anno, con l'accusa di aver cospirato contro il presidente Nicolas Maduro.
Il primo a darne notizia è stato il suo legale, José Vicente Haro, secondo cui Gonzalez, detto l'"Aviatore" per il suo passato da capitano di Aeronautica, si sarebbe impiccato perché non sopportava l'idea di essere trasferito nel penitenziario di Yare, un carcere di massima sicurezza in cui la sua detenzione si annunciava ancora molto lunga. "Non stava bene fisicamente - ha detto l'avvocato - probabilmente non ha digerito la notizia di doversi recare in una struttura come quella".
Effettivamente, giovedì la deputata Iris Varela aveva detto in qualità di "ministro per il Potere Popolare sulle Prigioni dello Stato" che Rodolfo e tutti gli altri detenuti alloggiati nel misterioso edificio dell'Helicoide, la piramide nel centro di Caracas che fa da sede al servizio segreto Sebin, sarebbero stati trasferiti a Yare. Lissete, la figlia dell'"Aviatore", però, ha detto che la causa della morte non è ancora stata confermata e che per saperne di più, bisognerà attendere i risultati dell'autopsia, in corso presso l'obitorio di Bello Monte.
Le circostanze in cui è scomparso Gonzalez sono comunque bastate a seminare i sospetti che dietro alla sua impiccagione, possa nascondersi un omicidio. Sebbene non ci siano prove, è proprio questa l'idea che si sta consolidando nei social network della grande comunità di oppositori al governo Maduro, i quali si dividono ora da quelli che credono che l'esecutivo debba comunque essere considerato responsabile, anche se si trattasse solo di un suicidio.
Gonzalez era finito in carcere il 26 aprile 2014 con l'accusa di essere a capo di una rete cospirativa. Secondo la conferenza stampa data a suo tempo dal ministro dell'Interno, Miguel Rodriguez Torres, sotto di lui stavano circa 20 uomini, tra cui compariva anche il sindaco di uno dei 5 distretti metropolitani di Caracas, Antonio Ledezma, arrestato a sua volta poche settimane fa per un presunto tentativo di Golpe. In casa dell'Aviatore, le autorità dissero di aver trovato un arsenale e prove informatiche del suo sostegno finanziario ai giovani studenti che in quel periodo innalzarono le prime barricate nelle città e che, con intensità molto minore, tuttora mantengono.
La morte in carcere di questo ex militare 63enne, che ha sempre sostenuto di aver dato appoggio ai manifestanti per affinità ideologica, ma di non sapere nulla di colpi di Stato, avviene a meno di 24 ore dall'ultimo capitolo del battibecco diplomatico in corso tra il Venezuela e gli Stati Uniti. A inizio settimana, il presidente Barack Obama ha ordinato restrizioni alla circolazione e alle attività sul suolo statunitense per diversi funzionari di Caracas, in risposta a provvedimenti analoghi presi da Maduro qualche giorno prima. Questa volta, però, la Casa Bianca ha calcato più la mano rispetto al passato, accusando il "Socialismo del XXI secolo" di violare sistematicamente i diritti umani e denunciando gli arresti politici che si moltiplicano in Venezuela.
La presa di posizione, è servita da pretesto al presidente Maduro per denunciare i presunti piani americani per spodestarlo, impugnando i quali si è presentato davanti al parlamento che controlla, e ha chiesto poteri speciali per poter continuare a governare.
di Lilia Rangelova
www.bulgariaoggi.com, 14 marzo 2015
La Bulgaria dovrà pagare un risarcimento di oltre 5.000 euro a Khalil Hassan Adem per il regime speciale a cui è stato sottoposto come condannato all'ergastolo e anche per le cattive condizioni di vita nelle prigioni. Secondo la Corte Europea dei diritti dell'uomo si tratta di una violazione dell'art. 3 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo (divieto di trattamenti inumani o degradanti).
Il ricorrente Khalil Hassan Adem è stato processato 11 volte e nel mese di ottobre 2000 è stato condannato all'ergastolo senza condizionale per rapina e omicidio. Oggi dalla Procura di Sofia hanno riferito che stanno effettuando dei controlli senza preavviso nelle carceri e negli ostelli dei prigioni di Sofia, Kremikovtsi e Kazichene. Le ispezioni sono iniziate lunedì e finora sono stati trovati molti oggetti vietati come coltelli e telefoni cellulari. Tuttavia dal Ministero della Giustizia hanno riferito che i capo prigioni di Sofia, Burgas e Boichinovtsi sono stati licenziati a causa di critiche da parte del Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d'Europa.
di Melissa Aglietti
www.avantionline.it, 14 marzo 2015
Nella sua più famosa commedia, lo scrittore latino Publio Terenzio Afro affida alle parole di Cremete la celebre formula "Homo sum, humani nihil a me alienum puto", che letteralmente significa: "sono un essere umano, non ritengo a me estraneo nulla di umano". Ed è proprio questo autentico e spudorato interesse "dell'uomo per l'uomo" che percorre, come un impulso elettrico lungo le fibre nervose di un corpo, Encerrados, intenso lavoro del fotografo romano Valerio Bispuri, raccolto nell'omonimo libro edito da "Contrasto".
Nato quasi per caso nel 2002, questo progetto, lungo dieci anni, nasce dal tentativo di raccontare il continente sudamericano e la sua gente attraverso un aspetto, quello delle 74 carceri visitate dall'autore, che, seppur unico nelle sue specificità, si presenta come fattore aggregante di varie realtà.
Scorrendo le pagine di Encerrados si è come proiettati fuori dal tempo e dallo spazio, sensazione rafforzata dalla scelta dei toni del bianco e del nero. Ma questa violenta atemporalità e aspazialità permette la completa identificazione con il soggetto, la totale compenetrazione tra lo spettatore e una realtà popolata da ombre rabbiose e primitive, ma anche da donne vestite a festa e di uomini che si scambiano palleggi; una realtà intrisa dell'odore di corpi nudi e di latrina, dell'odore metallico delle lame dei coltelli e di quello secco delle siringhe.
Bolivia, Perù, Ecuador, Argentina, Cile, Uruguay, Brasile, Colombia e Venezuela si specchiano in una quotidianità, quella degli "encerrados", che suona quasi come un paradosso, perché, nonostante le condizioni inumane delle carceri, la percentuale dei suicidi è quasi nulla se rapportata ai numeri di suicidi nelle prigioni europee e statunitensi. Complice un rovesciamento in cui la vera vita sembra essere "dentro", in quelle carceri in cui è la logica delle gang che, specularmente a quanto avviene "fuori", continua a far da padrona, in cui non si può parlare propriamente di perdita della libertà, perché questa è tanto inesistente "fuori" quanto "dentro". Come dannati dell'Inferno dantesco, i detenuti continuano a conservare atteggiamenti e abitudini della loro vita precedente, a testimonianza di un feroce e ostinato attaccamento alla vita. Una fame di vita e di riscatto che si scontra con un vivere mollemente rassegnato e dal sapore nostalgico.
di Barbara Alessandrini
L'Opinione, 13 marzo 2015
Tra poco meno di tre mesi il Comitato dei Ministri del Consiglio d'Europa riaccenderà i riflettori sulla spinosa questione del sovraffollamento delle carceri nel nostro paese. Ma, dopo le iniziali ottimistiche rassicurazioni del ministro Orlando, il silenzio fatto calare dal governo sull'emergenza carceraria e sulla condizione degradante all'interno degli istituti di pena, non fornisce rassicurazioni sull'esito della imminente verifica europea.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 13 marzo 2015
È dal primo marzo che manca l'infermiere per il turno di notte al carcere sardo di Alghero. Il motivo? Il turno notturno è stato sospeso su decisione del commissario dell'Asl e dietro indicazione del responsabile del servizio.
Redattore Sociale, 13 marzo 2015
I dati del ministero della Giustizia. La percentuale dei lavoranti sul totale dei detenuti presenti nelle carceri italiane è del 27,13 per cento. La percentuale dei lavoranti alle dipendenze dell'amministrazione sul totale dei lavoranti è dell'84 per cento.
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