di Marta Rizzo
La Repubblica, 15 aprile 2015
I trasferimenti da Rebibbia presso altri penitenziari, disposti il 10 aprile scorso, sono stati revocati. Condannati che da un luogo di Alta Sicurezza spostati in luoghi lontanissimi e che ora tornano a Rebibbia. La soppressione del trasferimento per l'intervento del Garante dei Detenuti del Lazio al Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria (Dap). I viaggi paradossali dei detenuti.
di Domenico Cacopardo (Magistrato)
Italia Oggi, 15 aprile 2015
Mi avevano insegnato che tra legalità e illegalità non è possibile compromesso e che i grandi criminali hanno sempre iniziato commettendo piccolo crimini. Era tutto sbagliato. Tra legalità e illegalità è possibile un compromesso. Si chiama tenuità e riguarda tutti i reati con pena tabellare sino a 5 anni: il giudice si occuperà di quelli "realmente meritevoli" di sanzione, secondo la propria valutazione (discrezionale). E poi, in autunno, arriveranno le sospensioni dei procedimenti con la "messa in prova" dei rei e la riforma della custodia cautelare, applicabile solo nei casi più estremi con motivazioni stringenti e precise. Qui, il legislatore è incorso in un "lapsus freudiano", ammettendo indirettamente che l'uso della custodia cautelare è piuttosto "garibaldino" e insufficientemente motivato.
di Gustavo Zagrebelsky
La Repubblica, 15 aprile 2015
Nessuna ragione di diritto perché siano conservati ai parlamentari condannati. Un caso da non prendere sottogamba. Le Camere si trovano a discutere se sia ragionevole che i parlamentari decaduti in conseguenza di condanna irrevocabile per reati di particolare gravità possano continuare a percepire il cosiddetto "vitalizio"; se, dunque, sia ragionevole sostenere, vita natural durante, coloro che dal Parlamento siano stati allontanati per una ragione di indegnità. "Indegnità" è parola della Costituzione, insieme a "disciplina e onore".
di Errico Novi
Il Garantista, 15 aprile 2015
Il reato "non era chiaro". Bruno Contrada non avrebbe dovuto essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. All'epoca dei fatti che la giustizia italiana gli contestò, tra il 1979 e il 1988, l'ex numero due del Sisde "non poteva conoscere nello specifico la pena in cui incorreva per gli atti compiuti".
Con quest'ultima motivazione la Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo ha condannato lo Stato Italiano a risarcire Contrada della somma di 10mila euro "per danni morali", più 2.500 euro per le spese processuali. La sentenza arriva in seguito a un ricorso presentato dallo stesso ex vertice del Servizi.
Si tratta di un giudizio clamoroso, che di fatto riscrive la storia di un uomo perseguitato e stritolato dalla giustizia. Contrada non avrebbe dovuto nemmeno essere processato, sanciscono i giudici di Strasburgo, perché appunto "la fattispecie di reato in questione è il risultato di un iter giurisprudenziale avviato verso la fine degli anni 80 e consolidato nel 1994: Contrada, incriminato per fatti che risalgono al periodo compreso tra il 1979 e il 1988, non poteva ragionevolmente prevedere di compiere il reato".
Si tratta dunque, secondo la Cedu, di una violazione dell'articolo 7 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo ("Nulla poena sin lege"), quella per cui "nessuno può essere condannato per una azione o una omissione che al momento in cui è stata commessa non costituiva reato secondo il diritto interno o internazionale".
Contrada non andava condannato. Lui: la mia vita è distrutta (La Repubblica)
Il reato contestato "non era sufficientemente chiaro". Stato italiano condannato a versare 10 mila euro per i danni morali. L'ex agente del Sisde: "Sentenza sconvolgente". Bruno
Contrada non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa
perché, all'epoca dei fatti (1979-1988), il reato non "era sufficientemente chiaro". Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti umani. Lo Stato italiano deve versare all'ex numero due del Sisde 10 mila euro per danni morali.
Già nel 2014 la corte di Strasburgo aveva condannato l'Italia per la detenzione dell'ex funzionario del Sisde. Secondo i giudici le condizioni di salute di Contrada, tra il 2007 e il 2008, non erano compatibili con il regime carcerario. Adesso i suoi legali puntano alla revisione del processo. "Ho presentato due mesi fa la quarta domanda di revisione e la corte di appello di Caltanissetta mi ha fissato l'udienza il 18 giugno. La sentenza di Strasburgo sarà un altro elemento per ottenere la revisione della condanna", commenta l'avvocato Giuseppe Lipera legale dell'ex numero 2 del Sisde dopo al decisione della Corte europea dei diritti umani. "Ora capisco perché nonostante le sofferenze quest'uomo a 84 anni continui a vivere", conclude Lipera.
"Sono frastornato, sconvolto, ansioso di sapere di più", commenta a caldo Bruno Contrada. "Lei sta parlando con un uomo la cui vita è stata devastata da 23 anni, dal 1992 ad oggi: ho subito sofferenza, dolore, umiliazione e devastazione della mia esistenza e della mia famiglia. Si può immaginare ed è intuibile qual è il mio stato d'animo in questo momento. Poco fa ho sentito il mio avvocato che mi ha comunicato la decisione della Corte europea per i diritti dell'uomo. Aspetto di leggere la sentenza -conclude l'ex numero tre del Sisde- per rendermi conto di cosa dice e per quale motivo è stato accolto il mio ricorso".
Da 23 anni la sua vicenda giudiziaria tiene banco non solo nelle aule di giustizia italiane ed europee ma anche nel dibattito politico e giudiziario perché Bruno Contrada, 84 anni, napoletano ma palermitano d'adozione, quando fu arrestato era ai vertici degli apparati investigativi italiani, numero tre del Sisde, dopo aver percorso tutte le tappe dell'investigatore da dirigente di polizia ad alto funzionario dei servizi segreti nell'arco di un trentennio.
Arrestato, la vigilia del Natale 1992, l'anno delle stragi palermitane, poi a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa, è stato condannato a 10 anni di carcere il 5 aprile 1996. Sentenza ribaltata in Corte d'appello il 4 maggio 2001: assolto. La Cassazione ha rinviato gli atti a Palermo. Poi la nuova condanna a 10 anni nel 2006, dopo 31 ore di Camera di consiglio della Corte d'appello palermitana, e la conferma della Cassazione l'anno successivo. Quindi il carcere, i domiciliari e poi la fine pena nell'ottobre 2012.
Sono poi cominciati i tentativi di revisione del processo e gli appelli alla corte di Strasburgo per i diritti umani. Italia condannata due volte: nel febbraio 2014 perché il detenuto non doveva stare in carcere quando chiese i domiciliari per le sue condizioni di salute e oggi perché l'ex poliziotto non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa perché, all'epoca dei fatti (1979-1988), il reato non "era sufficientemente chiaro".
Contrada in questi anni ha sempre combattuto per "salvaguardare - diceva - l'onore di un uomo delle istituzioni". "Voglio l'onore che mi hanno tolto, non ho perso fiducia nello Stato" ripeteva. Ha parlato dei tanti collaboratori di Giustizia che lo accusavano, con disprezzo, ricordando quando lui e i suoi uomini della questura di Palermo li arrestavano trattandoli come delinquenti e presentavano ai magistrati dossier corposi sulla mafia. E si è sfogato, in questi anni, con gli amici su quella nebbia che nel processo è sembrata calare sul suo rapporto col capo della mobile di Palermo, Boris Giuliano, assassinato nel luglio 1979 da Leoluca Bagarella mentre prendeva un caffè da solo al bar.
"Eravamo due fratelli - ha detto - lavoravamo fianco a fianco. Non mi sono mai fermato nelle indagini sul suo omicidio". Sono stati scritti almeno quattro libri sulla sua vicenda giudiziaria e migliaia di articoli di giornale che hanno aperto dibattiti nel mondo politico e che hanno diviso l' opinione pubblica italiana.
di Vincenzo Vitale
Il Garantista, 15 aprile 2015
E così, dopo oltre vent'anni, la Corte Europea dei diritti umani ha condannato lo Stato italiano per aver processato Bruno Contrada per concorso esterno in associazione mafiosa. Stabilendo in tal modo, la Corte ha per un verso ragione, ma per altro torto e spiego subito il perché.
La Corte ha affermato la responsabilità dello Stato italiano e lo ha condannato a risarcire il danno (probabilmente simbolico ) di diecimila euro, in quanto all'epoca dei fatti - cioè tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli anni Ottanta, il suddetto delitto non era stato ancora individuato dalla giurisprudenza con sufficiente univocità, come poi invece è accaduto - continua la Corte -dopo la metà degli anni e viene che all'epoca dei fatti contestati, in base al principio di legalità che esige si possa essere giudicati e condannati solo per reati previsti come tali dalla legge prima dei fatti contestati, Contrada, e nessuno con lui, poteva conoscere che certe azioni sarebbero state considerate punibili e perciò il processo a suo carico per quelle imputazioni non poteva essere celebrato.
Ma siccome lo si è celebrato con durezza per molti anni, si è violato il principio di irretroattività della legge penale - secondo il quale appunto la legge penale deve prevedere i reati "prima" che i relativi comportamenti vengano posti in essere - e da qui la condanna dello Stato italiano e il risarcimento.
Tutto bene allora ? Non proprio. Infatti, la Corte Europea, ragionando in tal modo, dimentica una cosa fondamentale e cioè che il principio di legalità che essa stessa invoca ed applica prevede testualmente che "nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente preveduto come reato dalla legge né con pene che non siano da essa stabilite" .
La Corte dimentica insomma che a prevedere i reati e a dichiararli punibili deve essere la legge e soltanto la legge e che, per giunta, tale previsione deve esser fatta dalla legge "espressamente", cioè senza sottintesi o rimandi di alcun genere. Nel caso del concorso esterno in associazione mafiosa, invece, la previsione dei comportamenti punibili è del tutto aleatoria, in quanto effettuata per mezzo di elaborazioni giurisprudenziali, per natura oscillanti e modificabili.
Per due volte perciò questo fantomatico reato viola gravemente il principio di legalità, che è il vero cardine dello Stato di diritto: per un verso, perché non è la legge a prevederlo e a punirlo, ma sono i Tribunali e le Corti; per altro verso, perché tale previsione dovrebbe essere "espressa" - vale a dire testuale - ed invece è del tutto implicita, sottintesa, adombrata da interpretazioni e valutazioni esegetiche di fatti e norme operate appunto dai giudici.
Sicché, a rigore, nessuno può sapere con certezza quali siano considerati comportamenti punibili a titolo di concorso esterno in associazione mafiosa, neppure oggi, cioè neppure in epoca successiva alla metà degli anni novanta alla quale si riferisce la Corte Europea, proprio perché la giurisprudenza - dal momento che non si identifica con la legge - si evolve, cambia, torna sui suoi passi, come è normale che sia: non è né può essere sclerotizzata per decenni. A ciò si aggiunga - altro aspetto sfuggito all'attenzione della Corte Europea - che se il diritto esige che a stabilire i reati sia la legge, e non altra cosa, c'è una ragione precisa e indefettibile: e cioè che la legge - e soltanto la legge - è di sicuro conoscibile da parte di tutti i cittadini.
Ciò è tanto vero che la Corte Costituzionale italiana con una celebre sentenza del 1988 ha stabilito che nel caso in cui il testo della legge sia oscuro e non comprensibile da una persona dotata di normale capacità di intendere, allora essa non obbligherà tale persona, perché costui non era stato messo in grado di comprenderne l'effettiva portata. Ne deriva che se la Corte Europea avesse ragione anche in questo, tutti dovremmo farci assistere senza soluzione di continuità da avvocati ed esperti di diritto in ogni atto della vita quotidiana: perché solo costoro sarebbero in grado (ammesso che siano abbastanza bravi e preparati) di cogliere la reale portata della evoluzione giurisprudenziale in tema di concorso esterno: il che, pur se garberebbe agli avvocati che potrebbero vedere lievitare i loro guadagni, rimane del tutto assurdo. Lo Stato di diritto e la Costituzione italiana esigono insomma la conoscenza della legge, non della giurisprudenza: nemmeno la Corte Europea è legittimata a sovvertire questo principio irrefutabile del vivere secondo diritto. Invece, ormai da anni, la giurisprudenza italiana, svincolata da ogni limite di carattere testuale e legale, fa in proposito il bello e il cattivo tempo. Oggi è arrivato un primo stop, ma non basta: siamo appena all'inizio.
di Giuseppe Pipitone
Il Fatto Quotidiano, 15 aprile 2015
A rivendicarne la paternità anni fa arrivò il magistrato Giuseppe Ayala, pubblica accusa al Maxi processo: "Su certi imputati - ricordava il magistrato in un'intervista a Radio Radicale - non avevo assolutamente elementi per dimostrare che fossero organicamente interni all'associazione mafiosa, tuttavia il semplice reato di favoreggiamento era insufficiente: così mi inventai il concorso e ne parlai con Falcone".
La prima sentenza in cui viene citato è quella contro Pino Cillari, considerato un faccendiere della camorra: è il 14 luglio del 1987 e il concorso esterno in associazione mafiosa fa il suo debutto nelle carte della corte di Cassazione. Un esordio plumbeo dato che in quella sentenza la Suprema corte smentisce l'esistenza di quel reato, nato praticamente nell'ordinanza sentenza del primo Maxi processo contro Cosa Nostra, istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Una fattispecie nata sommando gli articoli 110 e 416 bis del codice penale, ideata per perseguire i cosiddetti "colletti bianchi", soggetti che non sono organici all'organizzazione criminale, ma che contribuiscono attivamente alle attività.
A rivendicarne la paternità anni fa arrivò il magistrato Giuseppe Ayala, pubblica accusa al Maxi processo: "Su certi imputati - ricordava il magistrato in un'intervista a Radio Radicale - non avevo assolutamente elementi per dimostrare che fossero organicamente interni all'associazione mafiosa, tuttavia il semplice reato di favoreggiamento era insufficiente: così mi inventai il concorso e ne parlai con Falcone".
Poi la marcia indietro: "Guardando tutto quello che è successo dopo,- continuava Ayala - tutte le polemiche che sono nate, tutte le incertezze, oggi rivedrei quella scelta". E in effetti il concorso esterno in associazione mafiosa da intuizione giuridica si è trasformato subito in una vera e propria guerra di pensiero tra magistrati, giuristi e avvocati.
Diverse le assoluzioni nel corso degli anni, ma anche parecchie condanne. È stato assolto dall'accusa di concorso esterno a Cosa Nostra l'ex ministro Saverio Romano, scagionato in appello fu invece l'ex deputato di Forza Italia Gaspare Giudice. Ha fatto scuola poi la sentenza degli ermellini sull'ex ministro democristiano Calogero Mannino (assolto in appello dopo un rinvio), con una motivazione che restringe i casi di applicazione del reato, ma è importante anche quella di Corrado Carnevale (appello annullato senza rinvio).
Motivando l'annullamento della condanna d'appello del giudice soprannominato "Ammazzasentenze", la suprema corte scrive che "la fattispecie concorsuale sussiste anche prescindendo dal verificarsi di una situazione di anormalità nella vita dell'associazione": come dire che il concorso esterno esiste anche in condizioni di non emergenza, come invece stabilito nella sentenza Demitry nel 1994.
Lo stesso anno che fa da spartiacque, secondo l'ultima decisione della corte Europea dei diritti dell'uomo sul caso di Bruno Contrada: prima di quella data, per i giudici di Strasburgo, non esiste il concorso esterno, e quindi non può essere considerato un'imputazione valida. È per questo che Marcello Dell'Utri, condannato a sette anni in via definitiva, spera in una sentenza favorevole da parte di Strasburgo, dato che la sua situazione è simile a quella di Contrada. L'ex senatore e l'ex numero tre del Sisde hanno un curriculum giudiziario paragonabile a quello di Ignazio D'Antone, l'ex questore che ha finito di scontare otto anni di carcere.
Liberi sono anche gli ex Dc Enzo Inzerillo e Franz Gorgone, unici politici insieme a Dell'Utri ad essere condannati per concorso esterno. È nel 1991 che il reato tanto criticato diventa oggetto scatenante di una furiosissima guerra: in quell'anno viene introdotto infatti il favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra.
È a causa di quell'accusa che si aprono le porte del carcere per Salvatore Cuffaro, non prima che la procura di Palermo si spacchi in due: il pm Gaetano Paci entra in polemica con i colleghi, che si rifiutano di contestare all'ex presidente il concorso esterno. Il quesito che divide la procura all'epoca guidata da Pietro Grasso è semplice: se a Mimmo Miceli, l'uomo che riferiva le confidenze di Cuffaro al boss Giuseppe Guttadauro, viene contestato il concorso, perché Cuffaro, che è l'origine di quelle "soffiate", deve essere accusato di un reato minore? Una domanda alla quale i giudici non sono riusciti a rispondere, dato che dopo aver acquisito nuove prove, la procura provò a processare per concorso esterno Cuffaro, già detenuto per favoreggiamento aggravato. "Ne bis in idem" rispose il gip, come se il favoreggiamento aggravato e il concorso esterno fossero la stessa cosa. Contribuendo quindi ad alimentare confusione e polemica, intorno ad un reato che da anni divide giuristi, magistrati e avvocati.
di Tiziana Maiolo
Il Garantista, 15 aprile 2015
Come si sente oggi, dottor Ingroia? E lei, dottor De Gennaro sulla sua poltrona sicura, come si sente? Benissimo, immaginiamo, nelle vostre incrollabili certezze. Anche nel giorno della piccola riabilitazione, che arriva da Strasburgo, nei confronti di un uomo che era stato distrutto, ma non si chiamava Antonio, né Gianni. Si chiama Bruno, ma per voi è irrilevante. Era stato buttato giù a morire, mentre voi facevate carriera. Avete niente da dire su quest'uomo distrutto che non si doveva condannare né arrestare?
Bruno Contrada ha avuto una piccola tardiva soddisfazione, dopo ventitré anni di torture, non da un tribunale italiano, ma dalla Corte europea dei diritti dell'uomo. In Italia è stato messo ai ceppi la vigilia di Natale del 1992, anno in cui è successo tutto. Poi i diversi gradi di giudizio se lo sono rimpallato, condannato assolto condannato, mentre i "pentiti" assassini, proprio come quelli di Enzo Tortora, si riunivano, sghignazzavano e ingrassavano.
E concordavano le versioni dei fatti, dopo aver avuto le opportune imbeccate da chi aveva il potere di compensarli con il denaro e la libertà. Spesso la libertà di tornare a uccidere. E intanto veniva assassinata la dignità, insieme alla libertà di Bruno Contrada, il più brillante poliziotto di Palermo, uno che lavorava con i confidenti e non stava, come tanti suoi colleghi, in poltrona ad ascoltare le intercettazioni e le soffiate dei "pentiti". Lui le faceva davvero le indagini. Lo hanno eliminato mentre stava per arrestare Bernardo Provenzano, e la storia sarebbe stata diversa se lo avessero lasciato lavorare. Ma era un ostacolo ad alcune brillanti carriere.
Oggi la Corte di Strasburgo dice che quel famoso reato di "concorso esterno in associazione mafiosa", che non esiste nel codice e che i magistrati usano quando decidono di colpire in chiave politica il famoso terzo livello nel quale Falcone non credeva, a Contrada non era applicabile. Perché negli anni cui si riferiscono i presunti reati commessi dall'ex capo del Sisde la fisionomia del reato non era chiara.
Si è chiarita in seguito, con la giurisprudenza delle sentenze, dice la Corte. Un modo educato per dire che la giustizia italiana è un pò strana, infatti nel nostro ordinamento la giurisprudenza, al contrario del sistema anglosassone del common law, non fa testo, non ha il vigore della legge. Pure questo inesistente reato viene contestato a piene mani da una magistratura politicizzata e incapace. O forse politicizzata proprio perché incapace di fare le inchieste.
Il "caso Contrada" è da manuale, con i "pentiti" gestiti nel modo che conosciamo: mai notizie da fonti dirette, sempre versioni "de relato", preferibilmente dichiarazioni attribuite ai morti, incontri collettivi e versioni concordate. In questo caso ci sono stati anche racconti esilaranti, pur nella tragedia, con la descrizione della saletta riservata di un ristorante che non esiste, un'anfora mai trovata, un'amante mai esistita, una chiromante che sogna Falcone che accusa Contrada e così via. Accertamenti? Mai svolti. Il Pm Ingroia svolgeva una requisitoria lunga 22 udienze e intanto De Gennaro faceva carriera, nelle storie parallele in cui uno nasceva mentre l'altro moriva. Quanti Caino si sono avventati sul corpo di Bruno Contrada?
Antonio Ingroia, dopo una non brillante carriera come Pm e una ancor più (se possibile) disastrosa come politico, non demorde. Contrada resta colpevole, dice, quanto meno di favoreggiamento. Patetico, perché l'ex magistrato sa bene che, se nel 1992 a Contrada fosse stato contestato il solo favoreggiamento, prima di tutto sarebbe stato più complicato arrestarlo per un reato meno grave e comunque gli inquirenti sarebbero stati costretti a svolgere quelle indagini che nel caso del "concorso esterno" sono pressoché impossibili, un pò come processare 1'"odore di mafia" o l'aria che tira. Non è una sentenza qualunque, quella di oggi a Strasburgo. Per Bruno Contrada è solo un primo passo, fino a che non ci sarà la revisione del processo. Ma è molto per cominciare a ristabilire la civiltà giuridica di un paese, l'Italia, che ne ha tanto bisogno e che ha perso da tempo di vista lo Stato di diritto.
di Fulvio Bufi
Corriere della Sera, 15 aprile 2015
I blocchi stradali, le proteste esasperate che sfiorano, e anche travalicano, i limiti della violenza, a Napoli sono all'ordine del giorno. Appartengono ai disoccupati, ai lavoratori senza stipendio, a chi rivendica un alloggio popolare, a volte ai ragazzi dei centri sociali. Ma una azione di forza in giacca, cravatta e borsa di cuoio ancora non si era vista.
Fino a ieri mattina, quando davanti a uno degli ingressi del Palazzo di Giustizia si è arrivati se non proprio allo scontro frontale, sicuramente al confronto fin troppo ravvicinato tra gli agenti della polizia penitenziaria addetti al controllo del varco e gli avvocati che tentavano di sfondare per accedere alle aule. Bilancio: cinque agenti e due avvocati lievemente feriti dal vetro di una grande finestra andato in frantumi e due avvocati identificati dalla polizia.
Ovvio che una cosa così non si era mai vista. Però non si era mai visto nemmeno che per entrare in tribunale dall'ingresso riservato esclusivamente a loro e ai magistrati, gli avvocati dovessero sottoporsi a una attesa di ore e a una fila lunga anche un centinaio di metri. Conseguenze della sparatoria della scorsa settimana al tribunale di Milano? Sì e no. Perché è vero che dopo la tragedia di giovedì scorso il livello di attenzione e di controllo si è alzato in tutti gli uffici giudiziari italiani e quindi anche a Napoli, ma venerdì il palazzo di giustizia al Centro direzionale non era blindato.
E gli avvocati entravano esibendo soltanto il tesserino (i più conosciuti nemmeno quello). Ma sabato il Mattino riferisce in prima pagina come un cronista sia entrato e uscito per quattro volte senza che nessuno gli chiedesse niente, e il sito web del quotidiano napoletano arricchisce il racconto con un video. E lunedì in tribunale la scena cambia radicalmente. Controlli approfonditi per tutti, dispone il procuratore generale facente funzioni Mastrominico.
Le file agli ingressi riservati al pubblico si gonfiano immediatamente, ma anche gli avvocati scoprono che non basta più qualificarsi: bisogna passare per il metal detector. Rigidità estrema perfino in procura, dove all'ingresso vengono controllate anche le borse dei magistrati. Ma il peggio arriva ieri, perché il martedì è giorno di udienze civili, oltre che penali, e quindi le presenze in tribunale si triplicano.
Anche quelle degli avvocati, ovviamente, che dopo due ore di attesa decidono di rompere la fila. Prima bloccano per qualche minuto la strada, poi puntano direttamente al varco di ingresso, dove c'è un solo metal detector (che fino a venerdì era spento). Ed è il caos. Alla fine la procura generale sospende il provvedimento relativo agli avvocati e decide che potranno ricominciare a entrare mostrando solo il tesserino, ma a loro non basta, vogliono che la disposizione sia revocata. E intanto proclamano tre giorni di astensione dalle udienze.
di Anna Laura De Rosa
La Repubblica, 15 aprile 2015
Caos e controlli al tribunale di Napoli, il lungo racconto degli avvocati. E la polizia penitenziaria: "Ci hanno travolto come una mandria, mai viste cose simili". Per oggi proclamata l'astensione dalle udienze. L'ira e la denuncia dei legali: "Noi, trattati come deportati e umiliati".
"Siamo stati umiliati da un provvedimento che non era applicabile perché mancano uomini e mezzi". Il penalista Enrico Frojo è reduce dai tumulti esplosi ieri mattina all'ingresso di via Grimaldi. Alle 9.45, una calca inferocita di duemila persone ha bloccato la strada e forzato i varchi di controllo per raggiungere le aule, dopo un'attesa snervante di oltre un'ora. "La fila era diventata ingestibile - prosegue Frojo. Un controllo di sicurezza si è trasformato in una tortura, mentre i magistrati hanno potuto aggirare i varchi attraverso escamotage di cui siamo stati tutti testimoni. Ci siamo sentiti presi in giro". Un doppio binario, secondo i legali, che ha aumentato la loro rabbia e le loro recriminazioni per un trattamento differente. Da una parte la pressione della folla che all'urlo di "vergogna" ha sfondato un vetro ed è entrata coi tesserini alzati.
Dall'altra le forze dell'ordine che hanno tentato di chiudere le porte. "Ero davanti alla fila ricostruisce la legale Imma Marino - Una folla imbestialita ha cominciato a spingere da dietro per arrivare alle udienze. Le forze dell'ordine hanno fatto entrare gli avvocati a scaglioni finché è esploso il caos. Non abbiamo capito più niente, sono andata in panico. Urla, grida. Una persona anziana è scivolata mentre io mi sono ritrovata sul metal detector con gente che mi chiedeva di cancellare foto e video. La categoria è fortemente indignata. Qui veniamo a lavorare, devono garantirci un ingresso tranquillo".
"È successo l'inevitabile - racconta Gaetano Inserra, uno degli avvocati identificati - La fila non si sbloccava e c'è stata una sollevazione popolare, abbiamo insistito per accelerare i controlli. La gente ha bloccato il traffico e ha cominciato a spingere, la polizia si è irrigidita e ha fermato gli ingressi. I giudici sono entrati dai varchi carrabili, la situazione è degenerata perché è arrivata notizia dell'inizio delle udienze, Siamo andati in fibrillazione".
L'avvocato Tommaso Laudando è inciampato e si è ritrovato a terra. "Sono stato spinto da una parte e dall'altra - dice - Sono brutte esperienze visto che andavamo a lavorare e non allo stadio. Finché non cambierà il provvedimento andremo in Tribunale solo se strettamente necessario". "In 25 anni di lavoro in Tribunale non ho mai visto niente del genere - si sfoga un agente in servizio al momento della rivolta - Ci siamo visti piombare addosso una mandria inferocita".
"Questa procedura va rivista - dichiara Ciro Auricchio, rappresentante regionale sindacale Ugl della polizia penitenziaria. Chiederemo all'amministrazione di mandare ai varchi altri agenti". Nel mirino anche alcuni consiglieri dell'Ordine forense che hanno cercato di calmare la folla. "Siamo stati bistrattati come deportati - racconta l'avvocato Angela Masecchia.
È stata mortificata la dignità umana e professionale. Ho avuto uno scatto d'ira verso un consigliere, ma loro giustamente al momento non hanno molti strumenti se non chiedere la sospensione del provvedimento al procuratore. Io stessa ho chiesto l'intervento immediato del presidente della Camera penale". Il caos "è esploso al momento del blocco stradale" dice l'avvocato Emma De Cicco. E quando la coda è saltata "ho sentito un vetro andare in frantumi - ricorda Gianluca Tuberosa - Poi siamo entrati in blocco".
Tra la folla, anche l'avvocato Rosario Rusciano. "Dopo le tensioni ci hanno fatto entrare mostrando solo il tesserino, era la cosa più logica - spiega. Si sono un po' arresi a questa follia. Avvengono aggressioni quotidiane anche negli ospedali, non per questo si adottano misure così rigide. Una risposta intelligente andava organizzata diversamente. Tra l'altro, da quanto ne so, solo a Napoli si è verificato un tale caos". Anche ieri si sono registrate file chilometriche davanti agli ingressi di piazza Porzio e piazza Cenni. "Siamo una categoria vessata - dice Antonio Carannante - anche i professionisti possono arrivare all'esasperazione. I provvedimenti vanno programmati".
"Ho assistito a scene vergognose- dichiara il legale Gabriele Roberto Cerbo, entrato da via Grimaldi - Io avevo un'udienza in Corte d'appello, l'imputato è riuscito ad entrare prima di me". Cerbo, del foro di Santa Maria Capua Vetere, prosegue il suo racconto: "Gli avvocati sono stati costretti a occupare la strada per forzare questo blocco indegno che si era creato. Spero che il consiglio degli Ordini della Campania intervenga in maniera decisa contro chi ha preso questo provvedimento davvero assurdo e sconcertante".
"Una rivolta annunciata commenta l'avvocato penalista Vanni Cerino. Era normale una reazione degli avvocati a un provvedimento così incauto. Le file esasperano tutti e lo stress che generano si ripercuote sull'attività che gli avvocati devono svolgere all'interno del Tribunale. A questo punto non resta altro da fare che modificare questo provvedimento". Chiude il penalista Bruno Von Arx: "Spero solo che tutto ciò non avvenga mai più, tutto questo svilisce la professione".
di Marco Imarisio
Corriere della Sera, 15 aprile 2015
La notte della Diaz non finisce mai. "Lo rifarei subito, ci rientrerei mille e mille volte". È tutto fuori luogo e fuori tempo massimo. Non solo le parole, anche l'indignazione che segue. Il pestaggio dei no global ospiti della scuola genovese è uno degli episodi decisivi della nostra storia recente, inciso sulla pelle della generazione che partecipò al G8 del 2001.
Ma per molto, troppo tempo, l'imperativo di chi non ha visto e di chi non c'era è stato quello di dimenticare, troncare, sopire. Forse per questa cattiva coscienza ogni parola sul tema produce effetti a scoppio ritardato, a distanza di 14 anni. Quelle dell'agente del VII reparto mobile di Roma Fabio Tortosa sono così brutte e fuori luogo da renderlo un perfetto capro espiatorio, quello che pagherà per tutti quelli che non hanno pagato a suo tempo.
Lo scorso 9 aprile, sul suo profilo Facebook, due giorni dopo che la Corte europea dei diritti dell'uomo ha definito vera e propria tortura quel che è accaduto all'interno della Diaz, il poliziotto Tortosa ha sentito il bisogno di rivendicare la bontà dell'operato suo e dei suoi colleghi, che all'epoca facevano parte di un nucleo sperimentale anti-sommossa guidato dal comandante Vincenzo Canterini e dal vicequestore Michelangelo Fournier, quello della "macelleria messicana", addestrato e istruito in vista del G8 con metodi e mentalità molto estremi, diciamo così.
Poche parole: io c'ero, sono uno degli 80 del VII nucleo, lo rifarei ancora. E tanto basta a scatenare un vespaio, con Matteo Renzi che chiede di fare chiarezza assicurando il suo impegno personale per l'introduzione del reato di tortura, e il ministro dell'Interno Angelino Alfano che non esclude "massima severità" nel giudizio sul comportamento del poliziotto, che sarà valutato "con la celerità necessarie e il dovuto rigore". Sui commenti esaltati al suo post, molti firmati da suoi colleghi, meglio andare oltre, il Viminale ha promesso indagine e provvedimenti anche a questo proposito.
Adesso non resta che dare la parola al diretto interessato, sindacalista del Consap nonché membro della consulta nazionale dedicata alle problematiche e alle tecniche operative dei reparti mobili. Secondo il Dipartimento di sicurezza nell'ultimo anno non ha effettuato servizi esterni. "La mia frase è stata manipolata. È una dichiarazione di pancia, fatta per ribadire che l'operato del nostro nucleo fu perfetto.
Ma non è apologia di reato. Io volevo solo dire che se davvero quei manifestanti sono stati picchiati, non siamo stati noi. Sono anni che chiediamo alla magistratura di ascoltarci". Sembra di ritornare all'estate del 2001. Allo scontro tra le due Polizie, con i cattivi del Reparto mobile a rivendicare la loro probità indicando come responsabili della mattanza gli agenti in borghese, muniti solo di pettorina bianca, che si erano aggregati alla spedizione. C'erano gli uni, forse c'erano anche gli altri, e tutti fecero un disastro.
Gli autori materiali l'hanno fatta franca, contando sul silenzio e sull'omertà dei colleghi. Non fu possibile identificare le singole responsabilità, ma tutti gli agenti del Reparto mobile vennero indagati anche per fare in modo che raccontassero quel che avevano visto, oltre a quel che avevano fatto. Non si presentò nessuno.
Tra quelli che mai risposero all'invito a comparire c'era anche Tortosa, sotto inchiesta "per aver cagionato lesioni personali gravi con sfollagente in dotazione o con altri atti di violenza, direttamente o comunque agevolando o non impedendo ad altri tale condotta". C'era un posto migliore della bacheca di un social network per raccontare la propria, presunta, verità. Era l'ufficio dei pubblici ministeri di Genova.
"Ma io non ho mai saputo di convocazioni ufficiali, e quindi non ho potuto parlare". Quando gli si fa notare che in ogni caso poteva presentarsi di sua volontà, Tortosa, glissa. Sul suo profilo Facebook c'è un'altra "dichiarazione di pancia", risalente al 10 aprile, che proprio non fa onore all'orgoglioso agente Tortosa. Questa: "Quelli come me pensano che Carlo Giuliani sia morto perché è una m... Mi auguro che sottoterra faccia schifo anche ai vermi".
Anche qui, secondo Tortosa è tutta una questione di contesto. "La frase è sbagliata, è l'unica cosa di cui mi devo scusare. Ma lei si metta nei panni di un poliziotto ingiustamente additato come torturatore, che da quel giorno assiste alla glorificazione di quel ragazzo". Nella loro requisitoria, i pubblici ministeri titolari dell'inchiesta sulla Diaz parlarono di una malattia all'interno della Polizia italiana, l'esistenza di una sottocultura da "Dio è con noi", un malinteso spirito di corpo che quella notte fece sì che "i comportamenti devianti dei singoli venissero commessi all'interno di un gruppo che considera la legge come un intralcio al suo operare". Chissà se l'agente Tortosa si rende conto di essere un sintomo.
- Giustizia: anche i dirigenti cliccano "mi piace", scia di odio che imbarazza il Viminale
- Giustizia: la Sorveglianza dichiara estinta la pena, ma per Berlusconi libertà senza gioia
- Lettere: il clima infame
- Lettere: la fattispecie di un uomo innocente
- Lettere: antimafia, il "risarcimento" della Cedu a Contrada e altri nodi









