www.quibrescia.it, 13 marzo 2015
Una riflessione sulla coltivazione di cannabis. Lo propone la segreteria provinciale di Sel, dopo la notizia che, La Corte d'Appello di Brescia, ha sospeso il processo a un commerciante trovato con dei vasi di canapa, in quanto "non ci può essere disparità di trattamento tra chi detiene a uso personale e chi coltiva".
Ora la decisione spetta alla Consulta. "Ancora una volta nel Bel Paese in cui viviamo", si legge nella nota di Sinistra Ecologia e Libertà, "è la magistratura a surrogare la mancanza della politica. Come accadde per la nefasta Fini/Giovanardi, che dopo anni di malsana applicazione venne in un lampo cancellata dalla Consulta, anche in questo caso nella Corte d'Appello di Brescia si sollevano dubbi di costituzionalità, e si rimanda la decisione finale alla Consulta".
I giudici hanno specificato che i coltivatori per uso personale non vanno a intaccare il cuore della legge antidroga, che consiste nel "combattere il mercato della droga, che pone in pericolo la salute pubblica la sicurezza e l'ordine pubblico, nonché il normale sviluppo delle giovani generazioni".
"Finalmente, se la Consulta appoggerà la tesi della Corte d'Appello di Brescia, coltivare canapa indiana non sarà dunque più reato. Ovviamente se ciò accadesse sarebbe una bella notizia, a parte il fatto che debba essere sempre e comunque la magistratura, un giudice, una consulta di giudici, a dire che la politica ha sbagliato per anni a criminalizzare una grande fetta di italiani".
"Nel 1993?, conclude Sel, "votammo il referendum che sanciva che il consumo di sostanze non era più reato, ma comunque le nostre carceri sono state riempite di consumatori, coltivatori per uso personale, di detentori di sostanze fino a poco tempo fa. ?Ci piacerebbe che nella politica valesse il Principio di Responsabilità? quando si fanno le leggi sulla pelle delle persone, perché non è per niente giusto subire il torto di una legge ingiusta ed iniqua, soprattutto se poi la pena inflitta arriva a limitare o addirittura a togliere la libertà personale".
Corriere della Sera, 13 marzo 2015
Il ricorso italiano ancora all'esame della Corte Suprema che dovrebbe pronunciarsi nel merito a fine marzo. Nuova calendarizzazione davanti ai giudici del massimo tribunale Il tribunale speciale di Nuova Delhi ha rinviato l'udienza dei due marò italiani Massimiliano Latorre e Salvatore Girone "al primo luglio, in attesa di una pronuncia della Corte Suprema che sta esaminando il caso". Il giudice Neena Bansal Krishnam ha rinviato la prossima udienza dopo aver ricevuto informazioni sull'udienza svoltasi martedì nella Cancelleria della stessa Corte, ha fissato la nuova data. La più alta istanza giudiziaria indiana deve ancora esprimersi sul merito del ricorso presentato dai legali dei due marò contro l'utilizzo nelle indagini dell polizia antiterrorismo Nia. Martedì scorso 10 marzo, la cancelleria della Corte suprema ha completato l'istruttoria del ricorso; e la prossima udienza, che esaminerà nel merito il ricorso, potrebbe essere calendarizzata forse già entro la fine di marzo.
Prima di prendere la decisione, il magistrato ha avuto una breve discussione con i legali dei due militari italiani e ha visionato l'ordine di sospensione degli atti processuali emesso dalla tempo fa dalla Corte suprema. Da qui sarebbe maturata la convinzione che il procedimento richiede ancora tempo e che inoltre si dovrà tenere conto di una fase di sospensione dell'attività legata alle ferie giudiziarie, tra il 17 maggio e il 30 giugno.
Un rinvio e un ritardo che indigna Elio Vito di Forza Italia, presidente della Commissione Difesa della Camera dei deputati. "Marò, nuovo rinvio e nuova udienza fissata al 1 luglio, ma basta. Governo italiano svegliati", ha scritto in un tweet. "Nell'indifferenza generale continuano ad allungarsi i tempi, viene nuovamente rinviata l'udienza che dovrebbe finalmente risolvere la vicenda dei nostri due marò in India. È vergognoso. È un classico esempio di come ormai gli interessi economici prevalgano sulla politica, sui principi, sui valori, sulle leggi".
Lo dichiara in una nota Potito Salatto, vicepresidente nazionale dei Popolari per l'Italia e membro del bureau PPE a Bruxelles.Renzi, Gentiloni, Mogherini, se ci siete battete un colpo in nome della vostra stessa credibilità. Gli italiani lo aspettano da tempo". Il caso dei marò italiani, da tre anni protagonisti di un'odissea giudiziaria di cui non si vede la fine, è solo uno dei milioni in attesa di giustizia dal tortuoso sistema indiano. Secondo dati presentati in Parlamento nel 2013, sono 30 milioni i processi in attesa di giudizio nei vari tribunali indiani.
Agi, 13 marzo 2015
È durata appena 7 ore la carcerazione di Cesare Battisti. L'ex terrorista rosso, condannato in Italia a quattro ergastoli per altrettanti omicidi, è stato liberato dopo il suo arresto. Il tribunale ha accolto la richiesta di scarcerazione avanzata dal suo avvocato, Igor Sant'Anna Tamasauskas, che aveva annunciato ricorso in appello contro l'ordine di espulsione, definendolo incostituzionale. Battisti era stato fermato dalla Polizia Federale a Embu das Artes, nella regione di San Paolo del Brasile, che gli aveva notificato un ordine di custodia di tipo amministrativo al fine di poterlo espellere.
Il 3 marzo scorso la Giustizia federale brasiliana aveva deciso di annullare l'atto del Governo federale che consentiva la sua permanenza nel paese sudamericano, dove vive dal 2004. L'ex terrorista potrebbe ora essere estradato in Francia o in Messico, paesi in cui Battisti visse dopo essere fuggito dall'Italia e prima di arrivare in Brasile. Secondo il quotidiano brasiliano Otempo, il giudice della Corte Federale di Brasilia, Adverci Tariffe, ha deciso che la sua espulsione deve verificarsi entro il 26 marzo.
Il Velino, 13 marzo 2015
Strasburgo approva risoluzione in cui si chiede la fine della persecuzione politica e della repressione dell'opposizione democratica. Le autorità venezuelane devono rilasciare immediatamente tutti i manifestanti pacifici, studenti e leader dell'opposizione arbitrariamente detenuti per aver esercitato il loro diritto alla libertà di espressione e dei diritti fondamentali. È quanto si legge in una risoluzione approvata giovedì dal Parlamento europeo, che invita il governo guidato da Maduro a mettere fine alla persecuzione politica e alla repressione dell'opposizione democratica.
Nella risoluzione, approvata con 384 voti a 75, con 45 astensioni, i deputati chiedono alle autorità di rilasciare immediatamente Antonio Ledezma, Leopoldo Lopez, Daniel Ceballos. Il governo, aggiungono gli eurodeputati, deve anche creare un ambiente in cui i difensori dei diritti umani e le organizzazioni non governative indipendenti possano fare il loro legittimo lavoro di promozione dei diritti umani e della democrazia e garantire la sicurezza di tutti i cittadini, indipendentemente dalle loro opinioni politiche e affiliazioni. Gli eurodeputati sottolineano inoltre la particolare responsabilità del Venezuela, come membro non permanente del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, a rispettare lo stato di diritto e del diritto internazionale.
Agi, 13 marzo 2015
Sarà interrogata oggi Eva Merkacheva, la giornalista del quotidiano Moskovsky Komsomolets e coordinatrice del progetto Gulagu.net che mercoledì ha denunciato che sarebbe stata estorta con la tortura la confessione del presunto assassino di Boris Nemtsov. Lo scrive il sito del Moskovsky Komsomolets, secondo il quale la donna sarà sentita in qualità di testimone nell'ambito del procedimento penale sull'omicidio dell'oppositore politico.
La giornalista aveva scritto che il ceceno Azur Dadayev, in carcere a Mosca e già incriminato, aveva subito abusi e pressioni per indurlo a confessare il delitto. Il comitato investigativo ha presentato una denuncia sia nei suoi confronti che di quelli dell'attivista Andrei Babushkin, che dopo aver fatto visita in carcere al detenuto hanno riferito sulla stampa quanto loro raccontato dall'uomo, il quale si professerebbe innocente nonostante il giudice abbia reso nota domenica la sua confessione. Babushkin, scrive sempre il Moskovsky Komsomolets, è stato già interrogato ieri in tarda serata. La redazione del giornale continua a sostenere l'illegittimità delle azioni del Comitato investigativo denunciando pressioni sulla giornalista in violazione all'articolo 144 del codice penale su "ostacoli alle legittime attività professionali del giornalista".
Aki, 13 marzo 2015
Inviato delle Nazioni Unite chiede rilascio 30 giornalisti e blogger in carcere, stop a limitazioni libertà espressione. Sono almeno 753 le condanne a morte eseguite in Iran nel 2014, il numero più alto in 12 anni. Lo denuncia l'inviato delle Nazioni Unite in Iran, Ahmed Shaheed, riferendo al Consiglio Onu per i diritti umani a Ginevra.
Illustrando i dati, Shaheed ha chiesto alle autorità iraniane di revocare la condanna capitale per reati legati alla droga o commessi in età minorile, e di rispettare di standard processuali riconosciuti a livello internazionale.
L'inviato dell'Onu ha quindi chiesto a Teheran di revocare le leggi che limitano le libertà di espressione e di stampa, di togliere il blocco imposto ad alcuni siti Internet e di rilasciare i 30 giornalisti e blogger dietro le sbarre dal maggio 2014.
Tra questi, anche il giornalista del Washington Post Jason Rezaian. Vanno annullate, ha continuato Shaheed, quelle leggi che "limitano la stampa, penalizzano l'espressione, limitano l'accesso all'informazione e danno luogo a continui arresti di esponenti della società civile e di membri di gruppi vulnerabili, comprese le minoranze religiose ed etniche".
"I giornalisti arrestati o processati sono spesso accusati di contatto con i media stranieri e sono presi di mira per aver criticato capi di governo o per aver discusso di questioni politiche delicate", ha detto Shaheed. Inoltre, ha continuato, "continua il blocco e il filtraggio di siti Web". "Va data alta priorità all'abolizione delle leggi che minacciano o violano i diritti riconosciuti a livello internazionale", ha scritto l'ex ministro degli Esteri delle Maldive Shaheed nel suo rapporto annuale di 81 pagine. A Shaheed è stato negato l'accesso all'Iran e il suo rapporto si basa su interviste condotte con persone contattate nella Repubblica Islamica o con esuli che vivono all'estero.
Aki, 13 marzo 2015
La leggenda del pugilato, Jason Rezaian è un uomo di pace. La leggenda del pugilato Muhammad Ali lancia un appello per la liberazione del giornalista del Washington Post Jason Rezaian, detenuto in Iran dal luglio dell'anno scorso. In una dichiarazione diffusa tramite il National Press Club di Washington e rilanciata dal Washington Post, Ali afferma: "Spero sinceramente che il governo e la magistratura iraniani pongano fine alla prolungata detenzione del giornalista Jason Rezaian e gli garantiscano l'accesso a tutte le vie legali".
Rezaian è stato arrestato a Teheran insieme alla 30enne moglie iraniana Yeganeh Salehi lo scorso 22 luglio. Jason, 38 anni, ha la doppia cittadinanza iraniana e statunitense e lavora dall'Iran dal 2008. La Salehi, che dal 2014 lavora come corrispondente del giornale The National dalla Repubblica Islamica, è stata liberata su cauzione a ottobre. Insieme alla coppia erano stati arrestati anche altri due reporter che sono stati poi rilasciati.
Le autorità iraniane non hanno mai chiarito per quale motivo il giornalista venga trattenuto nella famigerata prigione di Evin, a Teheran. Muhammad Ali, che raramente rilascia dichiarazioni pubbliche, descrive Rezaian come "un uomo di pace e di grande fede".
"Sono al fianco della sua famiglia - dice - dei suoi amici e colleghi nel loro impegno per la sua liberazione". Muhammad Ali, affetto dal morbo di Parkison, avrebbe dovuto partecipare all'evento in programma per oggi al National Press Club organizzato dal fratello di Rezaian per un nuovo appello per la liberazione del giornalista.
Agi, 13 marzo 2015
Le autorità cinesi devono immediatamente far cadere le accuse e rilasciare le cinque attiviste arrestate. È questo l'appello di Amnesty International che oggi in un tweet dall'account ufficiale ha chiesto alla Cina di rilasciare le attiviste arrestate nella Giornata Internazionale della Donna per le loro proteste contro le molestie sessuali e per i diritti delle donne.
Le cinque, Wei Tingting, Wang Man, Li Tingting, Zheng Churan e Wu Rongrong, sono state arrestate con l'accusa di aver "innescato liti e provocato problemi" e rischiano fino a cinque anni di carcere. Secondo alcune fonti, gli arresti sarebbero stati almeno dieci, con altre cinque donne rilasciate poco dopo.
I primi arresti erano iniziati già venerdì scorso, giorno successivo all'apertura dei lavori dell'Assemblea Nazionale del Popolo, che si svolge in questi giorni a Pechino fino al 15 marzo prossimo. La prima donna arrestata è Li Tingting, nota con lo pseudonimo di Li Maizi, a Pechino, contro i casi di violenza tra le mura domestiche. La stessa sera, l'arresto di un'altra attivista di Hangzhou, Wu Rongrong, sostenitrice dei diritti dei malati di Aids. Quest'ultima, secondo quanto si legge dal sito di Amnesty, domenica avrebbe chiamato un'amica in lacrime, una chiamata però interrotta subito dopo. Secondo alcune fonti sarebbe trattenute nella stazione di polizia di Haidian a Pechino.
di Roberto Zichittella
Famiglia Cristiana, 12 marzo 2015
"Il barometro non segna il sereno". Nel suo ufficio di via Arenula, a un passo dal Tevere, il ministro della Giustizia Andrea Orlando, 46 anni, spezzino, non sta parlando del tempo, ma dei suoi rapporti con i giudici. La legge sulla responsabilità civile dei magistrati non è stata bene accolta da parte della magistratura. Orlando, ministro di poche parole e dai toni soft, giudica alcune reazioni "sproporzionate" e in questa intervista smorza la polemica.
Il Velino, 12 marzo 2015
Il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha "firmato oggi il decreto ministeriale sulla struttura e la composizione dell'ufficio del Garante nazionale dei diritti e delle persone detenute o private della libertà personale.
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