di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 15 aprile 2015
Un detenuto ha tentato il suicidio e soffre di gravi patologie curate solamente con gli antidolorifici e gli psicofarmaci. Si tratta di Vincenzo Longobardi, detenuto al carcere di Frosinone. Un mese fa pubblicammo una sua lettera segnalata dal blog "Urla dal silenzio" che da anni propone regolarmente le lettere dei detenuti e a distanza di tempo la situazione è peggiorata. Vincenzo Longobardi soffre di varie problematiche di salute. Ovvero apnea notturna, problemi d'udito, patologia che non gli consente di vedere con l'occhio sinistro, e che richiederebbe un intervento visto che tale malattia gli sta danneggiando anche l'occhio
destro, grossi problemi con la colonna vertebrale. Da anni sa che dovrebbe essere operato, ma nessuno muove un dito; se non si interviene per tempo su certe problematiche, si rischia la paralisi e altri esiti devastanti. Nonostante la segnalazione agli addetti ai lavori tra i quali il direttore del carcere stesso, nulla è cambiato.
Lo veniamo a sapere tramite l'ennesima lettera indirizzata al blog "Urla dal silenzio" che noi pubblichiamo per intero. "Caro Alfredo (il titolare del blog, ndr), sono il tuo amico Vincenzo, che ti scrivo per farti sapere che le cose qui non stanno bene, anzi malissimo, perché nessuno, dico nessuno , mi ha chiamato e come tu mi fai sapere - tramite l'ultima lettera che ho ricevuto- nessuno si preoccupa di me.
Adesso ho altre cose nuove da dirti. Mio fratello mi ha mandato un foglio per fare i colloqui visivi con lui, visto che tempo fa è uscita una circolare che è legge fare i colloqui con i propri famigliari. E passato quasi un mese e fino adesso non so quasi niente, Quanto tempo ancora devo aspettare per fare questi famosi colloqui? Poi, dopo il mio primo tentativo di suicidio mi levarono il piantone che serviva a controllarmi e quindi dissi alle guardie: "Lasciatemi la cella aperta perché le voci che io sento mi dicono di fare la stessa cosa, cioè impiccarmi di nuovo e se il mio amico di cella non c'è, chi mi salva?".
Ho parlato proprio poco fa con lo psichiatra e gli ho detto che avevo ancora le voci e lui mi ha aumentato le gocce che sono allucinogene e che mi fanno stare malissimo: figurati che sono andato a colloquio che non capivo niente e mia moglie si è preoccupata. Anche i miei figli mi hanno detto: "Babbo, cos'è che non va?". Ed io gli ho detto che mi ero svegliato in quel momento, perciò immagina come ti butta giù questa terapia. Al di fuori della terapia... tavor, tranquillanti, antidepressivi... e di altre terapie che non ricordo come si chiamano... perciò immagina come io, a 46 anni, mi devo sentire.
E meglio stare al manicomio che in questo carcere che ti porta allo sfinimento. Poi ho fatto due domandine, una dietro l'altra, per parlare con il giudice di sorveglianza, sperando che mi avrebbe chiamato. Poi ho fatto più di due domandine per parlare con il direttore Francesco Cocco e fino ad adesso nessuna risposta".
Se tutto quello che dice Vincenzo corrispondesse a realtà - scrive la redazione del blog "Urla dal silenzio" - si potrebbe sintetizzare la questione in sei questioni fondamentali. La prima e che c'è una persona (Vincenzo Longobardi) affetta da gravi patologie, in merito alle quali (dice Vincenzo) non vi è nessuna azione per permetterle di affrontarle da un punto di vista terapeutico.
L'unica "azione" è imbottirlo di psicofarmaci; giunto all'esasperazione, Vincenzo tenta il suicidio, Si salva per miracolo grazie all'intervento di una guardia e di un detenuto che, accorgendosi che Vincenzo penzolava, intervengono appena in tempo per salvargli la vita; Vincenzo, dopo aver scritto una prima volta per raccontare la sua drammatica situazione, scrive una seconda volta per raccontare il suo tentativo di suicidio e chiedere aiuto; vengono avvisati della vicenda il direttore del carcere di Frosinone, Francesco Cocco, e il magistrato di Sorveglianza di Frosinone.
Tramite Cocco la situazione viene ulteriormente segnalata all'Asl di Frosinone e al magistrato di Sorveglianza e al provveditorato regionale del Lazio. Nonostante la denuncia del blog, Vincenzo scrive ancora una volta, raccontando che nessuno è ancora concretamente intervenuto. Alfredo Cosco - il titolare del seguitissimo blog - racconta che mai come in questo caso, ci sono stati continui appelli e mai, sempre come in questo caso, un domani, di fronte a una ipotetico malaugurato epilogo negativo di questa storia, non si potrà dire che non si sapeva nulla.
www.basilicata24.it, 15 aprile 2015
Un detenuto di nazionalità albanese, di 24 anni, ha tentato di uccidersi nella sua cella del carcere di Potenza, impiccandosi. Il giovane che finirà di scontare la sua pena nel 2018 era stato condannato per i reati di detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti.
"L'insano gesto - posto in essere mediante impiccamento - non è stato consumato per il tempestivo intervento dei poliziotti penitenziari, ma l'ennesimo evento critico accaduto in un carcere italiano è sintomatico di quali e quanti disagi caratterizzano la quotidianità penitenziaria", denuncia Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe. Il Sappe, il sindaco dei Baschi Azzurri, attraverso il segretario regionale lucano Saverio Brienza sottolinea che "alla data del 31 marzo scorso erano detenute a Potenza 166 persone, delle quali 14 sono donne. Nel penitenziario, negli ultimi dodici mesi del 2014, 2 tentati suicidi sventati in tempo dai dagli agenti della Polizia penitenziaria, 23 episodi di autolesionismo, 4 ferimenti e 16 colluttazioni".
"Per fortuna delle Istituzioni - conclude il segretario generale Capece- "gli uomini della Polizia Penitenziaria svolgono quotidianamente il servizio in carcere - a Potenza e nelle altre sedi lucane di Melfi e Matera - con professionalità, zelo, abnegazione e soprattutto umanità, pur in un contesto assai complicato per il ripetersi di eventi critici. Ma devono assumersi provvedimenti concreti: non si può lasciare solamente al sacrificio e alla professionalità delle donne e degli uomini della Polizia Penitenziaria la gestione quotidiana delle costanti criticità delle carceri lucanee del Paese tutto".
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 15 aprile 2015
Giorgio Hugo Balestrieri, 71 anni, ex capitano della Marina Militare, ex ufficiale Nato, ex tessera 2191 nella P2 di Licio Gelli, per 24 anni presidente della potentissima sede del Rotary di New York, sospettato da alcuni magistrati di essere stato un agente dei servizi segreti americani in Calabria, è recluso nel carcere di Reggio Calabria a causa dei braccialetti elettronici esauriti e quindi non più disponibili.
Nei confronti di Balestrieri - cittadino statunitense dal 1981 -pende l'accusa della Dda di Reggio Calabria (indagine Maestro del 22 dicembre 2009) di concorso esterno in associazione mafiosa per aver favorito, pur senza farne organicamente parte, la 'ndrina Molè di Gioia Tauro (Reggio Calabria). La difesa di Balestrieri (l'avvocato Francesco Ciabattoni del Foro di Ascoli Piceno) aveva fatto istanza di liberazione ma il Gip del Tribunale di Reggio Calabria, pochi giorni fa, nel respingerla, ha optato per gli arresti domiciliari con obbligo di indossare il braccialetto elettronico. La Toscana era pronta ad accogliere (in una residenza di famiglia) il cittadino italo americano ma la locale stazione dei Carabinieri (delegata) è sprovvista del marchingegno. L'attesa sarà lunga visto che - come noi de Il Garantista anticipammo l'anno scorso - i braccialetti sono esauriti.
L'intesa tra la Telecom e il ministero della Giustizia - che a questo punto potrebbe richiedere una revisione -prevedeva la fornitura contemporanea di un massimo di 2mila braccialetti e in questo momento risulta siano tutti già assegnati. La quantificazione dei braccialetti che Telecom Italia si è impegnata a fornire al ministero della Giustizia risale all'accordo siglato con l'allora ministro Angelino Alfano, dopo uno studio ad hoc commissionato sull'applicabilità della misura. Il dispositivo viene gestito dalla centrale operativa grazie a un'infrastruttura di telecomunicazioni a larga banda messa a disposizione da Telecom.
Il sistema fornito dall'operatore provvede anche all'assistenza 24 ore su 24, 365 giorni all'anno (dal momento che potrebbero rendersi necessarie installazioni o controlli anche nei giorni festivi o di notte, a seconda delle necessità dell'autorità giudiziaria), e l'aggiornamento dei software agli standard più avanzati. Il braccialetto elettronico, che si applica alla caviglia, è composto anche da una centralina, che ha la forma di una radiosveglia, che va installata nell'abitazione in cui deve essere scontata la condanna. Un devi ce che riceve il segnale dal braccialetto e lancia l'allarme per eventuali tentativi di manomissione e in caso di allontanamento del detenuto.
Il business dei braccialetti elettronici nasce nel 2001 da un accordo di due illustri membri dell'allora governo Amato: l'ex ministro dell'Interno, Enzo Bianco, e l'ex Guardasigilli, Piero Fassino, oggi sindaco di Torino. Ma dei ben 400 dispositivi elettronici che il Viminale ha noleggiato dalla Telecom, solo 11 erano stati utilizzati: in poche parole, per una decina di braccialetti utilizzati, si impose una spesa pubblica di circa 11 milioni di euro all'anno per un affare complessivo da 110 milioni di euro. Uno spreco abnorme. Un gap risolto dalla ex ministra Cancellieri tramite un decreto del 2013, il quale obbliga l'utilizzo dei braccialetti per chi sia agli arresti domiciliari. Ma risolto un problema, se ne è creato un altro: i dispostivi sono pochi e quindi esauriti.
www.ogginotizie.it, 15 aprile 2015
"Un incremento di poliziotti penitenziari per sanare le carenze degli organici del Reparto di Regina Coeli, lo stanziamento di fondi per favorire la formazione e l'aggiornamento professionale dei Baschi Azzurri ed il lavoro dei detenuti in carcere. È quello che abbiamo chiesto al Vice Presidente del Senato della Repubblica, Maurizio Gasparri, che abbiamo incontrato a Roma nel corso di una visita della Segreteria Generale del Sappe con il parlamentare nel carcere di Regina Coeli".
Ne da notizia Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, che ha incontrato a Roma il parlamentare di Forza Italia insieme al segretario regionale Sappe del Lazio Maurizio Somma e ai sindacalisti regionali.
Gasparri ha visitato il Centro clinico del penitenziario e le sezioni detentive, accompagnato anche dal segretario provinciale Sappe di Roma Giovanni Passaro, dal direttore del carcere e dal Comandante di Reparto della Polizia Penitenziaria.
"Oggi a Roma Regina Coeli sono detenute 918 persone: 784 sono gli imputati e 133 i condannati. La situazione penitenziaria, a Regina Coeli e nel Lazio, resta grave e questo determina per i poliziotti penitenziari pericolose condizioni di lavoro e un elevato indice di stress. I numeri degli eventi critici accaduti nei dodici mesi del 2014 a Roma Regina Coeli sono allarmanti: si sono infatti registrati 8 tentati suicidi di detenuti, sventati in tempo dai poliziotti penitenziari, 70 episodi di autolesionismo, 41 colluttazioni e 7 ferimenti. L'incontro di oggi a Roma con il Vice Presidente del Senato della Repubblica Gasparri ci fa sperare che le cose possano cambiare, in meglio, per dare maggiore sicurezza alla Polizia Penitenziaria che lavora a Regina Coeli e nelle altre carceri laziali".
Il Sappe ha anche chiesto al Vice Presidente del Senato della Repubblica la riapertura delle trattative per il rinnovo del contratto di lavoro e per la riorganizzazione e l'omogeneizzazione delle carriere delle Forze di Polizia.
Redattore Sociale, 15 aprile 2015
Giovedì 23 aprile i reclusi dell'istituto penitenziario fiorentino cucineranno insieme a chef qualificati per un aperitivo aperto al pubblico.
Le cene galeotte arrivano al carcere di Sollicciano, dopo la felice esperienza al carcere di Volterra. Giovedì 23 aprile primo appuntamento con l'aperitivo galeotto. I detenuti parte del progetto (per ora 10, 5 uomini e 5 donne) saranno impegnati nella realizzazione di un aperitivo aperto al pubblico su prenotazione, supportati per questa prima serata - quattro gli appuntamenti in calendario - da Simone Cipriani del ristorante Il Santo Graal, chef giovanissimo ma già da tempo agli onori della cronaca quale firma fra le più interessanti del panorama cittadino grazie alla sua una cucina che unisce ricerca, qualità delle materie prime e grande creatività.
Un impegno quello dello chef che, giusto sottolinearlo, avviene in maniera assolutamente gratuita. Ma i veri protagonisti saranno ovviamente loro, i detenuti, che dopo essersi cimentati ai fornelli nella realizzazione di gustosi finger food da aperitivo saranno presenti in sala - lo splendido "Giardino degli Incontri" firmato dall'architetto Giovanni Michelucci, con spazi interni ed esterni ispirati alle suggestive opere dello spagnolo Antoni Gaudì - per occuparsi del servizio a buffet. E anche di quello dei vini, offerti dalla Fattoria Montellori di Fucecchio.
Ma non di solo cibo beneficeranno coloro che, per la cifra di venti euro (l'intero ricavato contribuirà al restauro del Battistero di Firenze) parteciperanno agli aperitivi di Sollicciano. Fra un piatto e l'altro si potrà ascoltare buona musica dal vivo, eseguita da ragazzi ospiti del carcere e iscritti al laboratorio musicale, alternata a letture da parte dei partecipanti al laboratorio di teatro: giovedì 23 aprile in particolare saranno protagonisti i brani dello scrittore fiorentino Marco Vichi, presente alla serata.
Voluti da Unicoop Firenze, che oltre a fornire le materie prime necessarie assume i detenuti retribuendoli regolarmente, e dalla Direttrice della struttura penitenziaria Maria Grazia Giampiccolo, gli Aperitivi Galeotti sono possibili grazie all'imprescindibile apporto di Pantagruel - Associazione per i diritti dei detenuti Onlus (www.asspantagruel.org), la collaborazione del Ministero della Giustizia e della direzione della Casa Circondariale N.C.P Sollicciano, il supporto della delegazione fiorentina della Fisar e la supervisione artistica del giornalista Leonardo Romanelli.
da Linea Civica Montelupo
www.gonews.it, 15 aprile 2015
"Il 31 marzo ormai è passato, apparentemente senza colpo ferire, e niente pare essere davvero cambiato. Dopo anni avuti a disposizione e trascorsi inutilmente, la Giunta della Regione, con grande ritardo e appena il giorno prima della chiusura degli Opg ha adottato una delibera in cui individua i luoghi dove dovranno sorgere le rems. Rems che, ancora non nate, già destano preoccupazioni e perplessità di non poco conto.
Nonostante qualcuno voglia farci credere che decidere il giorno prima per il giorno dopo il destino di internati e lavoratori non sia sintomo di indeterminatezza, noi continuiamo convintamente a dire per amore di correttezza e verità che, ad oggi, niente si sa di più rispetto a un mese fa se non qualche nome di località in cui dovrebbero sorgere le nuove strutture per accogliere quei detenuti in carico all'Opg ritenuti ancora socialmente pericolosi e quindi sottoposti a misura di sicurezza. Siamo entrati in una fase di transizione in cui l'Opg non fa più l'Opg, e degenti, lavoratori e struttura navigano ancora a vista.
E proprio da questi ultimi dobbiamo partire. Le Rems formato Toscana, infatti, rischiano di tradire totalmente lo spirito della legge che le ha create. I detenuti, infatti, sarebbero dovuti passare da una situazione carcerario-sanitaria come l'Opg a una realtà più sanitaria che detentiva, la Rems appunto, basata sui principi di territorialità e specialità di cura: ogni Regione avrebbe dovuto prendere in carico i suoi degenti, e ogni struttura non avrebbe dovuto ospitare più di 20 degenti. Ad oggi, invece, sappiamo che la Toscana ha già stipulato convenzioni con Liguria e Umbria per tenersi in carico i degenti di competenza di queste due Regioni (facendo saltare quindi la territorialità).
Fra le strutture individuate, inoltre, c'è il cosiddetto Solliccianino, che conterrà ventidue posti - che sembrano pochi, ma in questa materia i numeri sono fondamentali - ma potenzialmente può contenerne molti di più. C'è insomma, il rischio concreto che si passi da un unico Opg organizzato a tanti mini Opg disorganizzati, in totale tradimento della riforma voluta negli anni 70 da Basaglia e portata a termine il 31 marzo con la chiusura degli Opg. Senza contare inoltre che, come segnalato dalle associazioni dei penalisti e anche da parte della magistratura, la chiusura degli Opg è avvenuta a codice penale invariato; codice penale che, appunto, contiene ancora l'indicazione della misura di sicurezza di contenimento in Opg.
E i magistrati, che peraltro fino a pochi giorni prima della chiusura hanno continuato a internare in Opg detenuti, adesso dovrebbero trovarsi a firmare decreti di scarcerazione, o peggio, a condannare al carcere chi dovrebbe essere condannato invece alla misura di sicurezza in Opg perché non capace di intendere e di volere, facendo saltare il doppio binario pena-misura di sicurezza che contraddistingue il nostro sistema penalistico?
E per quanto riguarda la sicurezza all'interno delle Rems stesse, ancora si brancola nel buio: queste non prevedono il presidio di sicurezza della polizia penitenziaria. Si ricorrerà quindi ad appalti esterni? Con quali risultati? Ulteriori costi, che andranno a sommarsi ai presunti 11 milioni necessari per adattare le strutture individuate per ospitare le Rems e trasferirvi gli internati attualmente ospitati nell'Opg. In tutto ciò, il personale sanitario subirà la perdita di posti di lavoro già annunciata, e la polizia penitenziaria ancora non conosce il suo futuro. La struttura stessa del complesso mediceo ancora non conosce il suo destino, unico caso fra le altre strutture italiane che ospitavano gli Opg.
Mancano, insomma, in questo processo di superamento, affrontato con incomprensibile fretta, demagogia e pressappochismo, una visione di insieme delle criticità da affrontare e una reale trasparenza sulle scelte da compiere. Per parte nostra, promuoveremo certamente un processo di cittadinanza attiva, già a partire dal Consiglio comunale aperto convocato il 22 aprile, sul destino del complesso dell'Ambrogiana, rifuggendo tavoli tecnici e task force proposte, che chiudono e non assicurano il reale coinvolgimento della comunità nel superamento dell'Opg e nella scelta del futuro del complesso che resta, a nostro avviso, compatibile sia con la riapertura della parte nobile della Villa alla cittadinanza, sia con la permanenza nelle scuderie di un piccolo carcere a tenue criminalità".
di Benedetta Bernocchi
www.parlamento.toscana.it, 15 aprile 2015
Il garante dei detenuti della Toscana ha visitato la struttura: sperimentare il diritto all'affettività, richiamo per corsi professionali ed a luglio riunione dei garanti.
O diventa un carcere esemplare o così non ha più senso di esistere. Dopo aver visitato l'istituto penitenziario dell'isola di Gorgona, dove sono recluse 58 persone, il garante dei detenuti della Toscana, Franco Corleone, ha parlato della mancanza dell'idea del significato della pena e del modello. Si tratta di capire - questo il pensiero del garante, che nella visita è stato accompagnato dal garante dei detenuti di Livorno, Marco Solimano - perché tenere un carcere su un'isola. Mentre in passato si trattava di istituti speciali o per confinati, oggi ha senso se diventa qualcosa di alternativo con un progetto ben definito.
Sugli interventi da compiere, Corleone ha specificato che andrebbe ampliata la vocazione dell'isola, un modello dal punto di vista ambientale, sociale e culturale, immaginando anche un intervento pubblico. L'isola - è la proposta di Corleone - potrebbe essere un richiamo per i corsi professionali: si potrebbero organizzare iniziative per alcune categorie di professionisti e far gestire ai detenuti l'accoglienza, lavorerebbero così per un progetto di sociabilità.
Corleone ha definito Gorgona un "paradiso" dove i detenuti vivono in celle singole, spaziose, ben ammobiliate e con bagni decenti. Sarebbe - ha detto - il luogo ideale per sperimentare il diritto all'affettività in carcere.
Il garante ha, però, ricordato anche i numerosi problemi di questa realtà a partire dalla mancanza di trasporti ai costi eccessivi per il mantenimento della struttura alla carenza di lavoro per i detenuti. Non c'è più il collegamento della Toremar, ha rilevato il garante regionale, e per arrivare sull'isola ci vuole la pilotina della polizia penitenziaria. Quanto all'energia, è stato fatto un impianto con 11 generatori a gasolio, costato 2 milioni di euro e ogni giorno per farlo funzionare occorrono 400 litri di gasolio, nessuno ha pensato ai pannelli solari o all'eolico. Manca, infine, il lavoro per i detenuti, e quello che c'è non ha riconoscimenti professionali.
I detenuti sono occupati solo tre ore al giorno nella manutenzione dei fabbricati o nel forno e non più cinque ore come in passato.
Sono diminuite le attività, ha aggiunto Corleone, non ci sono più né l'allevamento delle orate né la coltivazione delle piante officinali, né la produzione di olio e il caseificio è stato chiuso. Il garante ha ricordato che sull'isola ci sono circa 500 capi di bestiame tra bovini, suini e ovini e le difficoltà, in mancanza di pascoli, del loro allevamento. L'unica cosa che funziona, questo la sua valutazione, è la tenuta Frescobaldi per la produzione di vino, ma sono impiegati pochi detenuti. Corleone ha infine proposto, tra le ipotesi per il rilancio di Gorgona, una riunione di tutti i garanti dei detenuti da tenersi a luglio.
La prossima settimana il garante regionale terminerà il giro di visite alle carceri toscane: lunedì 20 sarà alla casa circondariale femminile di Empoli e martedì 21 all'Opg di Montelupo.
Il Tirreno, 15 aprile 2015
La visita del garante: "Ci sono spazi e ambienti per favorire le visite delle famiglie".
L'istituto penitenziario dell'isola di Gorgona "sarebbe il luogo ideale per sperimentare il diritto all'affettività in carcere". Lo ha detto il garante dei detenuti della Toscana Franco Corleone dopo aver visitato il carcere dove sono recluse 58 persone. "Si tratta di capire - ha detto Corleone, accompagnato dal garante dei detenuti di Livorno, Marco Solimano - perché tenere un carcere su un'isola. Mentre in passato si trattava di istituti speciali o per confinati, oggi ha senso se diventa qualcosa di alternativo con un progetto ben definito".
Sugli interventi da compiere, Corleone ha specificato che andrebbe ampliata la vocazione dell'isola, un modello dal punto di vista ambientale, sociale e culturale, immaginando anche un intervento pubblico. "L'isola - ha proposto - potrebbe essere un richiamo per i corsi professionali: si potrebbero organizzare iniziative per alcune categorie di professionisti e far gestire ai detenuti l'accoglienza, lavorerebbero così per un progetto di sociabilità". Corleone ha definito Gorgona un "paradiso" dove i detenuti vivono in celle singole, spaziose, ben ammobiliate e con bagni decenti ma, ha ricordato, dove ci sono anche numerosi problemi a partire dalla mancanza di trasporti ai costi eccessivi per il mantenimento della struttura fino alla carenza di lavoro per i detenuti.
"Non c'è più il collegamento della Toremar - ha rilevato il garante regionale - e per arrivare sull'isola ci vuole la pilotina della polizia penitenziaria. Quanto all'energia, è stato fatto un impianto con 11 generatori a gasolio, costato 2 milioni di euro e ogni giorno per farlo funzionare occorrono 400 litri di gasolio, nessuno ha pensato ai pannelli solari o all'eolico. Manca, infine, il lavoro per i detenuti, e quello che c' non ha riconoscimenti professionali".
www.irpinianews.it, 15 aprile 2015
L'Osapp, l'Organizzazione Sindacale Autonoma Polizia Penitenziaria, in una nota segnala al prefetto di Avellino Carlo Sessa la situazione nel carcere di Ariano Irpino relativa "all'invio da parte del Sanitario della struttura Penitenziaria Arianese di detenuti che sono in grave ed imminente pericolo di vita al locale Ospedale Civile".
"Nell'ultimo periodo c'è stata una escalation di tali episodi, specialmente nelle ore serali e notturne - si legge - cioè quando il Personale di Polizia Penitenziaria presente in servizio è ridotto ai minimi termini. L'ultimo episodio risale al pomeriggio di ieri, quando un detenuto extra comunitario, riferisce di avere ingoiato delle lamette da barba e pertanto il Sanitario ne disponeva l'invio presso il Pronto Soccorso dell'Ospedale Civile per gli esami del caso. La cosa che ci preoccupa, sono le modalità di esecuzione, in quando il detenuto è stato trasferito dal Penitenziario all'Ospedale, mediante automontata del Corpo (Fiat Stilo), mezzo adibito per il trasporto di Personale di Polizia Penitenziaria e non certamente di detenuti e soprattutto in precarie condizioni di salute".
"Tanto è vero che la traduzione del detenuto si è svolta con il solo Personale di Polizia Penitenziaria, senza alcun ausilio Sanitario, ed inoltre il detenuto allocato nella parte posteriore dell'autovettura e seduto al centro in mezzo a due agenti armati con la pistola d'ordinanza, ciò significa che tale situazione è davvero al limite della sicurezza ed inoltre gli Agenti, non erano sicuramente in condizioni operative idonee in caso di qualsiasi evento che potesse accadere lungo l'itinere".
"Pertanto questa O.S. sollecita e sensibilizza chi di competenza a porre gli opportuni correttivi a tale incresciosa modalità operativa che non risponde agli standard di sicurezza e a quanto previsto dal Modello Operativo delle traduzioni e dei Piantonamenti, che prevede che l'autovettura del Corpo venga impiegata in attività di supporto alle traduzioni effettuate mediante ambulanza civile e non di proprietà dell'Amministrazione Penitenziaria".
"Inoltre, appare davvero incomprensibile, che il detenuto, successivamente dopo qualche ora viene trasferito per ulteriori accertamenti presso la città Ospedaliera G. Moscati di Avellino che dista oltre 60 Km dall'Ospedale Civile O. Frangipane di Ariano Irpino, effettuando la traduzione con la sola ambulanza impiegata per il trasferimento da parte dell'Azienda Ospedaliera, senza alcuna autovettura di supporto del Corpo".
"Tale modalità è davvero nuova ed insolita, pertanto si chiede di voler valutare l'opportunità di realizzare un Nucleo Locale T.P. al fine di gestire tali eventi critici e di assegnare Risorse Umane e automezzi per effettuare tali tipologie di servizi".
Adnkronos, 15 aprile 2015
Fare in modo che dopo il carcere ci sia l'occasione di riscattarsi è possibile: bisogna però preparare il terreno quando ancora si è in cella. A questo bisogni risponde il protocollo d'intesa, arrivato alla sua terza edizione, siglato oggi da Città di Torino, Regione Piemonte, Casa Circondariale, Università, Ufficio Pio della Compagnia di San Paolo e Fondo Musy e che dal 2008 ad oggi ha già coinvolto 11 detenuti. Tra gli obiettivi dichiarati c'è quello di far completare ai detenuti gli studi universitari seguendo tirocini formativi negli enti locali, per costruire il proprio futuro e trasformare il momento della pena in un'occasione di vero reinserimento sociale.
Cinque i tirocini attivi al momento che coinvolgono 2 italiani e 3 extracomunitari fra i 30 e i 50 anni. Tre le parole chiave del progetto per il presidente dell'Ufficio Pio, Nanni Tosco: "studio, lavoro, reinserimento che hanno dato finora risultati positivi per tutti i casi tranne uno. Un protocollo di grande qualità - aggiunge - per dare un'opportunità concreta ai detenuti".
Opportunità di studio e di lavoro per la loro vita fuori dal carcere, come dimostrano i risultati raggiunti dalle persone che hanno completato il loro percorso e che hanno poi trovato un impiego in vari settori, anche in quello legale. "Ho conosciuto alcuni di loro - dice il vicesindaco Elide Tisi -: è attraverso percorsi di questo tipo che si ha il vero reinserimento". "La logica di un progetto come questo - aggiunge l'assessore regionale Monica Cerutti - non è assistenziale, ma vuole favorire gli studenti per creare un futuro e fare del carcere non solo un luogo di pena". Per il rinnovo del protocollo il Fondo Musy ha stanziato 44 mila euro che la Compagnia di San Paolo ha deciso di raddoppiare.
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- Taranto: Fns-Cisl, sporcizia in mensa agenti, il caso nel carcere di Largo Magli
- Milano: Cisproject; al giornale "In corso d'Opera" il Premio Vergani 2015
- Pordenone: Piccinato (Ln); colloqui tra detenuti e passanti sotto le finestre del carcere
- Milano: detenuto a Bollate sfascia una cella e aggredisce alcuni agenti









