di Fausto Cerulli (Avvocato)
Il Garantista, 12 aprile 2015
Aveva scoperto un traffico d'armi degli stati uniti in Somalia. Ogni tanto - ogni poco - si torna a parlare del caso Alpi, del caso, cioè, di una giornalista coraggiosa uccisa in circostanze misteriose: misteriose solo per chi non vuole vedere. A Ilaria è stato dedicato un premio giornalistico, della sua morto si è occupata anche una Commissione d'inchiesta. Parlo de relato, sulla base di confidenze fattemi da un mio assistito, attualmente detenuto, di cui in parziale omaggio al segreto professionale indicherò soltanto le iniziali del nome: L.P.
Il mio assistito sostiene di aver conosciuto Ilaria Alpi, e di aver saputo direttamente da lei di cosa si stava occupando in quelli che dovevano essere gli ultimi momenti della sua vita. Si potrebbe pensare che il mio assistito sia un venditore di fumo, ma non si capisce a cosa gli servirebbe vendere questo fumo, visto che la sua attualo detenzione non ha nulla a che vedere con storie di spionaggio e/o di servizi deviati. Va premesso che il mio assistito conosce bene la Somalia, per avervi a lungo soggiornato, conoscendo di conseguenza molte persone del posto, ed avendo anche sposato una somala, figlia di un notabile somalo. L.P, è persona nota, se non altro per aver portato a termine il più lungo dirottamento aereo che si ricordi.
E sul fatto che conoscesse Ilaria Alpi ho avuto conferma da persone che lo videro insieme a lei in Italia, e nei luoghi che il mio assistito mi aveva indicato nelle sue confidenze. L.P, viene da molti considerato un mitomane, ma non - tanto por fare un esempio - da un giornalista del Time che venne appositamente ad Orvieto per chiedermi alcune notizie su di lui, a completamento di notizie circostanziate già in suo possesso.
Comunque il mio assistito mi ha sempre scritto di sapore come e perché Ilaria Alpi aveva fatto la fine che sappiamo. Ilaria aveva scoperto, forse per caso, nel corso di suoi numerosi viaggi in Somalia, che era in corso un traffico di armi tra una potenza occidentale e la Somalia. Traffico clandestino in quanto all'epoca esisteva un ferreo embargo sulla fornitura di armi alla Somalia, La Potenza occidentale andava identificata negli Usa e il traffico di armi era coperto e favorito, quasi ovviamente, dalla Cia.
Ilaria era venuta a conoscenza del traffico illecito, e forse ne aveva incautamente parlato con qualcuno, oltre che con il mio assistito, e questo le era costato la vita. La sua scoperta aveva toccato nervi sensibili, e una sua divulgazione avrebbe messo nei guai persone ed istituzioni importanti. Di qui la decisione di chiuderle in anticipo la bocca.
Il mio assistito è stato sempre tentennante sulla natura del traffico scoperto da Ilaria Alpi, Qualche volta mi parlava di un traffico di rifiuti, altre volte di un traffico di armi. Poteva trattarsi di entrambi i traffici, a cui comunque non erano estranei anche ambienti riservati del nostro Paese. Certo è che il mio assistito fu prelevato dal carcere e condotto dinanzi alla Commissione che si occupava, per modo di dire, del caso Alpi.
Questa circostanza mi ha confermato la mia convinzione che L.P, non raccontava balle che oltretutto non gli sarebbero servite a nulla. Una ulteriore conferma del fatto che il mio assistito fosse ben informato sulle vicende di Ilaria può trovarsi negli atti, pubblici, della Commissione. Atti da cui si evince che sul caso Alpi furono interrogate molte persone, le cui deposizioni sono tutto consultabili, Tutto, meno quella del mio assistito che venne secretata per motivi di sicurezza dello Stato. Non occorre essere maghi per capire che quella secretazione serviva a coprire verità scottanti. Segno che il mio assistito aveva fornito notizie importanti e credibili, e proprio per questo destinate a non essere rese pubbliche.
Aggiungo che in un primo tempo il mio assistito si rifiutò di rispondere alla Commissione perché era presieduta dall'avvocato deputato Carlo Taormina, di cui il mio assistito, chissà mai perché, non si fidava. E ai commissari, consapevoli della rilevanza di quello che il mio assistito avrebbe potuto dire, non restò altra scelta che cambiare Presidente pur di ascoltare quello che L.P. avrebbe potuto dire. Ma il silenzio del segreto di Stato è piombato sulle rivelazioni del mio assistito, che dovevano essere veramente scomode. Ilaria è morta, e morta ammazzata, perché aveva scoperto qualcosa che non doveva essere scoperto, e sulla deposizione del mio assistito è calata la secretazione perché aveva detto cose che non si possono dire.
A corollario del tutto posso soltanto aggiungere che il mio assistito riteneva di sapere che anche Simonetta Cesaroni era stata uccisa perché aveva scoperto qualcosa di scottante su traffici illeciti. Quando fu processato, per la morte di Simonetta, il suo fidanzato, consigliai ai difensori dello stesso di citare come teste il mio assistito. Ma uno dei due avvocati difensori ritenne di non ascoltare il mio consiglio, mentre l'altro era di diverso avviso. Poi l'imputato fu assolto. E ancora non sappiamo chi abbia ammazzato Simonetta e per quale motivo. Forse non sarebbe male seguire la pista indicata dal mio assistito. Chissà che non intervenga di nuovo il segreto, implacabile, di Stato.
dai detenuti del carcere "Mario Gozzini" (Solliccianino)
Ristretti Orizzonti, 12 aprile 2015
Dopo anni dal rilevamento della Commissione Marino dell'orrore Opg, dopo anni di proroghe successive, salutiamo con piacere la decisione di chiuderli o superarli come si usa dire.
E dopo il torto, la beffa. Infatti, apprendiamo dai giornali la decisione di chiudere l'Opg di Montelupo Fiorentino, dopo aver speso sette milioni di euro per la sua ristrutturazione. Sette milioni di denari pubblici per restituire decoro e abitabilità alla struttura mentre nelle carceri toscane ha la carta igienica solo chi può comprarsela! Ma non basta. Apprendiamo, infatti, che gli internati di Montelupo Fiorentino, i non dimissibili, saranno trasferiti nella Casa Circondariale "Mario Gozzini", meglio nota come Solliccianino.
Non si capisce dunque perché il Ministero della Giustizia abbia dissipato sette milioni di euro per ristrutturare Montelupo e subito dopo chiuderlo. Qualche sospetto ci sorge, ma lo teniamo per noi. Naturalmente, Solliccianino è nato come carcere e per trasformarlo in struttura sanitaria richiederà, di nuovo, copiosi finanziamenti spremuti dalle tasche dei cittadini contribuenti. E di nuovo ci sorge qualche sospetto. Quella delle ristrutturazioni delle opere pubbliche o delle costruzioni ex novo delle grandi opere, è storia nota e anche attuale per attardarci a qualche commento...
Ma quello che più c'indigna è che viene cancellata la storia di un quarto di secolo di un istituto penitenziario, forse l'unico in tutta la Toscana, che ha dimostrato e tutt'ora dimostra la sua funzionalità normativa secondo il dettato costituzionale prima e quello legale poi (leggi Ordinamento Penitenziario L. 354 del 1975). In questi ultimi anni di ristrettezze economiche, noi e tutto il personale istituzionale, le Associazioni di volontariato e il mondo della cooperazione territoriali, abbiamo fatto le formiche, con grande spirito collaborativo, nel tentativo di far funzionare un termosifone per riscaldarci d'inverno (spesso non riuscendoci compiutamente). Sono state mantenute con grandi sforzi da parte di tutti, e tutt'ora lo sono, le attività formative e lavorative; programmi e progetti realizzati, altri in corso d'opera ed altri ancora in elaborazione.
Ciascuna persona reclusa in questo istituto dispone di un programma di trattamento individualizzato volto al graduale reinserimento socio-lavorativo, cosi come la Costituzione e la legge vogliono. Niente di rivoluzionario, bensì conformità legale nell'esecuzione penale. Come cioè dovrebbe essere ogni istituto penitenziario e come nessun altro istituto toscano riesce a fare. In breve, un carcere che funziona benino, che non sbocca nell'inumanità e nel degrado comune alla stragrande maggioranza degli istituti penitenziari locali e nazionali, come il Tribunale per i Diritti Umani dell'Unione Europea ha rilevato e il Governo italiano ha certificato con un recente decreto legge d'urgenza volto al risarcimento per la tortura subita. Ecco, un carcere che funziona va chiuso!
Naturalmente chi ha deciso la chiusura mai ha mosso un passo dentro Solliccianino, mai ha visto. Burocrati che se ne infischiano dello stato dell'arte, della conoscenza e persino della sicurezza, della difesa degli interessi dei cittadini. Infatti, benché sia noto il fatto che un'uscita dal carcere graduale riduce notevolmente la recidiva, a differenza di quelli che escono dal carcere a fine pena; nonostante questa consapevolezza che vede nel "Gozzini" un'opportunità per fare davvero gli interessi dei cittadini contribuenti; malgrado questo, l'elefante (o il carrarmato?) burocrate non batte ciglio: si chiude un carcere che funziona e si ripristina un carcere per i malati.
Due operazioni biasimevoli (quantomeno), altamente dissipatori di denari pubblici, di umanità (quella dei reclusi e quella degli internati), di legalità, di cultura del bene comune. L'arroganza prepotente di queste due operazioni, ancorché dissipatoria, è offensiva anche al più elementare buonsenso!
Che ne sarà di noi, sudditi dei sudditi, dei nostri programmi di trattamento, dei nostri progetti individuali e collettivi, dei nostri sforzi quotidiani e collaborativi, della nostra possibilità futura, non è difficile immaginarlo: tutto al macero, tutti alla fornace manicomiale di quel pachiderma
ingovernabile in pieno degrado strutturale e funzionale che è Sollicciano, che rinchiude un quarto della popolazione detenuta dell'intera Regione, in quali condizioni l'elefante burocrate non sa.
E dopo le critiche, una proposta: non sarebbe più economico, più dignitoso, meno distruttivo e politicamente più vantaggioso, restituire Montelupo Fiorentino completamente al ministero della sanità, dopo aver speso milioni per ristrutturarlo, e lasciar funzionare Solliccianino come sta funzionando? Basterebbe che il ministero della giustizia abbandonasse completamente, restituendolo ai sanitari, Montelupo Fiorentino e magari trasferisse il suo personale a Solliccianino per farlo funzionare ancora meglio.
di Clemente Carlucci
Nuova del Sud, 12 aprile 2015
Il dato, di per se stesso molto chiaro e allo stesso tempo preoccupante, è emerso nel corso del più recente Consiglio nazionale del sindacato autonomo più forte della Polizia penitenziaria. Sono in consistente aumento i detenuti nelle carceri della Basilicata, già di per se stesse non al top degli spazi disponibili. E da tanto tempo. E cosi a tutto lo scorso 31 marzo i detenuti erano 468, di cui ben 219 nella sola casa circondariale di via Lecce a Melfi, ritenuta anche di massima sicurezza. Dunque, è di nuovo emergenza carceri. In aumento la presenza dei detenuti nel loro interno un pò in tutta la nostra regione, dopo il trend degli ultimi mesi che aveva riportato i penitenziari lucani a condizioni oggettive di sia pur labile e provvisoria normalità, è dato della vera e propria emergenza carceraria è emerso, come già si anticipava in apertura, nel corso del Consiglio nazionale del sindacato Sappe che si è tenuto a Rimini.
I delegati lucani presenti all'assist sindacale nazionale si sono fatti sentire e come. Nel momento di denunciare situazioni di autentico degrado in Basilicata. Troppi, tanti detenuti in celle limitate nel numero e negli spazi. Con sempre maggiore frequenza, anche se tutti i casi finora registratisi, non sono e non sono stati portati alla luce, ci sono situazioni di vivo allarme e di giustificata preoccupazione, se non proprio di pericolosità, non solo per i detenuti, ma anche per gli agenti di custodia. Certo è che in Basilicata vivere la difficile condizione di recluso non è assolutamente possibile. Per tantissimi ragioni.
E quella del sovrappopolamento è senz'altro uno dei più clamorosi e rilevanti. A proposito della particolare, grave situazione lucana. Si dovrebbero prendere iniziative concrete sul versante risolutivo dei problemi sul tappeto. Anche la Regione Basilicata e le maggiori istituzioni pubbliche lucane a tutti i livelli potrebbero fare la loro parte. Anche se la materia esula dai loro diretti compiti. Potrebbero rendersi parte diligente per arrivare alla promozione di un vertice operativo con l'amministrazione centrale penitenziaria. Sembra che soluzioni migliorative, non definitive, ma possibili ce ne siano a portata di mano.
Basterebbe ricercarle, volerle fino in fondo, responsabilmente, e portarle sul piano dell'attuazione. L'essenziale è che non si perda altro tempo prezioso. Ne va di mezzo non solo la credibilità delle istituzioni, ma anche la sicurezza di quanti nelle carceri vivono. Siano loro detenuti o invece "secondini". Anche dai livelli di vita dentro i luoghi di detenzione si misura lo stato di civiltà di una nazione, di una regione e di un contesto sociale.
di Pierfrancesco Curzi
Il Resto del Carlino, 12 aprile 2015
Due sezioni di Montacuto bloccate perché nel mirino della Procura. Inchiesta nazionale blocca il collaudo e la consegna dei lavori di un'ala del carcere di Montacuto, conseguenze durissime per l'intero sistema penitenziario regionale.
La ditta che ha effettuato i lavori, di ristrutturazione di due sezioni del penitenziario dorico sarebbe finita dentro un'indagine coordinata dalla magistratura romana. L'inchiesta non riguarderebbe direttamente l'appalto per le opere del carcere di Ancona, ma essendo finita nel mirino per alcune accuse piuttosto pesanti, pure il cantiere nelle Marche ne ha risentito.
Morale della favola, le due sezioni interessate dai lavori sono pronte per essere con segnate, dopo un ottimo intervento di restauro, ma l'iter è fermo e bloccato da più di sei mesi. Mancano le ultime rifiniture e il certificato di consegna dei lavori che darebbe accesso al collaudo finale e, di conseguenza, all'inaugurazione dei nuovi spazi. Insomma, un'intera ala del carcere di Montacuto, seppure ristrutturata e in piena efficienza, è ancora sotto sequestro per decisione della magistratura in merito a irregolarità negli appalti.
Intanto altre due sezioni del penitenziario, messe a rischio dalle infiltrazioni d'acqua dal vano docce, sono state chiuse. In definitiva, su sei sezioni, quattro sono al momento inagibili. Tradotto, significa che circa 200 detenuti sono stati spostati altrove, in altri istituti regionali e fuori regione, provocando una sorta di pericoloso effetto domino: "I detenuti soffrono questa situazione - attacca duramente il garante per i detenuti, Italo Tanoni - sballottati a destra e sinistra, così i rapporti familiari sono più complessi.
Ma, soprattutto, ci sono delie carceri che stanno esplodendo a causa di Montacuto. Pesaro e Fossombrone, ad esempio, rischiano il collasso. Per non parlare di Camerino, dove in una cella per sei vivono ii doppio dei detenuti, e Fermo. Sullo stop dei lavori a Montacuto ho reso edotto della vicenda lo stesso ministro Orlando e il 15 aprile sarò a Roma per incontrare i vertici dell'amministrazione penitenziaria.. Si parlerà di edilizia carceraria e il caso Montacuto sarà in cima alla lista. L'inchiesta della procura, blocca lo svolgimento dell'appalto e quei locali, nuovi di zecca, moderni, accoglienti, stanno marcendo".
Promette battaglia anche il segretario nazionale del Sindacato degli agenti penitenziari Sappe, Donato Capece: "A metà maggio sarò a Montacuto per controllare lo stato dei lavori e la. situazione generale - dice Capece - Tuttavia, lunedì chiederò lumi su cosa sta accadendo ad Ancona, sui ritardi e sui futuro dell'istituto. Di questo caso dovranno occuparsene un pò tutti".
Scarso ottimismo sul futuro del carcere dorico arriva dalla responsabile regionale dell'amministrazione carceraria Emanuela Ceresani.
"Sulla parte di competenza del Provveditorato alle Opere Pubbliche - spiega riferendosi alla competenza dei cantieri che rientravano nel Piano Carceri - non so dirle, posso però affermare die per i lavori che riguardano la nostra competenza, i tempi si preannunciano lunghi. Siamo ancora all'affidamento dei lavori con gara d'appalto. Le procedure sono complesse purtroppo. Una parte del carcere è stata svuotata a causa delle infiltrazioni d'acqua nelle celle. Cercheremo di limitare i disagi, ma non dipende da noi".
Intanto l'effetto domino sta interessando pure il carcere di Battaglione. Abituato ad ospitare 30-50 detenuti al massimo, oggi 10 aprile ce ne sono 109: "L'amministrazione sta puntando a portare fino a 130 detenuti - precisa Meandro Silvestri del Sappe Marche - ma come si fa senza guardie? Il personale è già carente cosi".
Ansa, 12 aprile 2015
La saletta ricreativa della casa di lavoro di Castelfranco Emilia è stata incendiata da alcuni internati. Lo riferiscono Giovanni Battista Durante, segretario generale aggiunto del Sappe (Sindacato autonomo polizia penitenziaria) e Francesco Campobasso, segretario regionale. "Solo grazie al pronto intervento della polizia penitenziaria - affermano - è stato evitato il peggio, anche se due agenti sono rimasti intossicati ed hanno dovuto fare ricorso alle cure mediche in ospedale.
"La situazione all'interno della struttura - aggiungono i sindacalisti del Sappe - è piuttosto tesa, a causa della promiscuità derivante dall'eccessivo sovraffollamento. Infatti, sono presenti più di 100 internati e non essendoci spazi a sufficienza non è possibile separare i tossicodipendenti, in regime di custodia attenuata, dagli altri internati, i quali, spesso, mettono in atto iniziative di protesta che sfociano in gesti di autolesionismo e di aggressioni al personale.
Infatti, un altro grave episodio, verificatosi sempre nei giorni scorsi, ha visto come protagonista un internato extracomunitario che con in mano una lametta ha tentato di aggredire un agente della polizia penitenziaria. A questi episodi si aggiungono difficoltà operative, soprattutto per la gestione delle visite mediche e dei ricoveri e piantonamenti in ospedale, da quando l'amministrazione regionale ha deciso di demandare tale gestione al personale di Castelfranco, per alleggerire il lavoro del nucleo traduzioni di Modena. Il personale di Castelfranco, però, non ha gli uomini ed i mezzi necessari per gestire tali incombenze".
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 12 aprile 2015
Sotto accusa il sovraffollamento, ma per la direttrice non c'è nessun problema. Polemica sulle "celle aperte". È di tredici persone intossicate il bilancio di un incendio sviluppatosi in una cella della casa circondariale di Montorio, a Verona. Gli intossicati sono undici agenti di Polizia penitenziaria in servizio nel carcere e due detenuti.
Le fiamme hanno distrutto un materasso e si sono poi estese a un armadietto. L'incendio è stato domato grazie all'intervento dei vigili del fuoco. Non è stato un fulmine a ciel sereno la rivolta. Nel carcere si sono susseguiti oltre una trentina di tentativi di suicidio sventati dagli agenti, 181 risse, 44 ferimenti.
L'episodio della cella data alle fiamme da due detenuti nordafricani, che ha provocato l'intossicazione di una decina di uomini della polizia penitenziaria, sarebbe solo l'ultimo di una serie di episodi accaduti all'interno del carcere di Montorio. Una situazione esplosiva denunciata con un bilancio relativo al 2014 dal Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria, che dopo l'ultima rivolta ha chiesto la rimozione del provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria e della direttrice del carcere di Verona.
A telecamere spente, in un incontro informale con la stampa di rientro da un periodo di ferie, la direttrice del carcere Maria Grazia Bregoli ha però respinto ogni ipotesi di rivolta o di "caso Montorio". In sostanza ha ricordando che i detenuti del carcere "non hanno studiato ad Oxford" e che episodi di intolleranza al rispetto del regole penitenziaria esistono a Verona come in qualsiasi altra struttura. È polemica anche sul sovraffollamento del carcere, capiente il giusto secondo la direzione, sovraffollato secondo il sindacato, dato che il numero di detenuti è calato ma solo perché due sezioni sono al momento chiuse.
Il Sindacato della polizia però coglie nuovamente la palla al balzo per criticare - in chiave nazionale - il provvedimento delle celle aperte. In particolare è il Sappe a chiedere di sospendere l'apertura giornaliera delle celle nelle carceri italiane.
"Ci sono aggressioni agli agenti ogni giorno, in un anno di sperimentazione sono aumentate del 100%", aveva afferma il segretario generale del sindacato, Donato Capece. "Sono aumentati i soprusi tra detenuti, aumentano le risse e i casi di violenze, sequestriamo ogni giorno materiale che arriva in carcere. La situazione è ingestibile: è arrivato il momento di dire basta", aveva dichiarato sempre Capece.
Il progetto che prevede questo nuovo modello di carcere si chiama "vigilanza dinamica": prevede la libera circolazione nelle sezioni e l'apertura delle celle per otto ore al giorno, con gli agenti che non devono più restare di guardia ad ogni singola cella ma a zone di passaggio dei detenuti. Questo modello è già prassi nelle carceri europee: "Sono assolutamente contrario a che si torni indietro alla marcatura a uomo del detenuto: è deresponsabilizzante - ha commentato il presidente dell'associazione Antigone Patrizio Gonnella. Non è un progetto che l'Italia s'inventa perché è un Paese particolarmente avanzato. Anzi, ci stiamo adeguando alle regole europee perché il nostro modello è retrogrado".
Su un punto Sappe e Antigone hanno però avuto delle convergenze: l'apertura delle celle, di per sé, non basta. "Se i detenuti stanno a oziare, il progetto è fallimentare", ha affermato Capece. "Bisogna riempire la vita dei detenuti di attività che siano utili per la loro formazione. Solo in questo modo si rende il carcere un luogo che assomiglia alla vita normale", ha aggiunto Gonnella. Uno dei problemi è legato ai fondi: la Commissione Smuraglia, che finanzia i progetti in carcere, il 30 dicembre 2014 ha subito un taglio del 34%.
"Più in generale è necessario che sul tema del lavoro e delle attività in carcere ci sia una forte regia del ministero della Giustizia", continua però a sostenere Gonnella. Sul modo di condurle, le posizioni però sono tornate a divergere. Per Capece "devono essere chiuse le sezioni, le attività devono essere svolte all'esterno" e ci devono essere "meccanismi di premialità" che regolino la possibilità per i detenuti di uscire dalla cella.
"Premialità che significa?", si è chiesto Gonnella. "Se un detenuto ha maggiore libertà e aggredisce qualcuno avrà sicuramente sanzioni, in ogni caso". Secondo Gonnella "non può essere trasformato in beneficio da meritare, ciò che è un diritto", come la possibilità di stare fuori dalla cella. In più, per Gonnella, sul medio lungo periodo "la vigilanza dinamica darà anche più soddisfazioni agli agenti di Polizia penitenziaria che non vedranno il loro lavoro ridursi ad aprire e chiudere le celle".
Le esperienze di carceri come Bollate, dove le celle restano aperte già da anni, insegnano poi che il tasso delle aggressioni si riduce con il tempo. Ma basta una rivolta scatenata per motivi legati alla situazione di degrado nelle carceri, per dire che la colpa è delle celle aperte.
Ansa, 12 aprile 2015
Il Sappe comunica l'ennesimo evento drammatico avvenuto, questa volta, nell'ospedale di Imperia dove era stato ricoverato un detenuto italiano, ristretto presso la C.C. di Sanremo, con palesi problemi psichiatrici.
La segreteria regionale del Sappe riferisce che il detenuto era collocato nella stanza riservata al ricovero detenuti. Improvvisamente il detenuto è andato in escandescenza iniziando a demolire tutto ciò che aveva a portata di mano. Vani i tentativi dei due agenti per ricondurlo alla ragione. Ma il fatto grave, al quale il Sappe ligure evidenzia particolare senso di protesta in quanto il detenuto, noto proprio per sua particolare aggressività non è stato trattato con la dovuta cautela dai vertici dell'istituto di Sanremo, è che il detenuto avrebbe potuto darsi alla fuga perché si era procurato una rudimentale arma ricavata dai cocci di vetro della finestra minacciando i 2 poliziotti penitenziari, il tutto tra il panico dei pazienti e parenti del Reparto che si sono chiusi nelle stanze.
I poliziotti di turno hanno richiesto unità di rinforzo dall'istituto di Imperia e, insieme all'ausilio del personale ospedaliero, sono riusciti a sedarlo e, successivamente, contenzionarlo in un'altra stanza dell'ospedale, purtroppo in comune con altri pazienti.
La segreteria regionale del Sappe, reputa assurdo che un soggetto particolarmente pericoloso già noto perché protagonista di analoghi episodi anche in altri istituti, la direzione ed il comandante della sicurezza lo abbiano trattato come un detenuto comune, quindi il personale di scorta non aveva a disposizione nessuna dotazione di sicurezza. Secondo il Sappe, è una gravissima disattenzione.
Questo episodio ha avuto un elevato indice di pericolosità in quanto avvenuto in un ambiente pubblico. L'epilogo negativo è stato evitato solo grazie alla ormai acclamata professionalità e tenacia del personale. Per questo è necessario se non indispensabile che i vertici dell'istituto siano avvicendati perché non più nelle condizioni di gestirlo ma - continua il Sappe - ci meraviglia il silenzio del Ministero e del Provveditorato ligure che, per motivi di efficienza e di attenzione alle note problematiche di Imperia e Sanremo, sarebbe già dovuto intervenire.
www.sardegnalive.net, 12 aprile 2015
Studenti della scuola media, diversamente abili e detenuti sperimenteranno per 2 mesi la vita nell'orto. L'Associazione Regionale Florovivaisti "Corallo Verde" dà il via ad "Alghero Verde Sociale: Coltiviamo l'integrazione rispettando l'ambiente".
A seguito del successo di "Alghero Verde Scuola", laboratorio didattico rivolto ai ragazzi delle scuole medie, Corallo Verde ha ampliato il suo progetto allargandone anche la "mission". È nata cosi un'importante partnership con la Casa di Reclusione Giuseppe Tomasiello guidata dalla direttrice Elisa Milanesi, l'Aps Gruppo Format e l'Istituto Comprensivo n°1, che durante quest'anno ha portato alla nascita di Alghero Verde Sociale. Una scommessa che coniuga l'amore per il territorio a quello per il prossimo.
Studenti della scuola media, utenti diversamente abili e detenuti collaboreranno nell'orto didattico, sito a La Purissima, per due mesi, sperimentando successi e difficoltà del ciclo produttivo di frutta e ortaggi. Dalla semina al raccolto, ma anche mercato e filiera, i giovani agricoltori saranno guidati in un percorso formativo all'aria aperta.
"Attraverso le lezioni didattiche negli ampi spazi de La Purissima e la vita nell'orto - spiega Giovanni Roma, presidente Corallo Verde - i gruppi contribuiranno a un obiettivo comune diventando un unica realtà. Cosi coltiveremo l'integrazione, recuperando contemporaneamente quel legame con la terra e con le tradizioni che si è sfilacciato negli ultimi decenni portando ad un abbandono della realtà agricola isolana - spiega Giovanni Roma.
Il rapporto con la terra sta alla base di un rispetto delle diversità, la terra non guarda da chi viene coltivata, accetta e accoglie, ecco perché in Alghero Verde Sociale ci saranno i giovani della scuola primaria superiore ma anche i detenuti e i diversamente abili, uomini e donne, grandi e piccoli per un obiettivo comune".
Tutti gli attori del progetto saranno guidati da professionisti. L'educatrice Isabella Nieddu e la pedagogista Anna Rita Manunta cureranno i rapporti con i detenuti per i quali Alghero Verde Sociale è un'importante occasione di formazione professionale che contribuirà a far acquisire nuove competenze spendibili nel mondo del lavoro e permetterà ai due giovani di diventare attivi protagonisti del proprio percorso di riscatto sociale.
I diversamente abili lavoreranno guidati dall'Aps Gruppo Format che supporterà gli utenti nello sviluppo di abilità sociali, quali l'attenzione per l'altro e per i suoi bisogni, il rispetto dei tempi legati al ciclo produttivo, lo sviluppo delle capacità organizzative, il rispetto dei ruoli, l'impegno e l'integrazione. Il gruppo di diversamente abili sarà composto da circa 15 persone, parte delle quali fanno parte dell'associazione Pensiero Felice che ha sposato il progetto proposto.
Gli studenti della 2^ D dell'Istituto Comprensivo n°1, guidata dal docente Fulgenzio Piras, seguiranno l'intera filiera produttiva supportando detenuti e disabili nel lavoro sul campo. Settimanalmente verranno annotati i progressi degli ortaggi e della frutta piantumata e nelle lezioni didattiche comuni si approfondiranno i temi legati al ciclo di vita delle piante, le tipologie di semina e coltivazione e le differenti modalità di raccolta.
Confezionamento, tracciabilità e vendita chiuderanno il percorso formativo e nel mese di giugno il gruppo di lavoro sarà ospitato negli spazi della Conad per proporre gli ortaggi e la frutta raccolti. Alghero Verde Sociale si concluderà a fine luglio, ma fino ad allora l'orto potrà e esser visitato tutti i pomeriggi quale simbolo di integrazione e amore per l'ambiente.
di Claudia Failli
www.arezzonotizie.it, 12 aprile 2015
Il direttore del carcere San Benedetto di Arezzo, Paolo Basco non ha dubbi circa la necessità di un intervento sostanziale all'edificio che attualmente ospita la casa circondariale. Ciclicamente, e anche gli ultimi mesi non fanno eccezioni, parlamentari, amministratori e consiglieri regionali hanno fatto visita alla struttura penitenziaria aretina. Tutti hanno sempre sottolineato la necessità di trovare delle soluzioni efficaci per riqualificare l'edificio. Ma al momento, ben poco è cambiato.
"Attualmente ospitiamo circa 600 detenuti - spiega il direttore Basco - la maggior parte sono solo di passaggio e non restano molto tempo ad Arezzo. Una trentina circa invece devono scontare pene più lunghe e con loro abbiamo intrapreso un percorso ormai consolidato di recupero pedagogico e sociale. Resta però evidente il problema delle strutture che attualmente non sono in grado di garantire un servizio funzionale. Sarebbe auspicabile che le visite che riceviamo in carcere possano trovare anche risvolti pratici. Riuscire a sbloccare questa situazione permetterebbe alle forze di polizia, alla magistratura e quindi anche alla collettività, di poter contare su un servizio funzionante al cento per cento".
Lo scorso febbraio, la casa circondariale è stata visitata anche dal garante dei detenuti della Regione Toscana, Franco Corleone. Anche in quella occasione venne evidenziato il problema dell'abbandono dei lavori. "Rivolgo un appello al prossimo sindaco di Arezzo, alle amministrazioni e a tutti i politici - conclude il direttore Basco - affinché ognuno si occupi di questa situazione e possano insieme trovare delle soluzioni efficaci".
di Silvana Zanovello
Secolo XIX, 12 aprile 2015
L'ottimismo americano del New Deal, riproposto ad Hollywood negli anni Sessanta, una favola metropolitana di Frank Capra, concepita all'insegna dell'ottimismo, "Angeli con la pistola" approda a teatro, alla Tosse fino al 15 e la prossima estate, il 20 e 21 luglio al festival di Borgio Verezzi in un a versione "naturalmente" velata di autoironia ma interpretata con molta convinzione.
A portarla in scena sono infatti "Gli scatenati "compagnia di detenuti che operano da una decina d'anni nel carcere di Marassi dove da qualche mese hanno anche ultimato l'allestimento di una sede stabile "Il teatro dell'Arca" ma che, sotto la sorveglianza attenta e discreta della polizia penitenziaria, non perdono l'occasione di andare in tournée. Certamente è difficile, per lo spettatore esterno scindere il valore puramente artistico dell'esperienza da finalità di recupero psicologico o professionale di chi vi partecipa. Ma in questo caso alcuni elementi fondamentali contribuiscono alla piacevolezza, al di là della pedagogia.
Ben scelto, per fruizione più ampia, il tema, riproposto in forma di musical. Favola, senza dubbio, anzi con il dubbio calcolato che si tratti di una situazione impossibile. Ma va bene cosi. Nella New York del proibizionismo un gangster di buon cuore recluta colleghi di grande e piccola taglia e ballerine per aiutare la barbona Annie a sostenere l'incontro con il futuro genero, figlio di un nobile spagnolo, che la crede una signora dell'alta società.
Nessuna "rilettura" le immagini sullo sfondo alla Lichtenstein, realizzate nel laboratorio di grafica del carcere, citano affettuosamente il film con richiami impliciti a quella poetica del cartoon che , all'epoca, avvicinava Capra a Disney.
Le musiche di Bruno Coli, la regia esperta di Sandro Baldacci e la presenza di alcuni attori professionisti, Federica Granata, Mariella Speranza, Francesca Pedroni, Igor Chierici, Massimo Orsetti, aiutano tutti, compreso un cinese con la vocazione per la comicità e il cabaret, a trovare ritmo. Applausi per un'esperienza che cresce stagione dopo stagione.
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