Reuters, 11 marzo 2015
Circa 95 detenuti sono scappati da una prigione controllata dal gruppo Stato islamico nel nord della Siria. Tra i prigionieri scappati ci sono anche circa 30 miliziani curdi. L'evasione, secondo l'Osservatorio siriano per i diritti umani, è avvenuta nel carcere di al Bab, a trenta chilometri dal confine tra Siria e Turchia.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 10 marzo 2015
È di nuovo allarme per il numero di persone presenti nei penitenziari, i fatti smentiscono il Ministro Orlando. Continua nuovamente a crescere il numero dei detenuti nei nostri penitenziari. Un aumento che riguarda, in maniera significativa, il carcere viterbese.
di Angela Lamboglia
www.euractiv.it, 10 marzo 2015
Nelle prossime raccomandazioni specifiche per Paese la Commissione europea richiamerà con forza l'Italia sul tema della lentezza dei procedimenti giudiziari. Lo ha anticipato la commissaria per la Giustizia Vera Jourova, commentando il rapporto 2015 sui sistemi giudiziari europei secondo cui in Italia sono necessari in media 608 giorni per chiudere una causa civile o commerciale.
di Simone Di Meo
Il Tempo, 10 marzo 2015
Dimenticate il detto giustizia lenta, ma inesorabile. Per ora è solo lenta. A certificarlo è lo "scoreboard" della Commissione europea, presentato ieri, che affibbia un bel terz'ultimo posto all'Italia per la lunghezza dei processi di prima istanza civili e commerciali per l'anno 2013. Un peggioramento costante nel tempo (erano 493 giorni nel 2010 e 590 nel 2012) che ci piazza appena sopra Cipro e Malta.
di Francesco Petrelli (Segretario Unione Camere Penali)
Il Garantista, 10 marzo 2015
Sulla questione della riforma della prescrizione l'Ucpi non ha mai avuto posizioni di contrasto di natura "ideologica". Si è piuttosto rappresentato come se ne volesse fare - così come è avvenuto anche in occasione di altre riforme del sistema penale - un uso simbolico, o di bandiera, che rispondesse più alla necessità di dare risposte ad una presunta aspettativa sociale maturata a seguito di alcuni casi giudiziari (che in verità con l'istituto della prescrizione in sé non avevano nulla a che a fare: vedi caso Eternit), piuttosto che ad una effettiva esigenza di razionalizzazione del sistema.
di Massimo Adinolfi
Il Mattino, 10 marzo 2015
La nuova legge sulla responsabilità civile dei giudici, attesa da molti anni e finalmente approvata dal Parlamento, ha ispirato alcune delle parole che il presidente della Repubblica ha rivolto ai magistrati in tirocinio, ricevuti ieri al Quirinale alla presenza del ministro della giustizia Orlando, che quella riforma ha fortemente voluto. Parole pacate e piene di misura, prive di toni polemici, estranee ad allarmi e preoccupazioni ingiustificate, che pure si sono ascoltate da parte della magistratura organizzata ma che il Capo dello Stato non ha ritenuto
evidentemente di accogliere. Ai magistrati è affidato un compito difficile, ha detto infatti Mattarella: si tratta di assicurare "l'osservanza della legalità democratica", ma anche "il rispetto dei diritti e delle libertà individuali". Di questo rispetto fa parte la possibilità, per il cittadino che avesse patito un danno ingiusto, di rivolgersi allo Stato per essere risarcito.
di Marzio Breda
Il Corriere della Sera, 10 marzo 2015
La contrastata legge sulla responsabilità civile dei giudici Sergio Mattarella l'ha promulgata da giorni, e senza quelle riserve (a volte addirittura esplicitate per iscritto) che in altri casi della storia repubblicana abbiamo visto. Tuttavia, a pochi giorni dalla sua firma, sente il bisogno di avvertire che "andranno attentamente valutati gli effetti concreti" della sua applicazione. Di più: rivolgendosi ai 364 magistrati in tirocinio nominati un anno fa e ricevuti ieri al Quirinale, aggiunge: "Seguire il modello di magistrato ispirato all'attuazione dei valori etici ordinamentali vi aiuterà ad affrontare con serenità i compiti che vi aspettano e a non lasciarvi condizionare dal timore di subire le conseguenze di eventuali azioni di responsabilità".
Che cosa vorrà dire?, si è chiesto qualcuno. Magari che il presidente della Repubblica nutre dubbi o riserve sul provvedimento, considerato "punitivo" dai magistrati? E che l'ha avallato controvoglia? Non è così. Il capo dello Stato si limita a richiamare un annuncio del ministro della Giustizia, Andrea Orlando, maturato su una prassi ormai normale nel modo di legiferare contemporaneo.
Quella di misurare le ricadute delle normative, anche quando maturano su un piano di principi sacrosanti, con un metodo che si potrebbe definire di sperimentalismo sociale. A tale proposito, nell'ordinamento anglosassone si parla di sunset law (legge con un tramonto, dunque potenzialmente a termine), per indicare una sorta di clausola di provvisorietà. Il che potrebbe significare, se si resta al controverso tema della responsabilità civile, mettere a raffronto il numero di cause che verranno presentate (ora siamo intorno al centinaio) con la loro ammissibilità, fondatezza o pretestuosità.
Insomma: nessuna obliqua bordata al governo, nessun retro pensiero malizioso. Solo un cenno al dovere di vigilanza del legislatore, inserito in una riflessione più vasta a uso delle nuove toghe (con il sigillo della sua garanzia). A loro, Mattarella raccomanda di coltivare alcune virtù. Quasi dei valori morali da connettere alla professione.
Cioè "coraggio, umiltà, giusto rispetto per la dignità della persona" e, insieme, "serenità e tranquillità di giudizio", anche ora che la legge Vassalli sulla responsabilità dei giudici è stata appunto modificata. Serenità, incalza, perché la possibilità di rivalsa si riferisce soltanto "a condotte soggettivamente qualificate in termini di dolo o negligenza inescusabile".
Ecco gli antidoti indicati dal presidente per chi ha quel difficile compito. Dopo aver ricordato che la società chiede giustizia, e "in tempi rapidi", insiste sull'urgenza della "lotta alla corruzione", e qui echeggia la questione morale riproposta dagli ininterrotti smascheramenti di alleanze politico-criminali in tutt'Italia. Problema cruciale, spiega, perché "il contributo alla continua costruzione dell'edificio della democrazia passa anche da qui". Così, per lui "non sarà mai abbastanza sottolineata l'alterazione grave che deriva alla vita pubblica e al sistema delle imprese, al soddisfacimento dei bisogni della comunità, dal dirottamento fraudolento di risorse verso il mondo parallelo della corruzione".
Una battaglia dura. Che richiede - e qui riprende il suo elenco - "imparzialità, correttezza, diligenza, laboriosità, riserbo, equilibrio" e, ripete, "rispetto della dignità della persona, elemento essenziale della cittadinanza". Sembra un timore mirato alla tutela dei diritti umani di tutti, imputati o semplici sospettati, con l'invito a una maggior attenzione al ricorso alle manette. Eccessi visti più volte negli ultimi vent'anni, quando bastava un avviso di garanzia per distruggere una reputazione e quando alcuni magistrati scoprivano il gusto di stare sulla scena pubblica. Stavolta non ne parla, il capo dello Stato. Non sente il bisogno di ribadire l'avvertimento alle toghe malate di "burocrazia e protagonismo" di una settimana fa. Del resto, quella stessa espressione è appena stata usata dal suo vice al Csm, Giovanni Legnini: "Guardatevi dalle lusinghe dell'effimero protagonismo".
Il Garantista, 10 marzo 2015
Sì, certo, "andranno attentamente valutati gli effetti concreti dell'applicazione della nuova legge". Ma sulla responsabilità civile dei magistrati Sergio Mattarella pronuncia parole tranquillizzanti. E smonta così i propositi di rivolta dell'Anm, il "sindacato" delle toghe.
Che proprio in un suo severo richiamo sperava per mettere sui binari giusti il "tagliando" della nuova disciplina. Con le recenti modifiche, ricorda il presidente, resta "il principio della responsabilità diretta".
Era l'ultima speranza dei magistrati: il Quirinale. Era il baluardo a cui l'Anm aveva deciso di appellarsi per l'attacco sferrato all'autonomia e indipendenza dei magistrati con la responsabilità civile. Ma Sergio Mattarella dà una risposta che più chiara non potrebbe essere. Prima promulga la contestatissima (dai giudici) riforma della legge Vassalli.
Poi ricorda loro di non avere nulla da temere. Giacché, se seguiranno "il modello di magistrato ispirato all'attuazione dei valori etici ordinamentali", le toghe potranno "affrontare con serenità" i loro "compiti". E, soprattutto riusciranno a non lasciarsi "condizionare dal timore di subire le conseguenze di eventuali azioni di responsabilità, nella consapevolezza di essere soggetti", nell'applicazione delle loro funzioni, "unicamente alla legge".
Il Capo dello Stato dunque ridimensiona la riforma della responsabilità civile dei magistrati. Riconosce, sì, che "andranno attentamente valutati gli effetti concreti" della sua applicazione. Ma intanto ricorda che una simile "clausola di salvaguardia" è stata promessa dallo stesso ministro della Giustizia Andrea Orlando. E poi fa notare, più nel dettaglio, come la nuova disciplina abbia comunque dei limiti precisi, rispetto alla sindacabilità degli atti compiuti dalle toghe.
Si tratta di un'assai deludente risposta, per l'Associazione nazionale magistrati. La quale probabilmente sperava in parole più gravi, in un messaggio più severo da parte di Mattarella nei confronti della riforma. Se il Colle si fosse schierato in modo molto critico sul testo appena varato in Parlamento, si sarebbero create le premesse per il pur difficile ricorso alla Corte costituzionale. E comunque un giudizio negativo di Mattarella avrebbe almeno accelerato i tempi del "tagliando" previsto dallo stesso guardasigilli.
Invece il presidente fa ragionamenti pacati, quasi sdrammatizza. Lo fa per giunta con il tono un po' paterno che si conviene all'occasione, il "battesimo" al Quirinale dei 346 magistrati in tirocinio di ultima nomina (in servizio dal 20 febbraio 2014).
Ed è pure significativo che il discorso sia pronunciato al cospetto dell'intero Csm e dello stesso ministro della Giustizia. Mattarella ricorda come con la recente riforma si sia mantenuto "il principio della responsabilità indiretta del magistrato". E che sì, "la disciplina della rivalsa statuale" è diventata "più stringente", ma è pur sempre riferita ai casi estremi di "dolo o negligenza inescusabile".
Il Capo dello Stato rassicura poi sul fatto che, anche nella sua veste di presidente del Csm, sarà sempre "attento custode dell'autonomia e dell'indipendenza" della funzione giudiziaria, "valori costituzionali decisivi per la democrazia". Ricorda peraltro che i giovani magistrati convenuti al Quirinale dovranno "contribuire all'efficienza del sistema giustizia".
Impresa difficile, considerate le ultime statistiche della Commissione europea. Che nel "Justice scoreboard" classifica il Belpaese agli ultimi posti quanto a velocità delle cause civili e commerciali. Ora è esattamente alla pari con Cipro: peggio sta solo Malta. Si è passati dai 493 giorni necessari nel 2010 per arrivare a una sentenza di primo grado ai 608 del 2013 (in Germania sono 192, in Francia 308). Vero che nel frattempo c'è stato il decreto sulla negoziazione assistita e il rafforzamento dell'arbitrato. Ma certo non si può dire che la macchina pilotata dai giudici sia destinata a vincere il gran premio.
di Wanda Marra
Il Fatto Quotidiano, 10 marzo 2015
L'attacco frontale a Renzi di Sergio Mattarella arriva meno di un mese e mezzo dopo la sua elezione. La nuova legge sulla responsabilità civile dei magistrati? "Andranno valutati i suoi effetti". E la corruzione, sulla quale il nuovo provvedimento è ancora in fieri? "Va combattuta per costruire la democrazia".
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sceglie la visita ai 346 magistrati in tirocinio per fare quello che è il primo "affondo" vero e proprio dalla sua elezione. I toni sono sobri ma il giudizio è netto, su un tema tanto caldo, quanto delicato: la giustizia. Prima di tutto, Mattarella si esprime chiaramente sulla responsabilità civile dei magistrati. "Non fatevi intimidire", dice ai giovani presenti. Le toghe (che avevano già richiesto un suo intervento mentre la legge veniva approvata) sono preoccupate dagli effetti che potrà avere la nuova normativa.
All'esortazione ("Seguire il modello di magistrato ispirato all'attuazione dei valori etici ordinamentali vi aiuterà ad affrontare con serenità i compiti che vi aspettano e a non lasciarvi condizionare dal timore di subire le conseguenze di eventuali azioni di responsabilità"), Mattarella fa seguire alcune precisazioni. Che evidentemente riguardano chi la legge l'ha fatta e chi deve applicarla. Prima di tutto sottolinea "il principio della responsabilità indiretta del magistrato" e il fatto che a essere in esame sono "con - dotte soggettivamente qualificate in termini di dolo o negligenza inescusabile".
Niente esagerazioni, insomma. Di più, ribadisce: il Consiglio superiore della magistratura è "organo di garanzia dell'autonomia e dell'indipendenza della funzione giudiziaria". E lui, "nella duplice veste di presidente della Repubblica e di presidente del Csm", sarà sempre "attento custode" di questi valori. Il Presidente la legge l'ha firmata, ma i paletti li pone. Certo a posteriori, ma senza mezzi termini. Tanto più che lui stesso ricorda che anche il ministro della Giustizia, Andrea Orlando (presente all'iniziativa di ieri), ha detto che gli effetti del provvedimento andranno valutati. Un asse in piena regola, quello tra il Quirinale e via Arenula. Mentre a Palazzo Chigi la posizione è più radicale. "Siamo pronti a correggere i punti critici", aveva detto il Guardasigilli, lo stesso giorno dell'approvazione. Un segnale più che chiaro che il provvedimento è una forzatura, voluta in prima persona dal premier.
L'unica legge veramente significativa in tema di giustizia è sotto esame da prima di nascere. C'è la questione dell'intimidazione, che evidenzia Mattarella: quanti magistrati avranno paura nel fare condanne scomode, magari nei confronti dei grandi gruppi economici?
E poi, c'è anche un altro risvolto imprevedibile: se le cause contro i magistrati saranno troppe, si rischia di paralizzare ulteriormente la giustizia. Sono gli stessi fedelissimi del premier che parlano di una fase di monitoraggio. Le parole contro la corruzione sono ancora più forti. Mattarella l'aveva condannata già nel discorso del giuramento davanti alle Camere. Ma la legge che viene annunciata da mesi ancora non c'è.
Sul falso in bilancio si sono alzate le barricate di FI, di Ncd e anche del ministro per lo Sviluppo, Guidi, in nome degli interessi di Confindustria. Risultato, un testo annacquato e l'ennesimo rinvio. Arriverà in Aula al Senato il 17 marzo. Mattarella ieri ha usato parole forti: "Il rapporto fra giustizia e sviluppo, tra equità e finanza pubblica, in una parola il contributo alla costruzione dell'edificio della democrazia, passa da un particolare impegno diretto alla lotta alla corruzione. Non sarà mai abbastanza sottolineata l'alterazione grave che deriva alla vita pubblica, al sistema della imprese, al soddisfacimento dei bisogni della comunità, dal dirottamento fraudolento di risorse verso il mondo parallelo della corruzione". Sotto testo: è il caso di fare rapidamente questa legge.
di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Garantista, 10 marzo 2015
L'anno scorso, come si ricorderà, il governo Renzi si era presentato agli italiani con una ammiccante e seducente conferenza stampa. Il programma di governo aveva un titolo rivoluzionario: "Mille giorni per cambiare l'Italia: passo dopo passo", e prevedeva riforme mirabolanti. Nulla di mai visto in precedenza.
"Mille giorni sono il tempo che ci diamo per rendere l'Italia più semplice, più coraggiosa, più competitiva. Dunque, più bella. Rendere l'Italia più bella? Impossibile, si potrebbe pensare. È già il Paese più bello del mondo. Vero. Ma noi pensiamo che in questi anni l'Italia abbia spesso vissuto di rendita. Non è stata solo colpa della politica, ma della classe dirigente intesa in senso ampio. Tuttavia, il tempo della rendita è finito.
Chi si illude di poter continuare a ignorare questo elemento condanna il Paese all'irrilevanza. Ecco perché quelle che vengono chiamate riforme strutturali devono essere fatte. Non perché ce lo chiede l'Europa. Ma perché sono l'unica possibilità per l'Italia". Come non essere d'accordo?
Applausi a scena aperta. La slide sulle riforme "strutturali" in tema di giustizia, ancora presente sul sito del governo, fra i tanti temi che potevano essere affrontati (separazione delle carriere, fine dell'obbligatorietà dell'azione penale, divieto di appellare le sentenze di assoluzione da parte dell'ufficio del pubblico ministero, ecc.) era tutta incentrata sul "taglio" delle ferie ai magistrati. Come dire, stiamo ancora costruendo le fondamenta della casa ma intanto compro le tende per le finestre.
Le ferie delle toghe, oltre ad essere troppe, per il premier erano la causa principale dei ritardi e delle inefficienze dell'italica giustizia. "Siamo il Paese del diritto, non delle ferie dei magistrati", rispose sprezzante Matteo Renzi a chi lo criticava.
Con un salto mortale senza rete, il premier riuscì nell'impresa di far passare il messaggio "Meno ferie ai magistrati: giustizia più veloce". E poi "5.2 milioni di cause pendenti, 945 giorni medi per una sentenza civile di primo grado. Francia 350, Germania 300 giorni. Il governo riduce le ferie ai magistrati. Da 45 giorni a max 30 giorni. Tribunali chiusi dal 6 agosto al 31".
Complimenti al ghost writer di Palazzo Chigi. Ma poi? Le polemiche si scatenarono da subito. A parte che non è tagliando le ferie ai magistrati che si risolvono i problemi della giustizia in Italia, il motivo era molto semplice.
Il comma 2 dell'articolo 16 del decreto 132 del 2014, ossia il famoso decreto sul processo civile convertito in legge il 10 novembre 2014, introduceva alla legge sull'Ordinamento giudiziario 2 aprile 1979 numero 97, dopo l'articolo 8 ("i magistrati che esercitano funzioni giudiziarie hanno un periodo di ferie di 45 giorni"), l'articolo 8 bis rubricato "Ferie dei magistrati" secondo cui "...i magistrati ordinari, amministrativi, contabili e militari, nonché gli avvocati e procuratori dello Stato hanno un periodo annuale di ferie di trenta giorni". Lasciando, quindi, intendere che il taglio delle ferie si applicasse solo ai cosiddetti "fuori ruolo".
L'ufficio Studi e documentazione del Csm venne interessato sia dalla Quarta commissione, quella che si occupa delle valutazioni di professionalità, circa le possibili ricadute sull'organizzazione del lavoro, e sia dalla Settima, quella per l'organizzazione degli uffici giudiziari, per una ricostruzione normativa fra gli articoli 8 e 8bis, per la definizione di giorni lavorativi e per i riflessi sui termini di deposito dei provvedimenti, sia con riferimento al lavoro del giudice che del pubblico ministero. La conclusione a cui giunse fu che pur essendo legittimi i dubbi interpretativi insorti l'intento del legislatore era chiaro: taglio delle ferie.
La Settima commissione, dopo aver preso atto del documento, non si ritenne però soddisfatta e richiese un intervento chiarificatore al legislatore. Ponendo anche in votazione due proposte. La prima, relatore Ardituro, fu per l'interpretazione che restavano 45 giorni di ferie, la seconda, presentata e votata dal laico Zaccaria, per il taglio a 30 giorni.
E l'Anm? Concentrata sul tema della modifica della responsabilità civile ed in attesa dell'intervento chiarificatore del Parlamento, dopo un iniziale momento di "riflessione" sembra stia valutando ora la possibilità di presentare un ricorso per impugnare il decreto del ministro della Giustizia del 13 gennaio 2015. Decreto che fissa il periodo feriale per l'anno in corso dal 27 luglio al 2 settembre. Un eventuale accoglimento, va detto, avrebbe effetti erga omnes. Nel frattempo, a dispetto della slide di Renzi e approfittando della approssimazione con cui la norma è stata scritta, i magistrati italiani continuano ad avere 45 giorni di ferie.
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