di Marla Wilde
www.videogiochi.com, 12 aprile 2015
A due passi dalla Silicon Valley e dalla città di San Francisco si trova uno dei carceri più popolari del Nord America, il San Quentin, ricordato da molti per essere diventato la dimora del famoso killer Charles Manson. Questo carcere si trova nello stato della California, secondo stato dopo il Texas per numero di detenuti.
La percentuale di recidive in California è decisamente alta: ben il 65% dei prigionieri rilasciati commette altri crimini e torna in carcere entro tre anni. Mettendo da parte i pregiudizi è facile rendersi conto di quanto non sia facile uscire da un sistema complesso come quello della criminalità, soprattutto per soggetti che hanno passato tutta la loro vita in condizioni difficili. Molti detenuti non hanno avuto una famiglia stabile e nemmeno la possibilità di studiare o imparare un mestiere, ed è proprio questa una delle maggiori cause che portano a recidive. Per questo al San Quentin, qualche anno fa, è stato avviato un progetto sperimentale di rieducazione dei detenuti, in modo da fornire loro una solida base di lavoro che possano svolgere sia dall'interno sia dall'esterno del carcere.
Molti dei detenuti del San Quentin non hanno familiarità con internet, un gran numero di loro non ha mai usato uno smartphone e non ha mai frequentato un social network... ma il programma di riabilitazione/educazione, chiamato The Last Mile e ideato dall'imprenditore Chris Redlitz, ha avuto un successo inaspettato.
Kenyatta Leal, ad esempio, è stato condannato all'ergastolo negli anni '90 per essere stato fermato diverse volte in possesso di armi da fuoco. Leal è stato il primo laureato del programma The Last Mile, è carcerato dal 1994 e nel 2011 si è avvicinato al mondo dell'informatica, dopo essersi incuriosito parlando con alcuni familiari in visita. Kenyatta ha dichiarato: "Ero completamente perduto quando sono stato incarcerato. Non sapevo cosa stavo facendo, poi ho iniziato a sentir parlare di questa cosa chiamata Internet. I miei familiari in visita mi mostravano degli oggetti chiamati smartphone e parlavamo di Internet, io chiedevo Cos'è un blog? Cos'è Google? Cosa vuol dire twittare?, perché volevo sapere di più".
Il programma al quale ha partecipato Leal è stato organizzato in via sperimentale selezionando 15 fra 200 detenuti per un periodo di 6 mesi di studio intensivo di business e informatica, con alcuni imprenditori della Silicon Valley, all'interno del carcere.
Kenyatta non è l'unico della sua classe ad essersi fatto notare: Chris Schuhmacher è stato condannato all'ergastolo per omicidio (ha ucciso un amico che aveva rubato una cassa di marijuana dal suo appartamento circa 12 anni fa) e sta ora sviluppando una applicazione dedicata al fitness. Anche Schuhmacher ha completato il programma e si è laureato, cosi come Horatio Herts, che ha creato un business plan chiamato "The Healthy Hearts Foundation" e si concentra sull'aiutare gli americani con problemi di peso a tornare in forma.
Kenyatta Leal ha invece sviluppato una versione live di Fantasy Football, che ha chiamato Coach Potato, che però non ha ancora pubblicato. L'uomo è stato rilasciato sulla parola nel 2013 e sta attualmente studiando per prendere la sua seconda laurea, questa volta in business management, il tutto mentre si prepara alla pubblicazione di Coach Potato e si impegna per espandere il programma The Last Mile.
Le critiche al programma sono state numerose, ma i prigionieri non si sono scoraggiati: essere in carcere non vuol dire necessariamente essere del tutto isolati dal mondo e nemmeno non poter sperare di cambiare la propria vita. I carcerati come Kenyatta Leal rappresentano le innumerevoli possibilità che un uomo può cogliere nel corso della sua vita, ricordando a tutti i prigionieri (soprattutto a quelli giovani che hanno commesso reati minori) che con l'impegno si può davvero cambiare qualcosa e che bisogna avere fiducia nelle proprie capacità.
Sul programma è stato anche realizzato un documentario, diretto da Ondi Timoner e creato in collaborazione con la rivista Wired. Rachel Samuels, Executive Producer, ha dichiarato: "Penso che questo sia un passo importante. Kenyatta, per esempio, è una delle persone più entusiasmanti che abbia mai incontrato. Ti fa pensare: se lui è stato in grado di cambiare completamente la sua vita, quale scusa abbiamo tutti noi per non farlo?".
di Luigi Ferrarella
Il Corriere della Sera, 11 aprile 2015
Va bene tutto, ma la meraviglia no. Non dopo che a Velletri parenti e amici di tre condannati per violenza sessuale avevano messo a ferro e a fuoco l'aula di tribunale, costringendo i giudici ad asserragliarsi per ore in una stanza ad aspettare i rinforzi come a un check-point di marines dispersi in Somalia.
di Donatella Di Cesare
Il Corriere della Sera, 11 aprile 2015
La violenza è entrata anche nelle aule di un tribunale - il luogo in cui alla violenza si dovrebbe porre riparo, la sede della giustizia. Un'arma è passata inosservata. Ancora una volta a cadere sono stati civili indifesi; tra questi un magistrato che attendeva al suo dovere. Odio, rabbia, risentimento, disperazione - la violenza ha motivazioni diverse e innumerevoli volti. Escogita nuovi orrori, si avvale di inventiva e astuzia, più spesso di quanto non si creda.
di Beniamino Migliucci (Presidente Ucpi)
Il Garantista, 11 aprile 2015
Speravamo di non dovere aggiungere altro di fronte a una tragedia quale quella verificatasi ieri nel Palazzo di Giustizia di Milano. L'omicida ha, infatti, espresso il suo sentimento di rabbia e di vendetta nei confronti di chi riteneva ingiustificatamente responsabile delle sue disavventure, ma ciò non ha nulla a che vedere con una asserita delegittimazione o con il discredito della magistratura.
Il Garantista, 11 aprile 2015
Il 70% dei detenuti, circa 16 mila persone, nelle carceri di Toscana, Veneto, Lazio, Liguria, Umbria e negli istituti penitenziari dell'Azienda sanitaria di Salerno, è affetto da almeno una patologia: soprattutto disturbi psichici, malattie infettive e dell'apparato digerente. L'11,5% ha una patologia infettiva e parassitaria, l'epatite C costituisce la malattia infettiva più diffusa. Sempre il 70% è fumatore (contro il 23% della media della popolazione generale).
di Lorenzo Misuraca
Il Garantista, 11 aprile 2015
Renzi tiene De Gennaro e spinge sul reato di tortura, e ottiene un risultato che fa ben sperare i tanti che aspettano da molti in Italia, soprattutto le vittime della macellerie del G8 e i familiari dei tanti casi Cucchi avvenuti. Attento com'è alla pancia del paese, dopo la notizia della sentenza della Corte di giustizia europea che ha definito tortura l'irruzione nella scuola Diaz durante il G8, Matteo Renzi prende nota delle difese di ufficio di tanti membri del suo partito e del suo governo nei confronti del capo di Finmeccanica e decide di puntare solo sull'introduzione del reato nell'ordinamento italiano.
di Luca Fazio
Il Manifesto, 11 aprile 2015
Il giorno dopo la strage compiuta da Claudio Giardiello, assemblea straordinaria dell'Anm al Tribunale di Milano. Per il presidente Rodolfo Sabelli "occorre richiamare tutti al diffuso rispetto verso la giustizia". L'omicida, che giovedì ha ucciso tre persone tra cui un giudice, verrà interrogato questa mattina nel carcere di Monza. Anche i magistrati sanno che non c'è alcun rapporto diretto tra la follia omicida di Claudio Giardiello e quel malessere diffuso che gli uomini di legge hanno ugualmente voluto esprimere durante l'assemblea straordinaria dell'Anm di ieri mattina al Tribunale di Milano. Però quegli spari, i tre morti e quell'improvviso senso di vulnerabilità in uno dei luoghi più rappresentativi della politica italiana non possono non assumere una forte valenza simbolica, al di là del pur drammatico fatto di cronaca.
Da più di venti anni quel palazzo cerca di fare da filtro depuratore di una politica che sembrava sul punto di cambiare e invece non è cambiata. La storia, le cronache quotidiane, dicono che la battaglia è stata persa. Deve essere per questo che oggi i magistrati dicono di sentirsi abbandonati. Ovviamente, visto il dramma dell'altro giorno, anche per via della scarsa sicurezza dei luoghi dove lavorano. Sono amareggiati, parlano di clima sfavorevole. "I magistrati non possono essere lasciati soli, bisogna esprimere un sostegno concreto alla magistratura per il lavoro che fa per la giustizia del paese", ha detto il vicepresidente del Csm Giovanni Legnini.
L'assemblea dell'Associazione nazionale magistrati si è aperta con un lunghissimo applauso per il giudice Fernando Ciampi e per le altre due vittime della strage, il socio in affari dell'omicida Giorgio Erba e il giovane avvocato Alberto Claris Appiani. Rodolfo Sabelli, presidente di Anm, è stato il più esplicito: "Siamo qui per chiedere rispetto". Per Sabelli, questa strage "ha un valore simbolico, troppe tensioni e troppa rabbia si raccolgono sulla giustizia. Occorre richiamare tutti al diffuso rispetto verso la giustizia". Il presidente dell'Anm ieri ha rilasciato diverse interviste per spiegare il perché di tanta amarezza.
"Va respinta ogni forma di discredito della giurisdizione, un tema che molto opportunamente è stato richiamato dal capo dello Stato. Un discredito che viene da un dibattito che dura da decenni". Laddove la politica è inadeguata, lascia intendere Sabelli, gli uomini di legge non possono certo fare da parafulmini: "Troppe tensioni si concentrano sulla giustizia e in un'epoca di crisi e di forti tensioni sociali magistrati e avvocati sono particolarmente esposti".
L'Italia, infatti, è piena di uomini disperati come Claudio Giardiello che a torto o a ragione si sentono vittime di una qualche ingiustizia e non riescono più a gestire problemi di natura principalmente economica. Ancora ieri l'omicida avrebbe manifestato tutta la sua rabbia proprio contro i giudici: "Il tribunale mi ha rovinato, quel posto è l'origine di tutti i miei mali" (questa mattina verrà interrogato nel carcere di San Quirico Monza). Il pm gli contesterà l'omicidio plurimo premeditato.
Il problema esiste, un certo allarme sicurezza è giustificato, ma, come ha detto Giovanni Canzio, presidente della Corte d'appello di Milano, "noi non ci sentiamo una fortezza assediata, non vogliamo alzare ponti levatoi ma vogliamo continuare ad aprirci ai cittadini e a una cultura comune". In un momento delicato come questo, Giovanni Canzio ha voluto sottolineare il compito delicato che tocca anche alla magistratura: "Noi abbiamo il dovere di svolgere alcune riflessioni più ampie riguardanti il rapporto tra la crisi dell'economia e la crisi della ragione che determina un carico di tensioni individuali e sociali". Sono soli anche i cittadini, ha detto.
Messo a fuoco il problema, ne rimane un altro: è incredibile che un uomo armato possa entrare in un tribunale, uccidere e scappare. L'Anm adesso chiede un intervento specifico per la sicurezza di tutti i palazzi di giustizia d'Italia. "Non si può lasciare solo chi lavora nella giustizia - ha ribadito il presidente Rodolfo Sabelli - il fatto che queste persone siano state uccise mentre erano al servizio è un fatto grave che deve fare riflettere tutti".
Ieri mattina il dispositivo di sicurezza a Palazzo di Giustizia è stato intensificato, ma senza nessun intervento particolarmente eclatante. Solo controlli più minuziosi e un po' di coda agli ingressi laterali, dove ogni giorno entrano migliaia di persone. Le indagini sono ancora in corso, ma sembra che l'omicida sia entrato da via Manara senza esibire alcun tesserino. Qualche testa cadrà, ma il problema resterà. Spiega una guardia giurata della AllSystem: "Delle due l'una: o si trova il modo di far passare sotto il metal detector tutti quelli che entrano qui, magistrati, avvocati e personale amministrativo, oppure c'è il rischio che episodi come quello di ieri possano succedere ancora, perché i pazzi non sono prevedibili".
da Giunta dell'Unione Camere Penali
www.camerepenali.it, 11 aprile 2015
Il rispetto per quanto accaduto l'altro ieri a Milano si deve a tutti i soggetti della giurisdizione, magistrati e avvocati, e nel caso a tutti coloro i quali sono stati uccisi o feriti, senza distinzione per il ruolo o la funzione esercitata. Speravamo di non dovere aggiungere altro di fronte a una tragedia quale quella verificatasi ieri nel Palazzo di Giustizia di Milano. Avevamo rilevato che si trattava di un dramma per il quale si doveva esprimere il più profondo cordoglio alle famiglie delle vittime e che colpiva avvocatura, magistratura e società nel suo complesso. Come bene ha detto il Presidente della Corte di Appello di Milano, Dott. Giovanni Canzio, di fronte a episodi come questo occorre "misurare gesti e parole e non è il tempo per rivendicazioni corporative o sindacali".
La gravità del fatto è chiara ed è attribuibile a una lucida follia, frutto forse della disperazione e di un disagio sociale, che spesso si interseca a una sofferenza di natura psicologica: in questo contesto, sul processo, civile o penale che sia, si scaricano tutte le tensioni e le aspettative sociali, il che rende più vulnerabili i suoi protagonisti, senza nessuna distinzione e, dunque, nel caso, evocare "un clima contro i giudici" è fuorviante e quantomeno inopportuno.
L'omicida ha, infatti, espresso il suo sentimento di rabbia e vendetta nei confronti di chi riteneva ingiustificatamente responsabile delle sue disavventure, e ciò non ha nulla a che vedere con una asserita delegittimazione o con il discredito della magistratura.
Ciò, a meno di non voler sostenere incomprensibilmente che introdurre le norme sulla responsabilità civile dei magistrati possa isolare o screditare l'istituzione.
È compito della politica approvare leggi che regolino diritti, libertà e responsabilità di tutti, nessuno escluso.
Il rispetto, dunque, si deve a tutti i soggetti della giurisdizione, magistrati e avvocati, e nel caso a tutti coloro i quali sono stati uccisi o feriti, senza distinzione per il ruolo o la funzione esercitata.
Anche sulle misure di sicurezza nei tribunali va fatta una riflessione oggettiva e depurata da strumentalizzazioni determinate dalla circostanza che l'omicida fosse entrato dal varco dedicato agli avvocati senza un effettivo controllo. Si è subito affermato che le misure di controllo nei confronti degli avvocati non fossero adeguate e che nei confronti degli stessi dovessero essere effettuate in modo più approfondito.
A riguardo è necessario chiarire che gli avvocati sono, al pari dei magistrati, soggetti della giurisdizione che concorrono all'amministrazione della giustizia e che, dunque, non sono ospiti in tribunale, meritano la stessa fiducia e devono sottoporsi agli stessi controlli cui vengono sottoposti magistrati e personale amministrativo. Ci si soffermi piuttosto sulla mancanza di risorse, sulle prassi diverse nei vari uffici giudiziari, sulla mancanza di strumentazione adeguata, di personale che possa garantire, per quanto possibile, l'incolumità di chi deve frequentare le aule di giustizia.
Infine, oltre al cordoglio già espresso nei confronti di tutte le vittime, il ricordo di un giovane avvocato freddato a colpi di pistola esclusivamente per aver svolto la sua professione con dedizione, rispetto delle regole e amore per la toga: gli stessi che l'avvocato che assisterà l'omicida riserverà a chi ha commesso un crimine che ha suscitato un così profondo dolore. Allo stesso modo, i giudici che saranno chiamati a valutare la sua condotta, riserveranno nel processo lo stesso equilibrio che è insito nella loro funzione, valorizzando i principi di giustizia che costituiscono un patrimonio comune e fondamento di una società liberale e democratica.
di Carlo Lania
Il Manifesto, 11 aprile 2015
Senatore Felice Casson, da magistrato passato alla politica ritiene che quanto accaduto a Milano possa essere inserito in quel clima di delegittimazione della magistratura che c'è da tempo?
"Non in senso stretto. Certamente il fatto di delegittimare una persona o una categoria, ma non solo la magistratura, indebolisce comunque quella figura o quell'organismo, però collegare direttamente l'episodio con il clima di polemiche e di attacchi che ci sono stati mi sembra un po' esagerato. Si tratta di una vicenda molto specifica, di una situazione drammatica come ce ne sono tante nel nostro Paese che però, fortunatamente, soltanto molto di rado terminano in episodi violenti di questo tipo".
I tribunali, e in modo particolare quelli fallimentari, con l'aggravarsi della crisi si sono trovati a far fronte a una numero sempre maggior di situazioni di bancarotta come quella che stava giudicando ieri...
"Purtroppo situazioni di questo tipo si verificano sempre di più e con reazioni diversificate: ci sono casi di violenza su se stessi e purtroppo un aumento piuttosto consistente di casi di imprenditori che si ammazzano. In questo caso si è avuto l'effetto contrario, cioè della violenza rivolta contro l'esterno, verso quello che rappresentava un simbolo, al di là di ogni responsabilità. D'altra parte situazioni di crisi, economica o lavorativa conducono sempre più spesso a fenomeni di lesionismo o di autolesionismo, anche tra i lavoratori".
Il presidente Mattarella ha voluto comunque ricordare l'opera di svalutazione del ruolo della magistratura.
"Per carità questo deve essere fatto e ci mancherebbe altro. Però bisogna anche stare attenti a non creare tensioni ulteriori rispetto a quelle già esistenti. Ma al di là di questi casi violenti ai singoli, fa male alle istituzioni, al prestigi delle istituzioni e al modo di lavorarvi all'interno".
C'è secondo lei una voglia di vendetta nei confronti della magistratura?
"Da una certa parte della politica certamente sì e ce ne rendiamo conto in qualche caso anche all'interno del parlamento. Basta sentire alcuni interventi che ci sono stati anche di recente in Senato, quando si è parlato di misure sulla giustizia. C'è una sensazione, una voglia quasi di vendicarsi e comunque di mettere la magistratura sotto un controllo più stretto. Però io non vorrei ricollegare tutto questo con l'episodio di violenza accaduto a Milano".
Immagino che il suo riferimento sia alla legge sulla responsabilità civile dei magistrati.
"Sì ma non solo. Al di là della legge specifica, anche nelle discussioni generali, come successo di recente sempre in Senato discutendo ad esempio in materia di custodia cautelare, o comunque quando si parla di misure sulla giustizia: ci sono sempre degli attacchi sconsiderati o comunque gratuiti e offensivi nei confronti della magistratura che non portano da nessuna parte".
Si parla di sicurezza nei tribunali, di aumento delle misure di controllo. Alla fine i palazzi di giustizia diventano delle specie di fortezze. Le sembra logico tutto questo? In fondo nei tribunali si esercita la giustizia.
"Questo è vero, però non funziona così nella realtà. Mi ricordo che anche quando nell'agosto del 2001 è stata messa una bomba nel tribunale di Rialto e io ero di turno antiterrorismo, chi lo ha fatto ha potuto agire perché i due carabinieri che erano di vigilanza durante la notte dormivano invece di fare il loro lavoro. La vigilanza ci deve essere e deve essere fatta in maniera seria. Purtroppo questo non succede come dimostrano alcune trasmissioni televisive dove è possibile vedere come all'interno del palazzo di giustizia sostanzialmente entra chi vuole e fa quello che vuole. Poi sono d'accordo con lei, non dovrebbe essere così, ma purtroppo i tribunali diventano il centro di smistamento di conflitti e di scontri a volte di natura economica, a volte di natura familiare o addirittura degli scontri sociali".
di Maria Elena Vincenzi
La Repubblica, 11 aprile 2015
"Valido l'impianto accusatorio della procura": il reato è il 416 bis. Per la Suprema Corte la Cupola romana deve restare in carcere. Respinto il ricorso degli uomini di Carminati: Buzzi, Odevaine e Panzironi. Non è stata solo corruzione, come sostenevano le difese.
Mafia Capitale è mafia. Così ha stabilito la Cassazione, chiamata a decidere sull'arresto di alcuni indagati finiti in carcere il 2 dicembre scorso durante il mega blitz dei carabinieri del Ros. Restano dunque dietro alle sbarre il ras delle cooperative, Salvatore Buzzi, considerato il braccio finanziario di Massimo Carminati (che aveva rinunciato al ricorso); l'ex comandante della polizia provinciale ed ex vicecapo di gabinetto del sindaco Veltroni, Luca Odevaine; e l'ex ad di Ama, Franco Panzironi.
Per loro e per altri 16 indagati, la Suprema Corte ha confermato le misure cautelari disposte dal gip. Un successo, dopo il primo incassato al tribunale del Riesame, per la procura di Roma, guidata da Giuseppe Pignatone, che sin dall'inizio aveva ritenuto il clan del "Cecato" un gruppo mafioso. Diverso da quelli della criminalità organizzata classica, ma comunque da 416bis. E gli ermellini sono stati d'accordo. Solo per uno degli indagati, Giovanni De Carlo, non ha retto l'aggravante: l'ex delfino di Carminati è dunque tornato in libertà.
Dopo una camera di consiglio durata circa quattro ore, la Sesta sezione penale della Suprema Corte, presieduta da Stefano Agrò, ha "promosso" la solidità degli indizi raccolti dai pm antimafia di Roma Giuseppe Cascini, Paolo Ielo e Luca Tescaroli coordinati dall'aggiunto Michele Prestipino, e ha respinto il tentativo, portato avanti dagli avvocati, di far "derubricare" le accuse di associazione a delinquere di stampo mafioso in quelle di associazione a delinquere semplice. E i giudici non sono stati i soli: già il sostituto procuratore generale, Luigi Riello, aveva bollato i ricorsi erano come inammissibili.
Così come era stato per il gip di Roma, Flavia Costantini, e per il tribunale del Riesame, anche la Cassazione ha confermato il lavoro della procura e dei carabinieri del Ros, convinti che ci fosse una "cupola" di soggetti che, sfruttando la forza intimidatrice da un lato e quella della corruzione dall'altro (grazie a una serie di pubblici funzionari a libro paga del clan), avevano messo le mani sul sistema di appalti capitolino del settore sociale e in quello dei rifiuti.
E non solo: le migliaia di pagine di informative depositate in procura dagli investigatori dell'Arma hanno dimostrato come gli appetiti del gruppo si allargassero giorno dopo giorno. "Ho contestato soprattutto l'accusa di associazione mafiosa - ha detto l'avvocato Alessandro Diddi, difensore di Buzzi - perché dal materiale di indagine non risulta un solo atto del mio assistito, o di Carminati, che sia stato compiuto con intimidazione.
Possiamo parlare della corruzione, cosa che comunque è da provare e per la quale ci sono delle spiegazioni, ma non di mafia". Era stata questa la linea sostenuta anche durante gli interrogatori con i pubblici ministeri e davanti ai giudici della Libertà. "Il Pg Riello invece - ha proseguito Diddi - ha condiviso completamente i contenuti dell'ordinanza cautelare e ha ritenuto esistenti gli indizi dell'associazione mafiosa". L'avvocato, come gli altri legali, aveva l'obiettivo dichiarato di "smontare" l'accusa associativa.
Sapevano i difensori e sapeva la procura che quello era il nodo centrale di tutta la questione, era il gol che avrebbe deciso, almeno per ora, la partita. Se infatti l'aggravante mafiosa non avesse retto, Un obiettivo che se raggiunto avrebbe consentito agli indagati in carcere, per prima cosa di essere detenuti a Roma, vicino alle famiglie e ai difensori, e, in vista del processo, di ottenere - successivamente - un rinvio a giudizio per un'accusa meno grave e che contempla condanne più leggere. Tra circa un mese saranno depositate le motivazioni del verdetto della Suprema Corte.
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