Corriere di Siena, 6 marzo 2015
Immaginatevi un mercoledì come tanti, in un piccolo carcere nel cuore di Siena, a due passi dal monumentale ex-manicomio, immaginatevi un cantante famoso che ha vinto Sanremo, un attore che da anni porta in giro spettacoli di teatro-canzone sulla malattia mentale, sulla memoria della seconda guerra mondiale, sull'esodo giuliano, istriano e dalmata del dopoguerra.
Ora pensate a un piccolo teatro, ma piccolo davvero, con 50 detenuti, 4 insegnanti, una preside e un direttore; l'artista su un palco quasi improvvisato, senza copione, senza scaletta, con vicino soltanto la sua chitarra. Se vogliamo dirla tutta, questo artista non è nemmeno in vacanza: la sera prima si è esibito a Rapolano Terme con uno spettacolo, questa sera si esibirà (si sta esibendo vista l'ora) a Santa Croce sull'Arno con un altro spettacolo.
Per questo evento non ci sono i riflettori dei grandi media né i compensi delle grandi performance. "Chi glielo fa fare?" verrebbe quasi da dire. Allora potreste pensare che in questo piccolo carcere il grande artista passi solo per fare una comparsata veloce, per firmare un po' di autografi e rispondere a qualche domanda dei detenuti...
L'artista sul palco invece, dopo una rapida occhiata al pubblico atipico del momento, comincia a raccontare e a raccontarsi. Canta le canzoni che lo hanno reso celebre, alterna racconti sulla prima guerra mondiale a barzellette. Il pubblico (multi-etnico) lo segue, si commuove ai suoi racconti, sorride alle sue battute. L'artista non si risparmia e stabilisce un contatto particolare con gli spettatori. Difficile dire quanto tempo sia durata la "performance", viene da dire "troppo poco", il tempo è volato via veloce. Di certo questa mattinata se la ricorderanno in tanti.
Immaginatevi un artista come Cristicchi intonare, accompagnato dalla sola chitarra, "Ti regalerò una rosa" o "I matti de Roma", riportare i momenti più toccanti di "Mio nonno è morto in guerra" o leggere la Relazione dell'Ispettorato per l'Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912, parlare e interloquire con un pubblico di 50 detenuti (poco più o poco meno) visibilmente emozionati...
Immaginatevelo soltanto, perché non vedrete mai quanto è accaduto oggi, perché non c'erano né televisioni né giornalisti, non c'erano le grandi autorità della città, del comune o della provincia. È venuto per i detenuti, per parlare e comunicare con loro, per la sua attenzione alla gente che sta dall'altra parte del cancello, per regalare un sorriso, un'emozione, a queste persone che- come i pochi presenti- vi assicuro, non dimenticheranno mai.
E se poi verso la fine, la metà dei detenuti ha cantato insieme a Cristicchi un brano di Gigi d'Alessio beh... allora, noi educatori, dobbiamo farci la domanda sul dove abbiamo sbagliato. Ma questa è un'altra storia.
Claudio (Insegnante nel carcere)
di Giuseppe Bizzarri
Il Fatto Quotidiano, 6 marzo 2015
Se il Brasile vuole oggi Henrique Pizzolato, ex direttore marketing del Banco do Brasil, l'Italia desidera l'estradizione di Cesare Battisti, che vive libero a São Paulo. Martedì il giudice federale Adverci Rates Mendes de Abreu ha annullato l'atto di concessione del permesso di soggiorno dato a Battisti e ha ordinato la sua espulsione. Pizzolato deve scontare 12 anni e 7 mesi di prigione per esser stato giudicato dal Supremo tribunale federale come il tesoriere nello schema di corruzione dello scandalo del Mensalão, la tangentopoli brasiliana.
Pizzolato è stato condannato nel 2012 assieme ad altri 25 nomi di spicco del Partido dos Trabalhadores, il Pt, il partito di Lula, ma anche della presidente Dilma Rousseff, nell'ambito del processo sullo scandalo di corruzione avvenuto nel primo mandato dell'ex presidente Lula. "Credo vi sia una mera coincidenza con il caso Pizzolato.
Non penso che il giudice abbia agito per aprire spazio a uno scambio politico tra lui e Battisti. Ricorreremo e, fino a quando ci sarà un ricorso pendente, non avverrà nessuna notifica giuridica", dichiara al fatto Igor Sant'Anna Tamasauskas, nuovo legale di Battisti, aggiungendo che l'azione giuridica è iniziata nel 2011.
Ciò avvalorerebbe la tesi della casualità sostenuta dall'avvocato, il quale aggiunge che il tribunale regionale federale di Brasilia è uno dei più congestionati del Brasile. "Certamente il processo sarà lunghissimo". La sentenza della Cassazione contraddice il patto bilaterale firmato tra Italia e Brasile, i quali hanno il diritto di non estradare propri concittadini. Ormai sono in molti a chiedersi se l'intricata vicenda si risolverà a livello politico.
Molti hanno visto nell'arresto di Pizzolato un'opportunità dell'Italia per far pressione su Brasilia nel rivedere la decisione politica presa da Lula. Italia e Brasile pare dunque stiano trattando da mesi una possibile soluzione che, come sostenuto recentemente anche dalla procura della Repubblica a Brasilia, sarà "politica".
Il fatto che il giudice federale non faccia riferimento a un'estradizione, bensì a un'espulsione di Battisti, libererebbe la Rousseff da una difficile decisione politica che, seppur remota, potrebbe esser chiamata a prendere sul caso Battisti. Anche nel caso di Pizzolato, dopo l'ok della Cassazione all'estradizione, l'ultima parola spetterà alla politica, precisamente al ministro della Giustizia che per i primi di aprile farà sapere se ordinerà l'estradizione dell'italo-brasiliano.
di Fausto Cerulli
Il Garantista, 6 marzo 2015
Battisti fu arrestato la prima volta nel 1979, e condannato a 13 anni di reclusione per l'omicidio del gioielliere Pier Luigi Torreggiani. La sentenza lo ritenne colpevole di aver fatto parte del gruppo che aveva pianificato l'omicidio, anche se l'omicidio fu rivendicato da un altro segmento della "lotta armata" e cioè dai "Nuclei Comunisti per la guerriglia proletaria". Eppure, quando avvenne l'omicidio, Battisti non era presente sul posto. Dopo l'arresto del 1978, furono eseguite perizie sulle sue armi: risultò che non avevano sparato.
Si torna a parlare di Cesare Battisti, l'esponente del Pac, Proletari Armati per il Comunismo, condannato a quattro diconsi quattro ergastoli, essendo stato ritenuto autore di diversi omicidi per fini terroristici. E, poiché se ne parla spesso a vanvera, sarà forse non del tutto inutile ripercorrere le sue vicende giudiziarie ed umane con la maggiore oggettività possibile. Battisti fu arrestato la prima volta come terrorista nel 1979, e condannato a 13 anni di reclusione per l'omicidio del gioielliere Pier Luigi Torreggiani. Da notare che risulta appurato come, quando avvenne l'omicidio, Battisti non era presente sul posto.
La sentenza lo ritenne colpevole di aver fatto parte del gruppo che aveva pianificato l'omicidio, anche se l'omicidio stesso fu rivendicato pubblicamente da un altro segmento della "lotta armata" e cioè dai "Nuclei Comunisti per la guerriglia proletaria". In ogni caso, dopo l'arresto del 1978, furono eseguite perizie sulle armi detenute da Battisti, e da esse risultò che quelle armi non erano state usate per sparare nel periodo precedente l'arresto.
Anche per questo Battisti fu condannato soltanto per il reato di insurrezione e per quello di detenzione illegale di armi. Nel 1981 Battisti riuscì ad evadere dal carcere e si rifugiò a Parigi, per poi trasferirsi in Messico con la compagna e una figlia.
In Messico svolse attività del tutto estranee alla mentalità di un omicida, sfornando tra l'altro una rivista pacifista dal titolo "Via libre". Le condanne
all'ergastolo gli furono tutte comminate in contumacia, con una prassi estranea ai Paesi comunque fedeli al principio garantista del contraddittorio, e nei quali non è prevista la condanna di un imputato contumace, proprio per l'assenza di contraddittorio. E su questo aspetto, Battisti incontrò l'appoggio di Amnesty International, oltre a quello dei radicali italiani, primi tra tutti Pannella e Sergio D'Elia, fondatore dell'associazione garantista denominata "Nessuno tocchi Caino".
Successivamente Battisti tornò a Parigi, forte anche della "dottrina Mitterand" che prevedeva una ampia concezione del diritto di asilo per chi era stato condannato per reati a carattere comunque politico. A Parigi frequentò gli ambienti intellettuali, e pubblicò alcuni libri con l'editore Gallimard. Da uno dei suoi romanzi fu tratto uno spettacolo teatrale interpretato da Pier Giorgio Bellocchio. Passata l'era Mitterand, Battisti fu di nuovo arrestato a Parigi, in forza di un patto intervenuto tra il nostro ministro leghista Castelli e il suo omologo francese Perben che prevedeva l'estradizione per reati gravissimi.
Di fronte a questa nuova situazione, Battisti fu costretto a far perdere le proprie tracce, finché non fu di nuovo arrestato in Brasile, nel marzo 2007. Due anni dopo il ministro della Giustizia brasiliano concesse lo status di rifugiato politico a Battisti, motivando il provvedimento con "il fondato timore di persecuzione del Battisti per le sue idee politiche" e per dubbi sulla regolarità dei processi di condanna. Sulla decisione influì anche il fatto che l'ergastolo, cui era stato condannato Battisti, era stato abolito in Brasile, in quanto considerato "trattamento inumano e degradante". Tesi da sempre sostenuta in Italia dai radicali, particolarmente dalla associazione "Nessuno tocchi Caino".
La decisione del ministro brasiliano, inizialmente bloccata dal tribunale Suppremo Federale, fu successivamente ratificata dalla Procura Generale della Repubblica, che chiese ed ottenne l'archiviazione de procedimento di estradizione. Una decisione che provocò indignazione nel centrosinistra italiano ed indusse addirittura Napolitano, presidente della Repubblica, a scrivere a Lu-la, presidente del Brasile, una lettera in cui, con poco elegante intromissione nelle decisioni di un altro paese, esprimeva stupore e rammarico.
Battisti visse dunque un profondo travaglio psicologico e fisico, a seguito dell'alternarsi di decisioni di diversa natura. Si pensi che nel 2009 il Tribunale Supremo Federale espresse di nuovo parere favorevole all'estradizione. Nel dicembre dell'anno successivo Lula ribadì la propria contrarietà all'estradizione, e questa volta il Tribunale Supremo ratificò la decisione del Presidente. Una girandola di decisioni che avrebbe mandato fuori di senno chiunque; fortunatamente Battisti fu confortato dalla solidarietà di scrittori come Marquez, e di autorevoli intellettuali come Bernard-Henry Levi e Daniel Pennac.
Più tiepida la solidarietà da parte italiana, con notevoli eccezioni quali quelle di Erri De Luca, e di 1.500 firme pro Battisti raccolte da un sito Internet. L'ambiguo Roberto Saviano, dopo aver firmato l'appello, ritirò la propria adesione, illuminato sulla via di Damasco dal rispetto per le vittime. Non sarà inutile ricordare che tutte le condanne di Battisti si fondavano sulla testimonianza di un pentito pluriomicida confesso, tale Pietro Mutti.
Fu tanto attendibile che quando gli fu chiesto di descrivere il fisico di Battisti, parlò di un uomo alto circa un metro e novanta, mentre Battisti ha una statura che si aggira sul metro e sessanta. Ma Mutti ottenne lo stesso i suoi bravi sconti di pena, mentre Battisti, in base a prove fantasiose di questo tipo, collezionava quattro ergastoli. Proprio come succedeva a Renaro Curcio, che pur essendo detenuto prima che il terrorismo dilagasse, veniva condannato puntualmente all'ergastolo, ogni volta che accadeva un omicidio politico. In base al famigerato e indegno principio della nostra poco degna giustizia che ebbe a coniare il concetto di concorso morale; concetto che avrebbe fatto rivoltare nella tomba Cesare Beccaria.
di Angela Nocioni
Il Garantista, 6 marzo 2015
Sul caso di Cesare Battisti, assicura il ministro Orlando, "il ministero ha attivato tutti i canali diplomatici. Aspettiamo di capire le conseguenze di una sentenza che non è definitiva" e di sapere in che Paese sarà espulso ma, promette, "se il provvedimento sarà confermato, auspichiamo che consenta di dar luogo a una richiesta di estradizione, già fatta da tempo". Ma venire a capo della vicenda non sarà facile, e non richiederà tempi brevi: lo status dell'ex Pac è regolato da norme tali, che portano a confliggere potere esecutivo e giudiziario brasiliani.
Ripubblichiamo qui di seguito l'intervista che Angela Nocioni ha realizzato in Brasile a casa di Cesare Battisti nell'aprile scorso, che è stata pubblicata dal Garantista il 20 giugno del 2014. Scordatevi le leggende sul rifugio dorato in Brasile. Cesare Battisti vive con la moglie e la figlia in un modesto bilocale fuori San Paolo perché la vita in città è troppo cara. Magro, pallido, all'apparenza più giovane dei suoi cinquantanove anni, l'ex militante dei Proletari armati per il comunismo (Pac) - condannato per quattro omicidi avvenuti negli anni Settanta dei quali si è sempre dichiarato innocente - sembra sereno, ma non in pace. Non cerca grane, ma parla con rabbia della tortuosa vicenda dell'estradizione chiesta dall'Italia e negata dal Brasile il 31 dicembre del 2010 per decisione dell'allora presidente Lula da Silva.
"Se il governo italiano avesse mentito meno, probabilmente avrebbe ottenuto la mia estradizione ", dice Battisti. "Lula non l' ho mai visto, non ha nessuna simpatia per me. Ma quando dall'Italia sono cominciate ad arrivare notizie contraddittorie e assurde sulla mia vicenda, Lula ha deciso di prendere informazioni per conto suo. A un certo punto nel governo di qua si sono sentiti presi in giro dall'Italia, mica sono scemi i brasiliani". Battisti giura di non aver ucciso nessuno. Non ha mai visto le quattro persone per il cui omicidio è stato condannato, dice. E di passare per un criminale scampato alla galera grazie a una premurosa gentilezza del governo brasiliano, proprio non gli va. O questo, quanto meno, gli piace raccontare.
Se attraversi la frontiera puoi essere arrestato. Ti pesa non poter uscire dal Brasile?
"Non ci penso neppure ad attraversare la frontiera. Spero di fermarmi qui. L'Italia da almeno quarant'anni non è casa mia. Restava la Francia per me, ma ormai nemmeno quella. Non tornerei più neanche lì. Tornare indietro tanti anni dopo, non funziona. Hai lasciato una realtà che non esiste più, tutto si è modificato. Torni con un'idea del posto che non corrisponde più alla realtà. Ho visto cosa è successo ai rifugiati italiani a Parigi che poi sono tornati in Italia. Nessuno ha resistito. Dopo sei mesi rientravano in Francia di nuovo".
Dicevi di voler appellarti al presidente Napolitano per tornare in Italia. Non era vero?
"Non era un'invenzione. È che Napolitano fa tanto il furbetto. Alla fine, vediamo un po', volete farmi un processo? E fatemelo! Io ci sto. Sono loro che non ci starebbero mai. Sono stato processato in contumacia, senza avvocati, dovrebbero essere considerati nulli i processi che mi hanno condannato".
Sei stato processato in contumacia perché eri latitante. È stata una tua scelta.
"Ah sì? Dovevo andare in Italia a farmi un ergastolo, o a farmi ammazzare. Certo, come no".
Ti consideri un perseguitato dalla giustizia?
"No, mi considero una persona che ha fatto quello che doveva fare negli anni Settanta. Con errori o con meriti, questo è un altro discorso. Ma la giustizia con la lettera maiuscola non ha niente a che fare con l'attitudine dello Stato italiano in quegli anni lì. Sono un perseguitato dalla vendetta dello Stato italiano degli anni Settanta".
Come consideri adesso la tua militanza politica di allora nei Pac?
"La considero un'esperienza positiva. Perché quello era un gruppo che si era formato allontanandosi dallo stalinismo delle Brigate rosse e aveva uno sguardo sulla società molto più ampio rispetto al marxismo-leninismo di altri gruppi. A me ha insegnato molto".
È vero che ti sei politicizzato in carcere dopo l'arresto per rapina?
"È un'altra stronzata. Vengo da una famiglia comunista, militavo da sempre. I miei genitori erano del Pci, mio fratello era stato eletto nelle liste del Pci. Io ho fatto parte di Lotta continua, poi di Autonomia operaia. Sono finito dentro per una rapina, era un esproprio. Gli espropri non si rivendicavano. Non mi sono politicizzato in carcere, semmai in carcere ho conosciuto persone attraverso le quali sono entrato nei Pac".
Hai partecipato a qualcuna delle azioni armate in cui sono stati commessi i quattro omicidi per i quali sei stato condannato?
"Non facevo più parte dei Pac quando sono stati commessi quegli omicidi. Sono stato giudicato in Italia e condannato a 12 anni e mezzo per associazione sovversiva e detenzione di armi, dopo che gli omicidi erano già avvenuti. Nessuno mi ha mai interrogato riguardo quegli omicidi. Nello stesso processo in cui io sono stato condannato a 12 anni e mezzo, sono state condannate alcune persone per quegli omicidi. Il mio nome non è mai stato fatto, neanche dai torturati. Durante l'operazione Torreggiani alcune persone sono state torturate, queste persone hanno parlato sotto tortura e neanche lì il nome di Cesare Battisti è mai venuto fuori. Quando ero in Messico hanno rifatto il processo grazie alle dichiarazioni false di Pietro Mutti. Una delazione premiata, solo che lui ha mentito. E mi hanno condannato all'ergastolo senza prove. Non c'è una prova tecnica contro di me, non c'è un testimone, non c'è niente".
E le prove documentali?
"Le prove documentali mostrano la mia innocenza. La pistola che avrebbe sparato l'agente della Digos è stata trovata a un altro che avrebbe anche confessato, per esempio. Nessuno mi ha mai accusato, nessuno".
E perché ti avrebbero coinvolto?
"Quello che ha messo in mezzo me è uno solo, si chiama Pietro Mutti. Scaricando tutto su di me, invece di prendere alcuni ergastoli, ha preso pochi anni di galera, ubbidendo alle indicazioni di un procuratore della Repubblica abbastanza famoso che continua a perseguitarmi. E chiudiamola qui perché non c'è bisogno di fare nomi già noti".
Hai mai sparato?
"Contro persone no".
E a chi sparavi? Agli uccelletti?
"Agli uccelletti, agli alberi, alle persone mai".
In nessuna di quelle quattro azioni armate sei stato presente fisicamente?
"Non facevo più parte dell'organizzazione".
Ma c'eri o no?
"No! Non facevo più parte dei Pac, come facevo a esserci?".
Se ti si garantissero delle condizioni di incolumità personale e un processo imparziale, torneresti in Italia?
"Lo rifarei il processo perché non hanno nessuna possibilità di vincerlo. Nessuna. Il problema è che non mi fido dell'Italia, servirebbero degli osservatori internazionali, perché non me l'hanno mai fatto un processo, non sono mai stato interrogato riguardo questi omicidi da un poliziotto, da un giudice. Mai".
Se non fossi fuggito ti avrebbero interrogato.
"Che Paese è un Paese in cui si fa un processo e si condanna qualcuno senza interrogarlo?".
Cosa è successo con Alberto Torreggiani?
"Ma che ne so, avevo una corrispondenza con lui, avevamo una buona relazione, l'ho aiutato anche a scrivere un libro, lui sa benissimo che io non c'entro niente con la morte del padre, ma poi è stato minacciato".
Da chi?
"L'hanno minacciato di togliergli la pensione e lui ha eseguito gli ordini e si è messo a urlare contro di me. Ha cambiato idea all'improvviso, si è messo a dire che io sono un criminale quando sa benissimo che non c'entro io con la morte di suo padre".
Non c'è nessuno in Italia di cui ti fidi, qualcuno su cui conti?
"Ho molti amici, associazioni che mi aiutano anche economicamente".
Francesi o italiane?
"Francesi e italiane, amici, scrittori soprattutto".
È vero che quando ti hanno arrestato a Rio de Janeiro nel marzo del 2007, ti hanno preso seguendo una persona che ti stava portando dei soldi?
"No. Sapevano che ero qui da quando sono arrivato. Mi controllavano continuamente".
E perché a un certo punto hanno deciso di arrestarti?
"Perché era arrivato il momento, conveniva a qualcuno".
Ti eri accorto di essere seguito?
"Era evidente, non si sono mai nascosti".
Allora perché ti nascondevi tu?
"Non mi sono mai nascosto io. Tutti sapevano che ero a Copacabana, come facevo a nascondermi se la polizia mi stava sempre dietro? Ci parlavo con i poliziotti".
In carcere in Brasile come sei stato trattato?
"Come tutti gli altri. Il periodo in cui sono stato in una cella di un commissariato centrale è stato un inferno perché non c'era posto. Si dormiva a turni. In celle da due stavamo in dieci. Lì sono stato un anno e mezzo. Poi mi hanno trasferito in un carcere normale, è durato molto, ma poi sono uscito".
Nel governo brasiliano chi ti ha aiutato di più? L'allora ministro della giustizia Tarso Genro?
"A me una mano non l'ha data nessuno. A un certo punto quelli che avevano deciso a priori di estradarmi, si sono resi conto che le cose non stavano come gli avevano raccontato e hanno cominciato ad investigare".
Parli di Lula?
"Sì, di Lula e di Genro. L'intenzione di Lula e di Genro all'inizio era di estradarmi perché avevano ricevuto informazioni dall'Italia completamente pompate, assurde. Poi si sono accorti che qualcosa non filava. Un esempio: quando si tratta di condannarmi, si usa la legislazione sul terrorismo e mi si tratta come un terrorista. Ma poi quando si tratta di chiedere l'estradizione, mi si tratta come un delinquente comune. Ahó, ma questi mica sono scemi! E hanno fatto quello che dovevano fare, si sono informati autonomamente, ci hanno messo quattro anni, ma l'hanno fatto".
Perché dici che non ti hanno aiutato? Genro si è molto esposto per te, ti ha anche concesso lo status di rifugiato nel 2009 infilandosi in un guaio, o no?
"Genro all'inizio voleva estradarmi. Quando si è accorto che gli italiani stavano mentendo, ha cambiato posizione. A quel punto ha voluto vederci chiaro, ha chiesto aiuto, ha usato dei consiglieri. Li ha fatti viaggiare, ha fatto fare delle ricerche. Cosa che ha fatto poi anche Lula per conto suo. Se gli italiani al governo fossero stati furbi, se avessero mentito meno, gli sarebbe andata bene probabilmente, non l'hanno avuta vinta perché hanno esagerato".
Secondo te il governo brasiliano si è indispettito?
"Beh, di certo non ha gradito che gli si raccontasse dall'Italia che negli anni Settanta da noi non c'è stata guerriglia. Ma insomma, stiamo parlando a un capo di Stato di un grande Paese, al suo ministro della giustizia, a gente, tra l'altro, che la lotta armata l'ha fatta. Gli raccontiamo una stronzata del genere?".
Non sarà che invece Lula si è trovato in mano il tuo caso quando ormai il dossier Battisti era diventato già una patata bollente, quando la sfida tra lui e il Tribunale supremo era aperta, e a quel punto gli è toccato tenerti in Brasile?
"Lula è uno statista e da statista si è comportato. Ha messo in moto una serie di persone per capire chi ero io veramente. Ha investigato il periodo in cui stavo in Messico, il periodo in cui stavo in Francia e il periodo in cui stavo in Italia. Ha ricevuto intellettuali e politici, tantissimi, di vari Paesi. Compresi gli amici tuoi francesi. Compresi i francesi. E poi ha preso la decisione di farmi restare. Quando Genro decise all'inizio di darmi lo status di rifugiato, Lula era già d'accordo sul farmi restare in Brasile. E non gli stavo simpatico. Se avesse potuto mi avrebbe estradato".
Quindi non ti consideri il regalo che Lula, alla fine del suo secondo mandato, ha fatto all'ala sinistra del suo partito?
"Lula non fa regali a nessuno. Lula è una volpe. Accettare la richiesta italiana di estradizione avrebbe potuto essere una decisione per lui sconveniente. Senti, la giustizia italiana sa benissimo che io non c'entro niente con quei quattro omicidi, sa benissimo che è tutta una pagliacciata. Io ho fatto parte di un movimento, rivendico
di aver fatto parte di questo movimento. E basta. Se poi vogliamo stare alle regole dei tribunali, ci stiamo. Allora però devono mostrare le prove. Non ce l'hanno le prove. Sono loro che devono dimostrare che sono colpevole, non io che sono innocente. Gli autori di quegli omicidi avevano confessato. La verità sta nei processi. Sta tutto lì scritto. Sono stato condannato con una legge retroattiva, una cosa del genere non esiste neanche in Paraguay".
A fuggire dalla Francia ti hanno aiutato i servizi?
"Mi sono aiutato da solo. Tra Chirac e il governo italiano il patto era fatto, mi hanno venduto come merce, io l'ho saputo e sono andato via. Cosa dovevo fare? Aspettare che mi venissero a prendere?".
Nova, 6 marzo 2015
Il ministro della Giustizia tunisino, Mohammed Saleh Bin Isa, si dice preoccupato per lo stato delle carceri nel suo paese. Intervistato dalla radio locale "Mosaique Fm", il ministro ha spiegato che "dopo aver fatto visita a diversi centri di detenzione sono preoccupato per lo stato di salute dei detenuti e per le strutture carcerarie". Per questo ritiene che il suo governo "debba spendere di più con interventi materiali precisi per dare maggiore dignità alla vita dei carcerati".
Il Fatto Quotidiano, 6 marzo 2015
Una folla inferocita di 4.000 persone è entrata in una prigione dello Stato nord-orientale di Nagaland, ha strappato dalla sua cella un detenuto e lo portato in strada. L'uomo era stato arrestato la settimana scorsa per stupro: lo hanno spogliato e poi ammazzato di botte.
Questo episodio è l'ennesima conferma che il fenomeno della violenza sessuale in India è una grave emergenza. La sicurezza della prigione è stata sopraffatta dai manifestanti che hanno divelto due cancelli prima di riversarsi all'interno dell'edificio per impadronirsi di Syed Farid Khan, reo confesso dello stupro il 23 febbraio scorso di una ragazza di 20 anni della etnia Suni Naga. Tutto è avvenuto nel giorno in cui a New Delhi si sono infiammate le polemiche sul documentario realizzato dalla regista britannica Leslee Udwin sulla vicenda della studentessa uccisa da un branco di stupratori nel 2012 a New Delhi.
Il documentario intitolato Indiàs Daughter contiene un'intervista-shock all'autista del bus, Mukesh Singh, uno dei responsabili della morte della studentessa. Il governo indiano ne ha proibito la visione ma migliaia di persone lo hanno potuto vedere per varie ore in una versione offerta da You Tube. Il caso sconvolse l'India e obbligò il governo a varare leggi più severe per punire le violenze sessuali.
L'uomo, condannato a morte per l'aggressione, afferma che le ferite furono colpa della giovane perché "oppose resistenza" mentre avrebbe dovuto solo "stare zitta e lasciarsi stuprare". Le parole di Singh hanno provocato la reazione della madre della vittima che ha chiesto "l'impiccagione dell'uomo" e giustizia per sua figlia. Intanto una giovane indiana minorenne, violentata da quattro persone all'inizio di febbraio nello Stato di Haryana, si è suicidata ieri.
Si è impiccata ad un ventilatore da tetto, lo zio ha rivelato che "qualche giorno dopo l'incidente, aveva detto che stava subendo pressioni da parte degli agenti perché firmasse una denuncia contro un solo individuo e non contro i quattro che l'avevano violentata".
Nova, 6 marzo 2015
Un gruppo di tre detenuti salafiti di Nouakchott ha iniziato uno sciopero della fame in carcere per protestare contro la loro detenzione decisa dalle autorità mauritane senza alcun processo. Secondo quanto riferiscono fonti del carcere locale all'agenzia di stampa mauritana "Ani", lo sciopero della fame è iniziato dopo che la polizia del paese africano ha arrestato di nuovo i tre detenuti che erano stati di recente scarcerati.
Sono infatti in regime di custodia cautelare nel carcere centrale della capitale mauritana da circa un mese anche se i loro avvocati sostengono che i 3 salafiti non abbiamo mai partecipato ad azioni sovversive nel paese. Hanno già trascorso 2 anni in carcere con l'accusa di essersi uniti ai gruppi islamici in Mali.
Aki, 6 marzo 2015
È una legge storica, seppur con alcuni limiti, quella approvata dal parlamento algerino, che per la prima volta punisce chi commette violenze domestiche contro una donna. La nuova norma, fortemente contestata dai partiti islamici, prevede fino a 20 anni di carcere per chi commette atti di violenza contro la propria moglie e la pena può arrivare fino all'ergastolo nel caso in cui la vittima perda la vita. Se il partito al governo (Fronte di liberazione nazionale) esulta per la nuova legge, Abdelallah Djaballah, del partito islamico el-Adala, ha affermato ai media locali che il provvedimento "ha il sapore della vendetta contro il marito e contro l'uomo in generale" e "distrugge la famiglia".
Insoddisfatta, ma per il motivo opposto, anche Amnesty International, secondo la quale la legge non è sufficiente a far fronte all'emergenza delle violenze domestiche, che in Algeria uccidono tra le 100 e le 200 donne ogni anno. In particolare, l'ong punta l'indice contro la norma che annulla il reato in caso di perdono della vittima, definita un "precedente pericoloso". "La norma - dice Amnesty - non tiene conto della realtà dei rapporti di forza e dell'ineguaglianza tra uomini e donne" in Algeria ed espone chi subisce violenze domestiche a un nuovo "rischio di violenza e coercizione, per costringerle a ritirare la denuncia".
Ansa, 6 marzo 2015
Nove mesi di prigione e tre fustigate per due vandali. È la condanna che le autorità di Singapore hanno inflitto oggi a due giovani tedeschi, accusati di aver scritto dei graffiti con spray colorato su una carrozza ferroviaria. Secondo quanto riferiscono i media della città-stato, i due giovani, Andreas Von Knorre di 22 anni e Elton Hinz di 21, sono stati arrestati l'anno scorso in Malaysia, e poi estradati a Singapore a novembre, dopo che erano usciti dal Paese in seguito alla loro bravata.
I due si erano intrufolati in un deposito ferroviario, dipingendo la carrozza di uno dei treni. Secondo le autorità il danno è quantificabile in circa 9 mila euro. Non è la prima volta che un occidentale viene condannato ad una pena simile. Nel giugno del 2010 un writer svizzero di 32 anni, Oliver Fricker, colpevole di aver imbrattato con dei graffiti un vagone della metropolitana di Singapore, venne condannato a tre frustate e a cinque mesi di galera.
Due mesi dopo un tribunale della città-stato aumentò la condanna a sette mesi di carcere. L'inasprimento della pena - accompagnata dalla prescrizione di tre frustate - avrebbe per obiettivo, secondo quando dichiarato dall'allora giudice della Corte d'appello V.K.Rajah, di servire da deterrente. La severa legge contro gli atti vandalici applicata a Singapore è diventata famosa in tutto il mondo nel 1994 quando un ragazzino americano, Michael Fay, fu preso a frustate per aver danneggiato alcune macchine, nonostante i numerosi appelli alla clemenza tra cui quello dell'allora presidente Usa Bill Clinton.
Singapore mantiene la punizione corporale della fustigazione (con un giunco di rattan, simile ai vimini) per una serie di reati che vanno dalla rapina al rapimento, dal consumo di droghe agli abusi sessuali, ma anche a violazioni delle norme sull'immigrazione. Secondo statistiche del dipartimento di Stato degli Usa, nel 2012 sono state eseguite 2.200 fustigazioni, di cui quasi la metà contro stranieri per infrazioni alle leggi sull'immigrazione. La fustigazione viene eseguita sulla pelle nuda, con il prigioniero legato a un cavalletto. Chi l'ha provata ha descritto l'esperienza come un dolore lancinante.
di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 5 marzo 2015
Via libera in commissione alla Camera alla prescrizione lunga per i corrotti. E un altro slittamento, ma tempi certi, per la legge anticorruzione al Senato.
È stata una giornata di fuoco quella di ieri per il pacchetto di misure contro la corruzione e il falso in bilancio. Segnata dalle proteste di Ncd e Udc contro i tempi di prescrizione per i reati di corruzione, ritenuti troppo lunghi. Da quelle opposte dei Cinquestelle perché restano fuori altri reati, inclusa la concussione.
- Giustizia: "basta rinvii, la legge è una priorità", la spinta di Grasso sulla corruzione
- Giustizia: 18 anni durata massima dei processi per Corruzione. Ncd: non votiamo la legge
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