di Tiziana Maiolo
Il Garantista, 24 febbraio 2015
"Confessa, così avrai lo sconto di pena". "Non confesso per la mia famiglia". Massimo Bossetti e i suoi compagni di cella devono essere proprio diversi dagli altri. Non è mai esistito infatti un detenuto che non si dichiari innocente, né uno che si permetta (a meno che non sia un infiltrato di Procura, ma prenderebbe subito un fracco dì botte) di suggerire all'altro la "confessione".
Pure, alla vigilia della richiesta di rinvio a giudizio per il carpentiere di Mapello", è il Corriere della Sera a incaricarsi di spargere l'ennesima goccia di veleno, stillata dagli atti della Procura, riportando tra virgolette una frase di cui si dice però che sarebbe "il senso", più o meno, di quanto detto da Bossetti ai suoi compagni di detenzione. La pervicacia con cui, giorno dopo giorno, gli investigatori stanno disseminando i giornali di ipotesi spacciate per "prove" che inchioderebbero l'indagato, è talmente insistente da far pensare che, a otto mesi dall'arresto di Massimo Bossetti, i magistrati dell'accusa non siano così sicuri di andare a un processo con prove inoppugnabili.
Il Pubblico Ministero Letizia Ruggeri del resto ha lasciato scadere i termini per andare a un processo immediato, un rito al quale l'accusa accede quando ritiene di aver in mano prove consistenti. E ora sta cercando con tutte le sue forze di celebrare il processo mediatico, che condizioni l'opinione pubblica in modo da trasformarla preventivamente in una grande corte d'assise composta di madri e padri di famiglia virtuosamente indignati per le gesta del "mostro". E veramente un'inchiesta anomala, questa sulla morte di Yara Gambirasio, una ragazzina misteriosamente sparita il 26 novembre del 2010 e ritrovata morta in un campo tre mesi dopo. A oggi non si sa ancora quando, dove e perché la giovane ginnasta sia stata uccisa, e neppure se realmente e volontariamente qualcuno le abbia tolto la vita.
I magistrati, dopo un primo periodo di confusione (con carabinieri e questura che litigavano tra loro) e la gaffe dell'arresto in mezzo al mare del ragazzo marocchino Fikri, si sono buttati sulla pista del dna e sono arrivati a Bossetti. A quel punto, e solo dopo quel momento, hanno cominciato le vere indagini, con circa quattro anni di ritardo. Ma non hanno indagato ad ampio spettro, ma solo in una direzione, cercando cioè, anche in violazione della procedura, solo la conferma della colpevolezza di Bossetti.
Un esempio? Diverse telecamere della zona tra la palestra e la casa di Yara hanno ripreso il traffico automobilistico della sera in cui la ragazzina sparì: ma è possibile che, secondo le indagini, passassero in quei momenti solo furgoni bianchi? Inoltre: chiunque sia responsabile, Bossetti o altri, la famiglia di Yara e tutti noi vorremmo sapere di che cosa è morta la ragazza. Ipotermia? Strano, perché quando si ha freddo ci si rannicchia in posizione fetale, e Yara invece era supina, con le braccia e le gambe allargate.
E le ferite di arma da taglio, non mortali, che cosa significano? E perché gli indumenti non presentano tagli in corrispondenza di quelli trovati sul corpo? La difesa di Bossetti ha qualche idea al riguardo, ma pare non interessi a quasi nessun giornalista. E perché non viene sentito Ivo Rovedatti, il pilota della protezione civile che ha sorvolato diverse volte con l'elicottero il campo di Chignolo dove la ragazza è stata trovata morta e non l'ha mai vista? E che dire della signora Vilma Cuttini che ha raccontato di quel ragazzo romeno che lei conosceva, che aveva una ragazza che si chiamava Yara, ginnasta e residente in provincia di Bergamo? Quel ragazzo è stato visto l'ultima volta il 26 novembre 2010, quando si è accomiatato dalla signora Cuttini, dicendole che sarebbe andato a salutare Yara per poi recarsi in Romania. Neppure questa signora è stata mai sentita dagli inquirenti.
Chissà se la Gip Ezia Maccora, esponente di spicco di Magistratura Democratica, che dovrà decidere sul rinvio a giudizio di Bossetti, prima di mandarlo a processo, si ricorderà di alcuni suoi "maestri" come quel Pino Borre, che fu presidente di Md, e che è sempre stato talmente garantista da essere considerato un eretico nel mondo della sinistra?
di Marisa Fumagalli
Corriere della Sera, 24 febbraio 2015
Incarcerato, umiliato, assolto. Ed ora anche risarcito con 40.000 euro, che saranno devoluti a sostegno di un ente specializzato nell'assistenza di chi soffre "a causa delle ingiustizie". Il principe Vittorio Emanuele si rilassa con la moglie Marina, la nuora Clotilde e i nipoti, sulle nevi di Gstaad dove c'è la residenza di montagna della famiglia Savoia.
Dopo la pubblicazione della notizia, ha parlato con il suo avvocato Francesco Murgia, avvertendolo che avrebbe affidato il suo commento a un comunicato stampa. "Sono felice - scrive - perché oggi, attraverso un segno concreto che dimostra ancora una volta come quella vicenda sia stata solo una fiera di assurdità e di sopraffazione, giustizia si compie ancora una volta. Giustizia per me, giustizia per la mia Casa, giustizia per i miei cari e per coloro che mi sono stati vicini in questi anni".
La vicenda giudiziaria di Vittorio Emanuele di Savoia comincia nel 2006 quando il pm Henry John Woodcock ne ordina l'arresto in carcere contestandogli una serie di reati infamanti: associazione a delinquere per sfruttamento della prostituzione, corruzione, gioco d'azzardo. Clamore mediatico, reputazione a pezzi. Risultato? L'inchiesta va avanti, si divide, si ingarbuglia e nel settembre del 2010 il principe viene assolto "per non aver commesso il fatto". Quindi, la richiesta di indennizzo alla Corte d'Appello di Roma, andata a buon fine. Quattro anni per la sentenza, cinque per il risarcimento. Sentiamo al telefono il figlio Emanuele Filiberto: "Sono molto felice, ma provo un senso di tristezza di fronte ai tempi lunghi della giustizia in un Paese democratico come l'Italia. Penso alle persone che non hanno i mezzi per difendersi, per intentare cause civili di risarcimento".
"Ricordo - continua Savoia junior - che mio padre ha fatto 7 giorni di carcere, 1 mese agli arresti domiciliari, 3 mesi di divieto d'espatrio". E dire che i Savoia sono riusciti a rientrare in Italia dopo mezzo secolo di esilio (con l'abrogazione della XIII disposizione transitoria della Costituzione); poi, il principe c'è rimasto "forzatamente".
"I 40.000 euro versati dallo Stato - continua il figlio - sono una somma irrisoria se si considera la montagna di quattrini spesi per l'inchiesta giudiziaria. Ore e ore di intercettazioni, anche in cella dove il pm sperava di carpire prove inesistenti. Mio padre, che ha 78 anni, uscì dal carcere moralmente e fisicamente distrutto. Non si è più ripreso". Anche il duca Amedeo d'Aosta, cugino di Vittorio Emanuele, rivolge un pensiero di solidarietà.
"Hanno fatto bene a risarcirlo ed è poco rispetto al danno che ha subito", dice superando la vecchia ruggine tra parenti rivali, aspiranti al "trono dei Savoia". C'è tutto in Cifra Reale, il libro che Amedeo ha appena pubblicato. E Andrea Rosso, segretario del Movimento monarchico italiano, pur soddisfatto per "il nostro candidato re", commenta: "Atto dovuto, ma non sono i soldi che risarciscono la reputazione infangata".
di Piero Sansonetti
Il Garantista, 24 febbraio 2015
Nessuno sa bene come si scrive il suo nome, e tantomeno come si pronuncia. Tutti sanno però come vanno a finire, in genere, le sue inchieste: archiviazione. È rarissimo che si arrivi al processo vero e proprio, e se ci si arriva, di solito, c'è l'assoluzione.
Però le sue inchieste finiscono tutte sulla prima pagina dei giornali, grazie alla celebrità degli imputati. Il suo nome, comunque, si scrive con due H, una K, una W, una J, una ispsilon e un gran numero di O: Henry John Woodcock. E si pronuncia udcoc, con la u un po' aspirata. È tra i pochi Pm a non aver mai protestato contro la prescrizione.
Per Woodcock è un problema che non si pone: il suo lavoro si conclude, di norma, molto prima che scattino i tempi della prescrizione. A occhio, è un tipo che non ci tiene molto alla condanna: ci tiene all'incriminazione. Potremmo dire che tecnicamente non è forcaiolo, è solo manettaro. Ieri è tornato alla ribalta perché lo Stato dovrà pagare 40 mila euro di risarcimento, per ingiusta detenzione, al figlio dell'ex re d'Italia, cioè a Vittorio Emanuele di Savoia, che nel 2006 fu fatto arrestare proprio da Woodcock e accusato di cose orrende (associazione a delinquere, sfruttamento della prostituzione e robe simili) e invece era innocente e quella inchiesta per lui (e per un altro bel gruppetto di persone, delle quali parecchie piuttosto note) fu un grosso guaio. Ora il figlio del re avrà questo "scalpo" di 40 mila euro e glielo pagheremo noi cittadini, con le tasse. Se andate a leggere su Wikipedia la biografia di Woodcock vi divertirete abbastanza.
Ha iniziato un gran numero di inchieste tutte ad effetto (vallettopoli, vip, Jene 2, P4) ma tutte sono state sommerse dalle archiviazioni. Leader politici, attori ed attrici, giornalisti, gente di ogni specie passate ben bene al tritacarne, e poi un Gip, o una Corte, che prende le carte in mano e chiede scusa agli imputati.
Il bello è che tutto ciò non c'entra niente con la responsabilità civile dei magistrati. Prevista solo per le inchieste avviate da un Pm ingiustamente per "dolo o colpa grave". Qui il problema della legittimità dell'inchiesta non è stato neppure esaminato, siamo solo alla "ingiusta detenzione", e quindi, anche se passerà) la legge sulla responsabilità civile, toccherà sempre allo Stato pagare per la leggerezza dei Pm. Io allora ho una proposta.
Così, da profano (diciamo pure un po' populista, ma per una volta posso fare anch'io il populista?). Quando un Pm inizia la sua carriera, gli viene consegnato un blocchetto con tanti buoni (10, 20: decideremo poi il numero). Ogni volta che un suo arresto si rivela ingiustificato, il Pm deve consegnare un buono. Quando li ha finiti, non può arrestare più nessuno.
E così almeno si da una regolata. Perché il problema di Woodcock (che tra l'altro, personalmente, è una persona simpaticissima) non è che deve pagare per i suoi errori (figuriamoci: chissenefrega!), ma è che nei prossimi mesi ed anni continuerà a poter arrestare chi gli pare e piace. E lo farà: vedrete se lo farà! Dovremo pure inventarci un meccanismo per frenare questa frenesia, no? Il sistema del blocchetto mi pare un buon sistema.
di Dante Benelli
www.laprovinciacr.it, 24 febbraio 2015
Chi scrive è fermamente convinto del fatto che non sono le affermazione lanciate su Facebook in occasione del suicidio di un detenuto a ledere l'immagine dell'amministrazione penitenziaria ma sono le condizioni degradanti in cui la popolazione carceraria è permanentemente costretta a vivere.
Noti personaggi della politica e dell'amministrazione gettano in pasto all'opinione pubblica il noto principio costituzionale della rieducazione del condannato e nel contempo mantengono stipati e ampiamente in soprannumero decine di migliaia di detenuti costretti a vivere in anguste celle diroccate e maleodoranti impiegando effetti letterecci consunti, tutte questioni aggravanti che contribuiscono ad abbruttire e avvilire il cittadino che ha sbagliato e che per lui la legge prevede la restrizione della libertà.
In questo universo reso invivibile dall'ipocrisia della politica dominante anche chi è preposto alla vigilanza ne paga le conseguenze e ad essi va il mio plauso per il lavoro che quotidianamente compiono in ambienti estremamente degradati. In un Paese che si ritiene civile il detenuto dovrebbe fruire dei cosiddetti spazi minimi vitali, abitare quindi una cella con adeguati servizi, idoneo vettovagliamento e vigilanza conformata al numero dei detenuti.
Dire, 24 febbraio 2015
"Nelle tre colonie penali presenti in Sardegna, a fronte di circa 750 posti disponibili, attualmente vi lavorano solo 284 detenuti. Tale situazione determina un collasso delle attività lavorative e produttive, con ripercussioni negative sulle finanze dello Stato".
A poche settimane dall'allarme lanciato dal consigliere regionale Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo diritti riforme", la situazione delle colonie penali sarde sbarca a Montecitorio, dove la deputata Romina Mura ha presentato un'interrogazione al Ministro della Giustizia Andrea Orlando per prendere atto di una "situazione paradossale che è stata denunciata più volte, senza che sia mai stata adottata alcuna misura per risolvere un problema che risulta insostenibile anche agli occhi dell'opinione pubblica". Gli ultimi dati del Ministero della giustizia indicano "una condizione critica delle colonie - chiarisce Mura - a Is Arenas (Arbus), 2.700 ettari di territorio, compresi spiaggia e terre incolte, lavorano 72 detenuti per 176 posti disponibili; non è diversa la situazione di Mamone (a Lodè) dove per la stessa estensione territoriale sono presenti 123 reclusi, mentre la capienza regolamentare è di 392. Analogamente a Isili (800 ettari) lavorano 89 ristretti per 180 posti".
Per Mura sarebbe dunque "opportuno introdurre la possibilità di consentire l'accesso alle colonie penali situate in Sardegna ai detenuti che debbano scontare una pena residua fino a 6-8 anni (mentre attualmente per accedervi la pena inflitta o residua non deve superare i quattro anni)". In alternativa, per il deputato del Pd, si potrebbero svincolare i terreni non utilizzati, "restituendoli alle comunità locali, al fine di valorizzare le aziende agricole e favorire nuove iniziative imprenditoriali da parte di giovani e disoccupati".
www.genovapost.com, 24 febbraio 2015
"Tre anni di patto di sussidiarietà, dal 2012 al 2014, in campo penale": la Regione Liguria, con l'assessore alle Politiche Sociali Lorena Rambaudi ha fatto il punto, in mattinata, alla Biblioteca Berio di Genova dove si è tenuto il convegno "Reclusi - Inclusi: interventi sociali in ambito penale".
"Un momento seminariale di riflessione a fine mandato, non solo per presentare gli interventi sociali collegati al carcere, alle persone messe alla prova e a quelle recluse e realizzati, con ottimi risultati, in questi anni, ma anche per confrontarsi, apportare eventuali correttivi e lanciare nuove idee e progettualità per i prossimi anni", ha spiegato Rambaudi.
"Utilizzando lo strumento dei patti di sussidiarietà, previsto dalla normativa nazionale, è stata creata una rete con tutti i soggetti del terzo settore che operavano già dentro e fuori le carceri per realizzare progetti ed interventi per migliorare la qualità della vita delle persone recluse e agevolare il loro reinserimento sociale. Grazie alla rete, gli operatori hanno impostato il lavoro su un sistema complessivo progettuale e non su singoli progetti, riuscendo così a mettere in campo interventi concreti e mirati con un costo medio ad intervento molto basso rispetto al rapporto tra risorse complessive utilizzate e persone coinvolte".
"In tre anni 5.612 beneficiari totali: 4.004 beneficiari diretti (persone detenute, in esecuzione penale esterna e in misura alternativa, 3.613 maschi e 391 femmine, 3.915 adulti e 89 minori, 2.043 italiani e 1.961 stranieri, 2.038 beneficiari con attività dentro le carceri e 1.966 beneficiari con attività fuori le carceri) e 1.608 beneficiari indiretti (familiari di persone sottoposte a misure penali o ex detenuti). Alla rete nel 2014 hanno aderito 20 enti del terzo settore (31 nel 2012 e 28 nel 2013). Sono state coinvolte tutte le carceri liguri. Principali tipologie di attività svolte: informazioni e consulenza, colloqui individuali e ascolto, sostegno rete famigliare, mediazione penale, laboratori, attività sportiva e artistica, supporto scolastico e formativo, residenzialità, inclusione lavorativa. Suddivisione territoriale degli interventi: 67% Genova e Tigullio, 16% Imperia, 9% La Spezia, 8% Savona".
"Tutte le abilità al centro, finanziato dal fondo sociale europeo 2007/2013 - spiega Rambaudi - costituisce un intervento regionale di respiro particolarmente ampio ed è finalizzato a dar vita a progetti integrati, da attivare sui territori provinciali, volti ad offrire ai soggetti svantaggiati esperienze innovative e personalizzate di accompagnamento permanente al lavoro e di reale integrazione nei processi produttivi, con l'obiettivo di consolidarne la presenza sul mercato del lavoro e di creare, per gli stessi, nuova occupazione, intervenendo su più fronti in una logica di sistema. Sono stati finanziati 10 progetti che coinvolgono soggetti in esecuzione penale o ex detenuti, per un totale di circa 900 destinatari. Gli interventi sono di carattere integrato e quindi sono state attivate più tipologie di azioni concatenate tra loro e finalizzate all'inserimento socio lavorativo dei destinatari: orientamento, bilancio di competenze, counseling, formazione, laboratori protetti, work experience, inserimento lavorativo (con sostegno e tutoraggio), creazione di nuove imprese/rami di azienda. A livello nazionale oggi la Liguria è vista come un modello di riferimento, grazie agli interventi di inclusione sociale e cittadinanza attiva messi in campo. Sono stati coinvolti circa 90 ragazzi".
di Ylenia Cecchetti
La Nazione, 24 febbraio 2015
Il tempo stringe e le risposte non arrivano. Mancano poco meno di 40 giorni alla data stabilita per la chiusura degli opg, ma la sensazione è che ancora non si abbiano le idee chiare: né sul futuro dei 48 internati toscani ospitati all'interno della struttura montelupina né sulla nuova destinazione della Villa Medicea. Ma questa è un'altra storia.
Nel corso del convegno "Il paziente autore di reato in misura di sicurezza: caratteristiche cliniche e prospettive" che si è svolto ieri all'Agenzia per la formazione di Sovigliana, ci si è concentrati sul presente, più che guardare al futuro.
Sul percorso che la Regione da oggi deve intraprendere per arrivare al 31 marzo. Una fase ambigua e disseminata di punti interrogativi. Poche certezze, tante perplessità. La giornata di ieri è stata l'occasione per gli operatori delle professioni sanitarie operanti nell'ambito psichiatrico giudiziario, per mettere a confronto esperienze e buone prassi di altri paesi europei. Ma anche fare chiarezza su cosa li aspetta dal 1 aprile in poi.
Quali sono le Rems (residenze per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria) individuate in Toscana? E chi ne garantirà la sorveglianza? Nell'aula magna Alessandro Reggiani si è cercato di fare il punto sullo stato del processo di superamento degli opg e sull'allestimento delle nuove strutture alternative previste dalla legge. Ma con scarso risultato. La mancata programmazione della Regione Toscana sulle cosiddette "strutture di transizione", infatti, ha gettato nell'imbarazzo perfino Teresa Di Fiandra del Ministero della salute direzione generale della prevenzione.
"In attesa dell'individuazione delle Rems abbiamo invitato le Regioni a tracciare almeno una soluzione transitoria - ha detto preoccupata la Di Fiandra - Ad indicare una struttura rispettosa della dignità e del diritto alla cura della persona che possa prendere in carico gli internati toscani. Ma ad oggi non c'è alcuna proposta". Quella del Ministero è una voce autorevole; insomma una bella tirata d'orecchie alla Regione.
"Entro il 15 marzo dobbiamo avere il quadro generale di ogni singola Regione. E la Toscana non dà risposte: una realtà tra le più grandi e all'avanguardia, che in questo caso dimostra di non essere pronta al superamento. Mentre l'Emilia Romagna rispettando le scadenze si sta preparando all'inaugurazione della sua Rems, a Empoli si contano le grandi assenze. Indicativa quella dell'assessore regionale alla salute Luigi Marroni e di Daniela Matarrese (responsabile settore programmazione e organizzazione delle cure della Regione) che sarebbero dovuti intervenire ieri. A parare il colpo, nel pomeriggio ci ha pensato Simone Siliani dell' ufficio di gabinetto della Regione. "Domani renderemo nota la nostra proposta - ha assicurato Siliani.
È stata indetta una riunione per chiudere sulla vicenda Rems e condividere il piano che adotterà la Toscana in vista del superamento degli Opg". D'altronde "questo è un delicato momento di passaggio - come ha affermato la Monica Piovi, direttore Asl 11, che conferma: stiamo aspettando indicazioni regionali sul tema e stiamo facendo il punto sulle attività erogate all'interno dell'opg ma anche monitorando quello che accade a livello nazionale".
Giornale di Vicenza, 24 febbraio 2015
Ripete il suo ritornello, Luca Zaia: "Leggi più severe, più forze dell'ordine e nuove carceri". Così interviene di nuovo sul tema sicurezza il presidente della Regione Veneto Luca Zaia. Per dichiararsi d'accordo con la posizione del presidente dell'Ordine degli avvocati di Vicenza Fabio Mantovani.
"La rivincita dello stato di diritto sulla criminalità passa attraverso una serie di azioni coordinate e dettate dal buon senso - dice Zaia. Occorre che siano in linea almeno tre fattori: l'inasprimento delle leggi, il rafforzamento delle forze dell'ordine e l'utilizzo dell'esercito come supporto sul territorio, la realizzazione di nuove carceri. Senza uno di questi elementi, contemporanei e collegati tra loro, lo Stato continuerà a perdere e a mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini e l'incolumità dei suoi servitori, come nel caso del brigadiere investito nel trevigiano da una banda di albanesi in fuga".
"Senza leggi più dure - continua, o almeno applicando fino in fondo quelle che ci sono ed evitando che un condannato riesca a risparmiare anche un solo giorno della sua condanna, vengono a mancare sia l'effetto deterrente che la certezza della pena e questo convince i delinquenti di rischiare poco o nulla e li scatena".
Secondo Zaia insomma "se le carceri italiane non sono nemmeno in grado di detenere i condannati sulla base delle vigenti leggi colabrodo è evidente che occorre costruirne delle altre. Non devono essere hotel di lusso, ma luoghi dignitosi dove chi ha sbagliato paghi il suo conto. Non occorrono miliardi, perchè la struttura deve essere dignitosa ma può essere anche spartana e perchè si può pensare al ripristino di tanti siti militari dismessi, invece che proporli per ospitare migranti".
Napoli Magazine , 24 febbraio 2015
Continuano a crescere i numeri dell'attività sportiva svolta nelle carceri campane, iniziata nel 2012. Ieri mattina, nel corso di un incontro al quale hanno preso parte il presidente del Coni Campania, Cosimo Sibilia, il dirigente del Ministero della Giustizia incaricato del progetto sport nelle carceri, Claudio Flores, i dirigenti degli istituti penitenziari della Campania e i tecnici che già svolgono attività nelle strutture, oltre ai delegati Coni della regione e al vicepresidente vicario del Coni Campania, Amedeo Salerno, è stato tracciato un bilancio dei primi anni di attività e sono stati individuate le criticità da superare per permettere uno sviluppo sempre maggiore del progetto.
"Da quando è partita questa iniziativa, che vede i nostri tecnici impegnati in modo volontario e gratuito, i risultati sono stati brillanti - ha spiegato Sibilia. Il nostro obiettivo è far crescere ancora il progetto, la cui importanza è stata sottolineata diverse volte dal presidente nazionale del Coni, Giovanni Malagò".
"Non ci aspettavamo questo successo quando tutto iniziò tre anni fa - ha aggiunto Flores. Questo è stato possibile grazie all'impegno dei tecnici qualificati del Coni. Al momento abbiamo alcune strutture, come Poggioreale, Secondigliano, Pozzuoli, Nisida, Bellizzi Irpino, Salerno ed Eboli, in cui l'attività va avanti da anni e va solo consolidata, e altre in cui sarebbe importante riuscire ad entrare e grazie all'impegno dei nostri dirigenti e del Coni riusciremo a sviluppare il progetto in futuro. Penso ad esempio alla provincia di Caserta, e a quella di Benevento, dove a breve potremo iniziare delle attività".
Da sottolineare che i detenuti del carcere di Eboli, in cui già si svolge attività sportiva, saranno impegnati a breve nel recupero di strutture sportive esterne al carcere, mentre la struttura di Carinola, ancora non impegnata nel progetto, ha a disposizione una palestra con attrezzi che sono stati donati dalla moglie dell'attore Pietro Taricone, Kasia Smutniak. In totale sono dieci le strutture penitenziarie coinvolte e in sette di queste l'attività va già avanti da diversi anni, coinvolgendo centinaia di uomini e donne in regime di detenzione.
di Antonio Scolamiero
Corriere del Mezzogiorno, 24 febbraio 2015
Sono quattro le persone finite sul registro degli indagati per i presunti pestaggi all'interno del carcere di Poggioreale. Sono agenti di polizia penitenziaria. Stiamo parlando dell'inchiesta sulle presunte violenze consumate all'interno della cosiddetta "cella zero", luogo di soprusi e botte da orbi all'interno della struttura penitenziaria napoletana, venuta alla luce dopo le denunce il garante dei detenuti della Regione Campania Adriana Tocco. Nel suo ufficio sono arrivate oltre 150 testimonianze dei detenuti.
Sono quattro le persone finite sul registro degli indagati per i presunti pestaggi all'interno del carcere di Poggioreale, sono tutti appartenenti alla polizia penitenziaria. I reati contestati; abuso di autorità, sequestro di persona e maltrattamenti. Stiamo parlando delle presunte violenze consumate all'interno della cosiddetta "cella zero", luogo di soprusi e botte da orbi all'interno della struttura penitenziaria napoletana, venute alla luce dopo le denunce il garante dei detenuti della Regione Campania Adriana Tocco. L'inchiesta prende le mosse lo scorso anno: la procura di Giovanni Colangelo recepisce le oltre 150 denunce che gli ex detenuti hanno messo nero su bianco a inoltrato anche all'ufficio del garante.
E approfondisce i racconti che le sono pervenuti.
Indagine complessa e difficile quella dei sostituti Valentina Rametta e Giuseppina Loreto, coordinate dall'aggiunto Alfonso D'Arino. Ma la vicenda è tutt'altro che chiusa, le indagini proseguono percepire se si sia trattato solo di episodi sporadici oppure di una condotta stabile riservata ai detenuti. Una vicenda, questa dell'esistenza della "cella zero" che allora come oggi suscita grande stupore e l'inchiesta da atto del lavoro del lavoro dell'ufficio del Garante. "L'indagine della Procura partenopea - commenta la garante Adriana Tocco - in seguito alla presentazione delle mie segnalazioni, ha permesso di far cambiare aria a Poggioreale".
"Sono stati cambiati i vertici dell'Istituto (a maggio del 2014 il Dap aveva deciso di avviare le procedure per il trasferimento della direttrice, Teresa Abate, ndr), della Polizia Penitenziaria, dell'area educativa che con l'apertura delle celle e l'aumento di varie attività, mi hanno permesso di riscontrare il fatto che non ricevo più denunce, né verbali né scritte per abusi di violenze". Intanto, sulla vicenda della "cella zero" nei giorni scorsi è stato pubblicato il documentario pubblicato realizzato dal fotoreporter Salvatore Esposito che attraverso le testimonianze di numerosi ex detenuti del carcere partenopeo - ricostruisce una realtà agghiacciante, tragica e, allo stesso tempo, drammatica raccontata dai protagonisti dei presunti pestaggi nel carcere partenopeo.
- Rimini: Garante detenuti; ai Casetti celle fatiscenti e manca un direttore in pianta stabile
- Udine: Sappe; nel carcere di via Spalato droga e violenze? sono bugie, le vittime siamo noi
- Opera (Mi): Sappe; cercasi muratori fra agenti? ridicolo, piuttosto dare lavoro ai detenuti
- Alessandria: alla Casa di Reclusione detenuto devasta la cella e poi ferisce un agente
- Livorno: i detenuti dell'Isola di Gorgona a "lezione" dai cani di salvataggio









