di Anna Foa
La Stampa, 3 maggio 2026
La vicenda della Global Sumud Flotilla resta molto inquietante, anche dopo lo sbarco a Creta degli attivisti sequestrati da Israele in acque internazionali. Innanzitutto, non tutti sono stati rilasciati, due di loro, fra gli organizzatori, sono stati trasportati in Israele sotto l’accusa di essere legati ad organizzazioni terroristiche e di aver compiuto attività illegali. Si tratta di un brasiliano, Thiago Avila, e di un palestinese con nazionalità spagnola, Saif Abu Keshek. Il loro arresto sembra mirare a rendere credibili le accuse del governo israeliano alla Flotilla di essere legata ad Hamas. Il fatto che la Flotilla sia carica di rifornimenti, e non di armi, non sembra ai loro occhi significativo. È una protesta politica pacifica, volta a rompere il blocco illegale della Striscia, ma questo basta a renderla un pericolo per Israele.
di Francesca Mannocchi
La Stampa, 3 maggio 2026
La fotografa era con la reporter in Libano quando sono state attaccate: Israele ha rallentato i soccorsi. All’ospedale Al-Zahraa di Beirut, Zeinab Faraj ha una mano appena operata, l’occhio ferito, una gamba immobilizzata e un altro intervento davanti. È arrivata qui dopo l’attacco israeliano del 22 aprile ad al-Tiri, nel Sud del Libano, l’attacco in cui lei è sopravvissuta e Amal Khalil, reporter di Al-Akhbar, è rimasta sotto le macerie ed è morta. Quando racconta, Zeinab torna a martedì 21 aprile, alla telefonata con cui Amal le dice che il giorno dopo sarebbero andate a girare nel distretto di Bint Jbeil. La mattina di mercoledì 22 prepara le camere, i vestiti, la borsa; suo padre le porta l’attrezzatura da Saida, poi lei e Amal partono verso il Sud. Fanno riprese e fotografie, passano da Tebnine, proseguono verso al-Tiri. Prima dell’attacco, nella memoria di Zeinab, ci sono ancora i gesti ordinari del lavoro: Amal alla guida, lei con la camera, la strada tra un villaggio e l’altro, quattro persone che ridono mentre continuano a documentare un Sud formalmente in tregua e ancora esposto ai colpi. Amal Khalil aveva quarantatré anni, era una giornalista del quotidiano libanese Al-Akhbar e raccontava da anni il Sud del Libano. Il 22 aprile era ad al-Tiri, insieme a Zeinab, fotografa e videomaker freelance, stavano documentando la situazione nei villaggi del Sud dopo il cessate il fuoco del 16 aprile tra Israele e Hezbollah. Un primo attacco israeliano ha colpito il veicolo davanti a quello su cui viaggiavano; le due donne sono scese e hanno cercato riparo in un edificio vicino. Poi anche quell’edificio è stato colpito. Amal è morta sotto le macerie, Zeinab è stata estratta ferita. Nel racconto di Zeinab, tutto si concentra sul tempo trascorso dopo il primo colpo. Circa due ore, forse di più: un tempo sufficiente perché Amal, ferita ma ancora viva, potesse essere raggiunta e portata via. Zeinab dice che da lì chiamano tutti: l’esercito libanese, la Croce Rossa, le Nazioni Unite, qualunque interlocutore possa aprire un accesso. La risposta che ricevono, ogni volta, è che i soccorsi attendono l’autorizzazione israeliana per entrare nell’area. È qui che il suo racconto diventa anche una questione politica: due giornaliste libanesi, in un villaggio libanese, con una camera e un microfono, restano intrappolate mentre la possibilità di salvarle dipende dall’esercito che ha appena colpito. Due possibili crimini di guerra, come afferma Reporters sans frontières: l’attacco contro giornaliste identificate come tali e l’ostruzione delle operazioni di soccorso.
Avvenire, 3 maggio 2026
L’attivista iraniana, che si trovava nel carcere du Zanjan, è stata trasferita in un ospedale nel nord-ovest del Paese. L’allarme dei familiari e del Comitato per il Nobel. Per oltre due decenni Narges Mohammadi è stata un faro a sostegno delle iraniane, denunciando le violenze e le crudeltà del regime. Un attivismo riconosciuto con il Premio Nobel per la Pace nel 2023 per la sua lotta contro la pena capitale e i rigidi codici di abbigliamento imposti alle donne dai Pasdaran. Poi l’arresto il 12 dicembre a Mashhad nell’est dell’Iran per aver criticato le autorità religiose durante una cerimonia funebre. Condannata a febbraio a ulteriori sei anni di carcere per aver messo in pericolo la sicurezza nazionale e a un anno e mezzo per propaganda contro il sistema islamico iraniano, Mohammadi è stata quindi trasferita in carcere e le è stato consentito solo un contatto estremamente limitato con la sua famiglia. Ma le inferriate del carcere non hanno interrotto il suo canto libero, che ha accompagnato le proteste studentesche e non solo, anche grazie alla sua fondazione e alle persone a lei più vicine, che le hanno fatto da cassa di risonanza. Da tempo i suoi familiari parlano di un quadro clinico preoccupante per l’attivista, ma oggi hanno denunciato un totale peggioramento delle sue condizioni fisiche caratterizzato in particolare da “due episodi di perdita totale di coscienza e un attacco cardiaco”, al punto che Mohammadi, 54enne, è stata trasferita dal carcere di Zanjan, nel nord del Paese, ad un ospedale della regione.
di Paola Balducci
L’Espresso, 2 maggio 2026
La qualità democratica si misura nell’architettura dei poteri e nella concreta tutela dei diritti. Archiviato il capitolo del voto referendario sulla giustizia, resta aperto - e tutt’altro che risolto - quello delle riforme necessarie: una consultazione può chiudersi in una data sul calendario, ma le criticità strutturali del sistema non si esauriscono con un risultato elettorale. Il rischio che non viene proclamato apertamente, ma che merita di essere considerato con lucidità, è che la scelta referendaria diventi un punto di arrivo, anziché un punto di partenza. Che la scelta degli italiani venga letta - da una parte o dall’altra - come una legittimazione sufficiente a chiudere il capitolo delle riforme, o al contrario come la prova che nulla debba essere toccato.
di Biagino Costanzo
formiche.net, 2 maggio 2026
Nel dibattito pubblico italiano resta aperta una domanda cruciale: chi risponde quando la giustizia sbaglia. Gli errori giudiziari vengono risarciti dallo Stato, ma senza reali responsabilità individuali. L’autore denuncia il rischio di normalizzare l’ingiustizia e indebolire la fiducia democratica. Nel dibattito pubblico italiano, anche dopo il recente referendum, esiste una domanda che continua a rimanere senza una risposta chiara e condivisa, chi paga quando la giustizia sbaglia? Non è una domanda ideologica, ma istituzionale ed è una domanda ancora senza risposta.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 2 maggio 2026
Dopo l’incontro a Via Arenula le Camere penali denunciano: sparite le questioni centrali, dalle garanzie cautelari alla qualità del contraddittorio, dagli incarichi direttivi alla “voracità correntizia”. L’Unione delle Camere Penali critica la linea emersa dall’Associazione nazionale magistrati dopo l’incontro con il Guardasigilli e avverte: il confronto sulla giustizia rischia di essere ridotto ai soli temi dell’efficienza, con l’accantonamento delle riforme più incisive sul piano delle garanzie.
di Valerio Spigarelli
Il Dubbio, 2 maggio 2026
La vittoria referendaria, assieme alla rinnovata saldatura con il circuito mediatico giudiziario, permetterà alle toghe di passare a riscuotere il credito. E bisognerà vedere a chi faranno la sponda tra dem e Cinque Stelle. Uno degli effetti del referendum è quello di aver rimescolato le carte della politica giudiziaria, sia rispetto ai temi che ai protagonisti del dibattito. A sinistra, meglio ancora nel campo largo, che poi tanto di sinistra non è vista la presenza dei Cinque Stelle, la parola d’ordine vincente, di fronte alla fallimentare stagione del governo di centrodestra, è che occorre passare alla risoluzione dei “veri” problemi della Giustizia.
gazzettadalba.it, 2 maggio 2026
Il progetto cresce tra Cuneo, Torino e nuove aperture: il 18 maggio arriva a Padova. Nel giorno in cui si celebra il lavoro, Panaté porta l’attenzione su un luogo dove il lavoro spesso manca, ma può cambiare tutto: il carcere. Dal carcere, infatti, possono uscire cose buone. E soprattutto persone che non tornano indietro. È da questa convinzione che nasce un modello concreto di economia carceraria capace di trasformare il tempo della detenzione in formazione, responsabilità e produzione reale. Pane e lievitati artigianali di alta qualità, destinati al mercato HoReCa, vengono realizzati ogni giorno da persone formate che lavorano secondo standard professionali. Non è un progetto teorico, ma lavoro vero.
di Anna Foti
ilreggino.it, 2 maggio 2026
“Ci rendiamo conto che dare una seconda chance, attraverso un lavoro, equivale per le persone detenute a ricevere una nuova possibilità di vita. Una possibilità che riguarda anche le loro famiglie, che fuori aspettano e anche loro spesso vittime di pregiudizi e in una condizione di fragilità ignorata. Dare fiducia e dare un lavoro ai loro congiunti detenuti è una speranza anche per loro”. Valeria Votano, rappresentante dell’associazione Seconda Chance in Calabria, ospite della nuova puntata di A tu per tu negli studi del Reggino.it, racconta la sua esperienza di volontariato e di impegno che creare ponti tra il carcere e la società civile, intercettando opportunità di lavoro per persone detenute che possano lavorare fuori, per persone che stiano eseguendo fuori la loro pena e per persone che abbiano scontato la loro pena.
di Marco Bardesono
cronacaqui.it, 2 maggio 2026
Suicidio di un agente a Torino mette a nudo il collasso del sistema penitenziario: sovraffollamento, organici ridotti ed emergenza psicologica. Una nuova tragedia scuote il sistema penitenziario italiano e riporta al centro dell’attenzione una crisi che da anni si consuma lontano dai riflettori. Un assistente capo della polizia penitenziaria, 42 anni, originario della provincia di Palermo, si è tolto la vita nella sua abitazione a Torino. Lascia una moglie e una bambina di sei anni. È il secondo caso in pochi giorni tra gli operatori del settore. Dall’inizio del 2026, secondo i dati sindacali, sono già 17 i detenuti suicidi nelle carceri italiane.
- Roma. Detenuto malato “in attesa di grazia” protagonista del monologo di Massini
- Roma. Disturbo da uso di oppiacei, l’Asl Roma rafforza la presa in carico dei detenuti
- Napoli. Mazio (Sartoria Palingen): “Importante offrire ai detenuti una possibilità di rinascita”
- Novara. Chiude la sezione del 41 bis, detenuti destinati alle carceri della Sardegna
- Brescia. Un Centro per la giustizia riparativa. Di Rosa: “Ora attuare la norma, ma con prudenza”










