unipa.it, 22 aprile 2026
Studenti dell’Università degli Studi di Palermo Premiati da Invitalia, dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit) e dalla Società Italiana di Management (Sima) al Festival del Management con una Menzione Speciale per il Progetto a Maggior Impatto Sociale per il Caso Studio “Made in Carcere”. Un importante riconoscimento per gli studenti dell’Università degli Studi di Palermo, che hanno partecipato alla finale nazionale del contest Make IT a Case, organizzato dalla Società Italiana di Management (Sima) in collaborazione con Invitalia e dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), svoltasi a Catania nell’ambito del Festival del Management.
psychiatryonline.it, 22 aprile 2026
Il legame tra istituzione carceraria e salute mentale rappresenta una delle frontiere più critiche della psichiatria moderna. Luigi Ferrannini analizza la duplice natura di questo rapporto: da un lato la presenza massiccia di pazienti psichiatrici in carcere, dall’altro la capacità dell’ambiente carcerario di generare sofferenza psichica. Attraverso una critica all’uso dello psicofarmaco come strumento di sedazione sociale e una riflessione sull’invecchiamento della popolazione detenuta e sulle nuove fragilità dei giovani e degli stranieri, l’autore rivendica la necessità di percorsi riabilitativi integrati che sappiano guardare oltre le sbarre.
di Andrea Comollo
Il Domani, 22 aprile 2026
I margini non sono un quartiere o una periferia, sono spazi economici, politici, sociali e a volte anche geografici. I margini possono essere tutte queste cose insieme. Mentre la tentazione è quella di inglobarli o pulirli, l’ambizione deve essere quella di lavorare sul diritto al futuro di chi li abita, a partire da ragazze e ragazzi. Ci sono i territori, ci sono le persone che li abitano e c’è l’immaginario che costruiamo intorno. Ci sono parole che assumono pesi e valori differenti a seconda delle bocche che le pronunciano e delle orecchie che le ascoltano. Periferia è una di queste parole. Ma chi decide cos’è la periferia?
di Sandro Trento*
Il Domani, 22 aprile 2026
Negli ultimi anni, anche grazie al Pnrr, l’Italia ha investito molto in edifici e digitalizzazione. Interventi importanti, ma non sufficienti. Il nodo centrale non è però infrastrutturale. È didattico e organizzativo. L’intesa economica del nuovo contratto nazionale della scuola, firmata il 1° aprile, interviene ancora una volta in modo lineare sulle retribuzioni. È un passaggio importante. Ma non è lì che si gioca la partita. Negli ultimi anni la scuola è tornata al centro dell’attenzione pubblica: rinnovi contrattuali, risorse aggiuntive, investimenti del Pnrr su edifici e digitalizzazione. Ma il nodo principale resta sostanzialmente invariato: il legame tra ciò che il sistema assorbe e ciò che produce in termini di competenze.
di Andrea Ceredani
Avvenire, 22 aprile 2026
Come vengono rimandati i profughi nei rispettivi Paesi di provenienza? Il nodo non è solo il premio agli avvocati, che ha originato l’ultimo pasticcio istituzionale. C’è un’altra via che il Viminale ha incentivato. Sono gli spazi nelle Questure dove vengono trattenute persone in attesa di un volo: non esistono dati sulla loro posizione e il Garante parla di “condizioni degradate”. A prescindere da come finirà il guaio sull’emendamento al decreto sicurezza, il Governo ha dimostrato di voler tentare ogni strada per aumentare il numero di rimpatri. Non sono bastati i centri in Albania o l’ipotesi di aprire nuovi Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr).
di Maurizio Ambrosini, Arjen Leerkes, Sandra Lavenex
Avvenire, 22 aprile 2026
Dai nuovi regolamenti sui rimpatri al Patto europeo che entrerà in vigore a giugno, l’Ue si gioca molto sulla capacità di controllo dei flussi: per alcuni osservatori anche il diritto d’asilo verrà messo in discussione. Così però i Ventisette rischiano di creare nei cittadini aspettative troppo alte, finendo in trappola. Nelle scorse settimane il Parlamento europeo ha approvato un nuovo regolamento sui rimpatri. Con questa decisione, l’Europa compie un ulteriore passo verso una politica migratoria più rigida. In base al regolamento, i richiedenti asilo respinti possono essere trattenuti fino a 24 mesi, non avranno più automaticamente la possibilità di organizzare la propria partenza e potranno essere deportati nei cosiddetti “centri di rimpatrio” in Paesi terzi con i quali non hanno legami significativi.
di Rocco Tralli
Il Fatto Quotidiano, 22 aprile 2026
Non importa quanto siano profondi i problemi: salari troppo bassi, mutui inaccessibili, sanità in difficoltà. Gli slogan servono più a produrre consenso che a capire la realtà. Negli ultimi anni si è diffuso, in alcuni ambienti politici e culturali, il termine remigrazione. Una parola costruita per suggerire che ridurre o invertire la presenza degli immigrati possa rappresentare una soluzione ai problemi dei cittadini. In realtà, questo tipo di narrazione finisce spesso per spostare l’attenzione da questioni come salari bassi, prezzi delle case sempre meno accessibili, sanità in affanno, servizi pubblici più deboli. Eppure, basterebbe guardare la realtà. In Italia, nel 2024, quasi sette lavoratori domestici su dieci erano stranieri, secondo l’Inps. E il loro ruolo è importante anche nel turismo e nella ristorazione: il Ministero del Lavoro indica che gli stranieri rappresentano il 18,5% degli occupati in alberghi e ristoranti. Altro che presenza marginale: parliamo di persone che assistono anziani, lavorano negli hotel, servono nei locali e rendono possibile una parte concreta della vita quotidiana del Paese.
di Riccardo Noury*
Il Domani, 22 aprile 2026
Non stiamo più assistendo all’erosione di parti del sistema, bensì a un assalto diretto da parte degli attori più potenti alle fondamenta dei diritti umani e all’ordine internazionale basato sulle regole. Ma il 2025 ci ha restituito anche una potente immagine di resistenza e solidarietà, da cui occorre ripartire per riportare al centro un ordine globale basato sui diritti, sul rispetto delle regole e sui valori universali. Era difficile pronosticare che il 2025 sarebbe stato un anno peggiore del 2024 dal punto di vista dell’assalto al multilateralismo, al diritto internazionale e ai diritti umani. Invece è andata così, a leggere le 600 pagine del rapporto di Amnesty International sulla situazione dei diritti umani nel mondo, pubblicato in Italia da Roma Tre Press.
di Nello Scavo
Avvenire, 22 aprile 2026
Dall’attacco “illegale” di Usa e Israele all’Iran ai centri di detenzione per i palestinesi, fino agli stupri di massa nel Congo orientale, il “prontuario” delle violazioni dei diritti umani nel mondo. Non è solo un rapporto sui diritti umani, ma un atto d’accusa contro “una nuova era, guidata dall’assalto al multilateralismo, al diritto internazionale e ai diritti umani, da parte di bulli che governano affidandosi a ideologie razziste e suprematiste”. Quello di Amnesty per il 2026 è un prontuario delle tragedie che verranno: guerre, repressioni, persecuzioni religiose, attacchi alla giustizia internazionale, smantellamento delle garanzie sociali. “Dopo l’attacco illegale degli Usa e di Israele, che ha provocato la rappresaglia indiscriminata dell’Iran, il conflitto si è trasformato in una guerra contro i civili”, afferma Agnès Callamard, segretaria generale dell’organizzazione. Gaza è il crocevia. Amnesty parla di “genocidio israeliano contro i palestinesi” e lo inserisce in una continuità di apartheid, occupazione e violenza strutturale. Ma Gaza non è solo un luogo: è un metodo che, in varia misura, viene esportato in Palestina come nel Libano meridionale. Nel 2025 in Cisgiordania sono stati censiti 849 blocchi stradali e posti di blocco. Si sono aggiunti 86 nuovi avamposti illegali e 54 insediamenti approvati dal governo, oltre ai 371 già esistenti. Più di 1.600 attacchi violenti di coloni sono stati registrati nei primi dieci mesi del 2025. Ombre anche sui centri di detenzione, dove tra ottobre 2023 e novembre 2025 almeno 98 palestinesi sono morti sotto custodia israeliana.
di Vittorio Pelligra
Avvenire, 22 aprile 2026
Il riarmo non risponde sempre a pericoli reali, ma li alimenta. Tra deterrenza e interessi economici, così la ricerca di sicurezza alimenta un ciclo che genera instabilità permanente. Che nesso c’è tra insicurezza geopolitica e crescita della produzione di armamenti? È l’insicurezza a far crescere gli investimenti in armi o è la necessità della crescita economica ad alimentare insicurezza e conflitti? Vittorio Pelligra, economista e saggista, propone, a partire da oggi, una serie di analisi e approfondimenti su quella che possiamo definire “La nuova monarchia della paura”. Ci stiamo riarmando in nome della sicurezza. Eppure, più crescono gli arsenali, più il mondo appare fragile, instabile, esposto. È un paradosso solo apparente. Perché forse non siamo davanti a una semplice risposta alle minacce del presente, ma alla costruzione di un ordine che della minaccia ha bisogno per giustificare sé stesso. Un ordine che non ha nessun interesse a rassicurarci, perché la nostra paura è la sua risorsa più preziosa.
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