di Giorgia Serughetti*
Il Domani, 2 aprile 2025
Secondo il noto principio di Anton Čechov, se in scena compare una pistola, questa prima o poi dovrà sparare. Questione di economia narrativa. Ecco perché il tutorial della borsetta della commissaria europea Hadja Lahbib, che illustra l’ormai celebre kit per sopravvivere le prime 72 ore in caso di guerra o catastrofi, ha provocato tanta inquietudine. Si è parlato di fallimento comunicativo, per il tono incredibilmente scanzonato della messa in scena, e per lo sgomento che ha provocato. Ma è stato davvero un errore? Le istituzioni che volevano rassicurarci ci hanno invece spaventato? O l’obiettivo era proprio farci paura? E farci paura serve a convincerci dell’urgenza del riarmo continentale? La “strategia della prontezza” dell’Ue appare come il volto civile del piano di spesa militare (ribattezzato a sua volta “Readiness 2030”): quello che ha l’obiettivo di indurre nella cittadinanza intera una cultura della minaccia. Serve a “creare resilienza”, ha detto la presidente della commissione, Ursula Von der Leyen, intervistata dal Corriere della Sera. Perché “prevenire è meglio che curare”.
di Neve Gordon
Il Manifesto, 2 aprile 2025
Giovedì la Corte suprema israeliana ha legittimato la scelta del governo di bloccare gli aiuti a Gaza, ignorando gli obblighi internazionali. Chi riempie le strade di Tel Aviv manifesta contro una riforma giudiziaria che mette in pericolo la democrazia solo ebraica: la Corte ha sempre sostenuto i pilastri del colonialismo. Una delle domande che mi vengono poste spesso quando parlo di Israele e Palestina riguarda la resistenza interna al governo del primo ministro Benjamin Netanyahu. I miei interlocutori sottolineano il fatto che centinaia di migliaia di israeliani hanno riempito le strade per protestare contro il governo e i suoi sforzi per introdurre una revisione del sistema giudiziario e chiedono perché non sono entusiasta degli sforzi per porre fine al governo di Netanyahu. La mia risposta è che il vero problema di Israele non è l’attuale governo. Il governo potrebbe cadere, ma finché non trasformeremo radicalmente la natura del regime non cambierà molto, in particolare in relazione ai diritti fondamentali dei palestinesi.
di Lee Mordechai e Liat Kozma
Il Manifesto, 2 aprile 2025
Dal 2 marzo embargo di cibo e medicine, il 9 marzo il ministro Cohen ha staccato l’elettricità alla Striscia. Israele punta a gestire le attività umanitarie per controllare la popolazione palestinese. Organizzazioni internazionali tagliate fuori, non ci saranno più testimoni esterni. Per un mese non una sola goccia di aiuti umanitari è entrata a Gaza. Dal 2 marzo - quando sarebbe dovuta iniziare la seconda fase del cessate il fuoco, ma Israele si è poi rimangiato l’impegno preso - Tel Aviv ha bloccato l’ingresso di tutti i generi alimentari nella Striscia, insieme a carburante, attrezzature mediche e altre forniture essenziali. L’Agenzia delle Nazioni unite per il soccorso e l’occupazione (Unrwa) ha avvertito che le scorte di farina di Gaza probabilmente si esauriranno completamente prima della fine di questa settimana.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 aprile 2025
“Più telefonate per i detenuti, ogni suicidio è mia sconfitta”. Con queste parole, nell’agosto 2023, il ministro della Giustizia Carlo Nordio si rivolgeva ai reclusi, promettendo un impegno concreto per migliorare le condizioni di vita nelle carceri. A distanza di due anni, però, quella dichiarazione rischia di trasformarsi in un monito incompiuto. Non solo il numero dei suicidi è aumentato, toccando il record di 91 casi nel 2024 e 25 con l’anno nuovo da poco iniziato: l’ultima una donna di 52 anni, condannata per l’omicidio del marito avvenuto anni fa. La detenuta, nelle prime ore di ieri mattina si è suicidata impiccandosi nella sua cella del carcere milanese di Bollate, come ha fatto sapere Gennarino De Fazio, segretario Generale della Uil-Pa Polizia penitenziaria che ricorda anche l’operatore che si è tolto la vita.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 1 aprile 2025
Siamo al 31 marzo ed è già stato registrato il 25esimo suicidio in carcere dall’inizio dell’anno. Una donna che a Bollate scontava una condanna per uxoricidio. Una triste contabilità. E avanti di questo ritmo il 2025 centrerebbe esattamente la macabra “quota cento”, demolendo il picco di 83 suicidi appena segnato nel 2024. Solo chi banalizza, sino a finire per bestemmiarle, le dinamiche interiori di chi arriva a togliersi la vita può dedurre dal solo numero dei suicidi in cella un termometro affidabile delle condizioni delle carceri. Ma ignorare i numeri non è paraocchi meno ingannevole in chi, nel governo come nella deludente seduta straordinaria lo scorso 20 marzo alla Camera, si ostina a coltivare la sola “soluzione” edilizia con la flemma di chi prescinde dall’insostenibilità della situazione.
di Conchita Sannino
La Repubblica, 1 aprile 2025
I “blocchi di detenzione” saranno installati in nove istituti di pena: 384 posti per 32 milioni di euro. Le critiche di esperti e penitenziaria. Meno di un palliativo, più di un concreto rischio “per la salute fisica e mentale di operatori sotto stress e persone detenute”. Se la speranza, per quanto provvisoria, di una risposta al sovraffollamento è aggrappata all’arrivo dei cosiddetti “blocchi detenzione” - cubi di cemento che aggiungeranno solo 384 posti letto, distribuiti in 9 istituti, al prezzo di ben 32 milioni di euro - la soluzione rischia di aggravare ulteriormente disagio e sofferenza nelle carceri. Meno trenta giorni, al netto di ostacoli e rinvii che hanno rallentato già altre promesse, al via del progetto voluto dal ministro Carlo Nordio. In estrema sintesi: è l’operazione celle da container.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 1 aprile 2025
Verranno realizzati 5 blocchi (120 posti letto) nel Nord Italia tra gli istituti di Alba, Milano e Biella. Altri 6 blocchi (144 posti) tra L’Aquila, Reggio Emilia e Voghera. Al Centro-Sud 5 blocchi (120 posti) a Frosinone, Palmi e Agrigento. Ecco le nuove carceri, come le prevede il governo Meloni. Il commissario straordinario all’edilizia carceraria, Marco Doglio, ha scoperto le carte e da qualche giorno è pubblico il bando per la costruzione delle nuove celle. Il modello è quello dei centri in Albania e perciò i nuovi padiglioni saranno dei prefabbricati di calcestruzzo, modulari, standardizzati, da montare in spazi rimasti liberi nel perimetro di nove carceri già esistenti. Disumanizzanti.
di Giuliano Foschini
La Repubblica, 1 aprile 2025
Opposizione e sindacati critici per lo stallo sulla nomina del capo del Dap. Caccia all’alternativa, si valuta il giudice Ardita. Ieri nuovo suicidio, è il 25esimo. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, assicura: “È una questione che sarà risolta a breve”. Il sottosegretario, Andrea Delmastro, è certo che alla fine andrà come lui ha sempre voluto: ricomposta la frattura con il Quirinale, “solo di tipo formale”, ha ripetuto in questi giorni, non c’è alcun motivo per cui Lina Di Domenico, “una donna tra l’altro e assai valida”, non debba diventare il capo del Dipartimento di amministrazione penitenziaria. A chi ieri sussurrava qualche alternativa - su tutti Sebastiano Ardita, magistrato esperto, per 9 anni direttore generale del dipartimento detenuti e trattamento del Dap - veniva risposto che no, Delmastro, non cederà mai.
di Giuliano Foschini
La Repubblica, 1 aprile 2025
Intervista al capogruppo di Forza Italia in commissione giustizia: “Le persone in attesa di giudizio sono presunti innocenti. E, visti i numeri sulle ingiuste detenzioni, direi che molto spesso non sono presunti. Ma sono innocenti”. “Non è chiaramente una questione di nomi. Mi fido e affido al ministero. Ma una nomina di questo tipo, ancor più in un momento così delicato, va fatta al più presto. La guida delle carceri è una casella che va occupata senza indugio”. Tommaso Calderone è il capogruppo di Forza Italia in commissione giustizia. Proprio Forza Italia - “non fosse altro per la nostra cultura garantista” fa notare un alto dirigente - è il partito più in fibrillazione in queste ore per la mancata scelta del vertice delle carceri italiane.
professionereporter.eu, 1 aprile 2025
Nelle carceri c’è la censura? Ai detenuti viene vietato di firmare con il proprio nome gli articoli che pubblicano nei giornali realizzati all’interno degli Istituti? Domande che sorgono leggendo un passaggio di un testo scritto da Giovanni Maria Flick, Presidente emerito della Corte Costituzionale, già Ministro di Grazia e Giustizia e pubblicato sul Notiziario quotidiano dal carcere realizzato da Ristretti Orizzonti. Dopo aver fatto riferimento a leggi, alla Costituzione e allo stesso Ordinamento penitenziario, così dice Flick: “Destano perplessità le voci che si colgono nell’ambiente penitenziario di tentativi ed iniziative a livello locale e di interventi per imporre o vietare la sottoscrizione dei contributi di redattori detenuti alla ‘stampa’ nel carcere, o sulla lettura preventiva di quei contributi”. Per comprendere meglio, ne parliamo con Francesco Lo Piccolo, giornalista (per 15 anni dal 1986, al Messaggero di Roma), direttore di Voci di dentro, trimestrale scritto da esperti, giornalisti, docenti e da numerosi detenuti ed ex detenuti.
- “Diritto agli affetti per preservare la nostra umanità”. Lettera dei detenuti a Secondigliano
- Disturbi mentali gravi, coinvolti oltre 15% detenuti in Italia
- Ddl Sicurezza, Salvini pronto all’accordo. Ma vuole “tutele legali” per gli agenti
- Il ddl Sicurezza contiene norme da Stato di polizia
- Ma io, giurista e femminista, dico: è importante approvare quel ddl sul reato di femminicidio










