di Elisabetta Andreis
Corriere della Sera, 15 aprile 2026
Compagnie da istituti penali diversi che si incontrano e che offrono spettacoli aperti alla città. Prossime date a Monza e a Bollate. Fare teatro in carcere è complicato. Portare i detenuti fuori lo è ancora di più. Dentro gli istituti ci sono regole, permessi, controlli, laboratori che spesso non sono molto attrezzati. Fuori i problemi sono legati a spostamenti e scorte. Ma mercoledì 15 aprile parte il primo Festival di Teatro delle Carceri. Una rassegna che prima non c’era. Compagnie da istituti diversi che si incontrano. Spettacoli aperti alla città. “È un esperimento dedicato al valore sociale e trasformativo dell’arte e anche un grande attestato di fiducia da parte dei penitenziari”, raccontano a una voce i direttori artistici Serena Andreani e Mauro Sironi, registi di due delle compagnie coinvolte, Le Crisalidi e Geni-attori.
di Marco Voleri
Avvenire, 15 aprile 2026
A volte basta una scena, una parola, un applauso, per ricordarsi che il respiro non si perde per sempre. Neanche dietro le sbarre. In questo caso la nota in tasca è tratta da una canzone di Luigi Tenco. Ci sono luoghi dove il tempo non scorre: si deposita. I giorni si appoggiano l’uno sull’altro come strati di sedimento, e quello che rimane, alla fine, è un peso sordo. Nei corridoi di un carcere il silenzio è il ritmo lento delle ore che non passano, più assordante delle chiavi che aprono e chiudono, più pesante dei cancelli. Poi, a un certo punto della settimana, accade qualcosa. Una porta si apre - non verso fuori, non ancora - ma verso un altrove possibile.
quotidianolavoce.it, 15 aprile 2026
“Oltre le sbarre” è una dimensione reale che va oltre l’idealizzazione poetica. Francesco Certo, l’autore della raccolta, sta per toccarla con mano in sette appuntamenti in diverse carceri d’Italia tra aprile e maggio, con l’obiettivo di dare un riscontro definitivo alle sue intuizioni sul tema della reclusione. Nel libro Certo propone l’immedesimazione nella pelle di un detenuto, un uomo che guarda idealmente fuori dalla sua cella e cerca di “evadere”, di entrare in contatto con quella vita da cui è temporaneamente escluso. “La poesia serve a salvare l’anima”, il mantra dell’autore, si riflette sui contenuti delle poesie di questa raccolta. La scrittura in versi si configura come un’opportunità di fuggire dalla quotidianità grigia e di riscattarsi, ma allo stesso tempo di prepararsi al reinserimento nella società, riflettendo sulla vita lì fuori.
di Vincenzo Vita
Il Manifesto, 15 aprile 2026
Qualche giorno fa si è tenuto a Roma un sit-in davanti alla Corte di Cassazione, organizzato dall’associazione italiana dei giornalisti-videomaker (GVpress). L’iniziativa ha inteso protestare contro il rischio che possa diventare definitiva la condanna di Fabio Butera al risarcimento di 33mila euro per non avere rimosso dei post dalla sua pagina Facebook, considerati offensivi da un collega del Giornale di Vicenza in merito ad un articolo su alcuni richiedenti asilo. Sul caso è intervenuta la stessa federazione della stampa. Dove sta l’aspetto che più colpisce? Il giudice aveva ritenuto legittimo ciò che Butera aveva scritto nel post. A causa della mancata rimozione dei commenti si comminava, però, la suddetta multa.
di Angela Stella
L’Unità, 15 aprile 2026
Mario Serio, Professore Emerito dell’Università di Palermo, membro del Collegio del Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, in base al monitoraggio fatto nei Cpr qual è la situazione in generale? Come è noto, sono frequenti le visite che il Garante compie nei centri di permanenza per il rimpatrio disseminati nel territorio nazionale. Quante? Quattro o cinque all’anno in media e altrettante nei locali idonei delle Questure. Lo scorso autunno è stato visitato anche il centro situato in Albania. Limitando, per il momento, lo sguardo all’Italia la situazione è purtroppo molto precaria per una somma di ragioni di ordine strutturale, materiale, psicologico.
di Pietro Barabino
Il Fatto Quotidiano, 15 aprile 2026
33 testimonianze raccontano la tratta di donne migranti tra Tunisia e Libia. Il dossier è realizzato dal team di ricercatori internazionali RR[X] con il sostegno di Asgi, Border Forensics, The Routes Journal, On Borders e Melting Pot Europa. Le interviste sono state raccolte da dicembre 2024 a febbraio 2026. “Vi porteremo in Libia, vi venderemo in Libia”, ridevano le guardie, prima di concretizzare queste loro minacce. Una delle testimoni del nuovo rapporto Women State Trafficking ricorda così i giorni passati in quelle che definiscono “gabbie”, alla frontiera tunisina; tra taser puntati addosso, perquisizioni, insulti e uomini “picchiati fino a quando stavano per morire”.
di Leonardo Fiorentini
Il Manifesto, 15 aprile 2026
Nel 2025 la Risoluzione 68/6, approvata dalla Commission on Narcotic Drugs dell’Onu (CND) su iniziativa della Colombia, ha istituito un panel di 19 esperti per elaborare raccomandazioni “chiare e attuabili” volte a migliorare il sistema internazionale di controllo delle droghe. Questo processo, promosso in vista della riunione di alto livello sulle droghe prevista nel 2029, ha visto lo scorso marzo la stessa CND completare la composizione del panel di esperti con la nomina dell’ultimo dei due co-chair del consesso. Saranno il canadese Allan Rock, già nominato dal Segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, e Natalie Y-lin Morris-Sharma, proposta da Singapore.
di Ernesto Galli della Loggia
Corriere della Sera, 15 aprile 2026
Quando non c’è più un bene comune, le regole vengono stabilite dalla forza. La crisi del diritto internazionale è sotto gli occhi di tutti: con la conseguenza di un sempre più generalizzato e indiscriminato ricorso all’uso dello scontro aperto, alla guerra. Che però tende a dare ragione non a chi ce l’ha ma a chi è più forte, producendo dunque a propria volta un ulteriore aggravamento della crisi del diritto in questione. Se ci chiediamo però perché le regole di questo contano sempre di meno non dobbiamo accontentarci della risposta abituale - perché ci sono dei governi cattivi che non le rispettano - che come si capisce è una finta risposta che non spiega nulla.
di Vito Mancuso
La Stampa, 15 aprile 2026
La religione esibisce un’inaspettata forza geopolitica: sembra di essere tornati al premoderno. La situazione è incredibile, al limite del paradosso, forse persino del ridicolo: in piena secolarizzazione, mentre i singoli nella loro vita privata non si curano minimamente dei dettami della religione e ognuno si comporta secondo l’unico vangelo che riconosce, vale a dire il proprio egoistico desiderio, i riferimenti alla religione nella politica mondiale si moltiplicano e diventano punti fondamentali della comunicazione. Dico della “comunicazione” intendendo con essa l’officina del consenso, ovvero il motore vero e proprio della politica contemporanea, la quale è sempre più simile a un’azienda governata dalla logica del marketing, di quanto cioè desiderano gli acquirenti, e non dalla logica del prodotto, di quanto cioè è deontologicamente giusto produrre. Proprio lì, nella comunicazione, la religione esibisce in questi giorni un’inaspettata forza geopolitica. A tratti sembra quasi di essere tornati al premoderno, quando la laicità non esisteva e tutto era religiosamente determinato. È per questo che la polemica tra il Presidente degli Stati Uniti e il Romano Pontefice assume un rilievo che va al di là della semplice cronaca.
di Fabio Carminati
Avvenire, 15 aprile 2026
Il ritorno alle guerre tradizionali, lo stop ai corridoi per le merci, la battaglia per l’autonomia energetica: il conflitto scatenato da Usa e Israele in Iran sta inconsapevolmente segnando la fine della globalizzazione. Se mai ce ne fosse bisogno, in questa guerra tra Israele, Stati Uniti e Iran, nel fronte degli sconfitti c’è n’è uno che ha per la prima volta dimostrato fino in fondo tutte le sue fragilità: la globalizzazione. Mentre si combatte ancora, si bloccano le rotte e i colloqui di pace hanno intenti ben superiori al bene prezioso del dialogo, (lo si è detto) si è scatenata una tempesta perfetta. Che ha riportato il mondo indietro di cinquant’anni. Era pronta da tempo a scatenarsi: aspettava solo un gesto inconsulto per cominciare. Perché da oltre un decennio la geopolitica e le guerre da cui è puntellato avevano dimostrato empiricamente che la risposta del prezzo del petrolio - come l’oro è l’indicatore materiale della tensione globale - era rimasta anelastica: l’ultimo esempio era arrivato dalla fase recente ed esplosiva della crisi ucraina e dall’invasione di Gaza da parte di Israele e il successivo attacco di giugno al nucleare iraniano. Prima ancora, con le primavere arabe e la successiva, interminabile, guerra siriana passando per la tragedia libanese. Nulla di tutto ciò aveva alterato così pesantemente i prezzi del greggio. Neanche l’allucinante periodo del Covid, per certi versi e per gli effetti economici, equiparabile a un autentico conflitto.
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