di Natascia Ronchetti
Il Sole 24 Ore, 1 febbraio 2025
Le 32 Rems oggi esistenti in Italia dispongono di appena 630 posti letto, ne occorrerebbero almeno il doppio. Ciò che teme la Corte Costituzionale - e cioè che le gravi criticità delle Rems (Residenze per l’esecuzione delle misure di sicurezza) non tutelino né i detenuti con disturbi mentali che devono essere curati né la sicurezza pubblica - è già accaduto. Due volte nell’arco di poco tempo. Prima, nell’ottobre del 2023 a Milano, l’omicidio di Marta Di Nardo, da parte di un pregiudicato infermo di mente in attesa di ricovero. Poi, poco più di due mesi fa, a Caprarola (Viterbo), l’uccisione di un netturbino ad opera di un altro pregiudicato, anche egli in lista d’attesa per essere ricoverato. Entrambi erano in libertà vigilata.
di Antonio Ferrero
La Stampa, 1 febbraio 2025
“È provato che laddove la detenzione è volta verso una rieducazione, la recidiva è minore quindi è anche un investimento. Non è soltanto un discorso di misura di civiltà generica o di sensibilità verso i detenuti, ma una garanzia per la società. Le carceri dovrebbero diventare il meno possibile palestra di crimine o criminogene. Invece, non curandosi di quanto succede in prigione, la società alimenta attraverso il carcere il circolo vizioso della delinquenza, perché aumenta la possibilità di reiterare i reati”. Il discorso del dottor Alberto Arnaudo, medico già direttore del Serd di Cuneo, sulla necessità di portare l’attenzione sulle condizioni di vita di chi in carcere soffre per motivi diversi, è molto pragmatico.
di Filippo Rigano*
L’Unità, 1 febbraio 2025
Sono un ergastolano “ostativo” che alberga ininterrottamente nelle patrie galere dal 1993 del secolo scorso. Eh sì, perché bisogna fare i conti anche con il tempo che macina gli anni della vita fino alla vecchiaia, e alla morte. Quando ho varcato le porte del carcere, di anni ne avevo 36, oggi ne ho 68. Sapevo a malapena leggere e scrivere, come titolo di studio avevo soltanto la seconda elementare. Il 23 ottobre 2019, nel teatro del carcere di Rebibbia, sono riuscito a laurearmi in giurisprudenza con lode dell’Università di Tor Vergata. Ho dimostrato progressi nello studio, nel lavoro, nel senso critico del passato per cui sto scontando la mia pena. Nonostante ciò non riesco a respirare neanche un’ora di libertà. Per la legge non dovrei essere più un “ergastolano ostativo”, un “fine pena mai”. Come tanti altri, sono un ergastolano che aspetta.
di Francesco Mandoi
L’Espresso, 1 febbraio 2025
La separazione delle carriere nasconde un’iperproduzione di norme, spesso contraddittorie. Mentre rimangono i vuoti d’organico in tutti i settori del sistema giustizia. La cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario si è svolta in un momento in cui è molto alta l’attenzione della pubblica opinione sullo scontro tra magistratura e politica, determinato dalle scelte legislative in materia di ordinamento giudiziario, prima fra tutte quella della separazione delle carriere fra magistratura giudicante e requirente. Nelle relazioni in Cassazione e nelle Corti d’appello si possono rinvenire informazioni utili sullo stato della giustizia nel nostro Paese e sulla congruità delle risposte legislative in cantiere. Sulla capacità del sistema di rispondere alle richieste di giustizia in tempi ragionevoli, con decisioni coerenti al principio della certezza del diritto, garantendo l’accesso alla giustizia per tutti i cittadini in condizioni di parità.
di Stefano Folli
La Repubblica, 1 febbraio 2025
Le strade sono due. La prima è accelerare sulla via della riforma Nordio. Nella seconda lo sbocco potrebbe essere sciogliere il conflitto sul terreno elettorale. È stato un gesto di correttezza istituzionale, ma anche d’intelligenza politica la visita al Quirinale di Giorgia Meloni nel pieno del conflitto con la magistratura sul caso Almasri. Ciò non significa, è ovvio, che l’attacco sferrato ai giudici con toni senza dubbio inusuali abbia ottenuto una sorta di approvazione dal capo dello Stato, che rappresenta anche il vertice del Csm. Sarebbe persino strano immaginarlo: Mattarella si è sempre sforzato, come è logico, di non esasperare i contrasti, soprattutto quando appaiono più che insidiosi, come l’attuale.
di Gianluca Mercuri
Corriere della Sera, 1 febbraio 2025
Giustizia come tema dominante, terreno di scontro, chimera eterna fatta di pezzi diversi come il mostro della mitologia greca: verità ideali e parziali, strumentalizzazioni presunte o effettive. Dopo la breve stagione in cui tutte le curve tifavano per lei, da più di 30 anni la magistratura è l’istituzione più divisiva, ciclicamente accusata di interferenze indebite (a volte anche da sinistra) e perfino di eversione (più spesso da destra). Ora sembra prossimo il cortocircuito. Tra le ambiziose e controverse riforme imbastite dal governo Meloni, quella della giustizia appare la meno condannata all’inconcludenza, anche se superare tutti gli ostacoli (l’opposizione dell’Associazione magistrati e di una parte del Paese che si presume non trascurabile) non sarà semplice.
di Marco Taradash
linkiesta.it, 1 febbraio 2025
Per combattere lo storico protagonismo dei pm, il governo Meloni vuole piegare la magistratura all’esecutivo, come già avviene in molti regimi illiberali. Ma la democrazia si basa su contrappesi, non su giudici complici o pubblici ministeri persecutori. Vorrei che il Governo non mettesse ancora a dura prova la mia convinzione, stavo per scrivere fede, nella separazione delle carriere. Io voglio un giudice che possa giudicare, ascoltate accusa e difesa, senza il retropensiero che un giorno quel pubblico ministero cui dà torto si trovi a decidere della sua carriera nel Consiglio superiore della magistratura che li unisce, e senza che legami di altro genere possano influenzare le sue scelte. Voglio un pm che si batta per la sua convinzione di colpevolezza dell’imputato senza disporre di strumenti diversi dall’avvocato che gli si contrappone.
di Simona Musco
Il Dubbio, 1 febbraio 2025
Con la pratica contro Lo Voi, Palazzo Bachelet solleva un nuovo fronte contro la magistratura. La richiesta finirà nel nulla, ma il messaggio politico è chiaro. Quello di Francesco Lo Voi, il procuratore di Roma che ha iscritto sul registro degli indagati la presidente Giorgia Meloni e i suoi uomini per il caso Almasri, è stato più un assist al governo che un colpo messo a segno dalla magistratura nella battaglia contro la separazione delle carriere. Perché ha consentito ai vertici di Palazzo Chigi di non rispondere in aula delle proprie scelte, dopo aver negato a lungo la ragione di Stato che oggi si troverebbe a dover rivendicare.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 1 febbraio 2025
“I procuratori non sono postini. Se lo fossero, qualunque denunciante un ministro che voli a cavallo di un asino dovrebbe avere diritto alla trasmissione al Tribunale dei ministri”, dice il giudice emerito della Consulta. “Ma dal governo scarsa chiarezza nell’evocare la ragion di stato”. Ma quale “atto dovuto”. Anche Sabino Cassese, giudice emerito della Corte costituzionale, al Foglio esprime perplessità sulla decisione del procuratore di Roma, Francesco Lo Voi, di mettere sotto indagine la premier Meloni, i ministri Nordio e Piantedosi e il sottosegretario Mantovano per il caso Almasri, sulla base di un esposto composto da 15 righe e un rimando ad articoli di stampa. Cassese ricorda innanzitutto l’articolo 6 della tanto richiamata legge costituzionale n. 1 del 1989, secondo cui il procuratore della Repubblica, una volta ricevuta una denuncia che riguarda presunti reati compiuti da membri del governo, “omessa ogni indagine, entro il termine di quindici giorni”, trasmette gli atti al Tribunale dei ministri. “Omessa ogni indagine non vuol dire alla cieca. Non vuol dire che il procuratore della Repubblica è un mero passacarte. Se lo fosse, qualunque denunciante un ministro che voli a cavallo di un asino dovrebbe avere diritto alla trasmissione al Tribunale dei ministri”, afferma Cassese.
di Edmondo Bruti Liberati
La Stampa, 1 febbraio 2025
“Il procuratore Francesco Lo Voi, lo stesso del fallimentare processo a Matteo Salvini per sequestro di persona nella vicenda Open Arms, mi ha appena inviato un avviso di garanzia in relazione al rimpatrio del cittadino libico Almasri”: presidente del Consiglio Giorgia Meloni. “Proditorio attacco al governo attuato da quella magistratura che non tollera che ci sia una riforma della giustizia”: ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani. Complotto della magistratura, che a questo punto vedrebbe complici procuratore e giudici della Corte penale internazionale de L’Aja, fino ai magistrati italiani aderenti alla Associazione nazionale magistrati e infine al procuratore della Repubblica di Roma. Da più parti si ripropone la frusta denuncia della “giustizia a orologeria”. Imbarazzato il senatore Gasparri perché avendo già nei giorni scorsi denunciato la “eversione della magistratura” si è trovato a corto di ulteriori invettive.
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