di Diego Motta
Avvenire, 6 settembre 2024
L’Ismu fa una prima stima della platea interessata alla cittadinanza per ragazzi stranieri nati e cresciuti nel nostro Paese. Il giurista Codini: nessun nesso tra questo tema e il governo dei flussi. La crescita degli studenti stranieri nelle scuole italiane conferma, semmai ce ne fosse bisogno, che l’immigrazione non è un fenomeno episodico, ma strutturale, mentre le prime stime sulla possibile (e per ora del tutto ipotetica) introduzione dello Ius Scholae nel nostro Paese danno la misura di un percorso graduale, tutt’altro che massiccio, all’insegna dell’integrazione: a fronte di quasi un milione di ragazzi nel limbo, infatti, sarebbero circa 200mila quelli che già nel 2025 diventerebbero “nuovi italiani”.
di Carlo Cottarelli
L’Espresso, 6 settembre 2024
Tra i 27 dell’Unione europea siamo al quattordicesimo posto in termini di facilità del riconoscimento: ma se si tolgono le nazioni dell’Est, siamo agli ultimi posti. E abbiamo perso posizioni con l’introduzione di regole sempre più ferree. Nel 212 d.C. l’imperatore Caracalla concesse la cittadinanza romana a tutte le comunità dell’Impero, non tanto per facilitarne l’integrazione, ma per motivi fiscali: certe tasse erano dovute solo da chi aveva il privilegio di poter dire: “Civis Romanus sum”. Oggigiorno, con la tassazione basata sul principio della residenza, le discussioni sui principi che debbono regolare la concessione della cittadinanza riguardano invece la questione dell’integrazione. Lo ha ribadito Antonio Tajani in un’intervista pubblicata sul Messaggero il giorno di Ferragosto. Tajani ha ribadito la posizione di Forza Italia: “La forza del nostro Paese e le sue potenzialità economiche derivano anche dalla capacità di saper integrare persone che arrivano da fuori… La nostra posizione è sempre stata a favore dello jus scholae…”, precisando però che la questione non era comunque all’ordine del giorno nel governo.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 settembre 2024
Nel cuore dell’estate, la maggioranza, su iniziativa della Lega, ha sferrato un doppio attacco al settore della cannabis light, mettendo a rischio circa quindicimila posti di lavoro e un’intera filiera industriale. Due provvedimenti, un decreto e un emendamento, rischiano di cambiare radicalmente il volto del settore della cannabis in Italia, sollevando interrogativi sulla motivazione ideologica dietro queste mosse politiche.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 settembre 2024
Le carceri italiane sono state attraversate da un’ondata di proteste e disordini durante tutto il mese di agosto, segnando uno dei periodi più critici dopo le grandi e gravi rivolte avvenute durante la pandemia. La situazione, ormai insostenibile, ha fatto riemergere con prepotenza problemi cronici come il sovraffollamento, le condizioni delle strutture fatiscenti e il drammatico aumento dei suicidi tra i detenuti tanto da raggiungere il record assoluto di 68 persone che si sono tolte la vita dall’inizio dell’anno. L’ultimo lunedì scorso a Benevento. A questo si aggiungono le difficoltà nella gestione dei detenuti con problemi di salute mentale, che hanno contribuito a rendere il clima ancora più teso e pericoloso.
di Franco Mirabelli*
huffingtonpost.it, 5 settembre 2024
Investire sui servizi per dare assistenza a chi subisce un reato e velocizzare i processi per rispetto delle vittime, sono cose necessarie su cui non c’è traccia di interventi da parte del governo. Ma è grave anche l’inerzia e l’indifferenza di fronte alle condizioni delle carceri in Italia. Occuparsi delle carceri e delle condizioni della detenzione non porta voti e parlare di ciò che succede negli istituti di pena non interessa a chi è fuori. Ma la politica non può non occuparsene; il governo non può restare inerme di fronte ai problemi e l’opinione pubblica indifferente perché, da come vengono trattati i reclusi, si misura il grado di civiltà di un Paese.
di Mariastella Gelmini*
Avvenire, 5 settembre 2024
Esistono valide ragioni per ritenere che la disastrosa situazione delle carceri italiane continuerà a essere di stretta attualità ancora per molto. Purtroppo. Ciò dipende in primo luogo da alcuni dati oggettivi, a cominciare dal sovraffollamento (parliamo di 10mila persone in più) e dalla drammatica crescita di suicidi e atti di autolesionismo. In Gran Bretagna è stato sufficiente che il tasso di occupazione delle carceri superasse il 90 per cento (in Italia, come è noto, siamo al 130%) perché governi sia di destra che di sinistra sentissero il dovere di intervenire con misure di immediato impatto. Il decreto varato dal ministro Nordio lo scorso luglio, convertito in legge senza un reale confronto parlamentare, contiene sicuramente misure positive, come l’aumento del numero di agenti di polizia penitenziaria, l’incremento delle telefonate consentite ai detenuti e alcuni snellimenti burocratici, tuttavia si rivelerà presto insufficiente ad attenuare la pressione del sovraffollamento e le connesse tensioni.
di Giulia Merlo
Il Domani, 5 settembre 2024
Il guardasigilli ha sostenuto che il sovraffollamento è colpa di una “immigrazione massiccia”. Ma la percentuale di detenuti stranieri è calata e il governo ha rivendicato di aver ridotto i flussi. Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, ha individuato il nuovo capro espiatorio per spiegare il sovraffollamento nelle carceri: i migranti. Anche a costo non solo di confutare i dati ministeriali, ma di smentire anche i successi vantati dal suo stesso governo. “C’è stata una immigrazione massiccia che ha portato a una popolazione carceraria di detenuti stranieri che supera da noi il 30 per cento, in alcune realtà addirittura il 50 per cento, per reati contro il patrimonio, connessi essenzialmente alla necessità di procurarsi da vivere. È là che va trovata una soluzione, non certo con una liberazione incondizionata che allarmerebbe la società”, ha argomentato il ministro in una lunga intervista a Sky Tg24.
di Francesca Fagnani
La Stampa, 5 settembre 2024
Le celle scoppiano. Di detenuti, sempre troppi rispetto alla capienza prevista, di rabbia, che esplode nelle rivolte sparse in tutta Italia, di fragilità e di abbandono, che si misura nella drammatica conta annuale dei suicidi. Che un terzo della popolazione carceraria sia rappresentato da detenuti con problemi di dipendenza da droga e alcool è un fatto noto e di certo non solo italiano, in America per esempio con l’invasione del Fentanyl la situazione è perfino più critica che altrove. Rispetto a questa delicata questione, l’attuale decreto carceri prevede come soluzione il trasferimento dei detenuti tossicodipendenti in comunità di recupero, previa ovviamente l’approvazione delle autorità giudiziarie. Giusto, anzi sacrosanto. La tossicodipendenza infatti secondo la definizione dell’Organizzazione mondiale della sanità è “una malattia cronica e recidivante” e come tale va trattata, con le terapie e nei luoghi opportuni, che non sono certo le carceri, dove troppo spesso si rischia di condurre una guerra, dall’esito scontato, non contro la droga, ma contro i tossicodipendenti. Favorire l’ammissione di questa fascia vulnerabile in strutture terapeutiche dunque sembrerebbe una scelta giusta, a tutela del diritto di tutti a curarsi, come dispone la nostra Costituzione.
di Carlotta Sanviti
gamberorosso.it, 5 settembre 2024
Nelle carceri italiane, i detenuti devono arrangiarsi con ingegno per creare pasti decenti, mentre le ditte appaltatrici guadagnano cifre esorbitanti con il sopravvitto. L’attesa del pasto nelle carceri avviene generalmente in un silenzio interrotto solo dal rumore dei passi dei “portavitto” che si avvicinano, dal clangore metallico delle chiavi e dall’apertura delle porte di metallo; l’attesa diventa palpabile, quasi un’entità a sé stante che occupa la cella. Quando finalmente il carrello del cibo arriva, si crea una sorta di rituale meccanico. Il cibo è spesso insapore, la consistenza monotona, e raramente offre una vera soddisfazione, c’è quello che offre “la casanza” (nel gergo carcerario è il carcere stesso).
di Glauco Giostra
Avvenire, 5 settembre 2024
Le professionalità penitenziarie patiscono un’ingiusta emarginazione culturale e sociale cui è necessario porre rimedio. Gravati da compiti difficili e importanti finiscono sotto i riflettori solo quando subiscono o usano violenza. Serve una maggior considerazione del loro operato in generale. Da quando i riflettori mediatici si sono finalmente soffermati, al prezzo di tante morti, sull’universo carcerario, capita non di rado di sentire parlare della polizia penitenziaria. Ma soltanto quando i suoi uomini subiscono o usano violenza. O in presenza dell’agghiacciante notizia del suicidio di uno di loro. Poi tornano, ingenerosamente al centro della disattenzione pubblica, a svolgere la loro difficile, delicatissima e mai gratificante, né gratificata funzione.
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