di Alice D’Este
Corriere del Veneto, 1 luglio 2024
Non solo la tragedia di Udine: da Treviso a Verona, ecco chi sono i ragazzi padroni delle piazze. Italiani o stranieri di seconda generazione, con un basso grado di scolarizzazione (o con una tendenza all’abbandono scolastico). Quasi sempre maschi tra i 14 e i 24 anni (anche se la presenza delle ragazze è in aumento). Si radunano, di norma, nei fine settimana nelle piazze, nelle stazioni ferroviarie o nei centri commerciali in piccoli gruppi di una decina di persone. E quando lo fanno si “dedicano” a bullismo, risse, percosse e lesioni, atti vandalici e disturbo della quiete pubblica. In alcuni casi arrivano al furto e allo spaccio di sostanze stupefacenti con un incremento importante, proprio nell’ultimo anno, delle attività più “violente”, come la rapina e la violenza sessuale. L’attività di gran lunga predominante rimane tuttavia quella delle vessazioni nei confronti di coetanei che spesso sfocia in risse e pestaggi.
di Andrea Pasqualetto
Corriere del Veneto, 1 luglio 2024
Il governatore del Veneto dopo il caso di Shimpei Tominaga: “Ci vuole una legge speciale per fermare la violenza o rischiamo il Bronx. Un 17enne di oggi non è un 17enne di 50 anni fa, va trattato da adulto”. Tra il 2020 e il 2022 i reati commessi da minorenni sono cresciuti del 39%. L’imprenditore giapponese massacrato a Udine da tre ragazzi veneti; la baby gang di quindicenni che a Verona ha messo a segno rapine a mano armata; lo scontro fra bande di trapper padovane e milanesi. Ragazzi che uccidono, rubano, picchiano, spacciano.
di Errico Novi
Il Dubbio, 1 luglio 2024
Dalle “verifiche” di Transparency international sul tasso di corruzione nei singoli Paesi l’Italia è ai vertici (in negativo) tra gli Stati del mondo progredito. Anzi se la batte con il Ruanda. In Italia l’azione penale è obbligatoria. E resterà tale, anche dopo la separazione delle carriere. Se ritengono ve ne sia motivo, i pm hanno sempre il dovere di procedere e di invocare la condanna di un imputato. Di certo gli inquirenti italiani non guardano in faccia a nessuno. Neanche al cosiddetto interesse nazionale. Al punto da avviare un’indagine e sollecitare un rinvio a giudizio anche quando il sospettato è una compagnia “strategica” e le ipotesi d’accusa non sono esattamente di granito, tanto da non reggere alla prova del processo.
di Guido Camera
Il Sole 24 Ore, 1 luglio 2024
Si applicano i mezzi di contrasto investigativo usati per mafia e terrorismo. Assimilare, a livello di contrasto investigativo, la criminalità cyber alla criminalità organizzata e al terrorismo. È il risultato a cui approdano le norme processuali contenute nella nuova legge in materia di cybersicurezza nazionale e di reati informatici.
tusciaweb.eu, 1 luglio 2024
Padre e figlio, entrambi boss mafiosi detenuti in regime di carcere duro, hanno diritto ad avere almeno un colloquio visivo all’anno anche se tutti e due in regime di carcere duro. Al centro della vicenda Giuseppe Cammarata, boss 47enne di Riesi, in provincia di Caltanissetta, figlio del boss Vincenzo. È stato bocciato dalla Cassazione il ricorso del Ministero della giustizia contro l’ordinanza con cui, l’11 maggio 2023, il tribunale di sorveglianza di Roma aveva rigettato il reclamo contro l’accoglimento, da parte del magistrato di sorveglianza di Viterbo, del reclamo proposto a sua volta da Giuseppe Cammarata, cui la direzione del carcere Nicandro Izzo, in località Mammagialla, aveva negato almeno un colloquio visivo all’anno con il genitore Vincenzo, anche lui detenuto in regime di carcere duro.
di Francesco Frangella
cosenzachannel.it, 1 luglio 2024
Un drammatico evento ha scosso la Casa circondariale. Un detenuto di 21 anni, originario di Salerno, si sarebbe impiccato all’interno della sua cella. Secondo le prime indiscrezioni, l’uomo si sarebbe impiccato all’interno della sua cella. Il tragico ritrovamento è stato effettuato dal personale della polizia penitenziaria durante il consueto giro di controllo notturno. Purtroppo, tutti i tentativi di rianimazione da parte dei soccorritori sono stati vani, e all’arrivo del medico di turno, non è rimasto altro da fare se non certificare il decesso.
di Elisabetta Andreis
Corriere della Sera, 1 luglio 2024
Il direttore Ferrari: “In breve tempo arriveranno tre mediatori, uno psichiatra e quattro educatori in più”. Ogni domenica la messa aperta a tutti. Una messa bella e partecipata, celebrata dal vicario episcopale Giuseppe Vegazzi con i cappellani don Gino Rigoldi e don Claudio Burgio in occasione della ricorrenza di San Basilide, santo patrono del corpo di polizia penitenziaria, celebrate domenica mattina nella chiesa dell’Ipm Beccaria. In prima fila le istituzioni, il direttore Claudio Ferrari e il comandante di reparto Daniele Alborghetti, e dietro gli agenti, le famiglie del quartiere e alcuni ragazzi detenuti, per lo più di religione musulmana.
di Tiziana Roselli
Il Dubbio, 1 luglio 2024
Gli Ordini forensi toscani sollecitano l’intervento del Csm e del ministero della Giustizia. Il Coa di Firenze ha lanciato un accorato appello per affrontare l’emergenza di carenza di organico che sta paralizzando il Tribunale distrettuale del riesame di Firenze. La situazione, che ha raggiunto livelli critici, ha portato alla sospensione de facto delle trattazioni degli appelli relativi alle misure cautelari personali, con gravi ripercussioni sui diritti degli indagati.
di Salvo Palazzolo
La Repubblica, 1 luglio 2024
Giovanni Piero Salvo, boss del clan Cappello, vive ormai su una sedia a rotelle. Ha anche incontrato il presidente del tribunale per i minorenni: “A 14 anni fui il portavoce della spaccatura fra le famiglie”. “Signor giudice, a me l’hanno rubata l’adolescenza”. Ha un inizio drammatico la lettera che Giovanni Piero Salvo, capomafia del clan Cappello condannato all’ergastolo per la strage di Catenanuova, ha spedito nei giorni scorsi al giudice Roberto Di Bella, il presidente del tribunale per i minorenni di Catania. “A 14 anni mi ritrovai già ad essere il portavoce della spaccatura del 1992 - racconta. All’epoca, ero davvero solo un ragazzino, ma avevo un cognome importante e tutti mi consideravano un grande”.
di Fabio Finazzi
Corriere della Sera, 1 luglio 2024
Quei “fine pena mai” convertiti in volontari dal religioso Beppe Prioli. Una vita nelle carceri accanto a condannati come Pietro Cavallero. Il risveglio dal coma e la richiesta: “Portatemi a trovarli di nuovo”. Ci sono quelli che “chiudeteli in prigione e buttate via la chiave”. Poi c’è fra Beppe Prioli, da Bonaldo di Zimella, Verona: da 60 anni batte meticolosamente gli anfratti di ogni galera italiana in cerca delle chiavi gettate. Per tutti è Fratello Lupo, dal titolo di un libro che racconta la sua missione di pioniere francescano nelle carceri, partita nel 1963 da un moto di ribellione a un articolo giornale: “Giovane di vent’anni condannato all’ergastolo. Fine pena mai”. “Fine pena mai? Ma come, quel ragazzo ha la mia età, potrei esserci io al suo posto…”. Da questa scintilla, la stessa che indusse San Francesco ad affrontare e ammansire il lupo di Gubbio, inizia il suo incredibile viaggio attraverso la Cronaca Nera italiana in carne e ossa, negli abissi della coscienza dei crimini più indicibili. Un’attrazione più patologica che fatale, verrebbe da dire, se non fosse per le storie di riscatto e - a volte - di impensabili riconciliazioni, insieme certo a qualche fallimento e a tante fatiche, che costellano la sua originalissima biografia. E ci sarà pure un motivo se don Luigi Ciotti ha scritto di lui: “Per me è un amico la cui irruenta amicizia nei confronti dei detenuti, specie di coloro sul cui cuore pesano le colpe più gravi, contribuisce a farmi sentire più giovane e ottimista”.
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