di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 aprile 2024
Il caso Cospito ha riportato alla luce il tema del 41 bis, un regime detentivo speciale caratterizzato da misure restrittive volte a recidere i collegamenti dei detenuti con la criminalità organizzata. Nonostante l’acceso dibattito, il 41 bis sembra essere tornato nell’ombra, con la situazione dei detenuti sottoposti a tale regime che rimane poco conosciuta e dibattuta. Parliamo di un’analisi dettagliata a cura dell’associazione Antigone e che la ritroviamo nel ventesimo rapporto sulle condizioni di detenzione Antigone ricorda che il 41 bis si applica a detenuti condannati o imputati per reati gravi, come terrorismo o associazione mafiosa, per i quali vi sia concreto pericolo di collegamenti con la criminalità organizzata. Il regime prevede la detenzione in sezioni speciali, con limitazioni ai contatti con l’esterno e controlli serrati. L’applicazione avviene tramite decreto motivato del ministero della Giustizia e ha una durata di quattro anni, rinnovabile per periodi di due.
di Chiara Daina
Corriere della Sera, 25 aprile 2024
Più difficili la messa in prova e la comunità. E cresce del 30% la spesa per antipsicotici. Il carcere per un adolescente è sempre stata l’extrema ratio, non la soluzione a carenze educative e di assistenza sociale. In questo l’Italia era un esempio internazionale. Qualcosa sta cambiando? “Prima - spiega Michele Miravalle, coordinatore nazionale dell’Osservatorio sulle carceri dell’associazione Antigone - solo negli istituti penali per adulti riscontravamo condizioni di sovraffollamento e un diffuso malessere psicofisico: oggi anche in quelli minorili. I giudici, anche quando disposti a concedere percorsi alternativi sul territorio, si scontrano sempre più spesso con l’oggettiva difficoltà di collocare i ragazzi con misure penali nelle comunità, perché sono più problematici da gestire. E le strutture, quasi tutte private, tendono a selezionare i casi inviati dai servizi sociali. Il decreto Caivano, aumentando le pene e le fattispecie di reati per i minori, rende più difficile farli uscire dal carcere e complica ulteriormente l’inserimento in comunità. Tutti fattori che, sommati, rischiano di travolgere il sistema minorile”.
difesapopolo.it, 25 aprile 2024
Il Coordinamento esprime “profonda preoccupazione per i fatti emersi dall’inchiesta. Il carcere che non educa produce violenza e malessere”. “La carcerazione deve essere una misura del tutto residuale per i minorenni”: lo ricorda il Coordinamento Nazionale Comunità di Accoglienza (Cnca), esprimendo “profonda preoccupazione per i fatti emersi con l’inchiesta che ha coinvolto numerosi agenti dell’Istituto penale minorile Beccaria di Milano”. In base al Dpr 448/88, che regolamenta la giustizia minorile nel nostro paese, infatti, “l’ordinamento prevede altre possibilità che vanno intese come prioritarie, a cominciare dall’istituto della messa alla prova - ricorda ancora Cnca - Un approccio che ha subito un netto passo indietro con l’approvazione del cosiddetto Ddl Caivano, che ha invece aumentato il ricorso alla carcerazione, in particolare ampliando il ricorso alle misure cautelari ed escludendo dalla messa alla prova diverse tipologie di reato”.
di Claudio Burgio*
Avvenire, 25 aprile 2024
“Un certo numero di detenuti, anche se si comportavano da duri durante la giornata, spesso si addormentavano piangendo, la sera. C’erano anche altri pianti e diversi da quelli indotti dalla paura e dalla solitudine. Erano più bassi e soffocati: la voce dell’angoscia. Pianti che possono cambiare il corso di una vita. Pianti che una volta sentiti non li cancelli più dalla memoria”: sono le parole tratte dal film “Sleepers”, uscito nelle sale cinematografiche nel 1996. Purtroppo, sono espressioni che non appartengono più solo ad un capolavoro del cinema americano, ma diventano tremendamente attuali dopo i fatti sconvolgenti emersi lunedì scorso al carcere minorile Beccaria di Milano.
di Youssef Hassan Holgado
Il Domani, 25 aprile 2024
Il Cpt del Consiglio d’Europa, nel suo rapporto sull’Italia, parla dei maltrattamenti in carcere e del sovraffollamento. Cita anche il pestaggio di Santa Maria dove gli agenti sono accusati di tortura. Reato che FdI vuole eliminare. Alcuni deputati di Fratelli d’Italia hanno presentato una proposta di legge per abrogare il reato di tortura. Una decisione che arriva a poche ore di distanza dalla sospensione di 23 agenti della polizia penitenziaria, accusati di tortura di stato nei confronti di tre detenuti a Biella, e nel giorno in cui l’organo anti tortura del Consiglio d’Europa segnala evidenti problematicità legate al sistema carcerario italiano. La proposta intende abrogare gli articoli 613-bis e 613-ter del codice penale, rimarrebbe in vigore soltanto una sorta di aggravante nell’articolo 61.
di Simona Musco
Il Dubbio, 25 aprile 2024
Pene fino a otto anni per le notizie frutto di un reato. Mantovano: “Il governo rifletterà”. Il carcere per i giornalisti esce dalla porta e rientra dalla finestra. Sono stati presentati due emendamenti - uno a firma Enrico Costa (Azione), sottoscritto anche da Maria Elena Boschi (Iv), e uno a firma Tommaso Calderone (Forza Italia), i partiti più garantisti del Parlamento - che, partendo dal presunto scandalo dossieraggi (sebbene il termine sia utilizzato impropriamente) puntano a spezzare il passaggio di informazioni tra fonti e giornalisti, per punire chiunque pubblichi notizie raccolte illecitamente.
di Davide Varì
Il Dubbio, 25 aprile 2024
La galera non è la soluzione. Chi oggi vuole quella legge rischia di tradire i valori per i quali ha combattuto e ancora combatte. Gli onorevoli Maria Elena Boschi, Enrico Costa e Tommaso Calderone sono amici di questo giornale. Meglio: sulla giustizia condividono una chiara e limpida posizione garantista. Da sempre e senza sbavature. Esattamente come noi. Per questo siamo sorpresi, forse addirittura dispiaciuti, della loro posizione sul decreto Cybersicurezza che prevede la galera fino a 8 anni di carcere per i giornalisti che consapevolmente divulgano notizie frutto di reato. Certo, sappiamo bene che qualcuno di loro ha vissuto sulla propria pelle la ferocia del processo mediatico giudiziario. Sono cicatrici che non si rimarginano. E sappiamo che le ferite delle accuse mediatiche difficilmente possono essere lenite da un’assoluzione che spesso arriva dopo anni e viene liquidata con una semplice e invisibile “notizia breve” pubblicata in ultima pagina.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 25 aprile 2024
Il Consiglio dei ministri di ieri ha approvato un disegno di legge in materia di IA. L’investimento è di 1miliardo di euro. Limitato l’utilizzo della IA nella giurisdizione a funzioni organizzative e di ricerca. Obbligo dei professionisti di informare il cliente sul relativo utilizzo. Nasce un nuovo reato: l’illecita diffusione di contenuti generati o manipolati con sistemi di intelligenza artificiale punito con la pena da uno a cinque anni di reclusione, se dal fatto deriva un danno ingiusto. Inoltre, si cerca di delimitare (articolo 14, in tutto sono 26) l’utilizzo della IA nella giurisdizione prevedendone l’utilizzo unicamente per “l’organizzazione e la semplificazione del lavoro giudiziario” e per “la ricerca giurisprudenziale e dottrinale”.
di Francesco De Felice
Il Dubbio, 25 aprile 2024
L’avvocato Rossi Albertini: “Confermata la linea difensiva, non c’erano le basi per il fine pena mai”. Sono definitive le condanne a 23 anni e a 17 anni e 9 mesi di carcere per gli anarchici Alfredo Cospito e Anna Beniamino. Lo hanno deciso i giudici della sesta sezione penale della Corte di Cassazione che hanno respinto, dichiarandoli inammissibili, i ricorsi del pg della corte di Appello di Torino e delle difese, presentati dagli avvocati Flavio Rossi Albertini e Caterina Calia, di fatto confermando le condanne per i due imputati nel processo per l’attentato alla scuola allievi carabinieri di Fossano, nel Cuneese, avvenuto nel 2006.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 25 aprile 2024
Lo ha chiarito la Quinta Sezione penale, con la sentenza n. 17152 depositata ieri, dichiarando inammissibile il ricorso di un uomo condannato per furto. Se la Riforma Cartabia è sopravvenuta alla proposizione dell’appello, la richiesta di applicazione di una pena sostitutiva può (in forza della norma transitoria) essere avanzata anche in sede di discussione, e dunque anche se non presente tra i motivi di impugnazione. Tuttavia, non è sufficiente addurre che né il reato né la pena (entro i quattro anni) sono ostativi al riconoscimento per ottenere un pronunciamento, perché si tratta di elementi che da soli non esauriscono i presupposti per decidere sull’applicazione della pena sostitutiva. Lo ha chiarito la Quinta Sezione penale, con la sentenza n. 17152 depositata oggi, dichiarando inammissibile il ricorso di un uomo condannato per furto.
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