di Rinaldo Frignani
Corriere della Sera, 14 marzo 2024
Dal censimento del 2018 della polizia municipale c’è stato un aumento di circa 100 insediamenti di senza tetto. A Castro Pretorio sono ricomparse le tende dopo gli sgomberi. Il caso del sottopasso a ponte Duca d’Aosta. Da una parte un cumulo di indumenti abbandonati su una panchina che ormai non si vede più. Sommersa da maglioni, tute, giacconi che qualcuno ha ammucchiato nel piccolo parco in viale Pretoriano, proprio davanti alla nuova pista ciclabile e alle auto parcheggiate accanto. L’inizio della tendopoli ricostruita nell’arco di qualche notte da una quarantina di senzatetto che passano le giornate sulle altre panchine in attesa di potersi recare alla mensa Caritas poco distante. Alla fine, nonostante gli sgomberi iniziati nel 2022 e ripetuti lo scorso anno, l’accampamento al riparo delle Mura Aureliane di San Lorenzo è tornato al suo posto: una ventina di tende colorate sono state montate sul prato, qualcuno si è anche costruito una sorta di letto di cartone coperto che si preoccupa di imballare ogni mattina con il nastro da pacchi per proteggerlo dalla pioggia.
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 14 marzo 2024
Il ragazzo era a Ponte Galeria dallo scorso novembre. È stato rilasciato prima della decisione dei giudici di Strasburgo. A Milano “situazione fuori controllo”: 30 atti di autolesionismo in una settimana. Le associazioni: è colpa del governo che ha alzato il tetto massimo di detenzione a 18 mesi. Le porte del Centro di permanenza per il rimpatrio (Cpr) di Ponte Galeria si sono aperte all’improvviso martedì a pranzo. Così Mohamed Elbriky ha potuto varcare la soglia dell’incubo in cui era precipitato il 7 novembre 2023 e ritornare in libertà. Durante i quattro mesi di trattenimento è stato trasferito tre volte in pronto soccorso di ospedali esterni alla struttura detentiva per “gesti anticonservativi”. Tradotto: autolesionismo o, per ultimo, tentato suicidio. Solo tra fine febbraio e inizio marzo sarebbero stati ben sei i trattenuti che hanno provato a uccidersi. In due sono stati ricoverati d’urgenza il 4 marzo, tra questi Elbriky.
di Marica Di Pierri*
Il Manifesto, 14 marzo 2024
Che siano i tribunali attraverso gli strumenti legali, che siano mobilitazioni o azioni di pressione, l’impressione è che non ci sia ascolto possibile. Nei giorni scorsi due sentenze hanno popolato le pagine dei giornali e richiamato l’attenzione del mondo ecologista. Una riguarda la pronuncia esemplare emessa dal tribunale di Roma contro tre giovani attiviste a attivisti climatici. Si tratta della condanna a 8 mesi di reclusione arrivata la settimana scorsa per i tre attivisti di Ultima Generazione che nel gennaio 2023 avevano imbrattato con vernice lavabile la facciata di palazzo Madama. L’azione non aveva causato danni permanenti alla facciata, che era stata ripulita il giorno successivo.
di Sara Lucaroni
Avvenire, 14 marzo 2024
La ex schiava dell’Isis, ora attivista per i diritti delle donne, racconta la sua tragica vicenda e come la pace debba passare attraverso l’azione delle donne. La forza della donna di pace Nadia Murad non sta tanto nel coraggio, nella lotta per la giustizia come un dovere, nel diritto di rimarginare ferite. Sta nella schiettezza con cui racconta da dieci anni la sua storia ai leader della terra e nell’esercizio dell’umanità più pura: “Voglio essere l’ultima ragazza al mondo con una storia come la mia”. Rapita il 15 agosto 2014 poco più che ventenne dal suo villaggio, Kocho, nel nord dell’Iraq, durante la campagna genocidaria dello Stato Islamico contro le minoranze, in particolare quella yazida, Nadia Murad quel giorno ha perso la madre e sei fratelli. Con le sorelle è stata venduta ai mercati delle sabaya, le schiave, e comprata dai miliziani islamisti che l’hanno più volte violentata e rivenduta. Dopo 4 mesi di torture è riuscita a fuggire e nel novembre 2015, arrivata in Germania grazie ad un programma umanitario, ha deciso di testimoniare per la prima volta la tragedia delle donne yazide ad un forum delle Nazioni Unite. Nel 2016 è stata nominata Ambasciatrice Onu per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani e insignita dal Parlamento europeo del Premio Sakharov per la libertà di pensiero. Nel 2018 ha vinto il premio Nobel per la pace, insieme all’attivista e medico congolese Denis Mukwege, “per i loro sforzi volti a mettere fine all’uso della violenza sessuale come arma di guerra e conflitto armato”. Impegno portato avanti anche attraverso la sua fondazione, Nadia’s Initiative, in prima linea sia nella ricostruzione dei servizi nei villaggi della sua comunità distrutti dall’Isis, sia nell’impegnare governi e organizzazioni internazionali a sostenere i sopravvissuti alla violenza sessuale e soprattutto a prevenirla. Gli yazidi sono una minoranza etno-religiosa originaria del nord iracheno. La loro storia affonda le radici nelle culture dell’antica Mesopotamia e nei secoli hanno sempre subito discriminazioni, persecuzioni e uccisioni di massa. Le donne e i bambini rapiti dal Daesh durante l’occupazione di vaste aree dell’Iraq e della Siria nell’estate 2014 sono state quasi 7.000. Ad oggi ne mancano ancora all’appello la metà: in parte sono nelle mani dei rapitori, rientrati nei paesi di origine. Di altri non si ha nessuna notizia.
di Luigi Manconi e Marica Fantauzzi
La Repubblica, 13 marzo 2024
“La sanzione detentiva non può comportare una totale ed assoluta privazione della libertà della persona; ne costituisce certo una grave limitazione, ma non la soppressione. Chi si trova in stato di detenzione, pur privato della maggior parte della sua libertà, ne conserva sempre un residuo, che è tanto più prezioso in quanto costituisce l’ultimo ambito nel quale può espandersi la sua personalità individuale”. (Corte cost. 349/1993), Queste erano le parole dei giudici della Consulta che, più di trent’anni fa, chiarivano quale dovesse essere il senso della detenzione in Italia e fino a che punto potesse spingersi senza offendere la dignità umana.
di Francesca Del Vecchio
La Stampa, 13 marzo 2024
A Pavia si toglie la vita l’artista detenuto per rapina e odio razziale. Un morto in carcere ogni 72 ore: da inizio anno sono già 24. In una sola giornata, quella di ieri, due detenuti si sono tolti la vita rispettivamente nelle carceri di Pavia e di Napoli. Con queste morti, il numero dei suicidi dietro le sbarre (incluso uno avvenuto nel Cpr di Roma) nel 2024 sale a 23: un morto ogni tre giorni. Nel penitenziario Torre del Gallo a Pavia, a uccidersi è stato Jordan Jeffrey Baby (nome d’arte di Jordan Tinti), trapper 27enne che già aveva provato a togliersi la vita in passato. Lo hanno trovato in cella, impiccato con una corda al collo. Nel 2023 era stato condannato a 4 anni e 4 mesi per una rapina aggravata dall’odio razziale ai danni di un operaio nigeriano. Tre mesi fa era stato trasferito in una comunità dopo aver ottenuto l’affidamento terapeutico. Ma la misura era stata sospesa dal Tribunale di Sorveglianza che ne aveva disposto il ritorno in carcere, avvenuto 10 giorni fa. Al suo avvocato Jordan aveva confidato di avere subito maltrattamenti e abusi durante la detenzione.
di Dora Farina
Corriere della Sera, 13 marzo 2024
L’aumento delle denunce al nord e i fallimenti delle risposte alternative al carcere, i minori accompagnati e i motivi delle partenze. Antigone: “La società degli adulti deve decidere che fare dei propri ragazzi”. “Ho fatto due giorni senza mangiare, così ho cominciato a spacciare, ma non è andata come pensavo. Dopo due mesi sono finito in carcere minorile. Adesso sto facendo la scuola di italiano con la professoressa Paola, spero di frequentare la scuola media, così prendo il diploma”. Si conclude così il racconto di J. un ragazzo tunisino che scrive dal carcere per minori di Treviso. Sulle pagine di “Innocenti evasioni”, il giornalino prodotto dall’istituto che accoglie la sua storia, si legge che è venuto in Italia per trovare un lavoro e per aiutare la famiglia.
di Riccardo Radi*
Il Dubbio, 13 marzo 2024
Decurtato del 30% l’indennizzo a un uomo senza fissa dimora rimasto ingiustamente in carcere per 458 giorni. La Cassazione rimedia: “principio rovesciato”. Sei un homeless con una “subalternità culturale” derivante dalla marginalità socio-economica, quindi la tua carcerazione di 458 giorni ti ha fatto soffrire meno di una persona “normale”. Il “ragionamento” di una corte di appello di Milano che ha decurtato l’indennizzo di un 30% ad un uomo rimasto in carcere per 458 giorni, accusato di reati infamanti come la violenza sessuale e i maltrattamenti.
di Enrico Sbriglia*
L’Opinione, 13 marzo 2024
L’imponente rappresentazione scenica celebrativa del 207° anniversario di fondazione del Corpo della Polizia Penitenziaria in Piazza del Popolo, lo scorso 11 marzo, a Roma, per quanto evocativa di antichi fasti imperiali, non sembra però essere riuscita a intercettare il malessere e la delusione diffusa tra i direttori penitenziari, tra quelli degli uffici dell’esecuzione penale esterna e della giustizia minorile, ma anche tra i quadri dirigenziali contrattualizzati. Eppure il predetto personale, ancorché non appartenente alle Forze di polizia (così come impongono le stesse regole penitenziarie europee del Consiglio d’Europa), svolge, indubbiamente una funzione essenziale, di rilevanza pubblica, che facilita il conseguimento del bene collettivo della sicurezza. A poco, infatti, giovano le frequenti diffusioni di veline rassicuranti, ove si esibiscono iniziative trattamentali e rieducative rivolte alle persone detenute, se poi per davvero non si interviene sul complesso organizzativo amministrativo (al cui vertice, in pochi anni, si sono avvicendati ben sei, diconsi sei, capi dipartimento, provenienti tutti dalla Magistratura: Tamburino, Consoli, Basentini, Rinoldi, Petralia, Russo).
di Francesco Olivo
La Stampa, 13 marzo 2024
Dopo la rottura sulla Commissione d’inchiesta sui politici spiati, la leader nega un chiarimento al ministro. Scontro tra via Arenula e Mantovano sulla nomina del nuovo capo di gabinetto. C’è un caso Nordio nel governo. Non è inedito, ma con il passare dei mesi, si arricchisce di nuovi capitoli, con una corda che rischia di spezzarsi. Giorgia Meloni è molto seccata con il ministro della Giustizia, che tanto ha voluto all’interno del suo governo, uno dei nomi “illustri” dietro al quale ha cercare di farsi scudo, rincorsa com’era dall’accusa di avere una squadra inesperta. La goccia che sta per far traboccare un vaso ormai colmo di malumori è la richiesta di istituire una commissione parlamentare d’inchiesta sulla vicenda degli accessi abusivi alle banche dati. Meloni ha risposto in maniera durissima e, cosa inedita nei rapporti tra i due, ha negato a Nordio un colloquio per un chiarimento che viene ritenuto inutile, almeno in questo momento. Sostituire il Guardasigilli non è strettamente all’ordine del giorno, “almeno fino alle Europee”, spiegano fonti vicine alla premier, “dopo si vedrà”.
- Fratelli d’Italia commissaria Nordio, sull’inchiesta di Perugia comanda solo Meloni
- Il fantasma del Grande Vecchio
- Chi paga per il flop delle inchieste giudiziarie? Nessuno
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- Pavia. Il trapper Jordan Jeffrey Baby si impicca in carcere










