di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 gennaio 2024
Numeri allarmanti nei dati dell’amministrazione penitenziaria: dall’utilizzo eccessivo della custodia cautelare alle mamme detenute con figli, passando per il sovraffollamento che ha raggiunto livelli altissimi. Mentre il nuovo anno inizia con la triste conta dei suicidi dietro le sbarre, con già due detenuti che si sono tolti la vita, l’ultimo dei quali è un giovane di 27 anni che ha deciso di porre fine alla sua esistenza nel carcere di Padova, la tabella del Ministero della Giustizia aggiornata al 31 dicembre 2023 evidenzia un quadro preoccupante.
di Fulvio Fulvi
Avvenire, 10 gennaio 2024
Le vittime erano giovani, rispettivamente di 23 e 27 anni. E negli istituti di pena sovraffollati è emergenza servizi sanitari, in particolare per quanto riguarda le cure psichiatriche. Mentre cresce ancora il numero dei detenuti, erano 60.166 il 31 dicembre 2023 (più 150 in un mese), nelle sovraffollate carceri italiane si fa sempre più critica anche la carenza dei servizi di sanità e dell’assistenza a chi necessita di cure mediche. Nella Casa circondariale “Carmelo Magli” di Taranto, per esempio, i reclusi non riescono a ottenere dall’infermeria nemmeno farmaci da banco come antipiretici e antidolorifici e sono costretti a farseli portare durante i colloqui dalle mamme e dalle mogli che ne hanno fatto richiesta alla direzione del penitenziario.
di Ivan Grozny Compasso
padovaoggi.it, 10 gennaio 2024
In un tempo in cui le emergenze sono talmente all’ordine del giorno che a volte è davvero complicato distinguere quando è allarme vero e quando invece no, quello del sovraffollamento delle carceri, delle condizioni in cui vivono i detenuti è una questione aperta da anni. E se si è ripreso a parlare di questo tema è perché mai come in questi mesi si sono verificati gravi episodi nei penitenziari italiani. Dall’inizio dell’anno si contano già 6 morti. E siamo solo al giorno 10. Nel 2023 sono stati registrati 155 decessi, di questi 68 sono stati rubricati come suicidi.
di Alessandro Trocino
Corriere della Sera, 10 gennaio 2024
L’introduzione del reato di rivolta, le relazioni politiche degli agenti, il ritardo nell’insediamento del garante e le pressioni per abolire la fattispecie della tortura. Le carceri sono piene ben al di sopra della capienza massima e il tasso di violenze e suicidi è altissimo. Ma ci sono alcuni segnali che fanno pensare che le cose possano peggiorare. Sono quattro, per la precisione, i motivi di allarme: un nuovo reato criminogeno, inserito nel pacchetto sicurezza; il collateralismo sempre più spinto dei sindacati degli agenti di custodia con il sottosegretario Andrea Delmastro; il ritardo nel (contestato) passaggio di consegne del nuovo garante nazionale dei detenuti; e la possibile modifica del reato di tortura. Il tutto in un quadro di aggravamento delle pene e di introduzione di nuovi reati che, uniti a un uso sempre meno frequente delle misure alternative, porterà a livelli drammatici il sovraffollamento (ne avevamo parlato qui).
di Raffaella Malito
La Notizia, 10 gennaio 2024
Sovraffollamento da terzo mondo nelle carceri italiane. Il nuovo anno si è aperto con l’ennesimo suicidio di un detenuto. Alla sua prima uscita pubblica da ministro di Giustizia, Carlo Nordio, a fine ottobre 2022, dichiarò: “Le carceri sono la mia priorità”. Ma, a distanza di oltre un anno, nulla è stato fatto dal governo Meloni. Carceri fatiscenti, sovraffollamento, condizioni degradate di vita per detenuti e personale, con casi di suicidi e rivolte continuano a rimanere problemi all’ordine del giorno.
di Riccardo De Vito
volerelaluna.it, 10 gennaio 2024
Il 31 dicembre 2023 le persone detenute presenti nelle carceri italiane hanno toccato quota 60.166. La capienza regolamentare degli istituti di pena prevede un massimo di 51.179 ospiti, ma quella effettiva si aggira attorno ai 48.000 posti. Le carceri italiane, dunque, tornano a esplodere. Il sovraffollamento è un buco nero che ingoia tutto, a partire dalle vite dei detenuti: 84 suicidi nel 2022, 68 nel 2023. Nel carcere straripante di presenze, ogni prospettiva di umanità della pena e di rispetto dei diritti soggettivi delle persone ristrette rischia di essere uccisa in culla, per non parlare delle concrete possibilità di reinserimento sociale delle condannate e dei condannati. Sotto quest’ultimo profilo, le cifre sono spietate: nel carcere italiano, in media, è presente un educatore ogni 75 detenuti, con il picco negativo (ma non isolato) raggiunto dalla Casa Circondariale romana di Regina Coeli, dove nel 2022 gli educatori effettivi erano 3 a fronte di 1002 detenuti; a lavorare è solo il 29% della popolazione ristretta, mentre poco più del 6% è coinvolto in progetti di formazione professionale. Anche gli sforzi più apprezzabili (ve ne sono di quasi eroici) di gestire al meglio gli spazi a disposizione e le risorse esistenti sono frustrati dalla durezza della situazione.
di Giuseppe Rizzo
Internazionale, 10 gennaio 2024
Il carcere è diventato la risposta a tutto: alla malattia psichiatrica, alla dipendenza da alcol o droghe, alla povertà. Il primo suicidio in prigione del 2024 è quello di un ragazzo di 23 anni, ma anche quello di un sistema crudele e fallimentare. Matteo Concetti era rinchiuso nel carcere di Montacuto ad Ancona per reati legati alla droga e contro il patrimonio. Da quando aveva quindici anni faceva i conti con un disturbo bipolare, e poi con la tossicodipendenza: le due cose, come può succedere, si erano strette in un abbraccio pericoloso; e il carcere, come sempre succede, è intervenuto a peggiorare entrambe.
di Felice Manti
Il Giornale, 10 gennaio 2024
A chiedere il suicidio assistito è Nazareno Calajò, malato e senza una gamba: voglio togliermi la vita ma non ci riesco. Quanto vale la vita di un detenuto in attesa di giudizio, così disperato da chiedere allo Stato di aiutarlo a togliersi la vita? Il Giornale ha intercettato la richiesta di suicidio assistito depositata all’Asl e all’Associazione Luca Coscioni da Nazareno Calajò, piccolo boss della mala milanese, malato e senza una gamba e sotto sorveglianza speciale a Opera. “Sono curato (male) al centro clinico e non posso suicidarmi perché guardato a vista. Chiedo il suicidio assistito”, scrive nella lettera pubblicata sul quotidiano.
di Francesca Galici
Il Giornale, 10 gennaio 2024
Non tutti i detenuti sono fumatori ma le regole penitenziarie permettono a chiunque di fumare in cella, penalizzando chi non è dedito a questa attività. “Servono carceri per non fumatori”. Un detenuto che sconta la sua pena in un qualunque penitenziario italiano, durante la sua permanenza in carcere, non ha a disposizione grandi possibilità di svago. D’altronde, se si trova recluso, è perché ha commesso un reagito e non può godere dei privilegi che derivano dalla libertà. Le sigarette rappresentano una delle poche attività consentite nelle celle delle carceri ma qualcosa potrebbe prossimamente cambiare. Infatti, nei penitenziari non ci sono solamente detenuti dediti al fumo ma chi non ha questa abitudine non ha possibilità di uscire per cambiare aria, è costretto a subire il fumo passivo se il suo compagno, o i suoi compagni, di cella sono fumatori.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 10 gennaio 2024
La tensione e talora la contrapposizione tra ordine giudiziario e sistema politico non è un fenomeno solo italiano. La Corte costituzionale di Karlsruhe ha bocciato il bilancio tedesco, la magistratura spagnola osteggia l’amnistia per i secessionisti catalani e contrapposizioni dello stesso tipo si sono verificate in altri paesi, dalla Polonia all’Ungheria. In Italia, però, questa tensione ha una durata eccezionalmente lunga. Il ministro Guido Crosetto, dopo aver denunciato l’ostilità preconcetta di alcuni magistrati, ha indicato la strada di un “patto” tra politica e magistratura che attenui le tensioni, ovviamente nel rispetto delle funzioni di ciascuno. È possibile un “patto” di questo tipo e di che elementi può essere costituito? Quali possono essere gli interlocutori? La politica dovrebbe esprimersi con una espressione unitaria più ampia di quella costituita dalle sole forze di governo. Servirebbe un apporto, oltre che dei centristi, del Partito democratico, essendo scontata l’autoesclusione dei giustizialisti a 5 stelle. Dalla parte della magistratura organizzata è difficile identificare un interlocutore unitario, visto che la dialettica tra le correnti della magistratura appare, in qualche caso, persino più aspra di quella tra i partiti. Anche per questo, una delle condizioni del patto è l’attenuazione delle connotazioni politiche delle correnti. Il tema centrale del patto dovrebbe essere la definizione comune degli spazi (e dei limiti) di legittimità della “interpretazioni delle leggi” da parte della magistratura, che talora debordano fino alla pregiudiziale disapplicazione di quelle sgradite. Naturalmente non può essere un “patto” generale: come ogni “corporazione” anche quella giudiziaria continuerà a difendere le proprie ragioni e i propri interessi, così come i governi continueranno a cercare una compatibilità con i conti dello stato. Anche su questo terreno, però, la politica può fare qualche passo avanti, favorendo e finanziando il completamento degli organici e la transizione tecnologica degli uffici giudiziari. È una strada impervia, ma non sempre le utopie sono destinate a restare tali.
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