di Vittorio Pelligra
Il Sole 24 Ore, 5 ottobre 2025
Resta da chiedersi se davvero la vita morale possa essere compressa in un calcolo. John C. Harsanyi è nato tra le macerie della storia nella Budapest del 1920 e cresciuto nel clima inquieto dell’Europa dei totalitarismi. Brillantissimo negli studi nel 1944 si laurea in farmacologia. Durante l’occupazione nazista, in quanto ebreo, viene rinchiuso in un campo di concentramento e costretto ai lavori forzati. Riesce a salvarsi grazie ad una fuga rocambolesca e alla protezione che trova in una comunità di gesuiti.
di Cristina Dell’Acqua
Corriere della Sera, 5 ottobre 2025
Con ChatGpt e con gli altri strumenti di Ai l’apprendimento non sarà più come prima. L’insegnamento forse sì. Immaginiamo di entrare in un pensatoio, un luogo dove si va solo per riflettere, e incontrare Socrate che lì vive, almeno nella fantasia del poeta comico Aristofane. Socrate, nelle Nuvole del 423 a.C., vive appeso a una cesta, è un bizzarro imbroglione che corrompe i giovani insegnando loro come vincere discussioni anche quando hanno torto. E nella sua scuola prende vita un dibattito singolare tra il Discorso Giusto e il Discorso Ingiusto: il primo sostenitore di una educazione tradizionale. E sarà sconfitto; il secondo di una più spregiudicata che spinge solo a godersi la vita. Una pagina di attualità, non solo greca, che provoca e domanda: quale strada avrebbe dovuto prendere Atene per rendere i suoi giovani autonomi e pensanti davanti ai cambiamenti di ogni epoca?
di Simonetta Sciandivasci
La Stampa, 5 ottobre 2025
Sui ragazzi avevamo sbagliato le previsioni. Come facciamo quasi sempre, su tutto. Perché le nostre previsioni sono, in verità, decisioni: piccoli esercizi di controllo sulla realtà, e in certi casi guerre alla realtà. Ci confortiamo con le letture più facili, le deduzioni veloci, e le usiamo per stabilire come andrà. Avevamo previsto che gli adolescenti, i ventenni, gli universitari, i ragazzi italiani, e di tutto il mondo, di questo tempo, si sarebbero alzati dai divani solo per ricaricare gli smartphone, e che solo e soltanto da lì avrebbero condotto le loro battaglie: avevamo deciso che sarebbe andata così. Avevamo deciso che erano una generazione troppo fragile e smidollata, viziata e acerba, privilegiata e frammentata, per guidare una rivoluzione, o anche solo individuare un punto comune da tenere fermo, tutti insieme. E questo ci serviva a dirgli come avrebbero dovuto fare, perché eravamo certi che non lo avrebbero fatto. Ben lungi da dargli un esempio, non abbiamo fatto altro che dirgli di svegliarsi, alzarsi, indignarsi, ribellarsi, informarsi, appassionarsi, amarsi, scoprirsi, toccarsi.
di Marco Aime*
Il Domani, 5 ottobre 2025
Ogni manifestazione è un rituale e in quanto tale serve a farci riconoscere come parte di una collettività. Quelle donne, quegli uomini di ogni età e provenienza marciano per le città, si toccano, si vedono, si contano. E quindi non possiamo leggere le loro azioni solo come “contro” qualcosa: mostrano anche un senso di comunità ritrovata. Strade traboccanti, piazze gremite, gente di ogni età che cammina gomito a gomito, sfiorandosi, stringendosi, sorridendosi. Sorridendosi sì, perché queste manifestazioni non vanno lette solo in termini “contro”. Certo, si è lì per condannare, ma la forza della condanna sta proprio nell’esserci con il proprio corpo. In un’era in cui le nostre comunicazioni passano sempre di più attraverso dei media che ci smaterializzano, che ci riducono a pixel, il corpo riacquista un valore profondo. Certo la rete è importante, anche per organizzare una manifestazione, ma fino a quando lo sdegno, l’indignazione, la protesta rimangono intrappolati nei meandri del web, per poi impantanarsi nelle paludi dei social, rimangono sterili, non danno fastidio a nessuno. Basta spegnere lo schermo e tutto si azzera. Nella rete non si radunano persone, si creano degli sciami digitali, che non diventano mai folla, perché non possiedono un’anima, uno spirito. In un gruppo online ciascuno di noi è un nessuno, una sigla, privato di ogni personalità. Lo sciame digitale, come quelli animali, è instabile, fugace, volatile, la massa classica, quella che scende per strada, fatta di corpi e volti invece, non è transitoria, è una formazione stabile. Parafrasando Elias Canetti la “massa è potere”, genera potere.
di Alessandro De Angelis
La Stampa, 5 ottobre 2025
L’ex segretario della Cgil: “In piazza più movimenti, un popolo che non si spiega con vecchie categorie”. In piazza a Genova c’era anche Sergio Cofferati, il “Cinese”. Uno che di mobilitazioni se ne intende. Da segretario della Cgil riempì, nel lontano 2002, il Circo Massimo con tre milioni di persone a difesa dell’articolo 18: “Vedo, in tutte le manifestazioni di questi giorni, tutta un’altra storia rispetto a un’antica tradizione nelle relazioni tra partiti o sindacati e popolo. E sarebbe un errore mettere a questa storia le braghe di ciò che si conosce. Rischi di non capire “chi sono” e “cosa vogliono” quelli che manifestano”.
di Andrea Malaguti
La Stampa, 5 ottobre 2025
“L’utopia è come l’orizzonte: cammino due passi, e si allontana di due passi. Cammino dieci passi, e si allontana di dieci passi. L’orizzonte è irraggiungibile. E allora, a cosa serve l’utopia? A questo serve: a camminare”. Eduardo Galeano.
di Andrea Carugati
Il Manifesto, 5 ottobre 2025
I quattro parlamentari di Pd, Avs e M5S rientrati in Italia: “Ci hanno chiamato terroristi, senza acqua e al gelo e privi di assistenza legale. Preoccupati per i 15 italiani ancora detenuti, serve una forte pressione diplomatica”. “Meloni? Non ci ha neppure chiamati”. La portavoce Delia annuncia due esposti alla procura di Roma per sequestro di persona. Stanchi, impauriti, ma combattivi. I quattro parlamentari italiani della Flotilla si presentano in conferenza stampa con un pensiero fisso: i compagni ancora detenuti nelle carceri israeliane, fuori da ogni diritto (una quindicina dopo il rientro di 26 ieri notte). “Il nostro appello è a rilasciare tutti i connazionali detenuti. La pressione diplomatica deve essere molto forte”, dice Arturo Scotto del Pd. Lo ripetono anche gli altri tre, la dem Annalisa Corrado, Benedetta Scuderi di Avs e Paolo Croatti del M5S.
di Francesco Scoppola* e Andrea Turchini**
Avvenire, 5 ottobre 2025
“Il contrario della guerra non è la pace, ma la capacità di costruire relazioni di fraternità”. Queste parole di Alberto, volontario di Operazione Colomba e impegnato a Kherson, città ucraina che patisce pesanti attacchi dalle truppe russe, ci hanno accompagnato nel nostro viaggio in Ucraina. Siamo partiti per vivere il Giubileo della Speranza, organizzato dal Mean (Movimento europeo di azione Nonviolenta) raccogliendo l’invito del Nunzio apostolico in Ucraina e dei vescovi di Kharkiv. Ognuno e ognuna di noi in questi anni di guerra si è posto la domanda drammatica: “Che cosa posso fare per cambiare le cose?”; è una domanda umanamente frustrante e depressiva se non ci si lascia prendere dalla tentazione dell’indifferenza: noi abbiamo scelto di venire in Ucraina per cercare di costruire legami di fraternità e di pace, per incontrare le persone che non si sono arrese alla logica bellicista che prevale nelle narrazioni riguardanti l’Ucraina che circolano in Italia. Abbiamo incontrato le comunità ecclesiali di Kiev e di Kharkiv con i loro vescovi. Abbiamo pregato e celebrato l’eucaristia con loro, ben consapevoli che per camminare sulla via della pace è importante disarmare i nostri cuori. Abbiamo incontrato una chiesa che gode di grande credibilità e stima presso la gente, grazie alla scelta di rimanere fedelmente presente accanto alle persone che pativano le conseguenze della guerra e facendosi carico con grande generosità delle esigenze concrete dei tanti sfollati dalle zone coinvolte dal fronte di guerra.
di Maurizia Campobasso*
Il Sole 24 Ore, 4 ottobre 2025
Lo Stato che nel punire non impedisce che il condannato muoia perde parte delle funzioni che giustificano la sua potestà punitiva”. Il monito del costituzionalista Carlo Ferruccio Ferrajoli deve essere un imperativo categorico per tutti coloro che quotidianamente hanno la responsabilità della cura e del sostegno delle persone, anche detenute. L’Istituto superiore di sanità afferma che i suicidi sono la tragica conseguenza di più fattori non del tutto prevedibili - individuali, biologici, genetici, sociali e ambientali - e non a caso l’Organizzazione mondiale della sanità evidenzia che il disturbo psichiatrico è uno dei fattori di rischio suicidario ma non il solo, quindi le politiche di prevenzione non possono essere limitate al piano sanitario ma devono farsi carico delle vulnerabilità ambientali, di contesto sociale, economico e relazionale della persona.
di Filippo Femia
La Stampa, 4 ottobre 2025
La lezione dell’ex presidente della Corte costituzionale al Lorusso e Cutugno di Torino: “Il giudice decide delle vite altrui. La rieducazione? Sa di totalitarismo”. “Parla come se fosse uno di noi”. È sorpreso, quasi incredulo, Daniele quando si alza ad applaudire nella saletta del padiglione E del carcere di Torino. Sta scontando una pena di 16 anni per omicidio e ha appena assistito alla lectio di Gustavo Zagrebelsky. Titolo (provocatorio): “Se sono lì, se lo sono meritato”. Una iniziativa delle Giornate della Legalità, organizzate dalla Città di Torino con Fondazione per la Cultura. Tra citazioni dei Fratelli Karamazov (“Un libro che dovete assolutamente leggere”), rudimenti di diritto penale e ricordi della sua carriera speziati da qualche battuta, l’ex presidente della Corte Costituzionale strega i detenuti. Senza mai salire in cattedra: “I giuristi sono soliti usare parole oscure: se ci casco, fermatemi”, avverte con un sorriso. E sottolinea un paradosso: “Sono qui a parlarvi di carcere, ma non so cosa sia: voi ne sapete molto più di me”.
- Il corpo dei detenuti, il nostro corpo per un carcere umano. Sciopero della fame a staffetta
- Quello che i magistrati potrebbero fare (e non fanno) contro il sovraffollamento
- Carceri, Minotti: “Serve un nuovo modello, tra diritti umani e sostenibilità”
- Ma la separazione delle carriere dei magistrati è di destra o di sinistra?
- Riforma, quando la protesta dei magistrati diventa un rischio”










