di Roberto Saviano
La Repubblica, 12 febbraio 2015
Per la prima volta nella storia dei cartelli messicani cala il traffico della marijuana: grazie alla legalizzazione. L'effetto: meno reati, maggiori entrate nelle casse dello Stato, meno flussi di denaro criminale. È la sconfitta dei proibizionisti.
Per la prima volta nella loro storia i cartelli messicani hanno visto precipitare la richiesta di marijuana. Entra in crisi un business miliardario che sino ad ora non aveva mai subito flessioni. I dati diffusi dalla polizia frontaliera americana (l'Us Border Patrol) non lasciano spazi a dubbi: la riduzione del traffico di erba nel 2014 è stata del 24% rispetto al 2011. Che è successo? Nessuno fuma più spinelli? Una stagione di arresti particolarmente efficace?
La risposta è più semplice: ed è la legalizzazione delle droghe leggere in Colorado e nello Stato di Washington. La vendita legale di marijuana non ha solo creato una rivoluzione economica che ha portato oltre 800 milioni di dollari di nuovi introiti fiscali, ma ha anche iniziato a trasformare il tessuto criminale. La crisi delle organizzazioni a sud del Rio Grande che hanno sempre inondato gli Usa di erba è paragonabile alla crisi dei titoli del Nasdaq. I cartelli messicani non hanno mai abbandonato il business dell'erba, tutte le organizzazioni storiche che oggi sono egemoni nel traffico di coca e di metanfetamina hanno sempre coltivato la "mota" (come chiamano la marijuana), che è al contempo fonte di una liquidità economica gigantesca ed ha una crescita di mercato esponenziale grazie alla tolleranza culturale diffusa in tutti gli Stati Uniti.
Un esempio tra i molti che dimostra lo storico legame tra l'erba messicana e gli Usa: Kiki Camarena era un poliziotto della Dea che riuscì a infiltrarsi ai vertici dei narcos negli anni 80: fu così che scoprì El Bufalo, un ranch che nascondeva la più grande piantagione di marijuana del mondo. Oltre milletrecento acri di terra e diecimila contadini a lavorarci. Per averla fatta sequestrare Kiki fu barbaramente torturato e ucciso. L'erba messicana ha riempito gli Stati Uniti e metà pianeta per più di cinquant'anni. Ora, finalmente, la tendenza di crescita si sta invertendo. Dopo tanti dibattiti ideologici c'è la prova che la legalizzazione è uno strumento reale di contrasto al narcocapitalismo. In Colorado e a Washington ci sono diversi vincoli per il consumo: la marijuana può essere acquistata solo se si è maggiori di 21 anni, si può possedere sino a poco più di 28 grammi, in pubblico è vietato consumarla (come l'alcol del resto) e guidare sotto effetto di erba è vietato (sospensione di patente per un anno e arresto se recidivi).
Le grandi obiezioni mosse dai proibizionisti contro l'esperimento di legalizzazione in Usa sono le medesime da sempre sostenute dal proibizionismo europeo: aumento del mercato dei consumatori, aumento degli incidenti stradali, aumento della criminalità. Allarmi tutti smontati dall'esperienza reale. Non c'è stata nessuna catastrofe. La polizia di Denver in Colorado ha registrato una diminuzione del 4% dei reati, nessun aumento di incidenti stradali (la maggior parte continuano ad essere provocati dall'alcol).
Non solo: sottrarre una massa di capitali enormi alle organizzazioni criminali ha portato il Colorado a prevedere la possibilità di incrementare le proprie casse con circa 175 milioni di dollari nei prossimi due anni, mentre lo Stato di Washington prevede un'entrata di oltre 600 milioni di dollari nei prossimi cinque anni. Come se non bastasse, sembra che lo Stato potrà addirittura restituire ai cittadini parte delle tasse.
Tutto è dovuto da una legge del Colorado che impone allo Stato una quota limite sui soldi che può ricevere dalle tasse: superata la quale deve ridistribuire il denaro ai contribuenti. Grazie alle entrate per l'acquisto di marijuana, il Colorado rimborserà i 30 milioni di dollari in eccedenza ricevuti. Mai successo a memoria d'uomo che la quota fosse superata, la legalizzazione l'ha permesso. Soldi che prima finivano nelle tasche dei narcos messicani e delle banche complici ora sono a disposizione dello Stato.
Le entrate fiscali hanno convinto altri Stati a intraprendere il percorso di legalizzazione: Alaska, Oregon, Florida e Washington D. C. stanno per decidere.
Ma c'è un altro argomento che ha spinto questa scelta: i reati connessi alla marijuana gravavano enormemente sulle casse degli Stati americani (il Colorado - ad esempio - metteva in bilancio 40 milioni l'anno per contrasto e detenzione di persone legate allo spaccio di erba). E d'altronde la metà della popolazione carceraria americana è condannata per reati di droga, l'Anti-Drugs Abuse Act con la sua severità estrema non ha portato che a un rafforzamento del vincolo criminale tra spacciatore e organizzazione.
Vincolo che è necessario slegare se si vuole contrastare il narcotraffico piuttosto che puntare la responsabilità sul singolo pusher. Il 75% dei detenuti condannati per narcotraffico è afroamericano, miseria e disagio continuano ad essere le miniere in cui raccolgono eserciti i cartelli. Ma in Europa e in parte anche negli Usa (con qualche eccezione tra gli agenti Dea), i vertici delle polizie continuano a sostenere posizioni proibizioniste: eppure nessuna repressione ha fermato la diffusione dell'erba e il suo consumo.
Ora la domanda è: dove sarà dirottata tutta la "mota" messicana? Unica destinazione: Europa. Ci saranno quindi abbassamenti di prezzo e si tratterà di capire come le organizzazioni criminali gestiranno il flusso. I prezzi li farà il mercato, come sempre, ma sarà mediato da 'ndrangheta e camorra sul fronte italiano, dalla mafia corsa sul fronte francese, da albanesi e serbi sul fronte est.
In Italia l'81% dei sequestri delle piantagioni di canapa indiana avviene nel sud Italia (l'Aspromonte è territorio privilegiato di coltivazione), quindi l'erba messicana arriverà ad essere il grande antagonista dell'erba italiana. La legalizzazione non solo sta costringendo i cartelli ad abbassare i prezzi tagliando i profitti ma i messicani devono anche competere con la qualità: la qualità della marijuana legale è certificata catalogata e controllata, leggendo la didascalia delle bustine si possono conoscere effetti e composizione.
La droga illegale spacciata dai messicani invece spesso ha qualità minore a fronte di un prezzo alto perché contiene additivi, come l'ammoniaca, e sempre più spesso viene cosparsa di fibra di vetro o lana di roccia, per simulare l'effetto dei cristallini che hanno alcune qualità di marijuana (ricche in resina di canapa). Legalizzazione quindi porta anche a una riduzione degli effetti negativi e il mercato perde i segmenti più dannosi.
Il Messico vede positivamente la legalizzazione in Usa perché ferma il flusso di capitale criminale che quotidianamente entra nel Paese. Il circolo vizioso è semplice: dalla frontiera parte droga per gli l'America, i soldi tornano in Messico che poi ritornano nelle banche degli Stati Uniti. La legalizzazione rompe questo schema. L'ex presidente Fox aveva dichiarato: "Il consumatore di droga negli Stati Uniti produce miliardi di dollari, denaro che torna in Messico per corrompere la polizia, la politica e comprare armi". Fox, che non ha certo migliorato lo stato della democrazia in Messico né ha portato a un cambiamento nel contrasto ai narcos, ha avuto il merito di riconoscere il punto nevralgico: il proibizionismo americano è il principale responsabile della crescita economica della mafia messicana. La legalizzazione quindi sta producendo effetti immediati e benefici.
Le modalità per sottrarre la marijuana ai narcos sono molteplici: Colorado e Washington hanno legalizzato liberalizzando la produzione e la distribuzione, Alaska e Oregon si stanno avviando ad una legalizzazione come quella del Colorado, la Florida deciderà sull'uso medico della cannabis. Washington D. C. va verso la produzione e il consumo ma non vuole liberalizzare negando l'autorizzazione ai negozi per la distribuzione.
Il che manterrebbe una contraddizione in termini: legale comprarla e fumarla a casa, ma illegale venderla. Ma l'attesa più importante è per il 2016, quando in California si deciderà se intraprendere la legalizzazione o continuare il percorso proibizionista. Se la California - Stato con una massiccia presenza di cartelli messicani e centroamericani - darà il via libera allo spinello il passo per la legalizzazione in tutti gli Stati Uniti sarà definitivo.
E in Italia? L'Italia dovrebbe essere in Europa in prima fila su questi temi per la conoscenza acquisita e per l'influenza delle organizzazioni criminali italiane in questo mercato. Il primo passo fatto dal ministro Roberta Pinotti con la produzione da parte dell'esercito di marijuana per uso terapeutico aveva fatto sperare in un'accelerazione del percorso di legalizzazione, ma tutto si è fermato e il dibattito sembra essersi spento nella miope ed eterna considerazione che "i problemi sono altri". Nel frattempo narcos e boss estendono il loro impero. Mai come ora il proibizionismo è il loro maggior alleato. È il momento di porre il tema della legalizzazione come battaglia di legalità e contrasto all'economia criminale e sottrarlo al seppur necessario e controverso dibattito morale. Proprio chi è contro ogni tipo di droga deve sostenere la legalizzazione.
di Elena Molinari
Avvenire, 12 febbraio 2015
Gli Stati americani riflettono sulla pena di morte, cercando modi "creativi" di infliggerla quando l'iniezione letale non è possibile. Una manciata di amministrazioni locali ha approvato o sta discutendo leggi che recuperino la camera a gas, la sedia elettrica o il plotone d'esecuzione come "piani di riserva" in modo da non dover più rimandare alcuna esecuzione.
L'ultimo è l'Oklahoma, che sta valutando la possibilità di far ricorso alle camere a gas in attesa che la Corte suprema degli Stati Uniti si esprima sulla legalità dell'uso dei medicinali impiegati per le iniezioni letali. Proprio in seguito al ricorso di tre condannati a morte in Oklahoma, la Corte ha deciso infatti di riesaminare la costituzionalità delle nuove combinazioni di farmaci mortali che alcuni Stati utilizzano. L'alta corte dovrà decidere se l'uso del cocktail viola il divieto della Costituzione americana di infliggere punizioni crudeli.
In particolare, i giudici dovranno verificare se il sedativo midazolam possa essere utilizzato, a seguito dei timori che non produca un profondo stato d'incoscienza. Dovranno inoltre assicurarsi che il detenuto non sperimenti un dolore intenso quando gli vengono iniettati altri farmaci per ucciderlo. Quattro Stati attualmente consentono l'uso della camera a gas: Arizona, California, Missouri e Wyoming, ma tutti prevedono che l'iniezione letale sia il metodo principale. L'ultimo detenuto statunitense ucciso in una camera a gas fu Walter LaGrand in Arizona nel 1999.
Lo scorso anno in Tennessee è stata approvata una legge che consente l'impiego della sedia elettrica nel caso in cui non si possano ottenere i farmaci per l'iniezione letale, ma i detenuti hanno presentato una sfida legale. Intanto, nello Utah e ancora in Wyoming si sta valutando di ripristinare il plotone di esecuzione. Lo Utah aveva abbandonato il plotone nel 2004, ma come altri Stati negli ultimi dodici mesi ha dovuto fare i conti con la resistenza delle società farmaceutiche di fornire medicinali allo scopo di togliere la vita.
Gli Stati americani avevano abbandonato i plotoni di esecuzione e le sedie elettriche alla fine del XX secolo per motivi "d'immagine". Più di una volta i detenuti erano andati in fiamme mentre venivano folgorati, o il pubblico aveva reagito con orrore alla vista di un condannato crivellato di colpi. Una dozzina d'anni non ha reso quei metodi meno barbari, e gli oppositori della pena di morte invitano a riflettere sul fatto che un Paese civile dibatta sul modo più "accettabile" di uccidere i propri cittadini. "Che si spenda tempo cercando metodi efficaci per uccidere la gente è offensivo - ha detto Adam Leathers, della Coalizione per l'abolizione della pena di morte dell'Oklahoma - non c'è un modo giusto per fare la cosa sbagliata".
Agi, 12 febbraio 2015
È finito in tragedia il tentativo di fuga e la clamorosa protesta di sei detenuti del carcere di Kaohsiung, nel sud dell'isola di Taiwan, che mercoledì pomeriggio avevano preso d'assalto l'armeria della prigione e preso in ostaggio alcuni funzionari del carcere. I sei detenuti si sono suicidati all'alba dopo avere rilasciato sani e salvi i due ostaggi che avevano con loro: il direttore del carcere, Chen Shih-Chih, e il capo delle guardie, Wang Shih-tsang.
Lo ha confermato in un intervento televisivo il vice ministro della Giustizia dell'isola, Chen Ming-tang, che non ha spiegato cosa abbia spinto i sei a suicidarsi. I sei reclusi, in carcere per reati di varo genere (dall'omicidio alla rapina) protestavano per le lunghe pene detentive e denunciavano la parzialità del sistema di giustizia nei confronti dei politici corrotti.
Secondo le prime ricostruzioni dell'evento, i primi quattro si sarebbero uccisi con i fucili e le pistole sequestrati dall'armeria della prigione mentre gli ultimi due si sarebbero suicidati dopo avere sparato altri colpi ai compagni di carcere per assicurarsi che fossero morti.
I sei prigionieri lamentavano anche le dure condizioni di vita nel carcere; e durante la notte, mentre la prigione era circondata da centinaia di agenti, i sei avevano fatto recapitare una lettera ai negoziatori in cui citavano come "ingiusto" il caso dell'ex presidente di Taiwan, Chen Shui-bian, a cui era stata garantita la libertà condizionale il mese scorso per problemi di salute, dopo essere stato condannato per corruzione nel 2009. Tutti e sei i detenuti dovevano scontare pene tra i 25 e i 46 anni di carcere per reati che vanno dal traffico di droga, la rapina a mano armata e l'omicidio. Tra i primi commenti, quello del presidente di Taiwan, Ma Ying-jeou, che ha condannato il tentativo di evasione dei sei detenuti definendolo "inaccettabile".
di Paola Battista
www.west-info.eu, 12 febbraio 2015
Portare in prigione cani maltrattati e affidarli alle cure dei detenuti. Non una sporadica iniziativa benefica, quanto un efficace percorso socio-educativo raccontato dal documentario made in Usa Dogs on the inside. Che descrive il sorprendente effetto dell'ingresso degli amici a quattro zampe sui reclusi di un istituto penitenziario del Massachusetts. Entusiasti dei nuovi fedeli compagni di cella da nutrire, portare a spasso e, soprattutto, educare con pazienza grazie alle tecniche apprese da istruttori esperti. Vere ancore di salvezza cui aggrapparsi per ricominciare, raccontano le guardie carcerarie. "Tutti meritano una seconda opportunità" afferma da parte sua il realizzatore "entrambi avevano bisogno di un amico". Uno strumento di risocializzazione dei condannati, che nel corso delle settimane ha messo in luce "ricadute tremendamente benefiche e drastici cambiamenti" nella condotta di ormai ex criminali.
di Carmelo Musumeci
Ristretti Orizzonti, 11 febbraio 2015
"Oggi, durante il progetto Scuola-Carcere, ad una domanda di una studentessa ho risposto che in carcere è difficile crescere e migliorare da soli, è più facile quando si comunica e ci si confronta". (Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com).
Ristretti Orizzonti, 11 febbraio 2015
Gentile Ministro, con la presente intendo sostenere l'appello della Redazione di Ristretti Orizzonti "sugli stati generali del carcere". Apprezzo da tempo il prezioso lavoro della redazione, in particolare quello di sensibilizzazione degli studenti, e ho avuto modo di apprezzare la qualità dei convegni organizzati nella casa di reclusione di Padova.
di Stefano Anastasia (Presidente onorario di Antigone)
www.osservatorioantigone.it, 11 febbraio 2015
Il Ministro Orlando ha giustamente risposto in senso affermativo alla richiesta che gli è venuta da più parti, e principalmente dalla redazione di Ristretti orizzonti, di fare degli annunciati Stati generali sulle pene e sul carcere un'occasione di confronto anche con i diretti interessati, i condannati e le condannate, i detenuti e le detenute che vivono direttamente tale condizione e che possono offrire un punto di vista non solo "diverso", ma essenziale, anzi - meglio - imprescindibile alla comprensione dei problemi e dei limiti del nostro sistema penitenziario. Ciò detto, vorrei spezzare una lancia anche a favore della interlocuzione diretta con una realtà come quella di Ristretti.
Vita, 11 febbraio 2015
Lo ha deciso il ministro Andrea Orlando. La redazione del giornale penitenziario Ristretti Orizzonti: "L'evento? Facciamolo qui a Padova, sarebbe un segnale importante". "Nel mese di aprile faremo una riflessione complessiva, a cui abbiamo dato il nome di Stati generali della pena, non solo con gli addetti ai lavori, ma anche con chi c'è dentro le carceri". Ad annunciarlo è stato il ministro della Giustizia Andrea Orlando in occasione del convegno organizzato dalle Camere penali a Palermo nello scorso fine settimana. Il responsabile di via Arenula ha così assecondato la richiesta che la redazione di Ristretti Orizzonti (la testata dei detenuti del carcere di Padova Due Palazzi) gli aveva recapito nei giorni scorsi attraverso una lettera aperta, proponendo fra l'altro proprio il penitenziario veneto come sede del meeting.
di Cinzia Brentari (Criminologa, Care Project Expert)
Il Manifesto, 11 febbraio 2015
I risultati dello studio Pride, una ricerca realizzata in 5 paesi europei, confermano la scarsa attenzione agli interventi fondamentali per assicurare la salute dei detenuti, soprattutto di categorie a rischio come i tossicodipendenti. Si tratta delle misure di riduzione del danno, una serie di interventi di salute pubblica destinati a ridurre i rischi correlati all'assunzione di sostanze. Lo studio Pride fa parte del più ampio progetto "Care - Quality and continuity of care for drug users in prisons", coordinato dalla Facoltà di Scienze Applicate dell'Università di Francoforte, in partnership con amministrazioni penitenziarie, istituti di ricerca e terzo settore, che ha coinvolto nove paesi europei.
di Maria Pirro
Il mattino, 11 febbraio 2015
La riforma a meta Conto alla rovescia scattato per l'ennesima volta Sei le strutture presenti in Italia, è già percorso a ostacoli pur di scongiurare la terza proroga È conto alla rovescia è scattato per l'ennesima volta: 31 marzo 2015, questa la data fissata per la chiusura degli Ospedali psichiatrici giudiziari, motivo di "orrore" già nel 2011 per il capo dello Stato.
Sei le strutture presenti in Italia; "Inconcepibili m qualsiasi Paese appena civile", il suo monito. Dismissione rinviata di anno in anno, si profila ora un percorso a ostacoli. Solo in Campania sono internati m 198:87 a Secondigliano, 111 ad Aversa.
Ecco i passi avanti fatti in questa lunga attesa e le numerose incognite rimaste a distanza di 47 giorni dalla scadenza indicata per legge. D piano dai tempi sballati Si parte con la legge 9/2012 stabilisce che gli Opg devono chiudere: dal31 marzo 2013, data originaria, le persone internate devono essere ricoverate esclusivamente all'interno di nuove strutture residenziali sanitarie, cosiddette Rems, che però non ancora attrezzate dalle Regioni. Impossibile rispettare tempi tanto strettì. Così scatta la prima proroga, e poi la seconda.
Per scongiurarne una terza, sono inseriti correttivi normativi (con la legge 81/2014) ed è istituito un organismo di coordinamento presieduto dal sottosegretario Vito De Filippo, deciso a rispettare il cronoprogramma. A Roma le riunioni con i referenti regionali proseguono ogni giovedì. Nuovi ingressi in Opg: il numero complessivo di internati diminuisce nel corso degli anni, ma gli ingressi non sono bloccati.
Anzi, continuano. Un esempio? Cento campani sono entrati in Opg soltanto nel 2014: più di quanti, 99 in totale, risultano presenti oggi. Il paradosso è certificato dal database regionale, un "cervellone" chiamato Smop, unico in Italia, che consente di monitorare la situazione in tempo reale. Ma il problema riguarda tutta Italia.
Il piano di dismissione degli Opg passa anche attraverso il ritorno in carcere degli internati già condannati o "giudicabili", afflitti da disturbi mentali dopo aver commesso un reato. I trasferimenti, però, non sono ancora cominciati, nonostante riguardino solo 15 campani in base alle pratiche già presentate a luglio scorso.
"La Regione è avanti rispetto ad altre nella realizzazione delle strutture di psichiatria: una, con 20 posti, è nella casa circondariale di Santa Maria Capua Vetere, un'altra, con 4 posti, a Pozzuoli. Funzionano per la prevenzione" spiega Giuseppe Nese, coordinatore del gruppo per il superamento degli Opg. Altre 4 strutture sono in fase di realizzazione a Secondigliano, Salerno, Sant'Angelo dei Lombardi e Benevento: "Operative entro il 31 marzo" assicuralo psichiatra.
Cambio di passo per le Rems. In Campania avrebbero dovuto esserne realizzate 8, con 160 posti letto, ma il piano originario è stato modificato perché sovradimensionato. Il numero delle strutture è sceso a due, con 40 posti: entrambi gli edifici individuati sono da ristrutturare. Una a San Nicola Baronia, in Irpinia; l'altro a Calvi Risorta, in provincia di Caserta.
Definiti i progetti: dal via, i lavori potrebbero essere completati ³ïÇÎ giorni. Alle Asila Regione ha chiesto di monitorare il procedimento e valutare possibili alternative provvisorie. Sulla fattibilità di soluzioni-ponte sono stati, però, avanzati "dubbi in Toscana - secondo la segnalazione di Psichiatria democratica, ma anche il Veneto sembra essere in ritardo e in Emilia Romagna l'attivazione delle Rems provvisorie sembra incontrare difficoltà, specie con i familiari dei pazienti che dovrebbero lasciare il posto agli ex internati".
Contestata, invece, quale ritorno al passato, "la decisione della Sicilia di attivare la Rems nell'area del vecchio Opg di Barcellona Pozzo di Gotto. Come pure non è accettabile la soluzione in Lombardia che prevede più moduli accorpati, anche qui, nell'Opg di Castiglione delle Stiviere". Politiche di inclusione da rafforzare Psichiatria democratica, con il segretario nazionale Emilio Lupo, chiede che "vengano commissariate le Regioni che non rispetteranno le normative previste dalla legge sulla chiusura degli Opg".
E ribadisce l'importanza di puntare su "progetti personalizzati" con risorse e tempi certi, potenziando i servizi territoriali e promuovendo occasioni di lavoro. Contro i ritardi, la richiesta di commissariare le Regioni inadempienti è stata avanzata anche dal comitato Stop Opg nell'incontro con De Filippo, il 5 febbraio. Un'altra riunione è annunciata per fine mese e, dal primo al 31 marzo, "La staffetta del digiuno": mobilitazione per arrivare al traguardo "senza proroghe e senza trucchi".
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