di Mario Lucio Genghini
www.polisblog.it, 6 febbraio 2015
Il caso di Malak riaccende le polemiche sugli arresti e i maltrattamenti subiti da minori palestinesi. Israele è l'unico paese al mondo dove chi non ha compiuto la maggiore età può essere processato da un Tribunale militare
Sta facendo molto discutere la condanna, a due mesi di detenzione e a 1.500 dollari di multa, per la quattordicenne Malak al-Khatib. La sentenza è stata emessa dal Tribunale militare israeliano e non è un caso isolato. Sono centinaia i minori palestinesi che attualmente si trovano nelle carceri di Israele.
Come riportato da al-Araby, la ragazza ha confessato che, mentre tornava a casa da scuola a Betin (Cisgiordania), ha lanciato un sasso contro delle automobili. Ma secondo la testimonianza di alcuni militari non sarebbe tutto, Malak avrebbe avuto un coltello con sé che sarebbe stata pronta ad usare contro le forze di sicurezza in caso di arresto. Il padre ha respinto tale versione dei fatti, affermando che a sua figlia sarebbe stata estorta con minacce una confessione da parte dei militari: "Una ragazzina di 14 anni circondata da soldati israeliani ammetterebbe qualsiasi cosa, anche di avere un'arma nucleare" (Via Nenanews).
Military Court Watch, associazione di volontariato costituita principalmente da avvocati, ha colto l'occasione per ribadire che sono 151 i minori detenuti nelle carceri israeliane. Cosa che lascia molto perplessi sul sistema di garanzie democratiche di Tel Aviv: unico paese al mondo dove chi non ha compiuto la maggiore età può essere processato da un Tribunale militare.
Sul problema, in passato, sono intervenute organizzazioni come l'Unicef e l'Onu. Nei rapporti stilati dai due enti non si denuncia soltanto il fatto che dei minori possano finire in carcere, ma viene lanciata anche un'accusa aggiuntiva a Israele, accusa ampiamente documentata. Ovvero di torturare, maltrattare, violentare i bambini palestinesi. Quando i minori vengono arrestati nei territori occupati, secondo il rapporto delle Nazioni Unite, "le accuse nei loro confronti sono lette in ebraico, lingua che non capiscono, e vengono costretti a firmare confessioni scritte". Inoltre è messo nero su bianco che ragazzi e ragazze, in stato di arresto, subiscono "sistematiche violenze fisiche, verbali e sessuali".
Per Defense for Children International, i giovani arrestati, nel 20% dei casi, sono tenuti in isolamento per dieci giorni. Inoltre, segnaliamo che, in aperta violazione della Convezione di Ginevra, i minori fermati nei territori occupati sono spesso tradotti in carceri di Israele. Infine ricordiamo, che, per il diritto israeliano, i minori "lanciatori di pietre" possono essere condannati fino a 20 anni di carcere.
Ristretti Orizzonti, 5 febbraio 2015
All'attenzione delle persone detenute, dei volontari e degli operatori che hanno sostenuto la nostra battaglia "Per qualche metro e un po' di amore in più".
Il 28 gennaio la Commissione Giustizia della Camera ha iniziato l'esame di due proposte di legge in materia di relazioni famigliari e affettive delle persone detenute. È un piccolo passo importante di cui possiamo tranquillamente prenderci il merito: perché è stata la campagna di informazione promossa da Ristretti Orizzonti, in collaborazione con la Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia, sono state le vostre firme di sostegno a sollecitare la politica a occuparsi degli affetti delle persone detenute, delle loro famiglie, delle sofferenze a cui sono condannate se non vogliono abbandonare i loro cari.
di Carmelo Musumeci
Ristretti Orizzonti, 5 febbraio 2015
"Il carcere è una giungla nel quale è difficile sopravvivere eppure c'è tanta umanità ed energie positive, basterebbe trovare qualcuno che li raccogliesse". (Diario di un ergastolano: www.carmelomusumeci.com).
Tempo fa, il Ministro della giustizia, per tentare di risolvere alcuni problemi e per portare umanità e legalità nelle nostre patrie galere, aveva lanciato l'idea di organizzare gli Stati Generali sui temi della pena e del carcere.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 5 febbraio 2015
Patrizio Gonnella, il Presidente di Antigone, non ci sta: "tornare indietro, alla marcatura ad uomo del detenuto, è deresponsabilizzante e retrogrado".
Le celle aperte per otto ore al giorno creano problemi alle guardie penitenziarie e quindi bisogna non permetterlo più. È ciò che il Sappe, il sindacato della polizia penitenziaria, denuncia attraverso le parole di Donato Capece, il segretario generale del sindacato: "Sono aumentati i soprusi tra detenuti - dichiara Capece, aumentano le risse e i casi di violenze, sequestriamo ogni giorno materiale che arriva in carcere. La situazione è ingestibile: è arrivato il momento di dire basta".
di Arianna Giunti
L'Espresso, 5 febbraio 2015
Carenza cronica di interpreti e mediatori culturali. Misure alternative mai concesse a chi è in attesa di giudizio. E ancora, risse, pestaggi, suicidi. Gli allarmanti dati dell'Osservatorio Antigone. Due mediatori culturali per cento stranieri. Interpreti qualificati che si contano sulle dita di una mano. Al punto che, quando occorre parlare con una persona appena arrestata, si chiede aiuto al traduttore automatico di Google. Diritti basilari che vengono sepolti e che degenerano in risse, pestaggi, aggressioni agli agenti della polizia penitenziaria. E poi, ancora, più in generale, decessi e suicidi che non si fermano in un lento e anonimo stillicidio.
di Simona D'Alessio
Italia Oggi, 5 febbraio 2015
Reclusione da 4 a 10 anni per chi "con violenza, o minaccia" procuri a una persona affidatagli "acute sofferenze fisiche, o psichiche" per ottenere informazioni, o la maltratti in virtù della sua "appartenenza etnica, dell'orientamento sessuale, o delle opinioni politiche, o religiose".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 5 febbraio 2015
La commissione Giustizia della Camera ha approvato ieri il disegno legge che introduce il reato di tortura. Si sono infatti concluse le votazioni sugli emendamenti e il testo sarà formalmente licenziato per l'aula dopo i pareri delle altre commissioni.
"L'impianto - spiegano Donatella Ferranti e Franco Fazio, rispettivamente presidente della commissione e relatore del provvedimento - è rimasto nella sostanza quello votato dal Senato, ma abbiamo meglio puntualizzato la norma recependo quasi letteralmente le indicazioni della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura". Il reato di tortura, in pratica, resta reato comune (punito con la reclusione da 4 a 10 anni), ma aggravato con pene da 5 a 12 anni se commesso dal pubblico ufficiale: "Abbiamo seguito le raccomandazioni del Comitato Onu contro la tortura e quanto emerso nel corso delle audizioni, da un lato - sottolineano Ferranti e Fazio - marcando in maniera specifica gli elementi determinanti per il reato commesso dal pubblico ufficiale e dall'altro individuando gli elementi oggettivi e soggettivi della condotta al fine di evitare sovrapposizioni improprie con altre fattispecie, quali per esempio le lesioni personali gravissime o i maltrattamenti, che sono già punite dal codice penale".
Quanto alla condotta, il disegno di legge, che era già stato approvato dal Senato, ma ora è stato modificato dalla commissione Giustizia della Camera, sanziona chi provoca, in maniera intenzionale, a una persona a lui affidata o in ogni caso soggetta alla sua autorità, vigilanza o custodia, "acute sofferenze fisiche o psichiche per ottenere, da essa o da un terzo, informazioni o dichiarazioni, o vincere una resistenza, o in ragione dell'appartenenza etnica, dell'orientamento sessuale o delle opinioni politiche o religiose". Prevista anche l'inutilizzabilità delle dichiarazioni estorte con tortura.
Askanews, 5 febbraio 2015
"Il collaudo del Laboratorio centrale è in via di ultimazione, con riguardo al relativo materiale informatico e al modulo di comunicazione tra il sistema informativo del Dap e quello del Ministero dell'interno. Dopo l'immissione degli allievi nel Laboratorio, per la formazione sul campo, e dopo il collaudo, si potrà procedere all'accreditamento del Laboratorio, necessario per passare alla fase di raccolta e conservazione dei profili genetici.
Si tenga conto che i singoli Istituti penitenziari sono già dotati delle cd "stanze bianche" fornite dei kit necessari per le operazioni di prelievo del Dna nei confronti dei detenuti. Credo che il secondo semestre del 2015 potrà vedere l'avvio concreto di operatività di Banca dati e Laboratorio, dotando così la polizia giudiziaria e la magistratura di un nuovo, efficace mezzo di conduzione delle indagini e lotta alla criminalità". Così il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha scritto nella nota inviata al convegno "Banca dati del Dna: le soluzioni della scienza contro il crimine", tenutosi ieri.
L'adeguamento dell'Italia al trattato di Prum, che istituisce una banca dati e un laboratorio del Dna, le difficoltà burocratiche, le resistenze sulla gestione di dati personali, la questione della privacy, i benefici attesi dall'introduzione della banca dati nazionale del Dna: questi i temi al centro del dibattito che si è tenuto ieri presso il Museo Criminologico di Roma.
"Il ritardo dell'Italia ci permette di adeguare i nostri standard legislativi ai livelli più alti- spiega Renato Biondo, Min. dell'Interno e Banca dati del Dna. L'analisi del dna delle persone ad esempio nel nostro Paese non lo fa l'organo inquirente ma il ministero della Giustizia, mentre la polizia penitenziaria ricopre un ruolo tecnico, una garanzia di rispetto e tutela, un doppio passaggio che è previsto solo dalla nostra legge. L'Inghilterra, che è partita nel 1995, ha cambiato 3 volte la norma adeguandosi al progresso delle tecnologie, l'Italia arrivando per ultima usufruisce di una qualità dei dati, e di uno standard già definito. Dal punto di vista delle procedure il nostro paese rappresenta un'eccezione di garanzia: il campione non ha nome e cognome, l'anagrafica è solo nella banca dati delle impronte, l'identificazione del soggetto avviene solo dopo concordanza. Solo dopo l'avvenuto match si può risalire alla persona con un livello di sicurezza molto alto".
"È giusto richiamare i profili di garanzia dei cittadini e della loro libertà - ha sottolineato anche il Ministro Orlando - nell'ambito di queste innovazioni. Perché c'è chi teme, ovviamente, una sorta di Grande Fratello genetico, in funzione di controllo e prevenzione totale. L'ambito applicativo della legge del 2009 è allo stato circoscritto alla raccolta del Dna nei confronti di autori o presunti autori di reati, e non di tutti, e, aggiuntivamente, nei confronti di un numero circoscritto di persone offese o potenzialmente offese da reati (persone scomparse, persone decedute non identificate o non identificabili).
Quanto agli autori o presunti autori di reati, ad essere raccolto sarà solo il materiale biologico di tre categorie di soggetti: - condannati in via definitiva per un reato non colposo, che siano detenuti, o internati, o sottoposti a misura di sicurezza detentiva, o a pena alternativa alla detenzione; - arrestati in flagranza di reato, o sottoposti a fermo; - sottoposti a custodia cautelare in carcere o agli arresti domiciliari.
Svariate tipologie di reati sono sottratte alle previsioni. Il prelievo è consentito solo per i reati per i quali è consentito l'arresto in flagranza, per tipologia o entità della pena. Il prelievo del Dna non è consentito per i reati previsti dalla legge fallimentare, dal codice civile (reati societari), per i reati tributari e finanziari, per alcuni falsi minori, per i delitti previsti dal cod. pen. contro industria, economia e commercio, verosimilmente perché ai fini della prova di tali reati l'indagine genetica non è di particolare ausilio. Per converso, ad esempio, l'inasprimento del trattamento sanzionatorio per i delitti contro la pubblica amministrazione, ad opera della legge Severino, consentendo quasi sempre l'arresto in flagranza per tali reati, consente anche il prelievo genetico".
di Vincenzo Vitale
Il Garantista, 5 febbraio 2015
Diamo per buone tutte le affermazioni - in gran parte ovvie - fatte dal presidente della Repubblica all'atto del suo insediamento davanti al Parlamento. A proposito di giustizia egli si è limitato ad auspicare una sua maggior rapidità: insomma, ci risiamo, perché neppure al Capo dello Stato è venuto in mente di auspicare invece una sua maggiore equità, vale a dire un tasso di giustizia delle decisioni dei giudici nettamente maggiore rispetto a quello oggi ancora riscontrabile.
Può darsi che non sia ancora informato abbastanza sul punto. E se così fosse provvediamo qui ad informarlo, chiedendone subito l'intervento, di un caso assai particolare - e grave - che ci passa per le mani. Ricordate Pier Paolo Brega Massone, il chirurgo imputato di lesioni e omicidi a carico di pazienti della casa di cura Santa Rita di Milano? Oggi i suoi processi sono ancora in via di definizione e comunque lungi dall'essere conclusi: anzi, siccome in uno dei due si deve ancora celebrare l'appello, i difensori chiedono a gran voce che sia nominato un consulente d'ufficio, vale a dire che sia davvero indipendente dalla Procura, allo scopo di far emergere la verità delle cose, che cioè egli non è colpevole di nulla.
Insomma, tutto è ancora in piena discussione. Nonostante ciò - roba da non crederci - giunge ora notizia che la Corte dei Conti già nel 2009 aveva provveduto in primo grado a condannare Brega Massone a ben otto milioni di euro di risarcimento a favore dell'Erario per il danno all'immagine consumato attraverso i reati di cui si è reso colpevole: fra qualche settimana sarà celebrato l'appello. Cerchiamo di spiegare meglio l'assurdità di tale situazione che più assurda non potrebbe essere.
Brega Massone viene accusato di gravi delitti e per questo langue in carcere da circa sei anni, con grande difficoltà, fra l'altro, per la sua capacità difensiva: di fatto, di fronte ad accuse che hanno meritato addirittura la condanna all'ergastolo, egli non è in grado di difendersi in modo compiuto, perché non può fruire di un computer, come invece sarebbe necessario per consultare decine di migliaia di documenti, non può parlare liberamente con i propri difensori che hanno orari e tempi ristretti, non può confrontarsi in modo efficace con i propri accusatori.
Una cosa tuttavia è sicura: tutto è ancora in gioco, ogni fatto va ancora accertato, ogni giudizio può essere ribaltato. È allora logico e giusto che mentre ancora non c'è nulla di certo e definito, la Corte dei Conti sopraggiunga con una sentenza di questo genere, dando per assodati fatti che in realtà non lo sono per nulla e che potrebbero essere poi smentiti dal giudice penale? Non siamo forse di fronte all'ennesima ingiustizia perpetrata a carico del dottor Brega Massone?
C'è da dire che fino al 1989 esisteva un congegno processuale che garantiva che questa ingiustizia non fosse portata a termine: era cioè previsto che se il medesimo fatto fosse stato posto a base del giudizio penale e di quello amministrativo ( o civile), questo secondo giudizio doveva essere obbligatoriamente sospeso in attesa che il giudice penale accertasse i fatti in modo definitivo. Ed era logico e giusto che così fosse.
Poi una gran pensata del nostro legislatore ha condotto a eliminare questa sospensione - definita necessaria - rendendola solo facoltativa. E qui casca l'asino. Infatti, anche se non vige più l'obbligo di sospendere il giudizio contabile in attesa della conclusione di quello penale, rimane pur sempre possibile farlo in chiave di opportunità.
E di questa opportunità dovrebbero farsi carico i giudici contabili, sospendendo appunto il giudizio fino all'esito di quello penale. E invece no: avanti tutta con una furia degna di miglior causa, a costo non solo di rovinare una persona, ma di produrre mostruosità giuridiche impossibili poi da rimediare.
Poniamo infatti il caso - in via di pura ipotesi - che Brega Massone sia costretto a pagare questa iperbolica somma di otto milioni per danno ad una immagine - quella della Sanità pubblica lombarda - che tanto pulita proprio non ha mostrato di essere negli ultimi anni; cosa accadrebbe se fra due o tre anni egli fosse assolto, poniamo, con la formula "il fatto non sussiste"? Siccome egli sarebbe stato espropriato di ogni avere - il cui valore complessivo è comunque di gran lunga inferiore a quella somma -come fare a rendergli ciò che gli apparteneva? Del tutto impossibile.
Ecco dunque che si capisce bene la logica che sta alla base della opportuna sospensione del giudizio contabile: evitare simili assurdità e danni non riparabili a carico dei diretti interessati nel caso fossero riconosciuti innocenti. O forse dobbiamo desumere che la Corte dei Conti ne sappia più delle Corti di Milano e che - in forza di un potere profetico - conoscendo il futuro, sappia già con certezza quale sarà la decisione del giudice finale milanese? Forse che la fretta e la rapidità debbono qui prevalere, come sovente accade, sulla giustizia?
Ecco allora che sottoponiamo all'attenzione del nuovo Capo dello Stato questo problema, che se forse sarà piccolo di fronte ai grandi problemi di cui lui dovrà occuparsi, invece piccolo non potrà mai essere di fronte alla sua coscienza di uomo e di giurista. Per far presto, si può rischiare di essere gravemente ingiusti? Che egli dica a tutti, chiaro e forte - ed anche perciò alla Corte dei conti - di no: dica che la giustizia va sempre protetta da ogni fretta cieca e produttiva di gravi iniquità. Confidiamo dunque nel Capo dello Stato? Confidiamo.
Adnkronos, 5 febbraio 2015
Le ultime rifiniture, ma l'impianto della nuova istanza di scarcerazione è pronto e venerdì verrà consegnato al gip di Bergamo Ezia Maccora. Massimo Giuseppe Bossetti, in carcere dal 16 giugno scorso con l'accusa di aver ucciso con crudeltà la 13enne Yara Gambirasio, spera di tornare a casa dopo quasi otto mesi dietro le sbarre.
Dopo il no dello stesso gip alla scarcerazione perché "persistono i gravi indizi di colpevolezza e il pericolo di reiterazione del reato" e del giudice del Riesame di Brescia che ha lasciato in carcere l'imputato per la presenza del suo Dna sul corpo della vittima, domani il pool difensivo di Bossetti presenterà la nuova istanza; in attesa del ricorso in Cassazione fissato per il prossimo 25 febbraio.
Una scelta presa alla luce delle ultime relazioni consegnate in procura a Bergamo a partire da quella "sul sequestro degli abiti e degli attrezzi di Bossetti che non ha fornito elemento utili all'accusa, all'analisi sul furgone anche in questo caso un buco dell'acqua per la procura - spiega l'avvocato Claudio Salvagni, all'assenza di capelli e peli di Bossetti sul corpo della vittima".
Nuovi elementi che si aggiungono a dire di Claudio Salvagni, legale dell'imputato, a un quadro indiziario "già ridotto da parte del Riesame rispetto alla decisione del gip" e che ora vanno riconsiderati anche alla luce di quanto emerso nella relazione del consulente della procura Carlo Previderè in cui emerge - in una tabella che riporta a una consulenza del Ris di Parma - come nella traccia mista trovata sugli slip della 13enne il Dna mitocondriale dell'imputato non corrisponde con quello di Bossetti.
Contro il 44 muratore resta il Dna nucleare, ma sul resto ci sono "quei dubbi che bastano per far cadere i gravi indizi di colpevolezza. È proprio sulla mancanza di quegli indizi di colpevolezza che si fonda questa istanza per ribadire - conclude l'avvocato - che non ci sono le esigenze cautelari per tenere in carcere Bossetti". Il gip Maccora, una volta ricevuta l'istanza, ha cinque giorni per decidere. Di fronte a un eventuale parere negativo da parte del giudice dell'udienza preliminare, la difesa dell'imputato ha nuovamente la possibilità di ricorrere in Appello e quindi ancora in Cassazione. I giudici di piazza Cavour chiamati a decidere il prossimo 25 febbraio dovranno pronunciarsi solo sul primo 'ricorso' non tenendo conto delle ultime rivelazioni sull'omicidio di Yara.
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