Il Garantista, 4 marzo 2015
Veronica Panarello, la giovane mamma di Santa Croce di Camerina accusata dell'uccisione del figlioletto di 8 anni, Andrea Lorys Stival, è ricoverata in ospedale a causa di un malore che l'avrebbe colta mentre usciva dal bagno della sua cella, nel carcere Petrusa di Agrigento.
La donna avrebbe perso i sensi, cadendo per terra e sbattendo violentemente la testa; e per questo nei giorni scorsi è stata portata in via precauzionale nel nosocomio di Agrigento, il San Giovanni di Dio, per accertamenti. È successo nella notte tra sabato 28 febbraio e domenica primo marzo.
Come è noto, nelle scorse settimane, il suo legale aveva raccontato, durante una delle sue ultime visite in cella, di averla trovata parecchio prostrata, dopo un periodo di cinque giorni nel quale non si idratava e alimentava adeguatamente, quasi a volersi lasciare andare.
Poi la crisi sembrava essere rientrata e l'avvocato Francesco Villardita aveva parlato di una donna fortemente provata ma determinata a combattere per dimostrare la propria innocenza: continua a dire di non essere stata lei a strangolare il figlio con delle fascette da elettricista e tantomeno ad averne poi gettato il corpicino seminudo e senza vita in quel canalone di contrada Mulino Vecchio, in mezzo alla campagna, come un rifiuto qualunque.
Il suo arresto, avvenuto il 29 novembre (un mese dopo la morte del piccolo), nel frattempo è stato convalidato sia dal gip di Ragusa che dal Tribunale del Riesame di Catania. Le indagini, coordinate dal procuratore Petralia, sono ancora in corso e sono condotte dalla polizia e dai carabinieri di Ragusa.
Ora, questo nuovo episodio, in mancanza di significativi aggiornamenti sull'inchiesta, nella quale Veronica Panarello rimane l'unica accusata del terribile e inspiegabile omicidio, porta nuovamente ad accendere i riflettori sulla controversa protagonista di questa brutta vicenda.
Non è la prima volta che Veronica, legittimamente peraltro, "urla" al mondo tutto il suo dolore, invocando disperatamente la fiducia della sua famiglia e soprattutto del marito, pur non riuscendo ancora a spiegare tutte le contraddizioni della sua versione su quell'ultimo giorno di vita del figlio.
Contraddizioni che, incrociate con i video registrati dalla telecamere di sorveglianza del paese, sono nel frattempo divenute per gli investigatori e gran parte dell'opinione pubblica "le bugie di una mamma assassina", che però continua a non ammettere il delitto dopo un lasso di tempo significativo.
Come se lo avesse rimosso? È un'altra delle suggestioni comparative con il caso di Cogne venute fuori nelle varie interpretazioni psichiatrico-giornalistiche sul caso. Intanto chi l'ha vista nelle ultime ore trascorse in ospedale, ora racconta di una Veronica quasi catatonica, che continua a ripetere di voler vedere il figlioletto più piccolo, il fratellino di appena 2 anni di Loris, che non vede dal giorno del suo arresto, due mesi fa.
"Fatemi vedere mio figlio, altrimenti morirò", è la frase che dicono abbia continuato a ripetere come in un drammatico mantra per tutto il tempo che è stata trattenuta in ospedale. Veronica è stata sottoposta - ha confermato l'avvocato - anche a due tac, che hanno comunque avuto esito negativo. Alla fine della giornata di ieri, e dopo gli ultimi esami, i medici dell'ospedale di Agrigento hanno così preso la decisione di disporne le dimissioni e il suo ritorno in carcere.
L'avvocato Villardita ha rincuorato la propria cliente e, prima di salutarla, rivolgendosi ai giornalisti, ha puntualizzato che chiederà l'acquisizione dell'intera cartella clinica della sua assistita per farla valutare da un collegio medico appositamente nominato dalla difesa. Poi, il battagliero legale ha concluso: "Dopo i problemi delle scorse settimane, Veronica ha ripreso a mangiare. Ora le stanno anche facendo delle flebo, poiché è comunque arrivata a pesare 40 chili. Ma nonostante questo cattivo stato di salute generale continua a ripetere, senza fermarsi mai, che vuole vedere il figlio piccolo, altrimenti morirà, ha detto di esserne certa, ma nello stesso tempo dice anche di voler lottare fino all'ultimo per dimostrare la sua innocenza e soprattutto per scoprire il vero colpevole dell'omicidio di Loris".
La Repubblica, 4 marzo 2015
Il Sottosegretario alla Giustizia Ferri: "Sicuro ravvedimento e angoscioso senso di colpa per le vittime". Ma il deputato Bolognesi, che aveva sollevato obiezioni, ricorda: "Loro si ritengono innocenti per la strage del due agosto 1980".
Anche per Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, come per gli altri detenuti, "la libertà condizionale è un vero e proprio diritto e non una graziosa concessione né una non giustificabile rinuncia dello Stato all'ulteriore esecuzione della pena detentiva inflitta con la sentenza di condanna". Sono le parole con cui alla Camera il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Maria Ferri risponde ai dubbi e le obiezioni di legittimità sollevate da Paolo Bolognesi, deputato del Pd e presidente dell'associazione vittime del Due Agosto, la strage che nel 1980 fece 85 morti e 200 feriti.
"C'erano i requisiti". La libertà condizionale, ovvero la sospensione della pena detentiva, concessa a Mambro e Fioravanti è regolare, spiega Ferri per conto del governo. Il fatto che Mambro e Fioravanti avessero contatti con altri ex Nar come loro come Gennaro Mokbel (o altri) coinvolti nell'inchiesta di "Mafia capitale", non porta automaticamente lo stop al beneficio. La libertà condizionale si concede con determinati requisiti, e nel caso di Mambro e Fioravanti si è accertato che c'erano. Ad ogni modo, ha aggiunto Ferri come riporta l'agenzia Dire, nella sua autonomia il Tribunale di sorveglianza potrà valutare gli esiti di 'Mafia capitalè e assumere decisioni.
"Nessun collegamento con criminalità organizzata". Per ottenere la libertà condizionale dopo la condanna all'ergastolo, bisogna aver scontato almeno 26 anni della pena inflitta e avere avuto un comportamento che faccia "ritenere sicuro" il ravvedimento, la "vera condicio sine qua non per la concessione del beneficio". Tocca all'autorità penitenziaria certificare "una condotta assolutamente incensurabile" e a un giudice valutare "l'evoluzione psicologica e culturale del condannato rispetto al crimine commesso" soprattutto se ha maturato "una consapevolezza della gravità del danno procurato alle vittime".
Va anche escluso il rischio di nuove condotte criminali. Peraltro, il ravvedimento, "pur certo" non per forza dev'essere "anche perenne e assoluto, tanto da costituire una vera e propria garanzia del reinserimento sociale". Infatti il beneficio può essere revocato. Ebbene, rispetto a tutto questo, la Digos di Roma ha escluso che Fioravanti e Mambro abbiano "collegamenti attuali con la criminalità organizzata od eversiva".
"Angoscioso senso di colpa". Per il Tribunale di sorveglianza di Roma, per entrambi "l'esistenza di un sicuro ravvedimento" rispetto ai crimini commessi "venne dedotta 'sulla base degli esiti della lunga osservazione della rispettiva personalità, attestati nelle relazioni degli operatori, in cui si evidenziavano l'avvenuta maturazione di un genuino processo di rielaborazione critica delle scelte criminali del passato e il definitivo ripudio dei disvalori ad esse sottese, accompagnato da angoscioso senso di colpa per le vittime".
Bolognesi: "Ma loro si dicono innocenti". Per nulla soddisfatto il deputato Bolognesi: la libertà condizionale a Francesca Mambro e Valerio Fioravanti non andava proprio concessa. "Non capisco come ancora oggi non si intervenga per approfondire la concessione della liberazione condizionale, che non doveva essere assolutamente compresa. Quando si parla della completa comprensione dei danni compiuti dai criminali, credo che sia importante tenere conto che queste persone si ritengono innocenti per la strage di Bologna, dopo tutte le sentenze che ci sono state, e anche questo doveva essere uno dei punti che dovevano impedire di arrivare a questa concessione".
Peraltro, la prova del ravvedimento, ricorda, si basò "solo su un appello di varie personalità in relazione alla attività prestata dai due a favore della associazione Nessuno tocchi Caino, che era tra i promotori di una campagna mediatica di disinformazione, abilmente orchestrata, con l'appello "E se fossero innocenti" a favore di Mambro e Fioravanti".
di Tiziana Maiolo
Il Garantista, 4 marzo 2015
Sacrosanta e legittima, a norma di legge, la libertà condizionale concessa a Francesca Mambro e Giusva Fioravanti, condannati per la strage di Bologna del 2 agosto 1980. Lo ribadisce, a chi non vuol sentire, Cosimo Ferri, sottosegretario alla Giustizia, in risposta a un'interrogazione parlamentare. Chi non vuol sentire è Paolo Bolognesi il quale, succeduto a Torquato Secci alla presidenza dell'Associazione dei familiari delle vittime della strage, è diventato deputato proprio per questo suo incarico.
E non vuol sentirsi dire che Mambro e Fioravanti, come ogni ergastolano, hanno diritto alla liberazione condizionale dopo 26 anni di carcere. Ventisei anni sono un periodo lungo della vita. È una storia infinita, quella della strage di Bologna. 85 morti e 200 feriti non sono facili da dimenticare, e la stazione del capoluogo emiliano ne conserva e ne mostra, a pieno titolo, la ferita fisica. Così come hanno tutto il diritto, i parenti delle vittime, di non perdonare coloro che ritengono gli assassini dei loro cari, anche se si sono sempre dichiarati estranei alla strage, pur ammettendo altri gravi delitti.
Ma c'è una rabbia vendicativa e rancorosa, che non è solo emozione e sentimento, negli uomini e le donne dell'Associazione bolognese, che non ha il pari in nessuna delle persone che, in altre città o altre situazioni, hanno subito, come loro, un lutto per mano terroristica. Tanto che gli stessi Mambro e Fioravanti intrattengono, come ricorda in Parlamento il sottosegretario Ferri, rapporti epistolari con parenti di altre vittime, mentre hanno invano teso più volte la mano a quelli di Bologna, ricevendo solo risposte negative.
La verità è che siamo di fronte a un vero organismo politico, non solo perché l'associazione ha la sua sede in piazza Maggiore presso il gabinetto del sindaco, ma perché, indipendentemente dalle posizioni politiche che potevano avere le vittime quando erano in vita, i loro parenti hanno voluto collocarsi a sinistra. Una sinistra radicale e molto particolare. E in questa veste sono diventati una sorta di tutori di quell'antifascismo militante che aveva poca ragion d'essere ieri, figuriamoci oggi. Nel corso dei decenni, ogni anno il 2 agosto c'è stata una piazza che si è impegnata in modo militante a fischiare qualunque rappresentante di governo che non fosse rigorosamente comunista. Ma comunista a modo loro, naturalmente.
Anche il Manifesto, "quotidiano comunista", era visto male, per il suo garantismo. Pur se in quel 1980 il giornale (in cui lavoravano molti bolognesi, che si sono precipitati per settimane a dare una mano alla loro città ferita a morte) aveva seguito in modo appassionato e doloroso tutti gli sviluppi della tragedia. Ma poi, nel corso degli anni, era bastato avanzare qualche dubbio sulle responsabilità di Mambro e Fioravanti per essere insultati e trattati come complici degli assassini. Si era mossa la segreteria del Pci bolognese, che aveva chiesto e ottenuto la pubblicazione di un intervento (contro di me, che scrivevo di giustizia) il cui succo era che eravamo una sorta di mandanti di stragi.
E l'Unità era uscita con la prima pagina bianca in segno di protesta quando una delle tante Corti d'assise che giudicarono quel delitto, e che si era permessa di mandare assolti i due giovani dei Nar. "Naturalmente" quella sentenza fu presto corretta. Francesca Mambro e Giusva Fioravanti hanno trascorso la loro giovinezza in carcere.
Lo meritavano e sono stati puniti con la pena massima. Noi, che l'ergastolo vorremmo abolirlo dal nostro ordinamento, non pretendiamo che tutti siano d'accordo. Ma non bastano ventisei anni di carcere per due giovani, che pur hanno commesso reati gravissimi, ma che da tempo hanno dimostrato in ogni modo non solo ravvedimento, ma un vero reinserimento sociale, che consiste anche nell'aiuto che danno a tante persone in difficoltà? Il fatto che meritino la libertà condizionale è attestato da direttori di carcere e magistrati e tribunali vari.
Anche la Digos di Roma ritiene irrilevanti penalmente alcune telefonate da loro fatte a un altro vecchio esponente dei Nar, come Mokbel, indagato nell'inchiesta "Mafia capitale". Ma non le basta ancora, onorevole Bolognesi? Lei è diventato deputato un anno fa, avendo come unico merito quello di essere presidente di un'associazione.
Ma non ci faccia pensare che la sua prossima attività parlamentare consisterà soprattutto nel feroce accanimento nei confronti di Francesca Mambro e Giusva Fioravanti a causa di un fatto tragico che l'ha colpita 35 anni fa. Nessuno è più la stessa persona, oggi, neanche lei. La smetta, per favore. Si accontenti della risposta che le ha dato il sottosegretario Ferri.
di Rodolfo Sabelli (Presidente Anm)
La Repubblica, 4 marzo 2015
Con riferimento a quanto scritto ieri da Eugenio Scalfari, pensare che la "maggioranza" dell'Anm abbia fatto "pressione" per l'approvazione della legge di riforma della responsabilità civile è sorprendente. Valgono tutte le nostre prese di posizione in sede pubblica e istituzionale, sempre ferme e inequivocabili nell'avversare il disegno di legge, nel merito e come priorità in tema di riforme.
È vero invece che noi abbiamo rappresentato al ministro della Giustizia quanto fosse inconcepibile e incostituzionale la responsabilità civile diretta del magistrato, alla quale con forza ci siamo opposti. Ci siamo opposti anche alle altre previsioni incostituzionali del disegno di legge Buemi e dei vari emendamenti: fra le altre, vincoli all'interpretazione, sindacato sul merito dei provvedimenti, eliminazione del tetto massimo alla rivalsa, limiti al diritto di difesa del magistrato nel giudizio contro di lui.
Con la presentazione dell'emendamento del Governo, le nostre critiche sono state solo in parte ascoltate. Con altrettanta forza abbiamo rappresentato fino all'ultimo al ministro che l'abolizione del filtro di ammissibilità avrebbe aggravato i carichi, intralciato la giustizia e provocato grave turbamento all'esercizio della giurisdizione.
E quanto fosse contraddittorio eliminare il filtro, quando invece andavano proliferando proprio i filtri nel processo civile, con l'introduzione della mediazione obbligatoria e della negoziazione assistita. Il ministro, purtroppo, sul punto non ha ritenuto di ascoltarci.
Sabelli ha risposto illustrando il punto di vista dei magistrati. Spetta ora al ministro dire la sua. (Eugenio Scalfari)
di Michele Passione (Avvocato)
Il Garantista
Sul Garantista del primo marzo è stato pubblicato un articolo del collega Cataldo Intrieri, che ha definito "un fallo di frustrazione" la reazione che la recente legge sulla responsabilità civile dei magistrati ha comportato, con toni più o meno accesi, da parte dell'Anm.
A tal proposito, molto si è scritto e detto in questi giorni, ed alti lai sono stati elevati anche da parte di chi, senza sapere realmente come vanno le cose, si è precipitato in soccorso di uno dei Poteri dello Stato. Non stupisce che quando un Potere viene limitato nel suo esercizio (ma meglio sarebbe dire nelle sue storture) se ne lamenti, ma duole constatare che ci si spinga ad obiezioni sul merito della legge senza approfondirne gli aspetti tecnici, e soprattutto senza preoccuparsi di comprenderne le ragioni.
Mi asterrò dall'aggiungere il mio commento al tema in questione, dal quale è partito l'articolista, e vorrei invece soffermarmi sul parallelo che traccia tra la reazione dei magistrati e quella degli avvocati, a proposito del disegno di legge che, tra le altre cose, introduce la previsione dell'ingresso di soci di capitale negli studi legali.
E del tutto evidente che l'assimilazione tra le due vicende ha il merito di indurre una riflessione sulle reazioni che una Politica di cambiamento può indurre in chi risulta destinatario, in primis, di una novella legislativa. Ma è anche vero che la comparazione proposta sconta il difetto del carattere spurio della materia in raffronto. Ed infatti, i magistrati italiani si contano in numeri equiparabili più o meno a quelli dei soli avvocati penalisti iscritti all'Ucpi.
Ma (purtroppo) gli avvocati sono molti di più, circa 250.000 (solo a Roma sono pari a quelli presenti in tutta la Francia). Di più: appare francamente improponibile il raffronto tra chi esercita un potere, il più invasivo e incontrollato tra quelli dello Stato, e chi si muove nel solco di previsioni costituzionali che ne disciplinano l'incedere, ma pur sempre in un rapporto tra privati. Resta sullo sfondo il tema dei diritti delle persone (non solo cittadini, soprattutto per quanto riguarda il diritto penale) che con magistrati ed avvocati incrociano il loro cammino nel momento giurisdizionale: a loro, più che agli altri, dovrebbe pensare il legislatore al momento delle riforme, al bene comune.
Ed allora: è ovvio che nessuno può seriamente sostenere che l'avvocatura sia mossa da "uno spirito francescano": non è così, non sarebbe né giusto né possibile. La professione forense o è liberale o non è; dentro questo spazio di azione, ovviamente c'è di tutto, ma "l'uomo nero", il socio di capitale, lungi dall'essere pericoloso perché ignoto nelle sembianze, sottrae libertà (appunto) a chi non vende merce, ma tutela diritti. Legittimamente, in questo caso si guarda al profitto, che poco o nulla ha a che fare con questi ultimi.
Così, a onore del vero, se occorre riconoscere che già oggi esistono accordi che vincolano i professionisti a rapporti con lo studio di appartenenza, per consolidare nel tempo competenze particolarmente qualificate, essi sono pur sempre stretti tra pari, anche quando la forza economica dei contraenti è ben diversa da quella ordinariamente presente tra gli studi legali. Il fatto che a chi scrive questo non piaccia risulta irrilevante per il lettore, ma per coerenza se ne fa annotazione pubblica. Qualche giorno fa ho ascoltato un intervento radiofonico del ministro Orlando, a proposito del tema da cui ha preso le mosse questa breve riflessione.
Con espressione icastica il ministro (che pure non appartiene alla corrente bersaniana, anche se è ormai impossibile tener conto del numero e delle ricomposizioni degli assetti all'interno del Pd) ha affermato che "nessuno vuol fare i baffi alla Gioconda". Ecco, io credo che noi possiamo accettare e pensare agli acconci più strani, e del resto non esiste una avvocatura monolitica; molto è cambiato, sta cambiando, e ancora cambierà. Ma viene in mente il verso: "Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo".
www.camerepenali.it, 4 marzo 2015
Dopo l'improvvido intervento dell'onorevole Salvini sul caso dell'Avvocato Canestrini e le numerose adesioni, da parte di numerose Camere Penali, al nostro comunicato di solidarietà, non possiamo non rilevare come la confusione fra l'esercizio dell'inviolabile diritto di difesa e l'avversione abbia toccato limiti davvero non sopportabili.
Dopo l'improvvido intervento dell'onorevole Salvini sul caso dell'Avvocato Canestrini e le numerose adesioni, da parte di numerose Camere Penali, al nostro comunicato di solidarietà, non possiamo non rilevare come la confusione fra l'esercizio dell'inviolabile diritto di difesa e l'avversione nei confronti degli autori di crimini odiosi abbia toccato limiti davvero non sopportabili.
Anche il difensore della famiglia del rapinatore ucciso, nell'ambito del procedimento a carico del benzinaio Stacchio, è stato fatto oggetto del medesimo linciaggio morale e professionale, dimenticando anche in questo caso, come un avvocato sia sempre il tutore e il difensore dei diritti del proprio assistito, imputato o persona offesa che sia, e legittimo portatore di una aspettativa di giustizia e di legalità e dimenticando che nell'esercizio di questi fondamentali diritti, e nel rispetto di tali legittime aspettative, si fonda ogni stato democratico ed ogni convivenza civile.
L'ovvio principio che anche gli ultimi accusati dell'ultimo più spregevole delitto debbano godere, in un paese civile e democratico, del medesimo diritto di difesa, viene sempre più spesso offuscato da un sentimento che irragionevolmente confonde l'avvocato con il suo assistito, la funzione difensiva con la difesa del delitto, sovrapponendo in maniera strumentale due concetti che devono essere tenuti sempre distinti.
Occorre sottrarsi con ogni forza a questo dilagante clima di demagogia e di populismo che ormai invade la comunicazione e la cultura in ogni suo approccio ai fatti della giustizia, trasformando ogni sentimento popolare di pur legittima preoccupazione per il ripetersi di determinati fenomeni criminali, in un cieco, indistinto e diffuso desiderio di vendetta. L'avvocatura penale, da sempre sensibile a questi temi, deve impegnarsi ad affrontare questa battaglia, coinvolgendo i media, le scuole, ogni spazio di comunicazione culturale, per ricondurre il paese ad un nuovo più equilibrato e più maturo approccio ai problemi inerenti l'esercizio del diritto di difesa nel processo penale.
di Massimiliano Gobbi
www.ilcorrieredellacitta.com, 4 marzo 2015
I detenuti del Lazio sono molto colti. Tante le lauree prese direttamente dalla cella. Tra tutti spicca un detenuto di 43 anni con ben 25 anni di carcere alle spalle che, in poco tempo, è riuscito a conseguire la terza laurea in Scienze della Comunicazione dopo quelle ottenute in precedenza nelle facoltà di Economia e Commercio e Scienze Politiche.
L'uomo, da 25 anni in carcere, si è laureato con il massimo dei voti: 110 e lode presso il penitenziario di Paliano, in provincia di Frosinone. La discussione è avvenuta in videoconferenza con l'Università di Tuscia di Viterbo, mentre il detenuto si trovava nella casa circondariale di Paliano. A dare la notizia è il garante dei detenuti della Regione Lazio, Angiolo Marroni che ha sottolineato l'unicità della storia di questo ergastolano che di fronte alla prospettiva di una "vita in cella" ha compiuto una scelta costruttiva, ha deciso di non abbandonarsi alla disperazione della cella ma ha visto nello studio l'occasione di riscatto sociale. L'ennesima conferma, ove ce ne fosse bisogno, che la criminalità si combatte anche con la cultura e l'istruzione.
Marroni spiega che, specialmente negli ultimi anni, molto è stato fatto per favorire i percorsi universitari dei detenuti: se dieci anni fa, nel 2005, i detenuti universitari laziali erano appena 17, ora sono 120. L'ergastolano è il primo laureato della casa circondariale di Paliano. Il numero dei carcerati che decidono di intraprendere un percorso di studi universitario è in aumento nel nostro Paese, anche grazie all'avvio da parte di molte carceri che decidono di avviare progetti di istruzione che vadano oltre la tradizionale formazione della scuola dell'obbligo o della scuola lavoro. I progetti di tele università - come quello ideato dal Garante del Lazio che vede impegnati via skype quattro detenuti - potrebbero dare nuove possibilità a coloro che vogliano intraprendere un percorso di studio negli anni della detenzione.
La Provincia di Como, 4 marzo 2015
Respinta la richiesta di archiviazione della Procura: "Probabile istigazione al suicidio". La compagna: "Voleva cambiare vita". "Maurizio non si sarebbe mai ucciso. Il nostro futuro era fatto di progetti e di una vita assieme", dice la fidanzata, Marta. Ma il 31 ottobre scorso il futuro di Maurizio Riunno, 28 anni di Lomazzo, si è improvvisamente coniugato in un presente di lacrime e dolore per amici e parenti.
Suicidio, caso chiuso. Aveva sentenziano la Procura, al termine di una veloce inchiesta sulla morte del giovane, trovato senza vita nella sua cella del carcere del Bassone, ucciso da un lenzuolo stretto attorno al collo. Una conclusione che il giudice delle indagini preliminari non ha condiviso, accogliendo il ricorso presentato dall'avvocato Massimo Guarisco, legale prima di Riunno e ora dei suoi familiari.
"Istigazione al suicidio" è l'ipotesi di reato sulla quale il magistrato ha ordinato di investigare. E dopotutto la stessa Procura aveva ipotizzato che il suicidio di Riunno potesse essere stato provocato, salvo poi chiedere l'archiviazione del caso per mancanza di elementi a carico di papabili sospettati.
Maurizio Riunno era entrato in carcere il 21 ottobre, arrestato con l'accusa di aver partecipato al pestaggio punitivo di Carlo Longo, 35 anni, in un bosco di Limido Comasco. Un raid al quale avrebbe partecipato anche il cugino di Riunno, ovvero Filippo Internicola, in cella perché accusato - tra l'altro - di aver partecipato all'omicidio di Ernesto Albanese a Guanzate.
Insomma, il contesto di conoscenze e relazioni è tale da far suonare più di un campanello d'allarme per quello che, a prima vista, sembrava il suicidio di un detenuto sconvolto per il suo arresto. "Ho conosciuto Maurizio 3 anni fa - ricorda ora Marta Berardinello, la fidanzata. L'ho visto in un bar ed è stato subito amore a prima vista. Volevamo sposarci Io avevo anche già comprato il vestito del matrimonio. Mancavano solo alcune formalità. Lui mi diceva che avrebbe cambiato vita".
La Nuova Sardegna, 4 marzo 2015
Il disperato appello di un ex detenuto rimasto senza famiglia e risorse economiche: "Chiedo soltanto di poter lavorare". Si chiama "inserimento lavorativo", ed è uno dei primi passi nel progetto, molto più ampio e articolato, per il recupero e reinserimento degli ex detenuti nella vita sociale. Una possibilità che viene concessa, con procedure particolari applicabili a chi ha sbagliato, ed è quanto sta chiedendo, da oltre due mesi, un giovane ex detenuto rientrato in città dopo 24 anni di carcere. Per ritrovarsi da solo, senza l'aiuto di familiari, parenti, amici, con insormontabili problemi di natura economica da affrontare giornalmente, tanto da fargli sembrare la vita da carcerato migliore che quella che affronta da libero.
Ha chiesto, senza sinora ottenerlo, l'interessamento degli assistenti sociali del Comune (a Tempio non esiste un centro di accoglienza o una associazione che segua gli ex detenuti), ma il linguaggio burocratico degli addetti al servizio hanno gettato ulteriore sconforto nell'uomo, finito per la prima volta in carcere appena diciottenne e rimesso in libertà dopo i quarantacinque. "La sua esasperazione è pari alla disperazione che mi trasmette ogni qualvolta lo incontro", afferma il suo difensore, l'avvocato Domenico Putzolu, l'unico che riesce ancora a dargli consigli e indicargli la strada da percorrere per l'inserimento sociale. In città l'intervento pubblico è demandato ai servizi sociali del Comune, che da tempo ha avviato una serie di iniziative in sintonia con l'assessorato all'ambiente e l'ufficio tecnico comunale che finanzia percorsi lavorativi destinati alle categorie "protette", tra le quali rientrano quelle previste da una serie di leggi e decreti che comprendono anche gli ex internati.
Uno dei progetti di lavoro che impiega persone disagiate e ex detenuti riguarda la sistemazione e abbellimento con fioriere e rotonde degli ingressi cittadini sulle arterie principali (sulla statale Olbia -Tempio - Sassari, nelle due direzioni), un lavoro manuale al quale aspira l'ex carcerato. Il quale riesce a tirare avanti grazie alla Caritas, che gli passa i viveri quotidiani. Stando alle sue dichiarazioni l'ex detenuto non avrebbe ottenuto molte speranze per poter essere inserito nelle liste dei lavoratori socialmente utili al pari di tantissimi altri che, come lui, hanno sbagliato e stanno faticosamente recuperando uno spazio vitale in seno alla società.
"Per tutelare il diritto al lavoro dei detenuti è necessario il concorso di tante figure professionali, che devono agire insieme, per non lasciare il percorso a metà. Infatti, il detenuto da solo, se non dotato di grandi risorse (sociali, familiari, economiche) è molto difficile che riesca a concludere il tragitto di reinserimento. Quindi vanno date in primo luogo risposte integrate e coordinate tra tutti gli operatori del privato e del pubblico, sia del Ministero della Giustizia sia degli Enti Locali, e questa è una delle sfide che, quando riesce, è dovuta spesso alla volontà e ai buoni rapporti tra operatori". Lo sostengono i responsabili di "Ristretti" e "AgeSol", due delle associazioni di ex detenuti.
www.pisatoday.it, 4 marzo 2015
La struttura, una volta sistemata con le opportune manutenzioni, ospiterà 12 pazienti provenienti dall'Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo Fiorentino. Il sindaco Buselli: "Progetto finalmente realtà, significative ricadute sull'occupazione".
La Regione Toscana, insieme all'Asl 5 di Pisa, ha accettato la proposta di Volterra di stabilire presso l'ex padiglione Morel dell'ospedale il primo modulo residenziale sperimentale ad alta intensità assistenziale per pazienti con disturbi psichici autori di reato. Per le istituzioni tale sede è la più idonea ad ospitare i 12 pazienti che proverranno dall'Opg di Montelupo Fiorentino. L'annuncio lo ha dato il sindaco di Volterra Marco Buselli: "È una notizia che ci riempie di soddisfazione, nei mesi scorsi ci eravamo proposti alla Regione e ora questo progetto può finalmente diventare realtà con significative ricadute occupazionali sul territorio".
La residenza sorgerà al piano terra dell'edificio Morel, di proprietà dell'Asl 5, destinato fino a maggio 2014 ad area di degenza riabilitativa. La struttura, di 450 mq, sarà sottoposta a lavori di manutenzione ordinaria per l'adeguamento e la rifunzionalizzazione dei locali. Ospiterà pazienti autori di reati dimissibili dall'Opg di Montelupo Fiorentino per cui è venuta meno la necessità della misura detentiva, pur permanendo in relazione alla loro condizione clinica la necessità di misure giudiziarie di tutela. Stesso discorso per i pazienti dimissibili dalla Rems (Residenza per Esecuzione di misure di sicurezza), per cui è venuta meno la necessità della misura detentiva pur permanendo l'applicazione di misure di sicurezza.
Oltre ad essi il modulo residenziale riceverà i pazienti autori di reato provenienti dal territorio per i quali l'Autorità Giudiziaria dispone l'invio in struttura per trattamenti riabilitativi con misure di libertà vigilata attenuata, di tipo non detentivo, in alternativa al carcere o alla misura detentiva nella Rems. Per stabilire l'inserimento dei pazienti nella struttura sarà vincolante il parere del Dirigente psichiatra responsabile della struttura in accordo con l'amministrazione giudiziaria.
Il cronoprogramma per l'attivazione della struttura prevede l'adeguamento dei locali entro il 20 marzo, con l'assunzione e la formazione del personale entro il 31 marzo. La succesiva parte di pianificazione e predisposizione delle procedure e dei protocolli dovrà chiudersi entro il 31 marzo, per fare in modo che l'avvio del progetto residenziale parta il primo di aprile. Quando la struttura sarà a pieno regime saranno impiegati 6 operatori socio sanitari, 6 infermieri, 6 educatori, uno psichiatra fisso e uno part time ed uno psicologo.
Cisl: l'Opg chiuderà il 31 marzo... e gli internati?
"Il 31 marzo scade l'ultima proroga alla legge che prevede il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari. Ma dove dovrebbero essere trasferiti gli attuali internati dell'Opg?". Lo chiede il segretario della Federazione sicurezza Cisl toscana, Fabrizio Ciuffini, in una lettera aperta inviata al presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi e a tutte le istituzioni, citando il caso toscano di Montelupo, ma ricordando che il problema è generale. Ciuffini spiega che "la legge ha previsto che lo Stato dichiarasse superata la funzione penitenziaria degli Opg" e che secondo la stessa legge "le regioni dovevano realizzare le nuove strutture previste, le Rems", ma che "ad oggi nonostante gli anni trascorsi e le decine di milioni di euro stanziati- le Rems non ci sono".
Così, nota Ciuffini, "emerge la solita politica all'italiana: le regioni potranno utilizzare parte degli stanziamenti previsti per realizzare le Rems, per pagare rette a strutture private". Intanto per domani il coordinamento regionale della Uil ha indetto una assemblea con tutti i lavoratori, della Polizia Penitenziaria e del Comparto Ministeri, con all'ordine del giorno l'annunciata chiusura dell'Opg di Montelupo Fiorentino "Prendiamo atto che a seguito della nostra richiesta del 20 febbraio l'amministrazione penitenziaria regionale ha aperto un tavolo permanente sulla questione con le organizzazioni sindacali del comparto. Ciò per noi è sinonimo di garanzia e di attenzione", afferma Eleuterio Grieco.
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