www.gonews.it, 27 febbraio 2015
"Presto sarà attivo il nuovo padiglione di alta sicurezza; manca solo il collaudo della cucina, ma per rendere le condizioni del carcere di Livorno accettabili c'è ancora molto da lavorare" - ha detto il garante regionale dei diritti dei detenuti, Franco Corleone, al termine del sopralluogo di questa mattina. "Sono preoccupato - ha aggiunto Corleone - per la disparità di ambienti, per la differenza abissale che c'è tra il padiglione di alta sicurezza e le altre strutture. I 97 detenuti che andranno nel nuovo padiglione avranno celle doppie con servizi, una sala colloqui ampia e luminosa, mentre i 117 "poveretti" che sono nei locali di media sicurezza, per reati minori, si trovano in tre per cella, in locali piccoli con docce e servivi igienici inadeguati". "Un conto è se tutti stanno male - ha commentato Corleone - ma le scale sociali in carcere possono rappresentare un problema".
La visita al penitenziario Le Sughere rientra nel percorso che il garante sta portando avanti attraverso gli istituti penitenziari della Toscana con l'obbiettivo di verificare sul campo se la diminuzione delle presenze di detenuti rispecchi anche il miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie. Corleone ha parlato della mancanza della sezione femminile che "in Toscana è presente solo a Pisa, Empoli e Sollicciano", "il penitenziario di Livorno avrebbe lo spazio per riattivare il reparto donne".
"Dei 117 detenuti presenti - ha aggiunto il garante - ben il 50 sono per detenzione a fine di spaccio e oltre la metà sono stranieri". Tra le criticità evidenziate da Corleone ci sono le condizioni deplorevoli in cui si trovano la vecchia cucina, l'infermeria e la biblioteca, quest'ultima "ospita 4 mila volumi, adesso inaccessibili per l'inagibilità dei locali". Hanno partecipato alla visita nell'istituto penitenziario anche il garante dei detenuti del comune di Livorno Marco Solimano e il consigliere regionale Marco Taradash (Ncd). Domani Corleone visiterà la casa di reclusione di Massa. Saranno presenti la direttrice Maria Martone e l'ex garante provinciale Umberto Moisè.
Ansa, 27 febbraio 2015
Saranno le detenute di alcune carceri a realizzare in occasione della festa della donna, il prossimo 8 marzo, circa 400 mila braccialetti in stoffa, che si potranno trovare nei punti vendita dei supermercati Conad in tutta Italia. Il progetto è stato illustrato nella giornata di debutto in Italia della rete di imprenditori del sociale Ashoka, da Luciana Delle Donne imprenditrice pugliese che ha creato con la sua cooperativa il marchio "Made in Carcere", per dare lavoro alle detenute delle carceri di Trani e Lecce.
La cooperativa è una delle tre realtà italiane che si sono presentate ad Ashoka come partner potenziali. Sono 20 le detenute assunte dalla cooperativa a tempo indeterminato e dal carcere realizzano braccialetti con gli scarti dell'industria tessile. Un progetto che è cresciuto coinvolgendo altri penitenziari del Paese, per realizzare l'edizione speciale dei braccialetti in occasione dell'8 marzo.
Con il ricavato si pagheranno le detenute e una parte andrà in beneficenza ad una associazione che lotta contro la violenza sulle donne. Il progetto è realizzato in collaborazione con il ministero della Giustizia, che ha sostenuto la formazione delle detenute nei laboratori tessili, tra le carceri coinvolte anche Milano e Vigevano. "Progetti come questi nascono anche con il sostegno delle imprese - ha spiegato il primo imprenditore che ha deciso di sostenere Ashoka in Italia, Mimmo Costanzo - che da parte loro devono imparare a guardare al sociale con interesse, a saper ascoltare e a essere termometro del cambiamento".
di Vanna Iori (parlamentare del Pd)
Gazzetta di Reggio, 27 febbraio 2015
Nel 1975 Antonietta Bernardini morì bruciata viva perché legata al letto di contenzione. Era stata arrestata alla Stazione Termini perché aveva schiaffeggiato un agente in borghese per una lite sul posto nella fila allo sportello. Da Rebibbia era stata portata all'Opg di Pozzuoli. L'episodio riportato da molti giornali aveva aperto il dibattito su una realtà quasi sconosciuta, sui drammi di malati dimenticati da anni nell'incuria e nell'abbandono. La lunga e faticosa chiusura degli Opg, che dovrebbe concludersi finalmente il 31 marzo di quest'anno, è una storia che viene da lontano e ha le sue radici nel peggior degrado dell'istituzione manicomiale e di quella carceraria.
È la storia dei manicomi giudiziari che la legge 345/1975 ha denominato ospedali psichiatrici giudiziari, cambiandone solo il nome, mentre è rimasta la fisionomia di luoghi di segregazione, strutture fatiscenti, disumane e infernali di custodia, luoghi di punizione e sofferenza con letti di contenzione e violenze, basate sulla filosofia del "sorvegliare e punire" (Foucault).
Queste strutture giudiziarie sono sopravvissute alla Legge 180/1978 (legge Basaglia per la chiusura dei manicomi), per le motivazioni ideologiche della pericolosità sociale e della non imputabilità del malato di mente.
La paura del diverso ha prevalso e ha comportato la privazione delle libertà fondamentali. Sempre sul crinale del confine tra cura e custodia, tra tutela della salute mentale e istituzione totale della follia (Goffman, Asylums), la persona non imputabile non è "responsabile". Ma togliere la responsabilità a una persona è toglierle la dignità stessa dell'esistenza.
"In manicomio giudiziario ti dicono che tu non sei più tu, perché qua non ti hanno solo tolto tutto, ma anche quell'azione per quanto tragica per cui tu sei finito qua dentro, anche quel gesto te l'hanno portato via, nemmeno quell'azione ti appartiene più." (Il dialogo di Marco Cavallo).
Restituire a una persona il diritto a essere processato e a essere punito anche con il carcere, significa riconoscere il diritto a essere cittadino, a un progetto terapeutico, alla libertà vigilata, a un inserimento lavorativo, a tutte le condizioni dei detenuti comuni, ferma restando la garanzia della sicurezza sociale e la certezza della pena.
Ed è con decreto del Presidente del Consiglio del 1° aprile 2008 che le persone detenute negli Opg passano dal ministero della Giustizia a quello della Salute, dallo Stato alle Regioni e alle Ausl. Dopo due proroghe si avvicina ora la data del 31 marzo 2015 in cui concretizzare le dimissioni di tutti gli internati ritenuti in grado di proseguire il loro cammino terapeutico-riabilitativo all'esterno. Le Rems (residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza) previste dalla Legge 81/2014 per il superamento degli Opg sono pronte solo in alcune regioni, mentre altre non sono ancora in grado di ricevere i pazienti dimessi.
A Reggio Emilia le dimissioni sono già iniziate e si è ridotto il problema del sovraffollamento (oggi 142 internati), inoltre 4 reparti su 5 sono aperti e le persone possono muoversi. Sono predisposti i programmi specifici per le misure alternative all'internamento, accompagnate da personale qualificato, e un potenziamento dei servizi territoriali di salute mentale. È giunto il momento di "buttare giù" i muri. Ma non possiamo considerare superficialmente risolta la complessità di una questione che andrà affrontata ancora.
La chiusura è la fine di una storia di segregazione disumana, ma deve essere anche l'inizio di buone pratiche socio-sanitarie, di percorsi individualizzati, di inclusione sociale e assistenza in famiglia o in gruppi di convivenza, di collaborazione degli operatori con le reti territoriali di avvocati, associazioni, garanti dei detenuti, familiari, volontari, cooperative.
La legge 81/2014 va attuata nel suo spirito autentico. Il che significa innanzitutto non trasferire semplicemente i malati psichiatrici dagli Opg alle Rems, trasformandole in neostrutture manicomiali o "mini Opg" più confortevoli, ma ancora improntate alla logica custodialistica.
Inoltre bisogna evitare che ridiventi definitiva la permanenza temporanea (da 18 a 33 mesi) nelle Rems. Questo sarebbe un nuovo fallimento. Dopo la chiusura non dobbiamo quindi dimenticarci di potenziare e monitorare l'effettivo recupero della dignità umana, etica, civile e politica di queste persone, della libertà e dei diritti di reale cittadinanza.
www.romatoday.it, 27 febbraio 2015
La denuncia dei sindacalisti dei baschi azzurri in sopralluogo nell'istituto penitenziario di via della Lungara: "Lontani dal poter garantire standard di vivibilità accettabili". "Condizioni pietose dove lavorano la Penitenziaria e luoghi detentivi a dir poco vivibili". Non ci girano intorno i sindacalisti della Fns-Cisl di Roma Capitale e Rieti (sindacato della Polizia Penitenziaria) in vista questa mattina al carcere romano di Regina Coeli. Il sopralluogo nell'istituto penitenziario di Trastevere da parte del neo segretario generale Riccardo Ciofi, unitamente ai Segretari Regionali Massimo Costantino e Davide Barillà.
Una visita durante la quale i sindacalisti dei baschi azzurri "hanno verificato le precarie condizioni igieniche e logistiche in cui sono costretti a lavorare il personale di Polizia Penitenziaria in servizio a Regina Coeli ma anche gli ambienti detentivi, dove si trovano i detenuti, una situazione da far accapponare la pelle".
Una situazione denunciata con delle immagini eloquenti: "Le foto scattate fanno capire, al di la di quando scritto, la reale situazione critica in cui si trova l'Istituto. Purtroppo - prosegue la nota della Fns-Cisl - anche i sopralluoghi sullo stato di pulizia delle stanze ed il mantenimento delle condizioni alloggiative circa l'adeguatezza della sistemazione alloggiativa del personale lasciano desiderare, scarsa pulizia ed infiltrazioni varie e muffe ai muri".
Oltre al danno la beffa, prosegue la nota del sindacato della Polizia Penitenziaria: "E pensare che per questi alloggi il Dap (Dipartimento Amministrazione Penitenziaria) vuole che si paghino canoni di affitto. Assurdo è dir poco. La realtà è un'altra. Purtroppo siamo lontani dal poter garantire standard di vivibilità accettabili sia per i detenuti, visto il sovraffollamento attuale, presenti 899 detenuti rispetto ai 642 previsti, ma alla stessa stregua anche per il personale di Polizia Penitenziaria che lavora in condizioni pessime".
di Francesco Blasi
Il Centro, 27 febbraio 2015
Non vogliono la Rems a Ripa, dove invece Regione e Asl hanno deciso che verrà aperta in quello che da decenni è il rudere una volta destinato a ospitare la casa di riposo sanitaria per anziani, la Rsa. Contro l'arrivo dei criminali con problemi mentali provenienti dagli ospedali psichiatrici giudiziari (Opg) ormai fuori legge in Italia si costituisce un comitato di cittadini contro la Rems.
La prima riunione l'altro ieri sera alla pizzeria La Margherita di piazza San Rocco, dove si sono incontrati in venti su iniziativa di Luisa Bucciarelli, un'insegnante residente in contrada Feudo (la zona in cui sorge il rudere da ristrutturare con 4,5 milioni di euro dello Stato) che ha suonato la carica per raccogliere un dissenso cresciuto negli ultimi giorni dopo la presentazione ufficiale del progetto alla polivalente di via Marcone con l'assessore regionale alla Sanità Silvio Paolucci. "È stato sufficiente fare un giro di telefonate", racconta Bucciarelli, "per capire che serpeggia molto malumore su un'iniziativa, quella di procedere con la Residenza per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria, che ci è stata comunicata a giochi già fatti, mettendoci di fronte al fatto compiuto". I promotori del neonato comitato civico non ci stanno, e propongono di azzerare tutto. La prima idea lanciata è un referendum consultivo.
"È però il Comune che dovrà farsene carico", sottolinea la portavoce del comitato, "perché i problemi posti da questa struttura e dai suoi ospiti riguardano Ripa e non soltanto i residenti di Feudo". Il no alla Rems è legato al timore di evasioni tra i detenuti che soggiorneranno nella struttura. "Non vorremmo", è una delle paure manifestate nell'incontro, "che un Izzo, un qualsiasi "mostro del Circeo", riesca a fuggire seminando terrore nella nostra comunità, anche perché quel poco che sappiamo del progetto non include una sorveglianza come quella che c'è nelle carceri, con alte mura di conta e agenti penitenziari, ma solo infermieri".
Il comitato chiederà di incontrare il sindaco Ignazio Rucci, mentre alcuni componenti si sono impegnati a richiedere tutta la documentazione sul progetto all'ufficio tecnico della Asl teatina. All'incontro ha preso parte anche il consigliere di opposizione Fernando Zuccarini, medico in servizio alla Asl. L'esponente Pd ha spiegato che "Ripa legò le sue sorti a un mini Opg nello scorso decennio, quando l'allora sindaco Mauro Petrucci diede a Regione e Asl l'assenso a procedere con quella struttura poiché da tempo era sfumato il finanziamento per la Rsa. Oggi, sindaco e giunta non possono più fare nulla".
Ansa, 27 febbraio 2015
Prosegue il progetto sociale Frescobaldi per Gorgona: oggi sono iniziati i lavori per raddoppiare il piccolo vigneto curato direttamente dai detenuti dell'ultima isola-carcere in Italia, nell'arcipelago toscano, sotto la guida di Lamberto Frescobaldi, presidente della Marchesi de Frescobaldi, e del suo staff. Un nuovo ettaro di Vermentino si aggiunge a quello già in produzione e che ad oggi ha regalato tre vendemmie. La produzione è un numero selezionatissimo di bottiglie numerate, dalle 2700 del 2012 alle 3200 della vendemmia 2014, di vino bianco a base di uve Ansonica e Vermentino battezzato appunto Gorgona. L'obiettivo Frescobaldi per Gorgona è dare ai detenuti la possibilità di imparare il mestiere del viticoltore e di fare un'esperienza professionale concreta in vigna sotto la supervisione degli agronomi e degli enologi della storica azienda vitivinicola toscana, che ha avuto in affitto per 15 anni le vigne dell'isola.
Il progetto di collaborazione tra l'azienda Frescobaldi e il penitenziario dell'isola Gorgona, è iniziato tre anni fa e prosegue oggi sotto l'occhio vigile del direttore dell'istituto Carlo Mazzerbo. Attualmente nei vigneti della Gorgona lavorano, a rotazione, sei dei settanta detenuti che vivono sull'isola. "Anche questo secondo ettaro di vigna ha uno scopo profondo, coinvolgente ed educativo per i detenuti - ha sottolineato Lamberto Frescobaldi. È un modo per insegnare loro un mestiere e dargli anche qualcosa a cui pensare per portare la mente altrove". "Con questo nuovo ettaro - ha concluso - puntiamo a portare, nei prossimi anni, la produzione a circa 6 mila bottiglie che raccontino l'unicità di questo luogo ma anche l'eccellenza italiana".
Il Centro, 27 febbraio 2015
Il tribunale dell'Aquila accoglie i ricorsi di due teramani: hanno denunciato come a Castrogno e in altri istituti le condizioni di vita violino la Convenzione dei diritti dell'uomo. Devono essere risarciti perchè costretti a una detenzione "in condizioni inumane".
Due ex detenuti, C.G. di Teramo e C.A. di Campli, hanno vinto il ricorso contro il ministero della Giustizia. Il presidente del tribunale dell'Aquila, Ciro Riviezzo, ha emanato lunedì scorso due decreti in cui dispone che il primo venga risarcito con 25mila euro e il secondo con 8mila, riconoscendo il danno subito per aver espiato la pena in condizioni di palese contrasto dei criteri previsti dall'articolo 3 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali.
È la prima volta in Abruzzo, e una delle prime in Italia, che viene accolto un ricorso di questo tipo. A rappresentare i due ex detenuti è stato l'avvocato Massimo Ambrosi che spiega come un decreto legge del 2014 abbia "previsto la possibilità, anche per i detenuti i quali abbiano già finito di espiare un periodo di detenzione in contrasto con i principi sanciti dalla Convenzione, di adire il tribunale del capoluogo del distretto in cui risiedono per ottenere il risarcimento del danno subito".
C.G. ha scontato 3.189 giorni di detenzione, tra il 1996 e il 2014, in una serie di istituti di pena: Teramo, Pisa, Pistoia, Massa, Vasto, Lucca e Firenze. Diversi i problemi riscontrati: da uno spazio a disposizione in ogni cella inferiore ai 3 metri quadri, a mancanza di acqua calda, riscaldamento, bagni idonei, sovraffollamento. C.A. invece è stato in carcere circa tre anni. L'ex detenuto racconta che nel carcere di Castrogno era "costretto a condividere una cella singola di forse 5 metri quadri - bagno incluso - con un'altra persona e con letto a castello; le docce erano in pessimo stato". E che "in carcere faceva sempre un freddo insopportabile e che, al più, i termosifoni funzionavano per un'ora al giorno".
Nel ricorso si fa poi notare che "le condizioni generali dell'istituto erano dir poco drammatiche", soprattutto per il sovraffollamento: "solo al 2012 c'erano 400 detenuti a fronte di una capienza massima di circa 270". Ambrosi sottolinea che il decreto ha riconosciuto il diritto ad ottenere il risarcimento, stabilito per legge in 8 euro al giorno ,rilevando che la sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo del gennaio 2013 (la cosiddetta "Torreggiani") e ancor prima la Sulejmanovic "hanno introdotto principi che l'Italia ha dovuto recepire e ha ribadito, anche, che le carenze delle carceri sono strutturali e le condizioni sono tali da costituire un trattamento inumano".
Il direttore del carcere di Castrogno, Stefano Liberatore attende di leggere il decreto "per verificare le situazioni segnalate e se sarà necessario intervenire. Ma noi siamo in regola per gli spazi detentivi: abbiamo trasmesso una stima tecnica a Roma, siamo allineati alle normative della Unione europea. Le celle sono a norma, con oltre 9 metri quadri. E ogni stanza ospita due detenuti. Le docce erano in passato vetuste, ma abbiamo fatto gli interventi di manutenzione. Sul freddo usiamo ancora il riscaldamento a gasolio, abbiamo da anni avviato la pratica per arrivare alla metanizzazione.
Addirittura ci siamo interessati per un impianto fotovoltaico. Il carcere di Castrogno, soprattutto per la sua posizione, è freddo, ma i riscaldamenti funzionano. Siamo sempre attenti a garantire le esigenze di salute dei detenuti. I soldi per fare tutto non ci sono, facciamo tutto quel che è possibile. Il problema del sovraffollamento si è ridotto, da un paio d'anni: ora ci sono 360-370 detenuti rispetto ai 420-430 del passato. Teramo è il carcere più complesso d'Abruzzo e Molise, nonostante sia meno grande rispetto a Sulmona: ci sono 4-5 tipologie di detenuti, comprese le donne. Nonostante le grosse criticità facciamo molto".
Il direttore: celle a norma e meno sovraffollamento
Il direttore del carcere di Castrogno, Stefano Liberatore (nella foto) attende di leggere il decreto "per verificare le situazioni segnalate e se sarà necessario intervenire. Ma noi siamo in regola per gli spazi detentivi: abbiamo trasmesso una stima tecnica a Roma, siamo allineati alle normative della Unione europea. Le celle sono a norma, con oltre 9 metri quadri. E ogni la stanza ospita due detenuti. Le docce erano in passato vetuste, ma abbiamo fatto gli interventi di manutenzione.
Sul freddo usiamo ancora il riscaldamento a gasolio, abbiamo da anni avviato la pratica per arrivare alla metanizzazione. Addirittura ci siamo interessati per un impianto fotovoltaico. Il carcere di Castrogno, soprattutto per la sua posizione, è freddo, ma i riscaldamenti funzionano. Siamo sempre attenti a garantire le esigenze di salute dei detenuti. I soldi per fare tutto non ci sono, facciamo tutto quel che è possibile. Il problema del sovraffollamento si è ridotto, da un paio d'anni: ora ci sono 360-370 detenuti rispetto ai 420-430 del passato. Teramo è il carcere più complesso d'Abruzzo e Molise, nonostante sia meno grande rispetto a Sulmona: ci sono 4-5 tipologie di detenuti, comprese le donne. Nonostante le grosse criticità facciamo molto".
di Stefania Sorge
Il Centro, 27 febbraio 2015
È stato recluso in condizioni "inumane e degradanti" nel carcere di Lanciano. Per questo motivo il ministero della Giustizia è stato condannato a risarcire un ex detenuto. Dal tribunale dell'Aquila arriva una delle prime applicazioni, in Abruzzo, della norma contenuta nel "decreto carceri", approvato la scorsa estate dal Parlamento. Una norma che prevede il risarcimento in denaro dei detenuti costretti a vivere in celle anguste e sovraffollate e che evita all'Italia, più volte richiamata, di incappare nelle pesanti sanzioni della Corte europea dei diritti dell'uomo.
Sostanzialmente il decreto prevede, nel caso che il periodo di detenzione sia terminato, un risarcimento di 8 euro per ogni giorno trascorso in carcere in violazione dell'articolo 3 della Convenzione dei diritti dell'uomo. Limitazione degli spazi a disposizione dei detenuti dovuta al sovraffollamento, mancanza di servizi igienici adeguati, illuminazione insufficiente, sono alcune delle condizioni che fanno scattare il risarcimento dei danni subiti. In queste condizioni ha dichiarato di essere stato recluso un ex detenuto del braccio comune dell'istituto penitenziario di Villa Stanazzo. L'uomo vi ha trascorso 717 giorni a partire dal 2012. Assistito dall'avvocato Elvezio Caporale, ha chiesto il risarcimento dei danni, che gli è stato accordato dal giudice Ciro Riviezzo del tribunale dell'Aquila, competente in materia.
All'ex carcerato il ministero di Giustizia dovrà risarcire poco più di 5mila euro. "Il ricorrente ha avuto a disposizione nella cella meno di 3 metri quadrati di spazio", sancisce il decreto del tribunale emesso il 18 febbraio, "con condizioni di illuminazione ed igieniche precarie, mancanza di acqua calda, di doccia e di aspirazione nel bagno privo di areazione naturale, difetto di riscaldamento, in una condizione generale di sovraffollamento carcerario".
Gli ultimi dati che riguardano la popolazione del supercarcere frentano, che ospita anche sezioni di alta sicurezza (416 bis) parlano di 290 detenuti, mentre la capienza regolamentare è di 180. Nell'ottobre 2013 la Uil-Pa penitenziari fotografò le condizioni del penitenziario, dove nelle celle singole vengono stipati tre detenuti e il terzo letto si trova a 45 centimetri dal soffitto. Nel luglio 2012 Antigone, l'Osservatorio nazionale sulle condizioni di detenzione, insieme all'angustia degli spazi testimoniò anche di bagni con impianti di areazione mal funzionanti, interruzioni nell'erogazione dell'acqua e macchie di umidità su pareti e soffitti.
Ansa, 27 febbraio 2015
Un carcere con circa 400 detenuti, quello alla frazione Piccolini di Vigevano, in black-out elettrico per circa dieci ore consecutive, un'intera notte: dalle 22.30 di ieri sera sino a questa mattina, quando la corrente è finalmente tornata. La polizia penitenziaria si è trovata in forte difficoltà, tanto che ha dovuto chiedere l'intervento dei vigili del fuoco, per illuminare con le fotoelettriche gli esterni, e della polizia di Stato come supporto al servizio di ronda perimetrale.
"La corrente - spiega il direttore Davide Pisapia - è saltata in quasi tutto l'istituto. Il guasto è collegato a lavori di ammodernamento appena conclusi alla cabina elettrica di media tensione. Ora è molto sensibile, basta un piccolo sbalzo o un dispositivo guasto per mandare tutto in blocco. Abbiamo un gruppo elettrogeno, ma ad avvio solo manuale, e la notte scorsa neanche quello voleva partire.
Ma dovrebbe essere automatizzato". I sindacati già da settimane denunciavano il funzionamento a singhiozzo dell'impianto elettrico. In una lettera inviata il 16 febbraio al direttore e al dipartimento dell'amministrazione penitenziaria parlavano di "istituto in costante black-out, con alcune zone assolutamente prive di un minimo di illuminazione. La cinta muraria è illuminata per circa il 10 per cento e la zona antistante il passo carraio e il parcheggio è totalmente al buio, così come l'area del nucleo traduzioni e tutta la zona della block-house, che non si riesce a vedere dalla portineria interna, da dove dovrebbe essere controllata".
www.tarantobuonasera.it, 27 febbraio 2015
Un progetto, l'ennesimo, per facilitare il reinserimento sociale dei detenuti o, in questo caso, delle detenute.
La casa circondariale Carmelo Magli di Taranto, nella persona del direttore Stefania Baldassarri, e l'istituto scolastico Archimede, dirigente scolastico Pasqua Vecchione, hanno avviato un rapporto di collaborazione attraverso la realizzazione di un percorso di apprendimento relativo all'indirizzo operatore dell'abbigliamento-moda, dal titolo "Dalla progettazione alla confezione", rivolto proprio alle detenute.
Il percorso mira a far acquisire competenze di base nel cucito, partendo dalle nozioni basilari, per giungere a saper attuare 'trasformazioni creativè su cartamodelli già esistenti. Il via al corso è fissato per domani, e coinvolgerà le corsiste detenute per 30 ore in attività di laboratorio, a cura della professoressa Eugenia Schirone, col coordinamento didattico del preside Salvatore Montesardo e la collaborazione, fondamentale, dell'area pedagogica del penitenziario. L'iniziativa, spiegano dalla Casa circondariale, è volta a favorire "concreti percorsi di cambiamento nella vita e nelle scelte di chi è incorso nella giustizia.
Questo a partire da un tempo detentivo che diventa, per quanti realmente decidono di dare una svolta al proprio modo di vivere, un'opportunità scolastica e di formazione professionale, di orientamento, e quando possibile di collocamento lavorativo".
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