Ansa, 19 febbraio 2015
Oltre 1.500 migranti subsahariani sono in stato di fermo dallo scorso 11 febbraio in 18 Centri di detenzione temporanea in Marocco, dopo essere stati espulsi dagli accampamenti sul monte Gurugú, vicino alla frontiera di Melilla, secondo la denuncia della Ong marocchina Gadem, citata oggi dai media spagnoli. L'associazione per la difesa dei migranti ha denunciato i fermi come arbitrari, perché i subsahariani sono stati sgomberati dal monte, dove erano accampati in attesa del momento opportuno per scavalcare la frontiera con l'enclave spagnola in Marocco, e trasferiti "contro la loro volontà" su autobus in varie città marocchine, in attesa di essere rimpatriati nei paesi d'origine.
Le forze di sicurezza marocchine hanno realizzato la scorsa settimana retate a tappeto, per smantellare gli accampamenti dei migranti africani, bruciando le tende da campeggio e gli averi dei subsahariani, secondo le testimonianze raccolte dalla Ong Gadem fra i detenuti nei centri di 18 città marocchine. Fra i fermati, denuncia l'associazione, ci sono numerosi minori e migranti che hanno chiesto asilo politico. Vari gruppi sono confinati anche a Kariat Arkam, nel nord del paese, e a Taroudant e Guelmin, al sud del Marocco, mentre un gruppo di almeno un centinaio di subsahariani è detenuto ad Agadir e altrettanti a Essaouira.
di Davide Illarietti
www.tio.ch, 19 febbraio 2015
Ore 21.30: una ventina di agenti, tra guardie carcerarie e uomini dell'unità cinofila della Polizia cantonale, mettono a setaccio il carcere La Stampa. Cercano droga, oggetti contundenti, farmaci nascosti dai detenuti negli spazi comuni. Bottino del blitz scattato pochi giorni fa: niente. Zero. Nisba. "È un buon segno, significa che le nuove misure sono servite" spiega il direttore Stefano Laffranchini.
Quali misure, in particolare?
"Abbiamo introdotto controlli delle urine regolari, a cadenza settimanale, secondo uno schema random in modo che i detenuti non possano prepararsi, inoltre abbiamo intensificato la collaborazione con l'unità cinofila della Polizia cantonale per controllare tutti i pacchi in entrata e gran parte dei visitatori".
E il risultato?
"Dai molteplici test delle urine effettuati sui detenuti da novembre a oggi, nessuno è risultato positivo. Questo non è un buon motivo per non effettuare ulteriori controlli, come il blitz di cui sopra, anche perché oltre alle droghe ci sono anche altre sostanze...".
Ad esempio?
"Potrebbe avviarsi un commercio di medicamenti psico-attivi all'interno del carcere, ansiolitici e pastiglie varie. Per impedirne l'accumulo e lo scambio tra detenuti abbiamo introdotto restrizioni e controlli sul consumo di tutti i medicamenti".
L'alcol è un altro problema riscontrato in passato...
"Sì, i detenuti fanno fermentare la frutta con ricette speciali a base di zucchero e lievito, sono scaltri. Abbiamo introdotto controlli regolari con l'etilometro e inasprito le sanzioni pecuniarie e disciplinari".
Gli etilometri cosa hanno rilevato?
"All'inizio qualche positività è stata rilevata. Da un mese e mezzo a oggi, neanche un caso".
Sembra insomma che qualcosa sia cambiato, rispetto alla precedente amministrazione.
"Su questo non posso esprimermi. Certo il carcere è grande e qualcosa può sempre sfuggire anche ora, ma per quanto riguarda l'abuso di sostanze mi aspetto che gli ulteriori controlli nelle celle, che eseguiremo prossimamente, confermino questa tendenza positiva".
I trucchi per aggirare i controlli. Che "qualcosa può sempre sfuggire", del resto, lo conferma anche la testimonianza di un ex detenuto ticinese, ospite per 5 anni della Stampa. "I metodi per aggirare i controlli delle urine sono diversi" racconta. "Il più efficace e praticato dai detenuti, è quello di nascondere nell'interno coscia un preservativo contenente l'urina di un altro detenuto "pulito" e sostituirlo al momento del prelievo senza farsi vedere. Io stesso non ci credevo finché non l'ho visto fare con i miei occhi, alla Stampa. Un altro metodo, più semplice, è quello di bere molto latte" aggiunge. Dicerie? Fandonie? Una cosa è sicura, conclude l'ex detenuto: "All'interno del carcere il consumo di stupefacenti era diffuso, senza parlare dell'abuso abnorme di psicofarmaci, almeno fino a quando sono uscito. Se adesso le cose sono cambiate radicalmente, ben venga".
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 19 febbraio 2015
Una ragazzina di 14 anni, dopo 45 giorni di prigionia nel carcere israeliano, ha potuto finalmente riabbracciare i suoi familiari. Parliamo di Malak al-Khatib, una ragazzina palestinese di appena 14 anni arrestata lo scorso 31 dicembre dagli israeliani per aver lanciato una pietra.
In un'intervista rilasciata a Asharq al-Awsat, la giovane palestinese ha dichiarato: "Sono felice dopo 45 giorni di prigionia di esser tornata qui e di aver potuto rivedere i miei amici e la mia famiglia".
Malak ha anche raccontato le dinamiche del suo arresto, avvenuto il 31 dicembre scorso: un gruppo di soldati l'ha circondata e buttata a terra e dopo averla caricata con la forza su un veicolo militare, l'hanno trasportata in una centrale della polizia dove la ragazza e i suoi amici sono stati sottoposti a duri interrogatori. "Ho conosciuto la sofferenza, il dolore, ho sperimentato il freddo e l'umiliazione, ma non ho mai avuto paura per questo", ha dichiarato Malak. "Ciò che mi addolorava era il pensiero della mia famiglia e dei miei amici, avevo paura di non rivederli mai più", ha sottolineato la 14enne.
La palestinese ha riacceso ancora una volta i riflettori sul problema dello stato di diritto che grava su Israele: la detenzione dei minorenni palestinesi. Sono 151 quelli detenuti al momento nelle carceri di Israele secondo un rapporto dell'organizzazione Military Court Watch. Di solito finiscono dietro le sbarre per avere lanciato qualche pietra contro i blindati o i militari israeliani: un reato da Corte marziale e Israele è uno dei pochi Paesi al mondo dove i minorenni (persino dodicenni) sono processati nei tribunali militari.
È andata così anche per Malak, condannata a due mesi di reclusione e 1.500 dollari di multa. Ha confessato di avere raccolto da terra un sasso e di averlo lanciato contro alcune automobili mentre rientrava a casa da scuola a Beitin, in Cisgiordania. Inoltre, secondo la testimonianza di cinque militari, aveva con sé un coltello che voleva usare per pugnalare gli uomini della sicurezza israeliana in caso di arresto. Una confessione che il padre della ragazza è sicuro le sia stata estorta con intimidazioni e minacce, e non sarebbe una novità.
"Una ragazzina di 14 anni circondata da soldati israeliani ammetterebbe qualsiasi cosa, anche di avere un'arma nucleare", ha detto all'agenzia palestinese Moon. È stato già denunciato altre volte l'impiego di minacce per estorcere confessioni a ragazzini privati dell'assistenza legale e persino della presenza dei genitori.
La condanna arriva perfino dall' Unicef che critica gli israeliani per il trattamento che riservano ai minorenni palestinesi: ha parlato e portato prove di interrogatori che sono "un misto di intimidazioni, minacce e violenza psicologica, con il chiaro intento di costringere il bambino a confessare". Vengono spaventati a morte, con minacce che riguardano i famigliari, o sono messi in isolamento.
Secondo Defense for Children International, nel 20 per cento dei casi, i bambini e adolescenti sono stati tenuti in isolamento in media per dieci giorni. E questo trattamento è riservato a ragazzi che sono poco più che bambini, spesso arrestati nel cuore della notte, anche se Tel Aviv dall'anno scorso ha un programma sperimentale che esclude gli arresti nottetempo. I mandati, però, secondo l'organizzazione Military Court Watch, vengono consegnati sempre dopo la mezzanotte.
Malak ha fatto notizia scatenando indignazione e proteste in Cisgiordania soprattutto perché è una ragazza. Il suo volto ha campeggiato nelle piazze delle città palestinesi e la leadership palestinese si è rivolta alle Nazioni Unite per denunciare gli arresti indiscriminati di minorenni nei Territori occupati.
Nel 47 per cento dei casi, vengono trasferiti in prigioni in Israele, dove è più complicate per i legali e i famigliari incontrarli. Una violazione delle Convenzioni di Ginevra. Inoltre, il sistema che prevede l'arresto e la detenzione di adolescenti e bambini, viola diverse norme internazionali sui diritti dell'infanzia.
Statisticamente, ogni anno, le autorità israeliane arrestano un migliaio di minorenni e tra i 500 e i 700 sono processati in tribunali militari. In Israele, la totalità dei detenuti palestinesi minorenni e la maggior pare degli adulti incarcerati, sono arrestati tramite la famigerata detenzione amministrativa. È una misura - utilizzata anche dalla Cina, Egitto e Sri Lanka - che consente ai militari israeliani di tenere reclusi prigionieri basandosi su prove segrete, senza incriminarli o processarli e i palestinesi sono soggetti a detenzione amministrativa fin dal mandato britannico.
Israele usa regolarmente la detenzione amministrativa in violazione della legge internazionale e dichiara di essere in un permanente stato di emergenza tale da giustificare l'uso quotidiano di questa pratica. La detenzione amministrativa israeliana viola molti standard internazionali; ad esempio, detenuti provenienti dalla Cisgiordania vengono deportati in Israele, violando direttamente la proibizione della Quarta Convenzione di Ginevra (Artt. 49 e 76) e ai prigionieri vengono spesso negate le visite dei familiari previste dagli standard internazionali e non vengono tenuti separati dagli altri detenuti, come prevedono le leggi internazionali.
Nella Cisgiordania palestinese occupata, l'esercito israeliano è autorizzato a emanare ordini di detenzione amministrativa contro civili palestinesi sulla base dell'art. 285 del codice militare 1651. Questo articolo permette ai comandanti militari di detenere una persona fino a sei mesi, rinnovabili se vi sono ragioni sufficienti per presumere che la sicurezza della zona lo richiedano.
Alla data di scadenza o appena prima, l'ordine viene spesso rinnovato, e non vi è alcun riferimento esplicito alla durata massima possibile, legalizzando così una detenzione senza scadenza. Gli ordini di detenzione vengono emanati al momento dell'arresto o, in seguito, spesso basandosi su "informazioni segrete" raccolte dai servizi israeliani.
Quasi mai né il detenuto né il suo avvocato vengono informati delle ragioni dell'internamento o messi al corrente delle "informazioni segrete" quindi i palestinesi possono essere incarcerati per mesi, se non anni, in via amministrativa, senza mai essere informati sulle ragioni o sulla durata del loro internamento e vengono di solito informati dell'estensione della loro prigionia nel giorno in cui il precedente ordine scade così non hanno alcun modo di appellarsi contro la loro detenzione.
Amnesty International è in prima fila per chiedere la sospensione della detenzione amministrativa. In un recente rapporto ha chiesto alle autorità israeliane di cessare di ricorrere alla detenzione amministrativa per reprimere legittime e pacifiche azioni degli attivisti dei Territori palestinesi occupati e di rilasciare tutti i prigionieri di coscienza, detenuti solo per aver esercitato in modo pacifico i loro diritti alla libertà di espressione e di associazione. Da anni l'organizzazione per i diritti umani lo chiede, tanto che in una nota scrisse: "Il sistema della detenzione amministrativa era inteso in origine come una misura straordinaria da applicare contro persone che rappresentavano una minaccia immediata e concreta. Israele lo ha usato per decenni per calpestare i diritti umani dei detenuti. È un relitto che deve essere demolito".
Ansa, 19 febbraio 2015
Un ex detenuto australiano di Guantánamo, David Hicks, ha vinto l'appello per annullare la sua condanna per terrorismo negli Stati Uniti. Un tribunale militare statunitense ha rovesciato la sentenza del marzo 2007, che riconosceva Hicks colpevole di aver fornito sostegno materiale al terrorismo. Il nuovo verdetto ha stabilito che l'accusa non avrebbe dovuto essere trattata da un tribunale militare poiché non aveva a che fare con crimini di guerra.
Hicks, 39 anni, era stato catturato nel 2001 in Afghanistan, dove stava frequentando un campo di addestramento di Al Qaeda e dove aveva incontrato Osama bin Laden. È stato detenuto nel carcere di Guantánamo da gennaio del 2002 a maggio del 2007. Hicks ha detto di non essere interessato alle scuse ufficiali degli Stati Uniti, ma ha chiesto di essere risarcito per le cure necessarie per superare i traumi causati dalle torture subite durante la detenzione
Aki, 19 febbraio 2015
È stata confermata in appello la condanna a quindici anni di carcere per l'attivista saudita per i diritti umani Waleed Abulkhair, candidato al Premio Nobel per la Pace. Lo rende noto il Gulf Center for Human Rights spiegando che a confermare la condanna è stato un Tribunale penale d'appello specializzato in terrorismo. Abulkhair era stato riconosciuto colpevole in primo grado lo scorso luglio di varie accuse, tra cui "incitamento dell'opinione pubblica".
A gennaio un altro tribunale ha ordinato ad Abulkhair di scontare la pena a 15 anni di carcere, inizialmente sospesa. Il 4 febbraio l'attivista è stato trasferito da Gedda al carcere di Riad. Abulkhair era l'avvocato del blogger saudita Raef Badawi, che sta scontando dieci anni di carcere ed è stato condannato a mille frustate con l'accusa di aver insultato l'Islam. Il blogger ha ricevuto la prima tranche di 50 frustate il 9 gennaio scorso, mentre le fustigazioni successive sono state sospese in seguito alla pressione esercitata dalla comunità internazionale sulle autorità di Riad.
www.radicali.it, 18 febbraio 2015
Sosteniamo la candidatura di Elisabetta Zamparutti a membro italiano per il Comitato per la prevenzione della tortura (Cpt) del Consiglio d'Europa perché ne conosco l'impegno e l'esperienza ventennale, con Nessuno tocchi Caino ed il Partito Radicale, contro la tortura e le pene o i trattamenti inumani o degradanti, a partire dalla pena di morte.
di Dimitri Buffa
L'Opinione, 18 febbraio 2015
C'è una forma di negazionismo, quello sullo stato attuale delle carceri italiane, che è il sottoprodotto ideologico del nuovo verbo governativo. Santi Consolo, il nuovo responsabile del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, o Dap, ne incarna suo malgrado l'essenza. Anche se poi la linea politica è il ministro Guardasigilli, Andrea Orlando, che la dà, e in ultima analisi lo stesso Premier Matteo Renzi.
di Fausto Bertinotti
Il Garantista, 18 febbraio 2015
Il tema della guerra ha trovato in Europa un panorama politico devastato. In Italia in particolare. Un paese con la nostra storia politica si trova a essere orfano non solo della grande politica ma di un influente movimento pacifista. Le bandiere arcobaleno che avevano ricoperto finestre e strade delle nostre città sono state dimesse e spesso dimenticate.
Public Policy, 18 febbraio 2015
È stato pubblicato in Gazzetta ufficiale l'annuncio della Corte di cassazione di una richiesta di referendum popolare - avanzata dal comitato promotore "Per la libera difesa" - per l'abrogazione dell'articolo 55 del codice penale sull'eccesso colposo.
di Dino Martirano
Corriere della Sera, 18 febbraio 2015
L'annuncio di un accordo riservato maggioranza-governo sull'eliminazione delle soglie di non punibilità per il falso in bilancio non è piaciuto ai membri della commissione Giustizia del Senato che si sono sentiti tagliati fuori e che, ora, presentano il conto al Guardasigilli Andrea Orlando.
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