Ansa, 12 febbraio 2015
"Nuovi poteri di intrusione carceraria dei Servizi e Istituzione della Procura nazionale anti terrorismo sono passi importanti, a patto di tenere insieme efficacia e garanzia democratica. Nel pacchetto anti terrorismo annunciato oggi dal Governo c'è un maggior potere dei Servizi Segreti di operare all'interno delle carceri: sappiamo che è una delle attività più delicate in assoluto. Bene che venga ancorata a monte, con l'obbligo di informare la magistratura e a valle con l'obbligo di informare il Copasir e che sia una sperimentazione a termine".
A chiederlo è il deputato dem Davide Mattiello, componente delle Commissioni Giustizia e Antimafia. Mattiello annuncia che chiederà al capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Santi Consolo, che alle ore 14 di oggi verrà ascoltato in audizione in Commissione Antimafia, cosa ne pensa. "Nel pacchetto - sottolinea il deputato Pd - c'è anche l'istituzione della Procura nazionale anti terrorismo che sarà incardinata all'interno della Procura nazionale Antimafia. In Commissione Giustizia Camera avevamo già cominciato a lavorare su questo strumento a partire dalla proposta dell'on. Dambruoso.
L'Italia già ha una struttura di coordinamento nazionale anti terrorismo, che però riguarda le forze di polizia, quindi il Viminale e il Governo; l'istituzione della Procura nazionale metterà anche la Magistratura nelle condizioni di lavorare con le proprie prerogative alla stregua di quanto fanno già le forze di polizia e questo non può che aumentare complessivamente la capacità di risposta democratica ad un fenomeno di gravità pari a quella delle mafie".
"In fondo oggi - ragiona Mattiello - si chiude un cerchio cominciato negli anni 70 quando la magistratura, impegnata sul fronte del contrasto al terrorismo interno, comprese l'importanza di strutture di coordinamento che permettessero centralizzazione e specializzazione. Questa svolta divenne poi patrimonio dei magistrati impegnati contro la mafia: la nascita del "pool antimafia di Palermo" fu la premessa alla riforma fortemente voluta da Falcone, che porterà alla creazione della Dna e della Dia. Oggi, con l'istituzione della Procura nazionale anti terrorismo proprio all'interno della Dna, dimostriamo che dalla nostra storia sappiamo anche imparare il meglio".
di Vincenzo Vitale
Il Garantista, 12 febbraio 2015
E finito dunque il primo atto - soltanto il primo atto - della vicenda della Costa Concordia, con la prevedibile condanna del comandante Francesco Schettino alla pena di sedici anni di reclusione. Diciamo subito che la pena, tenendo presenti i criteri del codice penale, appare eccessiva. Qui hanno ragione i difensori, perché mai, a memoria di giurista, si è vista una pena di questa misura per un reato colposo, sia pure con un numero elevato di vittime.
Va bene che a Schettino venivano anche contestati altri e diversi reati, quali l'abbandono della nave, lesioni colpose plurime e naufragio colposo, ma anche in questo modo la pena appare alquanto sovradimensionata.
Tutto lascia credere che i giudici abbiano inflitto la pena massima prevista dal codice per l'omicidio colposo plurimo - che è di dodici anni - e poi l'abbiano aumentata, attraverso il meccanismo della continuazione nel reato, giungendo a questa misura. Che ci sia qualcosa che non torna lo si può comprendere, facendo un raffronto con altri casi di omicidi colposi plurimi che la cronaca di questi anni ci ha purtroppo costretto a prendere in esame.
Ricordate quel guidatore che a velocità pazza sul lungotevere in piena città di Roma, prendendo in pieno due coppie di fidanzati che attraversavano, li falciò, ammazzandoli sul colpo? Se la cavò con circa quattro anni di reclusione in primo grado (non so in appello). E allora? Certo, si capisce che per il naufragio della Costa l'emozione è stata tanta, la pena enorme, i morti oltre 35: ma ciò basta ad infliggere una pena per quattro volte maggiore di quella inflitta al guidatore assassino?
Tuttavia, queste considerazioni non bastano, perché la pena, in concreto, va inflitta non contando il numero di morti soltanto, ma a partire dai meccanismi che hanno attivato la condotta colposa punibile e da quelli - esterni - che hanno contribuito ad aggravarne gli esiti mortali. In proposito, il processo non pare aver fugato ogni dubbio, soprattutto con riferimento al mancato funzionamento di un generatore di riserva, della cui mancata operatività la difesa si è sempre lamentata. Non solo. Che dire del manovratore che stava al timone?
Costui è letteralmente scomparso, volatilizzato nel nulla. Di fatto, è stato perciò impossibile verificare se le difese di Schettino, che hanno denunciato un grave errore di manovra dello stesso, il quale avrebbe equivocato un ordine del comandante, del quale non comprendeva bene la lingua, avessero ragione o no.
Insomma, non mancano i punti oscuri che ancora non sembrano sufficientemente lumeggiati. Infatti, bisognerebbe rispondere alla domanda che non può essere elusa in relazione al posizionamento della nave. La nave, di fatto, si arenò, piegandosi su di un fianco, lentamente e comunque non colò a picco.
Ora, per condannare Schettino per omicidio plurimo, occorre provare senza ombra di dubbio che fra la errata manovra che causò l'arenarsi della nave e la morte dei 32 passeggeri sia rinvenibile un sicuro ed esclusivo nesso di causalità. Se invece, l'errata manovra causò sì l'impatto, ma alla morte dei passeggeri concorsero altre cause, quali appunto il mancato funzionamento di un generatore e l'errore del timoniere, allora la responsabilità va, per dir così, spalmata anche su altri soggetti.
In particolare, appare impossibile non vedere l'enorme responsabilità della Costa Crociere nella dinamica del terribile naufragio: personale assente o del tutto impreparato, generatori non funzionanti, soccorsi inadeguati, scialuppe inutilizzabili, tutte circostanze queste che se pesano sul piatto della responsabilità della compagnia, avrebbero dovuto ridurre in modo proporzionato quella di Schettino. In conclusione, la domanda ancora senza risposta suona: ammesso che Schettino abbia gravemente errato, siamo sicuri che, se i meccanismi di soccorso avessero ben funzionato, si sarebbero egualmente contate 32 vittime? O forse no?
di Angela Azzaro
Il Garantista, 12 febbraio 2015
Prima di sapere come andava a finire, finalmente Schettino ha pianto. Finalmente non perché pensiamo che dovesse piangere, che si dovesse battere il petto per chiedere perdono, come molti volevano. Finalmente perché ha detto tutto quello che ha passato. Non solo il dolore per le persone che sono morte, ma anche il fatto che in questi anni è stato "sotto il tritacarne mediatico". Sì, questi tre anni, dal naufragio della Concordia, gli italiani hanno vissuto sonni tranquilli, perché tanto il Colpevole, l'Assassino era lui.
Sul processo e sulla sentenza, pesa questo sentimento che fin da subito ha colpito il comandante. Non erano passate neanche poche ore che già agli occhi dell'opinione pubblica mondiale era diventato lui l'unico responsabile del naufragio, il comandante vile che ha lasciato morire trentadue persone. È bastato davvero poco perché la sentenza fosse emessa, perché non ci fosse nessuna attenuante. La telefonata del comandante De Falco che gli grida di tornare a bordo - a quanto pare fatta uscire appositamente per delegittimare ancora di più Schettino - ha fatto il resto. Ma la gogna pubblica, messa in piedi da tv e giornali, è andata oltre.
Ha fatto qualcosa di ancora più grave. Non solo ha condizionato pesantemente l'esito del processo, la condanna che ieri è stata trasmessa come se fosse una fiction, ma ha anche creato il Mostro. Schettino il vile, il comandante poco coraggioso, è diventato il personaggio perfetto per costruire il capro espiatorio, il responsabile di tutti i mali, l'esempio da stigmatizzare di quell'Italia che si merita di andare a fondo.
In questi anni, senza nessuna pietà, Schettino è stato additato, offeso, perseguitato. Questo non significa che lui non abbia responsabilità, ma che queste responsabilità si sono mescolate con un sentimento di odio e di gogna che poco c'entra con la giustizia e con la verifica puntuale di tutte le responsabilità. Dall'opinione pubblica, o meglio dal pubblico di questo osceno spettacolo, si è passati all'aula di giustizia, dove il pm - che aveva chiesto per Schettino 26 anni, reputandolo l'unico colpevole - sono arrivate parole inaccettabili in un tribunale. Lo ha chiamato "abile idiota". Non una prova, ma un giudizio morale. Non la frase di un pubblico ministero, ma l'urlo della folla inferocita.
Schettino, allora, ci racconta anche di noi. Di come siamo diventati e di come è diventata la giustizia in questo Paese. Noi, questa società, è diventata più barbara. Siamo sempre pronti a mandare qualcuno al patibolo, pensando che siamo migliori. Non esercitiamo il dubbio, non proviamo pietà, siamo solo capaci di affermare verità, la nostra verità. Una verità che ci scagiona e accusa l'altro. Da questo punto di vista il comandante Schettino è stato perfetto, il migliore obiettivo che ci si potesse dare in pasto.
E noi lo abbiamo accolto, mangiato e sputato come qualcosa di spurio, come colui che corrompe il tessuto sociale e va fatto fuori. La giustizia, quella andata in scena non in un tribunale, ma in un teatro di Livorno, ne esce altrettanto male. La scelta anche del luogo dove celebrare il processo ci racconta di un rapporto morboso tra media e giudici. L'obiettività è stata sostituita dalla spettacolarizzazione, lo stato di diritto dalla condanna in diretta. Molti godranno della pena inflitta a Schettino, anzi si lamenteranno che gli anni non sono stati abbastanza, noi no. E non solo per il suo bene.
Il Tempo, 12 febbraio 2015
Annullamento con rinvio dell'ordinanza con cui il Tribunale di Sorveglianza di Bologna aveva disposto, nel giugno scorso, gli arresti domiciliari ad Annamaria Franzoni, condannata in via definitiva a 16 anni di reclusione per l'omicidio del figlioletto Samuele, avvenuto a Cogne il 30 gennaio 2002. Questo il verdetto emesso ieri sera dalla Prima sezione penale della Cassazione che ha accolto il ricorso presentato dalla procura di Bologna contro la decisione del Tribunale di Sorveglianza.
La Suprema Corte ha disposto dunque un nuovo esame della questione da parte dei giudici bolognesi. Per Anna Maria Franzoni, la "mamma di Cogne" condannata nel 2008 a 16 anni di reclusione per l'omicidio del figlio Samuele, il sostituto procuratore generale della Cassazione, Francesco Salzano, aveva, invece, chiesto la conferma dei domiciliari e, in un parere scritto, aveva sollecitato il rigetto del ricorso della Procura di Bologna che chiede invece che la Franzoni torni in carcere.
In particolare, la Procura del capoluogo emiliano ha presentato ricorso in Cassazione contro la decisione del Tribunale di sorveglianza di Bologna che, il 24 giugno 2014, ha concesso i domiciliari alla Franzoni. L'unico divieto è che non può tornare a Cogne. La Franzoni dal 2008 è stata detenuta nel carcere della Dozza; si trova ai domiciliari nella casa di Ripoli Santa Cristina dallo scorso 26 giugno. Secondo la Procura di Bologna può proseguire la psicoterapia anche in carcere. Da qui il ricorso in Cassazione.
Ansa, 12 febbraio 2015
Tra due mesi uno psichiatra, Costanzo Gala, primario dell'ospedale San Paolo di Milano, dovrà depositare una relazione sulle condizioni di salute di Fabrizio Corona. Lo hanno stabilito i giudici del Tribunale di Sorveglianza del capoluogo lombardo ai quali la difesa dell'ex "re dei paparazzi", nelle scorse settimane, ha presentato un'istanza di detenzione domiciliare. Oggi i giudici della Sorveglianza (presidente Marina Corti, relatrice Beatrice Crosti) hanno affidato l'incarico per la perizia psichiatrica a Gala, fissando un termine di due mesi (fino al 10 aprile) per il deposito della sua relazione.
In questo periodo lo psichiatra andrà nel carcere di Opera per visitare Corona, detenuto da circa due anni, e valutare le sue condizioni psicologiche e psichiatriche. Nelle scorse settimane, infatti, i legali dell'ex agente fotografico, gli avvocati Ivano Chiesa e Antonella Calcaterra, hanno chiesto alla Sorveglianza di far uscire Corona dal carcere, perché soffre di depressione, psicosi, ansia e attacchi di panico, e di mandarlo, sempre in regime detentivo, in una comunità (la Fondazione Exodus di Don Mazzi ha già dato la propria disponibilità).
Un'istanza, quella dei legali, che si basa su una relazione psichiatrica redatta da Riccardo Pettorossi, consulente dei difensori. E lo scorso 26 gennaio la Sorveglianza ha deciso di disporre una perizia psichiatrica d'ufficio. Dopo il deposito, la relazione di Gala verrà discussa nell'udienza fissata per il 23 aprile. E poi i giudici dovranno decidere se fare uscire o meno dal carcere Corona, che ha un cumulo di pene definitive di 13 anni. Pende ancora, infine, la richiesta di grazia parziale presentata dai difensori lo scorso dicembre all'allora presidente Giorgio Napolitano.
L'Unione Sarda, 12 febbraio 2015
Appena saranno completati, gli istituti di pena di Cagliari-Uta (nella parte riservata ai detenuti in regime di 41 bis) e Sassari potranno ospitare 200 capi mafia: sono i più sicuri perché garantiscono il totale isolamento rispetto agli altri penitenziari. Sono le parole del capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Santi Consolo, davanti alla Commissione Antimafia presieduta da Rosy Bindi.
Consolo ha ricordato di aver sollecitato l'apertura di due istituti di pena in Sardegna, a Sassari e a Cagliari-Uta, "costati moltissimi soldi pubblici e che possono ospitare in totale quasi 200 detenuti in regime di 41 bis con strutture che garantiscono il totale isolamento. Quello di Sassari non può essere aperto perché non è stato attivato il sistema di multi conferenze - ha detto Consolo - ed ho fatto solleciti per l'attivazione. Quello di Cagliari è di pronta ultimazione, vanno accelerati i lavori". I detenuti sottoposti al regime di carcere duro sono 720 in Italia e le carceri che li ospitano sono 12. "Se si decongestionano questi siti portando quasi 200 detenuti in Sardegna, riusciamo a risolvere molti problemi e recuperare spazi per la detenzione comune".
Il patrimonio edilizio carcerario in forte deterioramento, la mancanza di spazi, che finora ha costretto l'amministrazione penitenziaria a tenere alcuni detenuti in 3 metri quadri, l'eccessiva vicinanza di alcuni carcerati in regime di 41 bis (carcere duro) che potrebbero avere la possibilità di comunicare e il rischio back out nel supercarcere di Parma, dove sono reclusi detenuti del calibro di Massimo Carminati e Totò Riina. Su tutti questi e su altri aspetti si è soffermato ancora il nuovo capo del Dap. Sull'ipotesi che Carminati possa essere spostato in un penitenziario in Sardegna, in un prossimo futuro, il capo del Dap ha risposto che "questo dipenderà da quel che decideranno le autorità giudiziarie competenti".
Pili (Unidos): no a trasferimento 200 detenuti del 41bis in Sardegna
"La volontà del ministero della giustizia annunciata stamane in commissione antimafia di trasferire in Sardegna 200 capimafia è una follia inaudita e gravissima". Immediata presa di posizione del deputato di Unidos Mauro Pili dopo le dichiarazioni del capo del dap in commissione Antimafia. Il parlamentare chiede con un'interrogazione al ministro della Giustizia di "imporre un stop immediato al piano" del Dap che "rischia di diventare devastante" per il pericolo di infiltrazioni mafiose o camorristiche "in un territorio ancora sano ma oggi piuttosto debole".
di Roberto Galullo
Il Sole 24 Ore, 12 febbraio 2015
Fine 2014 e inizio d'anno scoppiettante in Sicilia, regione nella quale la cultura della legalità passa anche attraverso il ricordo dell'informazione con la schiena dritta e il recupero, costituzionalmente previsto, di chi espia o ha espiato una pena.
Il 26 gennaio a Siracusa è stato inaugurato un giardino botanico di circa 3.000 metri quadrati intitolato al giornalista siracusano del Giornale di Sicilia Mario Francese, ucciso 36 anni fa da Cosa nostra. L'iniziativa è dell'amministrazione comunale, su decisione del sindaco Giancarlo Garozzo. Per il delitto sono stati condannati in via definitiva alcuni componenti della cupola di Cosa nostra dell'epoca (Totò Riina, Bernardo Provenzano, Michele Greco, Raffaele Ganci e Francesco Madonia) e l'esecutore materiale, Leoluca Bagarella. Il giardino botanico "Mario Francese", approvato dalla soprintendenza ai beni culturali e ambientali, riqualifica una vasta area attorno alla biglietteria del parco archeologico, un passaggio obbligato per i turisti italiani e stranieri. Sono state impiantate, oltre al prato, più di 40 specie fra arbusti, piante erbacee perenni, stagionali, rampicanti, officinali e aromatiche. Inoltre, è in fase di completamento una vasca per le piante acquatiche.
In altre parole, quel che non è stato ancora del tutto possibile a Palermo, con un ampio parco della memoria a ricordo delle stragi che colpirono l'isola negli anni Novanta, a Siracusa è stato realizzato per chi, attraverso una penna e non per mezzo di una toga o di una divisa, combatteva la cultura e i disvalori mafiosi.
Molte anche le iniziative all'interno dei beni confiscati a Cosa nostra e nelle carceri tra ottobre e novembre 2014.
Ad Altavilla Milicia (Palermo) il 24 novembre, nel centro culturale polivalente "Cambio rotta", bene confiscato alla mafia, sono partiti i corsi della Scuola di cucina del Mediterraneo ma a tenere banco sono stato gli istituti penitenziari.
Diciassette detenuti di età compresa tra i 18 ed i 21 anni del carcere minorile di Bicocca (Catania), hanno cominciato nell'Ente scuole edile un corso di formazione tecnico-pratico per effettuare interventi di riqualificazione nel quartiere di San Berillo Vecchio. L'iniziativa, resa possibile da un protocollo d'intesa firmato poche settimane prima da Comune, Ente scuola edile ed Accademia di Belle arti, rientra nell'ambito di un piano, approvato dal ministero della Giustizia, di reinserimento sociale di giovani che hanno subìto una condanna penale e sono detenuti o in regime di semilibertà. "Un momento di straordinaria importanza per Catania - ha commentato il sindaco Enzo Bianco - perché con questo intervento coniughiamo il recupero di energie giovanili, che vanno canalizzate nelle legalità e nel vivere civile, con i concreti interventi di ripristino di un quartiere storico di particolare rilevanza che da decenni attende di essere valorizzato".
La formazione dei giovani detenuti nella prima fase è avvenuta negli uffici dell'Ente scuola edile con un cantiere simulato nel boschetto della Plaia, per poi passare dal 16 dicembre all'istituzione di un cantiere di lavoro nel quartiere principalmente per il rifacimento di intonaci esterni.
Ad ottobre, invece, 30 detenuti del carcere di Enna hanno partecipato ad un corso di "addetto alimentarista" organizzato per il secondo anno consecutivo nella struttura dalla Confartigianato. Il corso è stato organizzato in collaborazione con l'associazione Spiragli, che da anni collabora con il carcere di Enna. "Il lavoro non è un'ulteriore pena da espiare - ha detto il segretario provinciale delle Imprese di Confartigianato Enna Rosa Zarba - ma un trattamento rieducativo e di reinserimento sociale. Ecco perché bisogna favorire la partecipazione dei detenuti ai corsi professionali, che risultano indispensabili per l'acquisizione di qualifiche spendibili anche dopo la scarcerazione".
Il corso è stato rivolto agli addetti alla manipolazione degli alimenti, cioè a tutti coloro che hanno a che fare con cibi e bevande e nello specifico ai detenuti impegnati nella casa circondariale come cuoco, aiuto cuoco e inserviente di cucina, che subiscono spesso una rotazione. Tra gli esperti impegnati nel progetto il dirigente sanitario del Siam dell'Asp di Enna Giuseppe Stella, il biologo Rosario Velardita, la responsabile settore ambiente e sicurezza della Confartigianato Eloisa Tamburella e la responsabile del settore ambiente e sicurezza della Confartigianato Rosa Zarba, coadiuvati dai volontari dell'associazione Spiragli.
Tempo anche di consuntivi. Il centro operativo della Dia di Palermo, con le sezioni di Agrigento e Trapani, nel corso del 2014, nell'ambito dell'attività finalizzata all'aggressione dei patrimoni illecitamente accumulati dalla mafia, ha proceduto al sequestro di beni mobili, immobili, aziendali, quote e capitali societari, autoveicoli e imbarcazioni, per un valore di oltre 2 miliardi e 46 milioni. Sono stati confiscati beni per oltre 18 milioni.
Askanews, 12 febbraio 2015
Oggi alle ore 14, nella Sala Livatino del ministero della Giustizia, si firma un protocollo operativo tra Ministero, Regione Piemonte, Anci Piemonte, Tribunale di Sorveglianza di Torino e Garante Regionale dei detenuti in tema di reinserimento delle persone in esecuzione penale.
È l'undicesimo protocollo di tale tipo sottoscritto dal ministro Andrea Orlando e segue alle intese con le Regioni Campania, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Liguria, Umbria, Puglia, Sicilia, Lombardia, Abruzzo e Molise. In precedenza, erano stati firmati analoghi protocolli con Emilia Romagna e Toscana.
Alla firma del protocollo d'intesa intervengono il ministro della Giustizia Andrea Orlando, il presidente della Regione Piemonte Sergio Chiamparino, il presidente del tribunale di sorveglianza di Torino Marco Viglino e il presidente di Anci Piemonte Andrea Ballarè, il Garante Regionale delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà Bruno Mellano, il capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria Santi Consolo e il provveditore regionale del Piemonte Enrico Sbriglia.
di Chiara Fabrizi
www.umbria24.it, 12 febbraio 2015
Il Sappe fotografa i 4 istituti nel 2014, presenti 1.360 reclusi e capienza a 1.324. Tensione alta nelle sezioni, carenza personale 14%. Reclusi stranieri in Umbria 28%, solo 22% lavora. Il sovraffollamento, almeno per ora, è un'emergenza che le quattro carceri umbre non soffrono più. Ma a pesare è ancora il deficit di organico della polizia penitenziari che si aggira intorno a quota 14%.
In numeri assoluti tra le case di reclusione di Perugia, Terni, Spoleto e Orvieto mancano circa 135 uomini a fronte di una previsione segnata in pianta organica di 1.022 unità. E in questo senso allarma il livello di eventi critici (autolesionismo, tentati suicidi, colluttazioni e ferimenti) registrati nel 2014, anno durante il quale si è fronteggiato un episodio ogni 28 ore.
E per ora margini per assistere all'assegnazione di nuovi agenti in Umbria non sembrano essercene. I dati sono stati fornito dal Sappe, il sindacato autonomo della polizia penitenziaria, che ha fotografato al 31 dicembre 2014 la situazioni nelle carceri umbre, partendo dai dati forniti dal Dap (dipartimento amministrazione penitenziaria).
Sul sovraffollamento, però, dati più aggiornati sono disponibili sul sito del ministero della Giustizia che al 31 gennaio scorso rileva la presenza di 1.360 detenuti a fronte di una capienza regolamentare di 1.324, con un leggero sovraffollamento che come confermano dal sindaco si registra soltanto nel carcere di Capanne (Perugia).
Tuttavia la tensione all'interno delle sezioni degli istituti umbri resta elevata. Secondo i dati del Dap elaborati dal Sappe, nel corso del 2014 si sono registrati 309 eventi critici, praticamente uno ogni 28 ore. In particolare, all'ordine di giorno ci sono stati episodi di autolesionismo (193) equamente ripartiti tra Terni (46), Perugia (41) e Spoleto (44), più calma la situazione a Orvieto (8). Elevato anche il numero dei ferimenti (70) con una concentrazione più elevata a Terni (27) e Spoleto (23), mentre sono 29 le colluttazioni gestite dagli agenti concentrate soprattutto tra a Perugia (15) e Terni (12). Infine, nel corso del 2014 gli uomini della penitenziaria in servizio in Umbria hanno sventato 18 tentati suicidi.
Tra i detenuti presenti nei quattro istituti della regione il 18.9% risulta affetto da tossicodipendenza, a fronte di un dato nazionale che si attesta a 22.3%. Inferiore alla media nazionale anche la presenza di reclusi stranieri che in Umbria si ferma in media a quota 28.5%, anche se a Perugia e Orvieto si è oltre il 50%, rispetto al dato nazionale che si aggira intorno al 32%. Sempre al di sotto della media italiana, la percentuale regionale dei detenuti che lavorano, pari al 21.8% contro il 24.3%. Oltre ai 1.360 detenuti, va detto, si contano anche 440 soggetti sottoposti a misure alternative, di sicurezza e sanzioni sostitutive.
www.corsoitalianews.it, 12 febbraio 2015
Flora Beneduce, dopo un colloquio con il direttore generale dell'Asl Napoli 1, ha ottenuto risultati importanti sul fronte della sanità penitenziaria. A breve, ci saranno avvisi pubblici per l'impiego di medici specialisti. Intanto arriveranno ecografo e apparecchio per la Tac a Poggiorale. "Più salute equivale a più diritti, soprattutto in carcere. Ieri ho ottenuto un importante risultato nel confronto con il direttore generale dell'Asl Napoli 1, Ernesto Esposito, che mi ha assicurato misure immediate per risolvere i problemi della sanità penitenziaria". È soddisfatta Flora Beneduce, consigliere regionale della Campania e vice presidente della commissione permanete che si occupa di Affari istituzionali.
"Ho richiesto risorse umane e nuove strumentazioni per le case circondariali che ho visitato nel mio tour istituzionale - spiega l'onorevole Beneduce. Entrambe le istanze sono state accolte. Al fine di garantire stabilità al personale medico, a breve partiranno avvisi pubblici per l'assegnazione di medici specialisti per patologie importanti, che possano prestare cure adeguate ai malati e seguirli, in modo competente. Inoltre, saranno avviati dei contratti annuali per la Guardia medica in modo tale da garantire la continuità assistenziale. Un risultato importante è stato conseguito anche sul fronte della diagnostica per immagine. Il carcere di Poggioreale avrà un ecografo e un apparecchio per la Tac. Le gare sono già state attivate".
A fronte di uno stanziamento di 165,424 milioni da parte del governo centrale per il comparto della sanità penitenziaria in varie regioni italiane, Flora Beneduce, componente della commissione Sanità e Sicurezza sociale, ha portato all'attenzione della direzione generale dell'Asl Na 1 criticità, carenze e urgenze, da sanare al più presto. "Le misure che saranno adottate a breve rappresentano un segnale decisivo per l'affermazione del diritto alla salute in luoghi spesso ritenuti ostili, sia dai detenuti che dal personale impiegato - conclude l'onorevole Flora Beneduce. Il prossimo impegno è quello di stabilizzare anche il personale infermieristico, che, in un contesto già gravoso sul piano psicologico, ad oggi, lavora ancora con contratti con partita Iva. Ciò testimonia che c'è ancora tanto da ottenere. E io sono abituata a combattere fino in fondo le buone battaglie".
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