di Giorgio Galimberti
www.gonews.it, 11 febbraio 2015
È prevista il 31 marzo la chiusura dell'ospedale psichiatrico di Montelupo Fiorentino. Dopo che la scadenza era stata rimandati di due anni, la struttura sarà svestita del suo ruolo per tornare a disposizione della collettività e dei cittadini montelupini.
Non è d'accordo però Marco Cordone, vice-segretario regionale della Lega Nord, ma anche figlio di una vittima di un assassino detenuto proprio nella struttura di detenzione: "Mio padre, Antonio, è stato ucciso a Firenze nel 1989 da un colpo di pistola sparato da Sergio Cosimini. Adesso questo serial killer, colpevole anche della morte di due carabinieri che lo avevano fermato per un semplice controllo, sta scontando la sua pena proprio nell'Opg di Montelupo".
Cordone nel 1998 ha anche fondato un comitato dal nome 'Dalla parte di Abelè, proprio in favore dei familiari delle vittime degli assassini detenuti nell'ospedale psichiatrico e proprio secondo lui nel progetto di chiusura delle strutture c'è stato un errore: "Gli ospedali psichiatrici non dovevano essere affidati alle Regioni che non hanno competenza in ambito giudiziario. Dopo anni di rinvii ho il sospetto, e voglio essere smentito, che il presidente Rossi abbia approvato il documento in vista delle elezioni. Da anni studio le leggi penali e, probabilmente, in questa materia ne so qualcosa in più di chi ci amministra".
Se l'Opg chiudesse i battenti i detenuti dovrebbero essere trasferiti nelle Rems, ma secondo il consigliere comunale di Gambassi Terme, Marco Cordone non è la soluzione giusta: "Nel progetto le Rems sono solamente un'ipotesi teorica e, a differenza dell'ospedale psichiatrico, sono strutture che non garantiscono un adeguato livello di sicurezza per quelli che sono a tutti gli effetti dei criminali. Non si è nemmeno discusso della sorte dei circa 100 agenti della polizia penitenziaria che operano nell'ospedale psichiatrico".
Infine Cordone lancia un appello: "Chiedo al presidente Renzi, al ministro della giustizia Orlando, a Enrico Rossi e al sindaco di Montelupo Paolo Masetti, di non chiudere l'Opg senza una valida alternativa. Anche io sarei felice se la struttura potesse tornare alla comunità però bisogna pensare anche ai familiari delle vittime di quei criminali che non chiedono vendetta, ma solo giustizia".
www.gonews.it, 11 febbraio 2015
Lunedì 23 febbraio prossimo, a partire dalle ore 9, si svolgerà il convegno "Il paziente autore di reato in misura di sicurezza: caratteristiche cliniche e prospettive" nell'aula magna "Alessandro Reggiani" dell'Agenzia per la formazione, in via Oberdan a Sovigliana di Vinci.
Nel corso del convegno verranno presentati i risultati ottenuti nell'ambito del progetto "Valutazione dei pazienti ricoverati negli Opg" coordinato dall'Istituto Superiore di Sanità con tutti gli Opg del territorio nazionale. Inoltre, l'evento è finalizzato a fare il punto sullo stato del processo di superamento degli Opg e sull'allestimento delle strutture previste dalla legge, nonché a illustrare le esperienze e buone prassi in uso in altri Paesi europei.
Il convegno è rivolto a medici, infermieri, psicologi, assistenti sociali e educatori professionali dei dipartimenti salute mentale della Regione Toscana.
Per iscriversi è necessario compilare on line, entro il 19 febbraio prossimo, la scheda di iscrizione reperibile sul sito www.usl11.toscana.it, nello spazio dedicato all'Agenzia per la Formazione, alla pagina "Eventi". Per ulteriori informazioni: segreteria organizzativa dell'Agenzia per la formazione dell'Asl 11 tel. 0571 704326, fax 0571.704339, mail:
La Repubblica, 11 febbraio 2015
Un uomo di 50 anni, detenuto nell'istituto Gozzini (Solliccianino), è morto lunedì notte a Careggi, dopo si trovava per una crisi respiratoria. La morte sarebbe stata provocata da alcune complicazioni legate a una forma di cirrosi epatica.
Per chiarire le cause sono stati disposti ulteriori accertamenti. "Si tratta di una persona che da tempo aveva chiesto di essere spostata ai domiciliari, per i suoi problemi di salute - commenta il garante dei detenuti di Firenze, Eros Cruccolini. Quando ci sono patologie così gravi serve maggiore flessibilità. Il problema era stato infatti segnalato da tempo". "Le persone malate non possono stare in carcere - aggiunge il garante dei detenuti della Toscana, Franco Corleone - questo stillicidio deve essere fermato".
di Claudia Procentese
Il Mattino, 11 febbraio 2015
Il dramma di un uomo che ha scontato la pena nell'Opg di Secondigliano Internato per 30 anni, nessuno lo vuole M. faceva il fotografo, poi la confusione mentale lo ha gettato in un ospedale psichiatrico giudiziario. A 23 anni finisce all'ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa, M. si macchia di un delitto che gli varrà il soprannome di "cava occhi": tenta di estirpare i bulbi oculari ad un altro internato. Poi uccide il suo compagno di cella.
La condanna a trent'anni vissuti in totale isolamento, scelto perché M. non vuole più avere contatti con il mondo di fuori e subito per la paura di tutti di stargli accanto. Trasferito nell'86 nell'Opg di Reggio Emilia, vi resta fino al 2008 quando ritorna in Campania, in quello di Secondigliano. M. il mese prossimo è un cittadino libero.
Dopo trent'anni da recluso vivo, gran parte trascorsi nei due ospedali psichiatrici giudiziari della Campania, potrà riacquistare la libertà. Fine pena. Ma per lui, la libertà sarà l'anticamera di una nuova sofferenza: una volta uscito dall'Opg, non troverà nessuno ad accoglierlo. Libero sì, ma senza méta di vita. M. ora ha cinquantatré anni, è recluso dal 1985 e solo da qualche anno dorme su un materasso. Prima lo strappava per infilarsi dentro, spesso senza vestiti, come in una sorta di guscio protettivo.
Faceva il fotografo M., e, giovanissimo, filtrava la realtà attraverso il vetro sottile dell'obiettivo fino a quando, un giorno del marzo di trent'anni fa, tentò di uccidere a colpi di forbici un amico. Gli occhi per scoprire il mondo da quel momento furono la vista sull'inferno dell'ospedale psichiatrico giudiziario. Divenne, cosi, un "mostro", con un'etichetta appiccicata ad un destino che non ci si può scrollare più di dosso.
La storia di M. inizia dove nasce, in un paese all'estremo sud della Campania, a pochi chilometri dalla Basilicata, al confine con la Calabria. È qui che, dopo il servizio militare, lavora nel ristorante di famiglia con i genitori ed altri sei fratelli. Si appassiona alla fotografia, quasi con il desiderio spasmodico di conservare emozioni e pensieri nel ripostiglio di una memoria artificiale, quella che, lui sa, non lo tradisce.
Ha 21 anni quando si manifestano i primi segni di un disturbo psichico e per questo viene seguito dal Centro di salute mentale di zona, nelle sue prime organizzazioni sul territorio. Due anni dopo, il ragazzo si scaglia contro un amico del padre, colpendolo alla testa con un paio di forbici. Viene arrestato dai carabinieri e, nell'atto di ribellarsi, aggredisce uno di loro. Lesioni personali, resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale le accuse.
Finisce dritto nell'Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Aversa, un lager che in quegli anni si regge sulla logica del letto di contenzione per arginare il disagio mentale, e dove Massimo si macchia di un ulteriore delitto che gli varrà il soprannome di "cava occhi".
Passano, infatti, solo sei mesi e tenta di estirpare i bulbi oculari ad un altro internato. Non gli riesce, ritenta un anno dopo. È febbraio del 1986, sono quasi le otto di mattina, nella mente di M. arriva di nuovo la notte. Uccide a sangue freddo il suo compagno di cella. In nessuna cartella si dice come, ma nasce il "mito criminale" di M. che a mani nude, con una manovra impensabile anche a qualsiasi chirurgo, cava gli occhi a chi gli sta vicino. Gli occhi, le foto, un filo conduttore che tiene insieme i suoi deliri, diranno gli psichiatri.
Si narra che addirittura, anni dopo, un regista americano si sia interessato al caso per farne un film. Ma è solo la leggenda che alimenta se stessa. Scatta la condanna a trent'anni vissuti in totale isolamento. M. non vuole più avere contatti con il mondo di fuori, scatta la paura di tutti di stargli accanto, è la pena senza la possibilità di un punto e a capo. È nel suo mondo di dentro che M. si rifugia, in quell'ergastolo bianco vissuto nel sistema degli Opg.
Nessun perdono umano, nessuna assoluzione terrena, nessun indulto o amnistia. M. viene trasferito nel 1986 nell'Opg di Reggio Emilia, vi resta fino al 2008 quando ritorna in Campania, in quello di Secondigliano. Un riavvicinamento dettato da motivi pratici di reinserimento nel luogo d'origine, visto che M. dal mese prossimo è un cittadino libero.
È "arrivato al massimo edittale", si dice in gergo giudiziario, ha pagato il suo debito con uno Stato che ora lo dimentica. La chiusura dei sei Opg a livello nazionale è dietro l'angolo, come previsto dalla legge numero 81 del 30 maggio 2014. Ï ministro della Giustizia Orlando è stato categorico: nessuna proroga, ultima scadenza 31 marzo 2015. Al loro posto a Rems, articolazioni sanitarie in carcere e Dipartimenti della salute mentale potenziati.
Questo sulla carta. Ma le Rems di Caserta ed Avellino non so no ancora in funzione, forte è il ritardo da parte dei Dipartimenti di Salute Mentale nei programmi individuali per la presa in carico dei loro pazienti, e spesso assenza di strutture territoriali idonee e disponibili ad accoglierli. Chi si prenderà adesso cura di M.?
La legge prevede che M. venga preso in carico dell'Asl di appartenenza, quella di Salerno, che sconterebbe ritardi rispetto alla tabella di marcia prevista dalla legge. La famiglia non rivuole più questo 53 anni di cui ha ormai paura.
"Noi siamo pronti - dichiara Antonella Guida, direttrice sanitaria dell'Asl Napoli 1 Centro - Stiamo mettendo m campo le risorse di personale che servono per i progetti riabilitativi individuali destinati ai nostri 18 pazienti. Non abbiamo grosse difficoltà, resta però il problema di tenere m gestione pazienti che non sono della nostra Asl, tutto graverà su di noi a meno che l'amministrazione penitenziaria non voglia assumere decisioni diverse, ad esempio con trasferimenti verso altri opg ancora non in dismissione. Finché avremo persone da assistere faremo il nostro dovere, anche se non ci toccherebbe".
Libero M. ma non dal suo disagio. Farfuglia qualche parola incomprensibile, vive come in una tana, non socializza, non chiede più nemmeno le sigarette, non è più aggressivo, non è capace di badare a se stesso, si affida ai medici e agli operatori che lo assistono perché ha imparato a conoscerli.
"Io l'ho incontrato almeno tre volte in un lungo arco di tempo, oltre dieci anni, nelle visite realizzate negli Opg di Aversa e Napoli, - racconta Dario Stefano Dell'Aquila, autore di ricerche e inchieste sui manicomi e componente dell'Osservatorio nazionale sulla detenzione - L'ho sempre trovato in una cella liscia, priva di suppellettili, senza arredi, tavolo o televisione. Il suo caso dimostra come il manicomio produce violenza e rende violente le persone, quando sono trattate come animali. Lo stigma con cui è stato marchiato ha impedito qualunque ipotesi di intervento sociale e di reinserimento.
Il rifiuto a farsene carico, anche a pena scontata, conferma l'incapacità, non di un singolo operatore, ma di un intero sistema pubblico a farsi carico dei sofferenti psichici, specie di quelli per i quali gli ospedali psichiatrici giudiziari sono stati un luogo in cui essere parcheggiati e dimenticati". Solo di recente ha balbettato la parola "mare". Voleva vedere il mare, come quello del suo paese natale. E i medici che lo seguono l'hanno portato a Mergellina. Una pizza sugli scogli fissando la distesa d'acqua oltre il molo, senza lasciare trasparire alcuna emozione all'esterno, a quel mondo che lo ha lasciato solo.
Il Garantista, 11 febbraio 2015
Il blog "Urla dal silenzio" che da anni pubblica regolarmente le lettere dei detenuti, ci ha gentilmente segnalalo questa lettera di denuncia che noi pubblichiamo integralmente. La lettera è di Vincenzo Longobardi, detenuto al carcere di Frosinone. Soffre di varie problematiche di salute - alcune particolarmente drammatiche come il danneggiamento della colonna vertebrale - che non vengono curate. Inoltre denuncia l'enorme abuso di psicofarmaci e il ruolo del dentista che non cura i denti, ma fa solo ricette.
"Il sottoscritto Longobardi Vincenzo, nato a Napoli il 4 gennaio 1970, attualmente sono detenuto in questo carcere (Frosinone) dal 05.12.2008. So ed ho vissuto fatti e misfatti che succedono da anni. Ho varie patologie ed avrei bisogno di cure di un centro clinico. Ve ne cito alcune. Tali patologie sono tutte scritte nel diario clinico. Soffro di apnea notturna; ho bisogno di un intervento all'occhio sinistro che non ci vedo; tale patologia mi sta danneggiando anche quello destro; ho problemi alla colonna vertebrale, dicono da anni che ho bisogno di un intervento. Sono seguito da psicologi e psichiatra che raccontano le solite cose aumentandomi solo di psicofarmaci. In concreto mi stanno rovinando solo di più. Per i dolori che mi comportano le patologie mi somministrano solo iniezioni di anti dolorifici, toradol. Ho problemi anche d'udito.
Veniamo al reparto infermeria. Il dirigente sanitario, prima di tale mansione, svolgeva da dentista con studio anche all'esterno. Preso il posto di dirigente, viene un bravo dentista figlio di un'infermiera che lavora qui. Questo viene mandato via, non si conoscono le vere ragioni ma le cose si sentono. Chi viene come dentista? Colui che lavorava nello stesso studio del dirigente sanitario (si vociferava tra gli addetti soci).
Non cura un dente, fa solo ricette a gogò, firmate dal dirigente fa solo estrazioni se ti va bene per rifare un'altra ricetta alla prossima visita. L'infermeria è come se fosse un mercatino rionale. Nel mentre parli col dirigente nemmeno ti sente perché sta giocando con qualche guardia dì altre cose. Basta che ti fa quel sorriso di venditore di mercato che sei forte come un leone, ma tale razza non sta finendo in via di estinzione? Eppure c'è chi li sta proteggendo; a noi detenuti, chi ci protegge? Fogli di cartelle cliniche che scompaiono, altre che trovi nella tua che nemmeno sai. Mi domando e chiedo: chi controlla tutto questo? Non ti danno copie della propria patologia, anche se c'è
l'autorizzazione del magistrato, perché tutto questo? Siamo anche noi esseri umani, anche se abbiamo sbagliato. I medicinali non ci sono, chi è più fortunato riesce a comprarseli, molte volte te le devi far comprare da qualche compagno. C'è qualche dottare che ha bisogno di essere curato perché è in servizio? Forse per la pensione? Gli infermieri, se gli chiedi una bustina di aulin, ti rispondono "domani vai dal dirigente sanitario". Il dolore ce l'ho stasera, viene domani il sanitario che dirige! Adesso andiamo alla parte del funzionamento dell'istituto. Se chiedi una posizione giuridica non ripeterlo la seconda volta, molti del personale penitenziario sono arroganti, chi fa il proprio dovere viene chiamato accamosciato.
Tutti sono capi, ma il commissario e il direttore sanno queste cose? Se fai un'istanza alla sorveglianza (giudice intendo) le risposte forse te le danno quando sei fuori. No di testa, libero. Questo carcere ha un padiglione nuovo e finito, non va in funzione perché sta sotto inchiesta.
Prego i signori cui sto scrivendo che mettano a conoscenza i radicali, il garante dei detenuti, le procure di competenza, il Dap, i media. Non è possibile, aiutateci. Il ministero sa tutto questo, sta a pochi chilometri da qui".
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 11 febbraio 2015
La direzione sanitaria del penitenziario di Pisa non ha mai avviato la riabilitazione né previsto un'operazione: perché? C'è un detenuto gravemente malato al carcere di Pisa e il senatore Luigi Manconi porta il caso in parlamento.
Si chiama Federico Berlioz, 53 anni di Latina, ed è stato condannato per un omicidio commesso nel 1995 ai danni di Cabassi, un giovane naziskin detto El Tiger. Berlioz nel frattempo era diventato un collaboratore di giustizia e lanciò pesanti accuse nei confronti della malavita di Latina, ma il processo si chiuse con tante assoluzioni e scarse condanne, mentre Berlioz è stato con condannato all'ergastolo.
Sono passati più di vent'anni da quando ha varcato la soglia del carcere e la sua salute si aggrava sempre di più. A descrivere il suo stato fisico ci ha pensato Luigi Manconi nell'interrogazione parlamentare a risposta scritta. Dice testualmente che "il signor Berlioz presenta un quadro clinico molto complesso, in quanto soffre di differenti patologie, tutte molto gravi; in particolare, soffre di crisi ipertensive e di una marcata ipotrofia e deficit sensitivo motorio dell'arto superiore sinistro, oltre ad essere soggetto mono rene e celiaco dalla nascita".
Manconi poi denuncia che "nonostante le numerosissime istanze e richieste avanzate negli ultimi 3 anni alla direzione sanitaria del carcere, il signor B. lamenta di non essere mai stato sottoposto alle cure di cui necessita tanto da aver perso quasi completamente l'utilizzo del braccio sinistro; in passato (2004-2011), a causa della gravità di questa patologia, il signor B. ha avuto la possibilità di curare il braccio grazie al beneficio della detenzione domiciliare".
E aggiunge che "il percorso di cure intrapreso è stato poi interrotto, nonostante lo specialista avesse sottolineato la necessità "che il livello metabolico e strutturale dell'intera muscolatura dell'arto superiore sinistro venga ripristinato presso la struttura dell'Usl 5 di Pisa (...) per non inficiare il buon livello di recupero raggiunto, in seguito agli interventi cui ho sottoposto il sig. B. in questi anni". Manconi, sempre nella sua interrogazione parlamentare, quindi denuncia che "dall'anno 2011 ad oggi, pertanto, nonostante queste prescrizioni siano state confermate anche dal personale medico del carcere, nessuno degli interventi necessari per non vanificare il recupero raggiunto sarebbe stato realizzato; la direzione sanitaria del carcere, infatti, non avrebbe mai avviato un trattamento riabilitativo specifico per il recupero funzionale del braccio sinistro, non avrebbe attivato la procedura per un nuovo intervento chirurgico, né tantomeno si sarebbe adoperata nella maniera adeguata, al fine di far indossare al signor B. un tutore di tipo "omo-train". Il senatore Manconi rivela che queste omissioni sono state rivelate anche dalla stessa magistratura di sorveglianza che "con decreto n. 68 del 10 gennaio 2014 del magistrato di sorveglianza di Pisa e con decreto n. 2856 del 13 febbraio 2013 del magistrato di Milano ove è evidenziato che la terapia riabilitativa al braccio sinistro costituisce "l'aspetto di maggiore criticità", ordinando alla direzione del carcere di "inviare il soggetto presso un centro specializzato, al fine di non precludere la possibilità di recupero funzionale"; con ordinanza n. 1269 del 13 marzo 2014 del Tribunale di sorveglianza di Firenze ove è evidenziato che "le cure trattamentali e fisioterapiche apprestate e apprestabili presso la Casa Circondariale di Pisa (...) e gli eventuali interventi chirurgici autorizzabili presso centri sanitari esterni, assicurano la tutela delle condizioni di salute del condannato".
Manconi denuncia che attualmente il detenuto riversa in condizioni fisiche inaccettabili. Risulta infatti che "soffre di gravi crisi ipertensive, accompagnate talvolta da forti cefalee e conati di vomito, come risulta dal diario clinico degli ultimi 3 anni, da cui si evince che lo stesso raggiunge spesso elevati picchi di ipertensione (240/140 e 180/120), che lo espongono in molti casi a un serio rischio di infarto del miocardio o di ischemia cerebrale; a causa di questa patologia, il signor B. dovrebbe essere seguito costantemente da un medico cardiologo e seguire un trattamento farmacologico specifico, così come anche confermato in più occasioni dai medici del carcere e dal medico di fiducia".
E aggiunge che c'è stato un grave atto di omissione perché " alla relazione medica del 20 marzo 2013, risulta che lo schema terapeutico somministrato è "incongruente" e che non è stata prescritta la terapia a base di acido folico per contrastare l'iperomocisteinemia". Luigi Manconi, conclude la sua interrogazione esortando il Governo nel prendere degli immediati provvedimenti, affinché sia pienamente tutelato il diritto alla salute del signor Berlioz.
Corriere della Sera, 11 febbraio 2015
Con una lettera al ministro della giustizia Orlando e al direttore dell'Asl Na1 si chiede un'indagine. C'è già una denuncia per omissione in atti di ufficio e lesioni colpose. "In una delle mie tante visite al carcere di Poggioreale ho conosciuto Elio Femiano, napoletano di 34 anni, sposato, con una figlia, detenuto dal 12 maggio 2014, in attesa di giudizio.
Il detenuto lamentava forti dolori all'addome, e aveva inscenato uno sciopero della fame per ottenere un semplice esame ecografico all'addome, peraltro più volte sollecitato dai medici in servizio a Poggioreale. Dalla competente struttura Asl 1, però, da cui dipendono le sorti della salute dei detenuti, non arriva la autorizzazione all'ecografia, gli hanno invece solo somministrato soltanto medicinali antidolorifici e antispastici". Lo denuncia il consigliere regionale Corrado Gabriele, capogruppo socialista in Campania.
Spiega ancora Gabriele: "Solo a distanza di sei mesi, il 24 dicembre scorso, viene ricoverato d'urgenza per una perdita di sangue e alla visita al Pronto soccorso gli riscontrano una grande massa tumorale rene e una metastasi estesa al fegato ed altri organi vitali, a seguito del ricovero riesce ad ottenere dal Tribunale di Sorveglianza la commutazione della pena detentiva in obbligo di dimora per potersi sottoporre a cura chemioterapica".
In una lettera al ministro di Giustizia Andrea Orlando e al direttore generale dell'Asl Na 1 Ernesto Esposito il capogruppo del Psi Corrado Gabriele chiede di avviare una indagine interna per conoscere le cause di tale grave condotta omissiva, mentre il legale di Elio Femiano, avvocato Carmela Perone, ha presentato una denuncia per omissione in atti di ufficio e lesioni colpose gravissime.
Ansa, 11 febbraio 2015
"L'Osservatorio Carceri Unione Camere Penali era stato a Piazza Lanza nel luglio del 2012 e la situazione all'epoca era drammatica e ingestibile. Oggi invece abbiamo trovato sicuramente molti miglioramenti ma c'è ancora molto da fare".
Lo ha detto a Catania il responsabile dell'Osservatorio Carceri dell'Unione delle Camere Penali Riccardo Polidoro incontrando i giornalisti dal termine di una visita effettuata nel carcere di Piazza Lanza insieme con il procuratore della Repubblica a Catania Giovanni Salvi e ad una delegazione della Camera Penale, presieduta dall'avvocato Enrico Trantino.
"Ci sono dei reparti completamente rimodernati - ha proseguito Polidoro - le celle hanno una stanza a parte per i servizi igienici, ci sono le docce in tutte le celle, mentre questo prima non c'era. Prima c'erano celle con il wc a vista, dove si cucinava in un unico locale. Questo è senz'altro un elemento importante anche perché tra le altre cose è diminuito il sovraffollamento quindi i detenuti possono muoversi in maniera più agevole".
"Certo - ha osservato Polidoro - restano ancora molte criticità, per esempio la mancanza di riscaldamento, soprattutto se si pensa che c'è l'impianto ma che non ci sono le risorse per aggiustarlo e per pagare le bollette. Allora forse l'amministrazione penitenziaria dovrebbe spendere meno da qualche parte e spendere di più per il riscaldamento dei detenuti".
"Abbiamo trovato un buon clima - ha concluso il responsabile dell'Osservatorio - e soprattutto mi ha colpito la presenza del Procuratore della Repubblica di Catania Giovanni Salvi al nostro incontro perché per me che mi occupo di Carceri da oltre 20 anni è la prima volta che un Procuratore della Repubblica è presente e soprattutto mostri tanto interessamento rispetto all'istituto di pena".
www.abruzzo24ore.tv, 11 febbraio 2015
Per i detenuti del carcere di Pescara si annuncia la possibilità di svolgere lavori di pubblica utilità nei comuni della provincia, ad esempio lavori sul verde pubblico, con un piccolo compenso mensile. Il progetto, che sta per essere avviato dal Comune di Pescara e dal Comune di Montesilvano, potrebbe essere esteso anche alle altre amministrazioni civiche come annunciato stamani nel corso di un incontro promosso dalla Provincia di Pescara con il provveditore interregionale dell'amministrazione penitenziaria Claudia Di Paolo e con il direttore del carcere di Pescara Franco Pettinelli.
A promuovere la riunione è stato il presidente della Provincia, Antonio Di Marco, che ha chiamato a raccolta i sindaci dei 46 comuni (hanno aderito una trentina) proprio negli spazi dell'amministrazione penitenziaria, in via Talento, per poi effettuare una visita all'interno della casa circondariale dove vengono già promosse attività formative e lavorative per i detenuti ai fini del reinserimento sociale degli stessi.
Pettinelli ha spiegato che i detenuti da ammettere al progetto sarebbero quelli interessati "a pene definitive e che si avvicinano verso il fine pena" e lavorando avrebbero la possibilità di riparare il danno sociale a favore del Comune e nello stesso tempo si raggiungerebbe l'obiettivo della "giustizia riparativa per il recupero del soggetto". Di Marco ha spiegato che "la Provincia vuole essere sempre più un ente di prossimità, una Provincia vicina" e se si vuole lanciare "un segnale positivo" si deve "promuovere un percorso nuovo". Il presidente della Provincia ha anche annunciato che la prossima iniziativa che vedrà il coinvolgimento dei sindaci sarà a favore della Caritas per mettersi "a servizio" di questa realtà.
Soddisfazione è stata espressa da Di Paolo la quale ha fatto notare che i detenuti non devono stare "in ozio" ma devono svolgere "attività lavorativa fuori e dentro il carcere" e ha messo in evidenza "la grandissima responsabilità civica di questa iniziativa che coglie il vero senso della reintegrazione, intesa come questione di cui deve occuparsi l'intera società".
Adnkronos, 11 febbraio 2015
Il 19 febbraio scadenza presentazione domande per entrambi L'Amministrazione ha pubblicato i due avvisi per le candidature, rispettivamente, a Garante per l'Infanzia e l'Adolescenza e Garante della persone private della libertà personale.
Gli avvisi, la modulistica e le modalità di presentazione delle domande - che dovranno arrivare al Comune entro giovedì 19 febbraio - sono disponibili sul sito del Comune www.comune.vercelli.it (in home page e alla voce concorsi) e all' Ufficio Relazioni con il Pubblico di Piazza del Municipio 5. Entrambe le funzioni sono a titolo gratuito.
Tra i compiti del Garante per l'Infanzia, quelli di: vigilare, con la collaborazione degli operatori preposti, sulla applicazione su tutto il territorio cittadino della Convenzione Onu del 20 novembre 1989 nonché alla Carta Europea di Strasburgo del 25 gennaio 1996; promuovere, in accordo con gli enti e le istituzioni che se ne occupano, iniziative per la diffusione di una cultura per l'infanzia e per l'adolescenza, finalizzata al riconoscimento delle fasce di età minorili come soggetti titolari di diritti; promuovere, in accordo con la Presidenza del Consiglio Comunale e con tutti gli altri soggetti competenti, iniziative per la celebrazione della giornata italiana per l'infanzia; promuovere e sostenere forme di ascolto e di partecipazione dei bambini e delle bambine, dei ragazzi e delle ragazze alla vita della Comunità.
Tra i compiti del Garante per i Detenuti, quelli di: promuovere l'esercizio dei diritti e delle opportunità di partecipazione alla vita civile e di utilizzo dei servizi comunali delle persone private della libertà personale ovvero limitate nella libertà di movimento domiciliate, residenti, dimoranti nel territorio del Comune di Vercelli, con particolare riferimento ai diritti fondamentali; promuovere iniziative di sensibilizzazione pubblica sul tema dei diritti umani delle persone private della libertà personale e della umanizzazione della pena detentiva; promuovere iniziative congiunte ovvero coordinate con altri soggetti pubblici competenti nel settore; promuovere con le Amministrazioni interessate protocolli di intesa utili a poter espletare le sue funzioni anche attraverso visite ai luoghi di detenzione in accordo con gli organi preposti alla vigilanza penitenziaria.
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