Ristretti Orizzonti, 9 febbraio 2015
"Sono ritornati nella Casa Circondariale cagliaritana una trentina di detenuti che erano stati trasferiti a Sassari-Bancali, oltre due mesi fa, per favorire lo spostamento in giornata dei reclusi dal carcere di Buoncammino a quello di Uta".
Lo afferma Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", che si era fatta interprete del disagio espresso dalle famiglie per effettuare regolari colloqui a causa della distanza e dei costi dei viaggi.
"È per noi un sollievo - hanno detto i parenti dei detenuti esprimendo soddisfazione per il ritorno a Cagliari-Uta dei propri cari - non dover affrontare una trasferta lunga e disagevole per poter incontrare i nostri familiari ristretti. Nelle ultime settimane abbiamo affrontato le difficoltà consapevoli che si trattava solo di un sacrificio transitorio, ma ormai non riuscivamo più a sostenere la fatica e la spesa. Desideriamo quindi ringraziare il Provveditore regionale dell'Amministrazione Penitenziaria di aver accolto la nostra richiesta".
"Garantire regolari rapporti con i familiari ai cittadini privati della libertà - osserva Caligaris - non è soltanto un'esigenza condivisibile, ma necessaria proprio per rendere più incisiva, come del resto recitano l'ordinamento penitenziario e le circolari ministeriali, l'azione rieducativa del carcere. È evidente che condizioni socio-economiche difficili condizionano negativamente la possibilità di svolgere regolari colloqui con i parenti generando nei reclusi instabilità emotiva ciò a maggior ragione in presenza di figli minori".
"Non si può del resto dimenticare - conclude la presidente di Sdr - che i detenuti hanno perso la libertà ma hanno diritto a coltivare i rapporti affettivi indispensabili per il loro reinserimento sociale. È altresì evidente che i loro parenti non devono scontare alcuna pena come implicitamente accade quando viene meno il rispetto della territorialità".
www.lanotiziaoggi.it, 9 febbraio 2015
Con due progetti finanziati dalla Regione Lazio, il Comune di Valmontone prova ad offrire risposte all'inserimento lavorativo di ex detenuti e disagiati psichici trovando, al tempo stesso, idee e risorse per migliorare le aree verdi comunali, la fruibilità dei giardini pubblici e restituire, così, ai più piccoli spazi adeguati dove giocare e alla città un miglior decoro.
Con oltre 50 mila euro del bando "Innova Tu" della Regione Lazio, infatti, il Comune di Valmontone è stato premiato per il progetto "L'orto e il vivaio" che potrà avviare all'inserimento sociale e lavorativo soggetti a fine detenzione.
Realizzato insieme alla Cooperativa Sociale Gestcom, alla Cooperativa La Sonnina, all'associazione L'umana Dimora, in sinergia con l'amministrazione penitenziaria del carcere maschile di Rebibbia, il progetto consentirà di dare adeguata formazione a cinque persone che verranno inserite nel settore agricolo e vivaistico per produrre, su una serra costruita in un terreno di proprietà comunale, piantine da orto e piante ornamentali da utilizzare per gli arredi a verde e nei giardini pubblici.
Mentre si lavora all'inclusione sociale e lavorativa degli ex detenuti, e delle loro famiglie, l'Amministrazione valorizza così le risorse agricole e naturalistiche locali, creando un circolo virtuoso che, attraverso la filiera corta, permette di creare un mercato per i prodotti del vivaio. Le attrezzature utilizzate per il progetto sono messe a disposizione dai diversi partner, che forniscono anche le competenze professionali, in particolare i due tecnici agronomi che curano la formazione. Oltre all'amministrazione penitenziaria di Rebibbia, hanno dato la propria disponibilità a partecipare anche l'Università Agraria di Valmontone, che fornirà altri terreni utili al progetto, e la Coldiretti Roma, per promuovere attraverso la rete dei Farmer's Market di Campagna Amica i prodotti agricoli e ornamentali prodotti nel vivaio.
Un secondo progetto, avviato dall'assessorato alle politiche sociali del Comune di Valmontone e finanziato dal bando "Bene in Comune" della Regione Lazio, punta all'inclusione sociale e lavorativa di disabili psichici e fisici di lieve entità che, selezionati attraverso un bando comunale in pubblicazione e retribuiti attraverso i cosiddetti "buoni voucher", lavoreranno in team per prendersi cura della città, valorizzando e tenendo puliti in particolare parchi e giardini pubblici per restituirli al gioco e alla fruibilità da parte dei bambini.
"Mentre rendiamo più bella e vivibile Valmontone - spiega Eleonora Mattia, vice sindaco e assessore alle politiche sociali - continuiamo il nostro lavoro in quel recupero delle categorie svantaggiate che ci vede da sempre impegnati. Ringrazio l'Amministrazione regionale, guidata da Nicola Zingaretti, per la sensibilità che dimostra continuamente con progetti originali sul sociale, ma anche tutti i partner che, con professionalità ed entusiasmo, hanno condiviso con noi idee che ci hanno permesso di classificarci tra i migliori nel Lazio".
"Attraverso queste iniziative - aggiunge l'assessore all'ambiente Veronica Bernabei - riusciamo a dare risposte concrete al recupero delle aree verdi e dei parchi pubblici di Valmontone e ad investire su formazione, recupero e occupazione nell'ambito dell'agricoltura e della botanica, fondamentale in una città come la nostra visto il grande patrimonio di terreni dell'Università agraria".
di Valentina Rigano
www.mbnews.it, 9 febbraio 2015
"Stavo percorrendo una strada sbagliata e mi sono trovato al capolinea, ora sono un uomo diverso, che cerca il riscatto". Inizia così il racconto, l'intervista a Orazio Pennisi, il 40enne di Muggiò che il 12 agosto 2011, al termine di una lite per un sorpasso, ha investito e trascinato sull'asfalto un libanese di 33 anni, mandandolo in coma. Oggi, giunto quasi al termine dei cinque anni di reclusione patteggiati con l'accusa di tentato omicidio, Orazio cerca la sua strada, dopo l'esperienza del carcere.
È stato un giovane dal temperamento fumantino che, raccontando la mancanza delle persone giuste vicino, si è perso. E dopo aver quasi tolto la vita ad una persona, sul finire della condanna prova a cambiare la sua vita. Dopo aver conosciuto il pentimento, il dolore di essere andato troppo oltre, Orazio tenta la via del riscatto, ma le porte per una nuova vita sono difficili da aprire.
Orazio, cosa ricorda di quel periodo?
"Sono sempre stato un taciturno, non mi curavo del mondo che mi circondava, e mi sono ritrovato in un guaio più grande di me - racconta. Era estate e dormivo sempre poco da tempo a causa dei turni. Ero concentrato sul lavoro, a causa del mio caratteraccio mi ero dedicato solo al lavoro perché non avevo relazioni. Stavo andando a fondo, lo sentivo, ma allo stesso tempo volevo che la mia vita cambiasse. Ci ho provato tante volte, ma ad ogni fallimento cadevo sempre più giù".
La mattina del 12 agosto 2011, cosa è successo?
"Stavo percorrendo la strada sbagliata e mi sono trovato al capolinea. La droga nella mia vita scorreva a fiumi, così come l'alcol - prosegue Orazio. Non facevo mai quella strada, cominciavo sempre presto al mattino, ma il caso volle che il giorno prima avevo fatto un viaggio di notte e quindi la mattina avevo iniziato più tardi e poi, l'ho combinata. Non mi sono neanche accorto di quello che stava succedendo. So solo che all'una di notte ero a San Vittore".
Nella dinamica ricostruita dagli inquirenti, Orazio ha litigato con un venditore di auto di lusso libanese per un sorpasso. Quando le due auto si sono fermate e il 33enne è sceso, Pennisi ha dichiarato di essersi spaventato all'idea di una colluttazione e di averlo investito per paura.
Da allora come è trascorsa la sua vita in carcere?
"I giorni e le notti passavano, non ci davo peso all'inizio. Poi sono trascorsi mesi e negli anni ho conosciuto altri detenuti, come ad esempio Renato Vallanzasca e Mario Maccione delle Bestie di Satana, che posso dire con onestà si è dimostrato pronto ad aiutare il prossimo. È stata certamente un'esperienza dura, che mi ha scavato e plasmato dentro senza che me ne rendessi conto. Alla fine di tutto posso dire che quello che è successo mi ha trasformato in un uomo diverso. Un ragazzo conosciuto dentro mi ha detto che "se Dio ci ha messo in quel posto di sofferenza non è sicuramente perché gli piaccia vedere i figli suoi che soffrono ma per proteggerli da cose più pericolose che potrebbero accadergli".
Ecco io la penso proprio così, ha voluto farmi conoscere la sofferenza per rendermi uomo migliore, più sensibile e consapevole".
Sono trascorsi quattro anni, la vittima di quella tragica giornata nel frattempo si è fortunatamente ripresa. Orazio intanto è uscito dal carcere, ed è in affidamento fino a fine pena. Il reinserimento però lo racconta difficile. "Quando entri in carcere le istituzioni si dimenticano di te. Il settore pubblico è un incubo, il reinserimento è pressoché una bufala - conclude Pennisi - sto davvero faticando per ottenere un briciolino di aiuto e dignità. È difficile capire come funzionano le cooperative, a chi rivolgersi e come tirarsi in piedi. Io ci credo, ci sto provando nonostante le porte chiuse in faccia, se qualcuno mi vuole dare una mano, sono qui".
Il Centro, 9 febbraio 2015
Un gomitolo di lana per le detenute del carcere di Castrogno. Perché nessuna può permettersi di comprarli, perché i fondi pubblici sono sempre più esigui, perché quelli che portano le volontarie non bastano mai, perché in quest'Italia dalle carceri sovraffollate e dai continui richiami della Corte Europea basta un gesto per accorciare le distanze: comprare un gomitolo di lana o recuperarne qualcuno in casa. È un appello che arriva direttamente dalle detenute della sezione femminile quello che l'area educativa della casa circondariale fa suo e rilancia: chiunque volesse partecipare alla raccolta può consegnare la lana ai sacerdoti della parrocchia Madonna della Salute di Villa Mosca che poi la farà arrivare in carcere.
Perché per le 35 detenute il lavoro a maglia è un ponte con il futuro: molti lavori artigianali sono già stati esposti in alcune mostre e nei progetti c'è quello di realizzare un laboratorio dove creare maglie, sciarpe, centrini, borse e cappelli da vendere all'esterno. Il tutto ricorrendo all'antica arte dei ferri e dell'uncinetto, inventandosi trame che uniscono e avvolgono. Anche nel chiuso di un penitenziario
Come quello di Castrogno, uno dei carceri più sovraffollati d'Abruzzo che ospita circa 400 detenuti a fronte di una capienza di 270. Insieme a quello di Chieti è l'unico della regione ad avere una sezione femminile. Gli agenti di polizia penitenziaria in servizio sono 192, un numero che secondo i sindacati è notevolmente sottodimensionato per far fronte alla presenza di così tanti reclusi. Basti pensare che la pianta organica del 2001 di agenti ne prevedeva 202. La carenza di personale è stata più volte al centro di interrogazioni parlamentari.
Ospita detenuti con gravi patologie sanitarie e psichiatriche perché a Castrogno, unico caso in tutto l'Abruzzo, c'è un servizio di guardia medica 24 ore su 24 e uno psichiatra per alcune ore a settimana. Tra le tante iniziative avviate dalla direzione il progetto con l'istituto agrario Di Poppa-Rozzi con lezioni ai detenuti. Sono stati allestiti spazi verdi, in corrispondenza delle sezioni maschili e femminile, chiamati "Il giardino degli affetti": attrezzati con giochi, sono destinati a colloqui familiari e ad incontri tra i detenuti e i loro figli.
di Giovanni Iannamico
Il Centro, 9 febbraio 2015
L'esponente di Sel è l'unica voce fuori dal coro dopo il no delle liste di centrosinistra e centrodestra. "Sì all'allocazione temporanea della Rems, la Residenza per la misura di sicurezza sanitaria, presso il locale ospedale Santissima Immacolata, purché non venga toccato il reparto di Psichiatria e il nuovo servizio trovi posto al secondo piano della struttura sanitaria".
La posizione dell'ex consigliere regionale Franco Caramanico, in merito al preannunciato arrivo della Rems al nosocomio guardiese, rappresenta senz'altro una voce fuori dal coro, dopo il secco no espresso sia dalla lista di centrosinistra "Il bene in comune" che dall'amministrazione comunale di centrodestra, guidata dal sindaco Sandro Salvi.
L'esponente del Sel, in una lettera inviata al commissario regionale alla sanità, Luciano D'Alfonso e all'assessore Silvio Paolucci, evidenzia che lo spostamento del reparto di Psichiatria dall'ospedale guardiese a quello di Ortona causerebbe molteplici danni, compromettendo il futuro del locale ospedale che verrebbe privato di un importante reparto di eccellenza.
"L'assessore Paolucci", sostiene Caramanico, "dovrebbe ricordare che queste problematiche sono state inizialmente affrontare nell'incontro dello scorso 20 ottobre , quando si è deciso di sospendere i lavori da realizzare presso l'ospedale di Ortona e di accorpare nell'ospedale guardiese, sia i detenuti psichiatrici e sia i pazienti già presenti nei reparti di Psichiatria e di Riabilitazione psichiatrica".
Caramanico ricorda quindi che, in un secondo incontro, svoltosi lo scorso novembre nella sede dell'assessorato regionale alla sanità, si decise di sentire anche il parere del primario del reparto di Psichiatria, Massimo Di Giannantonio, prima di prendere decisioni definitive. "Quest'ultimo", ricorda Caramanico, "riconoscendo la fondatezza delle obiezioni sollevate da me, suggerì di organizzare un ulteriore incontro che, nonostante le mie continue sollecitazioni, non fu però mai convocato".
Caramanico, nella speranza di aver fornito utili elementi per assicurare una programmazione efficace e condivisa, che garantisca anche un futuro al nosocomio guardiese, nella lettera ribadisce la richiesta di bloccare lo spostamento del reparto di Psichiatria e di destinare gli spazi inutilizzati dell'ospedale, al secondo piano della struttura, al ricovero dei detenuti psichiatrici.
L'esponente del Sel, ricorda infine, che per l'ospedale di Guardiagrele è necessario dare attuazione a quanto previsto dal piano sanitario regionale e dal piano di riorganizzazione della rete ospedaliera, valorizzando la sua vocazione di ospedale medico geriatrico e psichiatrico e potenziando la sua pianta organica e i suoi posti letto. "Alla luce di quanto esposto", conclude Caramanico, "è necessario assicurare un confronto chiaro, sereno e costruttivo su questi argomenti che porto avanti con determinazione e senso di responsabilità ormai da oltre vent'anni".
Secolo XIX, 9 febbraio 2015
Un polo interforze all'interno della Scuola di Polizia Penitenziaria di Cairo Montenotte. Un'idea che, a onor del vero, era già stata proposta in passato, scontrandosi, però, contro il parere negativo dei vari Ministeri competenti. Ma che questa volta potrebbe avere una valenza maggiore, visto che arriva dal segretario regionale del Sappe.
Spiega, Michele Lorenzo del Sappe: "L'ottica dovrebbe rimanere quella della formazione: una sorta di "Università delle Forze dell'Ordine" all'interno della Scuola cairese. Già ora ospitiamo colleghi di altri Corpi, così come la nostra struttura, dal poligono alle aule, alla mensa, viene utilizzata da altri Corpi per specifiche attività. Si potrebbe mettere a regime questa vocazione". Anche perché, continua Lorenzo, "attualmente nella Scuola si sta svolgendo il corso per centoventi allievi e l'organico in servizio, composto da trenta unità anziché i cinquanta del passato, per ora consente lo svolgimento del corso, ma a causa della spending review non abbiamo certezze sul futuro, nonostante le potenzialità della struttura".
Potenzialità che potrebbero consentire addirittura di utilizzare la Scuola come un Polo Interforze a tutti gli effetti, viste anche la necessità, per i carabinieri, di avere una nuova caserma per il Comando Compagnia; nonché la situazione della Guardia di Finanza, ora "in affitto" in un appartamento a Cairo Due. Commenta, Lorenzo: "Si possono valutare soluzioni per convivenze con altri Corpi. Però, per farlo, ci devono essere progetti, proposte concrete.
E finora non ce ne sono state se non quella di un eventuale carcere che, però, si è dimostrato irrealizzabile". Nuovo carcere di cui, però, Savona ha necessità, considerate le condizioni del Sant'Agostino: "È fuor di dubbio che serva un nuovo carcere. L'ipotesi di realizzarlo nella Scuola, oltre ad essere tecnicamente difficile, non risolverebbe il problema visto che serve un carcere in grado di ospitare duecento detenuti, non un doppione del Sant'Agostino. La Val Bormida ha le aree per poterlo ospitare in modo adeguato". Mentre la scuola agenti, nella idea del Sappe, potrebbe appunto diventare un'Università delle forze dell'ordine.
Quotidiano di Puglia, 9 febbraio 2015
Quadrangolare fra detenuti, magistrati, avvocati e polizia penitenziaria. Il torneo di tennis tavolo è un pretesto, lo scopo è provare a compiere percorsi rieducativi passando attraverso step culturali e sportivi. Così un'altra iniziativa promossa dalla Casa circondariale di Taranto diretta da Stefania Baldassari, è andata daccapo in rete.
Con la collaborazione di magistrati, avvocati, poliziotti penitenziari e, naturalmente detenuti, quindici in tutto, in squadre miste per il "doppio", e l'ospitalità del Circolo Tennis Taranto del quale è presidente Francesco Marzo. A sostegno dell'iniziativa, non poteva mancare l'assistenza del Coni, presieduto da Giuseppe Graniglia, e del Comune di Taranto del quale si è fatto portavoce Francesco Cosa, assessore allo Sport. La cerimonia di premiazione di vincitori e vinti, con targhe e foto-ricordo per tutti, è stata presieduta dal procuratore capo Franco Sebastio.
Un torneo di tennis tavolo, dunque, con uno scopo sociale.
Organizzato lì, dove di solito s'incrociano racchette più grandi e robuste su rettangoli di gioco in terra rossa. A poca distanza da via Magli, sede della Casa circondariale dove in questi ultimi anni numerose sono state le iniziative all'interno e all'esterno del penitenziario. Fra le tante, l'ultima, "Storie di dentro, dentro le storie". E poi, "Fuorigioco", un vero fiore all'occhiello della direttrice Baldassari. Un quadrangolare di calcio giocato allo stadio Iacovone fra detenuti, polizia penitenziaria, magistrati e avvocati, e giunto alla seconda edizione.
Ed è proprio a questa esperienza che si sono ispirati gli organizzatori. Ci sono dei vincitori, naturalmente. Dovrebbe essere un dettaglio, ma chi ha stretto il trofeo principale a fine torneo, non voleva ci fossero errori. Dopo una serie di sfide, quella più avvincente è stata la finale, che ha goduto di un tifo da stadio. Silenzio durante gli scambi, applausi in occasione di ogni punto. Ha vinto il doppio formato dal detenuto Hazizaj Abresh, e dal dottor Massimo De Michele del Tribunale penale. Hanno avuto ragione all'ultima "schiacciata" sulla coppia formata dal detenuto Emanuele Soliberto e dall'avvocato Davide Maggiore.
Fra gli altri partecipanti, il pm Raffaele Graziano, il gip Martino Rosati e Alessandro de Tomasi del Tribunale penale. Non ci stanno a perdere. Soprattutto Rosati, più ragionatore su un rettangolo di calcio: sufficienza stiracchiata, impegno: dieci. La media meriterebbe un podio, ma il tavolo dice De Michele-Abresh. Alla manifestazione hanno partecipato in qualità di coach, campioni più volte balzati nelle cronache sportive nazionali, i tarantini Lino Catapano e Francesco Marangio. Visita a sorpresa nel corso del quadrangolare.
Una rappresentanza di parlamentari radicali, formata da Marco Perduca, Nicola Maialetti e Michele Macelletti, impegnata nel giro fra le carceri italiane, ha incontrato il direttore Stefania Baldassari. È stata l'occasione per complimentarsi con la responsabile della struttura penitenziaria di via Magli per l'iniziativa e la serie di attività sportive e di spessore culturale promosse all'interno e all'esterno della Casa circondariale tarantina.
www.liberoreporter.it, 9 febbraio 2015
Il Comitato Internazionale di sostegno a Daniele Bosio chiede al Ministro Gentiloni di occuparsi del caso Bosio, mostrando che lo Stato non abbandona un cittadino italiano, trattenuto nelle Filippine da quasi un anno e ancora in attesa di un processo.
Daniele Bosio è stato arrestato nell'aprile 2014 sulla base di sospetti, per aver violato una legge filippina raramente applicata che vieta a qualsiasi adulto di trovarsi in compagnia di un minore senza un legame di parentela fino al quarto grado. Le testimonianze dei bambini delle baraccopoli con cui si trovava Daniele, che raccontano come dopo averli sfamati e rivestiti abbia offerto loro un pomeriggio in un parco acquatico, sono pubbliche e rivelano che Daniele ha mostrato nei loro confronti, massimo rispetto.
Daniele Bosio si trova dunque da quasi un anno "sequestrato" nelle Filippine dopo aver subito una carcerazione preventiva e passato 40 giorni in una cella di 30 mq con altri 80 detenuti in condizioni che gli hanno causato gravi problemi di salute. Egli si trova senza stipendio e neppure un documento d'identità (il passaporto gli è stato sequestrato dalle autorità filippine) ed è ancora in attesa dell'inizio del processo malgrado la libertà su cauzione gli sia già stata accordata sulla base dell'assenza di prove determinanti di colpevolezza.
Chi è Daniele Bosio? Daniele Bosio, è un diplomatico italiano, ex ambasciatore dell'Italia in Turkmenistan; nato a Taranto nel 1968 è entrato nella carriera diplomatica nel 1995. È stato arrestato a Manila con l'accusa di aver violato la legge sui minori nell'aprile del 2014.
Come la stessa stampa italiana ha riportato, il processo langue e l'accusa - complice la scarsa efficacia del sistema giudiziario locale - ha assunto una strategia dilatoria. Il caso tende dunque a complicarsi ogni giorno di più e urgono interventi decisi da parte del governo italiano. A chiedere un cambio di atteggiamento da parte dell'Italia, anche l'ambasciatore Sergio Romano, che non ha dubbi: "Siamo stati accanto ai due marò quando il governo indiano li ha accusati di omicidio e ci siamo attenuti al principio della presunzione di innocenza. Credo che dovremmo dare prova di coerenza e fare altrettanto nel caso di Daniele Bosio".
Testimonianze da tutto il mondo sono giunte al Comitato, una selezione è disponibile sulla pagina FB "Page for Daniele Bosio". Il Comitato confida in un riscontro rapido ed effettivo da parte delle autorità competenti. Il Comitato conta più di 1.300 persone tra cui autorevoli membri di entità governative e non governative che sostengono l'innocenza di Daniele Bosio.
di Laurita Lauretas
www.blastingnews.com, 9 febbraio 2015
Carceri, cibo, affettività e integrazione: nuova tappa alle Canarie per la delegazione italiana impegnata nel progetto Taste of Freedom, promosso nell'ambito del Programma di apprendimento permanente dell'Ue (azione Grundtvig).
Si è svolto questa settimana Las Palmas, nell'isola di Gran Canaria, il nuovo meeting dell'iniziativa che coinvolge cinque Paesi. I partner dell'Italia - che ha proposto il progetto attraverso la condotta Slow Food di Massa Marittima rappresentata da Fausto Costagli - sono la Spagna, la Turchia, la Lituania e il Portogallo.
Il gruppo di coordinamento, a distanza di un anno dal primo incontro in Portogallo e a sei mesi dal convegno conclusivo del progetto che si terrà in Italia a Massa Marittima il 31 maggio 2015, si è riunito a Las Palmas, dove ha anche visitato il carcere, per fare una valutazione quantitativa e qualitativa sulle attività realizzate e di quelle in corso, quindi per migliorare la qualità del progetto mettendone in evidenza punti di forza e quelli di debolezza.
A partecipare agli incontri tra il 3 e il 7 febbraio a Las Palmas, tra gli altri, la coordinatrice europea del progetto Manuela Sebeglia, il rappresentante del Centro territoriale per l'educazione degli adulti delle Colline Metallifere Diego Accardo; il funzionario dell'area pedagogica nel carcere di Porto Azzurro Barbara Radice; il funzionario di servizio sociale dell'ufficio esecuzione penale esterna di Siena e Grosseto e rappresentante il carcere di Massa Marittima Lucia Vespertino; il rappresentante della cooperativa sociale "Beniamino" Pietro Tatti, il responsabile della condotta Slow Food dell'Isola d'Elba Carlo Eugeni.
L'obiettivo di Taste of Freedom è quello di promuovere nuove proposte educative negli istituti penitenziari mediante l'acquisizione di nuove conoscenze e competenze legate al cibo e al mangiare sano e alla sperimentazione di buone pratiche realizzando così nuove opportunità di integrazione per persone ad altro rischio di esclusione sociale quali sono i cittadini detenuti nelle carceri. Gli istituti penitenziari coinvolti sono quelli di Massa Marittima e Porto Azzurro (Italia); Panevezys (Lituania); Sintra (Portogallo); Las Palmas (Spagna); Ayas/Ankara (Turchia).
Gli obiettivi specifici sono: educare a una sana alimentazione; promuovere la conoscenza di metodi di produzione e prodotti tipici locali; scoprire e apprezzare la propria cultura e quella degli altri paesi attraverso il cibo; diffondere l'idea di un consumo equo e sostenibile; educare alla cittadinanza attiva; scoprire e far emergere la creatività nei detenuti attraverso attività collegate al cibo e alle tradizioni locali; promuovere una collaborazione attiva tre persone di paesi diversi; contribuire a rendere le carceri realtà più vicine alla società promuovendo nuove politiche per l'integrazione degli ex detenuti. Tra le attività realizzate varie interviste e incontri con persone del luogo; scrittura creativa di ricette di cucina legate al proprio paese e alla propria cultura; creazione di un logo del progetto; realizzazione di un cook book (30 ricette, 5 da ogni paese partner, cartaceo e online come esempio di cittadinanza attiva e europea); realizzazioni di manufatti in ceramica, vetro e legno.
Ansa, 9 febbraio 2015
La situazione dei diritti umani in Tibet si è deteriorata nel 2014, nonostante le promesse di riforme formulate dal governo cinese. È quanto emerge da un rapporto presentato a Dharamsala (India settentrionale) dal Centro tibetano per i diritti umani e la democrazia (Tchrd). Nell'introduzione al documento di 206 pagine si legge che "lo scorso anno un crescente numero di tibetani è morto per maltrattamenti, pestaggi e torture ricevuti in carcere dove ai detenuti non vengono assicurate le necessarie cure mediche". Accanto a questo fenomeno, si dice ancora, sono stati segnalati in Tibet casi di punizioni collettive e di restrizioni imposte al diritto di libertà di assemblea e di associazione. In una conferenza stampa il direttore esecutivo del Tchrd ha sottolineato i gravi e sistematici problemi riscontrati in Tibet nei settori dell'assistenza sanitaria e dell'istruzione.
"Al riguardo - ha insistito - nel rapporto vengono fatte emergere inquietanti tendenze nei dati del censimento ufficiale in Tibet di una diminuzione sia dell'assistenza sanitaria sia dell'istruzione per i tibetani". Nel 2014, ha infine detto, la base di dati dei prigionieri politici è stata "sostanzialmente migliorata" e uno speciale team del Tchrd "ha trasformato questa in una delle basi di dati sui prigionieri politici tibetani più esauriente del mondo". Essa include infatti informazioni da varie fonti su 2.110 prigionieri politici noti, di cui fanno parte i 137 tibetani che sono stati arrestati o condannati nel 2014.
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