Redattore Sociale, 30 gennaio 2015
Sedici Garanti sostengono la proposta della Redazione di Ristretti Orizzonti: "Aprire il confronto sui temi della pena". Lettera aperta al ministro Orlando: "Bisogna portare gli addetti ai lavori a confrontarsi con le persone detenute".
di Antonio Pennacchi*
Corriere della Sera, 30 gennaio 2015
Pochi anni fa - era l'8 ottobre del 2010 - nella stazione della metro Anagnina a Roma vengono a diverbio, per questioni di fila, un ragazzo italiano di vent'anni e una donna romena di trentadue, di professione infermiera, sposata e con un figlio. Pare che poi - andandosene - il ragazzo le abbia detto: "Ma non te lo insegnano al Paese tuo a stare in fila?".
di Antonio Pennacchi*
Corriere della Sera, 30 gennaio 2015
Pochi anni fa - era l'8 ottobre del 2010 - nella stazione della metro Anagnina a Roma vengono a diverbio, per questioni di fila, un ragazzo italiano di vent'anni e una donna romena di trentadue, di professione infermiera, sposata e con un figlio. Pare che poi - andandosene - il ragazzo le abbia detto: "Ma non te lo insegnano al Paese tuo a stare in fila?".
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 30 gennaio 2015
È incensurato. Il caso a Genova: il procuratore voleva l'archiviazione per non ingolfare il lavoro, ma la parte civile si è opposta. Ha rubato una scatola di cioccolatini al supermercato del valore di soli 8 euro ma sarà processato.
di Simona D'Alessio
Italia Oggi, 30 gennaio 2015
Non punibilità di reati per "particolare tenuità del fatto" verso il via libera, in commissione giustizia, alla Camera. È stata presentata dal relatore David Ermini (Pd) la proposta di parere sul decreto legislativo 130/2014, varato dall'esecutivo a dicembre, che recepisce proposte elaborate dalla commissione ministeriale (presieduta dal professor Francesco Palazzo) con l'obiettivo di rivedere il sistema sanzionatorio e dare attuazione alla legge 67/2014 sulle pene detentive non carcerarie.
di Daniele Biella
Vita, 30 gennaio 2015
Le parole del Vicecapo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria all'indomani della chiusura del servizio mense carcerarie gestite dalla cooperazione sociale e del taglio del 34% dei fondi della Legge Smuraglia per il 2015.
di Carla Chiappini (Direttore di "Sosta Forzata", giornale del carcere di Pacenza)
Ristretti Orizzonti, 30 gennaio 2015
Giovedì 22 gennaio nella sede della provincia di Bologna si è svolta una giornata di formazione congiunta tra volontari impegnati in progetti di accoglienza ai familiari in attesa di colloqui, personale dell'area trattamentale e della sicurezza. Una cinquantina di persone hanno lavorato insieme sotto la guida di Laura Formenti docente di Pedagogia della Famiglia all'università Bicocca di Milano e Lia Sacerdote presidente dell'associazione "Bambini senza sbarre" di Milano che aderisce al circuito europeo di organizzazioni a tutela dei figli delle persone detenute COPE - Children Of Prisoners Europe.
Dopo i saluti di Carla Brezzo dell'assessorato regionale al Welfare, è Paola Cigarini referente della Conferenza Regionale Volontariato Giustizia dell'Emilia Romagna a introdurre l'iniziativa che si inserisce all'interno del progetto "Cittadini sempre" promosso, appunto, dalla Regione con la Provincia di Bologna. Propedeutica alla formazione, una ricerca - condotta dalla Conferenza - su come sul nostro territorio le organizzazioni di volontariato si impegnano a sostenere le relazioni familiari e, in particolare su come accolgono i familiari in visita alle persone detenute che è ormai in fase di conclusione.
Proprio dalla parola accoglienza è partito il lavoro dell'aula suddivisa in piccoli gruppi di quattro - cinque persone di differenti culture, provenienze, ruoli e professioni. A questo proposito buon gioco ha fatto la disposizione del Provveditorato riguardo alla partecipazione del personale di polizia penitenziaria in abiti borghesi che ha permesso un primo spiazzamento degli sguardi, una semplificazione delle relazioni.
Ed è stato così che è in pochi minuti ho scoperto che Luigi - impegnato nell'aerea colloqui del carcere di Bologna - ha quattro figli e che a casa sua non si guarda la televisione mentre si mangia perché a pranzo si deve poter parlare tutti insieme. Penso tra me e me che entro da quattordici anni in un carcere, saluto persone in divisa, in gran parte accoglienti e cortesi, ma non so nulla di loro. Qualche volta provo solo a indovinarne la provenienza dall'accento!
Il lavoro dell'aula procede con la riflessione sulle tante esperienze che vengono condivise ed emergono alcuni punti chiave - in particolare focalizzati sui minori in visita a un genitore recluso - che potrebbero essere materia di ulteriore riflessione: Questi bimbi cosa sanno del carcere? Cosa bisogna o non bisogna dire loro? Come si gestisce la perquisizione?
Oltre ad alcune domande che nascono proprio dalla sensibilità del personale di polizia: - Fino a che punto posso spingermi nell'accoglienza di questi bimbi senza tradire il mio ruolo?
All'interno del gruppo c'è anche chi esprime dubbi e perplessità su questi papà che strumentalizzano i figli per ottenere benefici ma Lia Sacerdote ribalta il punto di vista e chiede di provare a guardare con gli occhi dei figli: - Abbiamo mai provato a chiedere a questi bambini cosa pensano? - magari scopriremmo che per loro è comunque importante vedere il papà anche se poi parla con la mamma, se è preoccupato per l'avvocato, se gioca troppo poco ... Già, le relazioni capovolte, osservate dal basso verso l'alto, dal bimbo al genitore.
In una buona formazione, nulla va perduto, nemmeno la pausa pranzo! Ed è così che ascoltiamo con attenzione Laura quando racconta che un piccolino che andava a trovare il papà in una comunità, a un operatore che gli chiedeva se fosse dispiaciuto che questo papà ogni tanto si assopisse, rispondeva: - No, a me piace tanto guardarlo mentre dorme!. Il saluto del pomeriggio tra i partecipanti alla giornata echeggia di un desiderio di ritrovarsi, di continuare a lavorare insieme.
Redattore Sociale, 30 gennaio 2015
La "vigilanza dinamica" prevede la libera circolazione per otto ore al giorno. Secondo il sindacato autonomo della polizia penitenziaria Sappe, "in un anno di sperimentazione le aggressioni sono aumentate del 100%". Contraria Antigone: "Non possiamo permetterci passi indietro".
Sospendere l'apertura giornaliera delle celle nelle carceri italiane. È la richiesta del Sappe, il Sindacato autonomo della polizia penitenziaria. "Ci sono aggressioni agli agenti ogni giorno, in un anno di sperimentazione sono aumentate del 100%", afferma il segretario generale del sindacato, Donato Capece. "Sono aumentati i soprusi tra detenuti, aumentano le risse e i casi di violenze, sequestriamo ogni giorno materiale che arriva in carcere. La situazione è ingestibile: è arrivato il momento di dire basta", dichiara Capece.
Il progetto che prevede questo nuovo modello di carcere si chiama "vigilanza dinamica": prevede la libera circolazione nelle sezioni e l'apertura delle celle per otto ore al giorno, con gli agenti che non devono più restare di guardia ad ogni singola cella ma a zone di passaggio dei detenuti. Questo modello è già prassi nelle carceri europee: "Sono assolutamente contrario a che si torni indietro alla marcatura ad uomo del detenuto: è deresponsabilizzante - commenta il presidente dell'associazione Antigone Patrizio Gonnella. Non è un progetto che l'Italia s'inventa perché è un Paese particolarmente avanzato. Anzi, ci stiamo adeguando alle regole europee perché il nostro modello è retrogrado".
Su un punto Sappe e Antigone convergono: l'apertura delle celle, di per sé, non basta. "Se i detenuti stanno ad oziare, il progetto è fallimentare", afferma Capece. "Bisogna riempire la vita dei detenuti di attività che siano utili per la loro formazione. Solo in questo modo si rende il carcere un luogo che assomiglia alla vita normale", aggiunge Gonnella. Uno dei problemi è legato ai fondi: la Commissione Smuraglia, che finanzia i progetti in carcere, il 30 dicembre 2014 ha subito un taglio del 34%. "Più in generale è necessario che sul tema del lavoro e delle attività in carcere ci sia una forte regia del Ministero della Giustizia", sostiene Gonnella.
Sul modo di condurle, le posizioni tornano a divergere. Per Capece "devono essere chiuse le sezioni, le attività devono essere svolte all'esterno" e ci devono essere "meccanismi di premialità" che regolino la possibilità per i detenuti di uscire dalla cella.
"Premialità che significa? - si chiede Gonnella - Se un detenuto ha maggiore libertà e aggredisce qualcuno avrà sicuramente sanzioni, in ogni caso". Secondo Gonnella "non può essere trasformato in beneficio da meritare, ciò che è un diritto", come la possibilità di stare fuori dalla cella. In più, per Gonnella, sul medio lungo periodo "la vigilanza dinamica darà anche più soddisfazioni agli agenti di polizia penitenziaria che non vedranno il loro lavoro ridursi ad aprire e chiudere le celle". Le esperienze di carceri come Bollate, dove le celle restano aperte già da anni, insegnano poi che il tasso delle aggressioni si riduce con il tempo.
Capece ribadisce però la necessità di fermare dopo un anno la sperimentazione per puntare su altro. Come ad esempio misure per svuotare le carceri: ci sono 22 mila detenuti con una pena minima già definitiva che dovrebbero scontarla con misure alternative. "La vigilanza dinamica è stata introdotta solo per dire che rispettiamo la sentenza Torreggiani, ma è vero solo sulla carta", precisa Capece. Il Sappe annuncia per dare corpo alle sue richieste una manifestazione nazionale davanti al ministero di via Arenula per i prossimi giorni.
Il garante non conferma. Alessandra Naldi, garante dei detenuti di Milano, non è d'accordo su quanto afferma il Sappe circa l'aumento delle aggressioni sugli agenti dall'inizio del progetto di vigilanza dinamica un anno fa. "A quanto mi risulta non sono aumentati i casi di aggressione agli agenti penitenziari", afferma.
Redattore Sociale, 30 gennaio 2015
Alessandra Naldi critica la ricostruzione fatta dal Sappe sull'aumento di casi di violenza dopo l'introduzione del progetto di vigilanza dinamica. E aggiunge: "Si deve pensare a creare un sistema dove la persona non sia deresponsabilizzata"
"A quanto mi risulta non sono aumentati i casi di aggressione agli agenti penitenziari". Alessandra Naldi, garante dei detenuti di Milano, non è d'accordo su quanto afferma il Sappe circa l'aumento delle aggressioni sugli agenti dall'inizio del progetto di vigilanza dinamica un anno fa. Il progetto prevede la libera circolazione nelle sezioni e l'apertura delle celle per otto ore al giorno.
A questo s'aggiunge un'applicazione solo parziale del progetto: "Non è solo muoversi con più libertà nelle sezioni. Si deve pensare a creare un sistema dove la persona non sia deresponsabilizzata". La sorveglianza dinamica "non va nemmeno concepita come mettere videocamere dappertutto, altrimenti non cambia nulla se non l'utilizzo di un mezzo diverso", prosegue la garante.
Continuano a mancare gli investimenti sul lavoro in carcere e questo tarpa le ali alle possibili attività da svolgere nelle ore fuori dalla cella. A questo si aggiunge una scarsa apertura di certi istituti nei confronti anche del volontariato: "Basterebbe questo a riempire le giornate, ma nonostante i proclami il mondo del carcere fa ancora molta fatica ad aprirsi alla società civile", continua Naldi. Alla penuria di fondi si aggiungono le ombre gettate sul mondo delle cooperative carcerarie dall'inchiesta Mafia capitale, in cui erano coinvolte anche organizzazioni che lavorano con il carcere. "Serve un controllo continuo su chi ha in gestione gli appalti", aggiunge Naldi. "Sento spesso detenuti assunti che non percepiscono il salario - conclude Naldi. L'attività lavorativa in carcere deve essere un'occasione per costruire la vita all'uscita dal carcere".
di Alfredo Barbato
Il Garantista, 30 gennaio 2015
Il ministro: "Riforma penale equilibrata, il Procuratore Roberti e con noi". L'Anm: "Governo timido". Ci sono due fronti, tra governo e magistratura. Il primo è quello più difficile, che tocca gli interessi delle toghe in modo diretto, e riguardale loro ferie.
L'altro è più tecnico ed è relativo alla prescrizione. Nonostante le misure previste dal disegno di legge sul processo penale siano molte e tocchino diversi aspetti, il vero nodo è sulla prescrivibilità dei reati. E il motivo non è difficile da comprendere. I magistrati chiedono di non concedere agli imputati la possibilità di ricorrere a eventuali espedienti dilatori per far raggiungere al processo il tempo massimo di durata.
L'obiettivo delle toghe è quello di poter avere in pugno la macchina della giustizia penale e di poter svolgere le indagini secondo tempi quanto più larghi possibile. È proprio questo l'aspetto che viene fatto rilevare dai penalisti. È successo anche ieri, in un'animata puntata di Radio anch'io, su Radio 1, in cui sono intervenute tutte le parti in causa, e tra queste anche il presidente dell'Unione Camere penali Beniamino Migliucci. Il quale ha ricordato come gran parte dei reati, circa due terzi, cada in prescrizione quando si è ancora nella fase delle indagini preliminari. Sono statistiche diffuse dal governo, e in particolare dal viceministro della Giustizia, Enrico Costa.
Il nodo del contendere è chiaro: i pm chiedono di essere liberi di indagare quanto vogliono. E per questo, attraverso alcuni esponenti di punta della magistratura come Piercamillo Davigo, invocano una riforma che preveda di interrompere la prescrizione già dopo il rinvio a giudizio, in modo da sfruttare a fini investigativi tutto il tempo disponibile per quello specifico reato. Le Camere penali dicono il contrario, e Migliucci ricorda come "non serva allungare i processi, la cui durata va ragionevolmente ridotta".
Il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha scelto una via intermedia. Interrompere il decorrere dei termini di prescrizione per due anni in caso di condanna in primo grado e per un altro anno per chi viene condannato in appello. Limitare l'interruzione ai soli condannati dovrebbe essere sufficiente a placare le preoccupazioni della magistratura sulla strumentalità delle impugnazioni.
L'interruzione non si applica a chi viene giudicato innocente e subisce il ricorso in appello dell'accusa perché è evidente che in quel caso non c'è strumentalità alcuna nel comportamento processuale dell'imputato. A questo si aggiunge l'innalzamento delle pene per i reati di corruzione che il Guardasigilli ha proposto come emendamenti al ddl Grasso. Riguardo al percorso parlamentare, si dovrà dare però precedenza ai lavori della commissione Giustizia di Montecitorio, dove un disegno di legge sulla prescrizione in gran parte analogo agli intenti del ministro è già avviato.
Sul quel testo il governo interverrà con degli emendamenti. In ogni caso l'impianto che dovrebbe uscire dalla Camera è difeso da Orlando a dispetto dei rimbrotti dell'Anni. E in diretta su Radio anch'io, il ministro non manca di opporre alle perplessità del presidente dell'Associazione magistrati, Rodolfo Sabelli, il parere favorevole espresso dal procuratore nazionale Antimafia: "Roberti ha parlato della proposta di intervento sulla prescrizione del governo come di un accettabile punto di equilibrio".
Poi Orlando ammette: "Forse su questo non ci sono verità assolute. Tenere conto dei diversi interessi che vanno contemperati è un modo di legiferare saggio". In ogni caso il Guardasigilli si è detto disponibile "a discutere sulla norma, su come renderla più funzionale, non in astratto ma in funzione di quali sono le principali fonti che portano alla prescrizione".
Sarà una discussione difficile. Sabelli lo lascia capire chiaramente: "Sembra che a volte il governo abbia paura del proprio coraggio. Tante volte le proposte o non vengono fatte con la determinazione necessaria oppure sono fatte ma poi è come se ci fosse una marcia indietro", dice il numero uno dell'Anni sempre in diretta sulle frequenze di Radio 1 Rai. La situazione resta tesa. Ma è facile prevedere che così sarà a meno che l'esecutivo non faccia un improbabile passo indietro sulle ferie, l'altro oggetto del contendere. Che forse pesa più della prescrizione.
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