immediato.net, 3 maggio 2026
È stato registrato nel teatro del carcere dalla giornalista e volontaria Annalisa Graziano, insieme con un gruppo di detenuti. Il lancio il 7 maggio alla presenza delle autorità e dei protagonisti del percorso. Si terrà giovedì 7 maggio 2026, alle ore 10.30, presso l’Istituto Penitenziario di Foggia (Via delle Casermette, 22 - caserma agenti, sala riunioni - I piano), la presentazione del podcast “Ci credo ancora”, realizzato all’interno della Casa Circondariale di Foggia con il coinvolgimento diretto di un gruppo di persone detenute.
di Simona Ciaramitaro
collettiva.it, 3 maggio 2026
Nel carcere romano la lettura del testo teatrale scritto dai detenuti per raccontarci un’Odissea inedita, una ‘Nessunea’ che riguarda tutti da vicino. Lo sapevate che Ulisse aveva un ghost writer, o, meglio, un ghost inventore? Io l’ho saputo e imparato assistendo nel carcere romano di Rebibbia alla prima lettura del testo teatrale ispirato all’Odissea della compagnia dei detenuti diretta da due maestre del teatro, Emilia Martinelli e Tiziana Scrocca, registe e attrici. Davanti a un pubblico di ‘addetti ai lavori’ i 13 giovani uomini hanno letto la loro elaborazione dell’opera di Omero che metteranno in scena prossimamente come restituzione di un laboratorio realizzato anche quest’anno dallo Stap Brancaccio di Roma, scuola di teatro e arti performative, che ha potuto realizzare il progetto grazie ai fondi dell’8x1000 della Chiesa Valdese.
pisatoday.it, 3 maggio 2026
Domenica 3 maggio, ore 21:00, al Teatro Nuovo di Pisa, sarà in scena “Dai diamanti non nasce niente” una produzione Binario Vivo. Lo spettacolo è un progetto artistico che unisce teatro, musica e impegno sociale portando sul palco testi e storie ispirati all’esperienza di “Parole liberate: oltre il muro del carcere”, iniziativa che da oltre dieci anni dà voce alle persone detenute nelle carceri italiane. Quest’opera nasce con l’obiettivo di raccontare un percorso fatto di scrittura, ascolto e restituzione. Al centro, una poesia lontana dagli stereotipi: non più esercizio formale o linguaggio elitario, ma espressione diretta, spesso cruda, della realtà vissuta. Il progetto “Parole liberate”, associazione di promozione sociale che promuove anche un premio nazionale per “poeti della canzone” detenuti, rappresenta il cuore di questo lavoro.
di Maria Francesca Rivano
La Stampa, 3 maggio 2026
Appuntamento “off” al Dugentesco il 15 maggio. Davvetas e Vitali protagonisti degli incontri con i detenuti. Il maggio dei lettori vercellesi guarda al mondo dei giovani e delle persone a rischio di marginalità estrema, quali sono i detenuti del carcere di Billiemme. Fa tappa in città il Salone Off, kermesse che allunga e allarga il Salone del Libro, disseminando in tutto il Piemonte incontri con l’autore, spettacoli e momenti di cultura. Curato da Marco Pautasso e Paola Galletto, che i vercellesi hanno imparato a conoscere nell’ambito della programmazione di Vercellae Hospitales, il cartellone della 22ª edizione offre alla città una curiosa incursione nel genere romance, con la presentazione di “Abroad2”, libro di Alessia Merola in uscita il 12 maggio.
di Vittorio Pelligra
Il Sole 24 Ore, 3 maggio 2026
Diventiamo liberi assieme agli altri, quando riusciamo a trasformare la dipendenza reciproca in autentica cooperazione. Essere liberi significa non essere sottomessi alla volontà arbitraria di un altro, non essere costretti a vivere secondo un destino assegnato, non essere imprigionati in un ruolo né in un ordine sociale che decide al posto nostro chi possiamo essere. L’idea di libertà, nell’età moderna nasce così, come emancipazione da vincoli imposti dall’esterno. Come possibilità di dire no. Come diritto a sottrarsi. Come spazio protetto da ogni forma di interferenza e coercizione. È una conquista immensa da cui nessuna teoria della giustizia può prescindere. Senza questo primigenio significato della libertà, senza il riconoscimento di una sfera personale indisponibile al potere, non avremmo oggi i diritti individuali, né il pluralismo, né una democrazia compiuta. La libertà, in questa forma, è innanzitutto limite posto all’interferenza degli altri. Ma è anche garanzia contro la violenza del potere politico, del potere economico, delle maggioranze, delle comunità chiuse e delle tradizioni oppressive.
di Francesca Fulghesu e Sara Ramzi
Il Domani, 3 maggio 2026
I migranti che muoiono sul lavoro spesso non risultano nelle statistiche ufficiali: sono persone senza contratto e a volte anche senza documenti. Tra sfruttamento, insicurezza e ingiustizie, nel loro caso il lavoro uccide due volte. Quando il 12 marzo scorso Abdellah Rahali viene trovato senza vita tra i calcinacci di un cortile, nessuno sa chi sia. È un operaio precipitato da 15 metri di altezza durante i lavori di ristrutturazione di un immobile a San Marcellino, nel Casertano. In tasca non ha i documenti e, come si scoprirà alcuni giorni dopo, a casa non ha un contratto di lavoro. Per risalire alla sua identità, serve l’intervento di don Carmine Schiavone, direttore della Caritas di Aversa.
di Federica Morrone
Il Fatto Quotidiano, 3 maggio 2026
Il progetto non offre risposte facili. Non semplifica. Al contrario, insiste sulla complessità. Mostra la distanza tra ciò che viene deciso e ciò che viene vissuto. Si comincia così, guardando da vicino, non da un’idea, ma da un’esperienza reale costruita nel tempo. Un gruppo di scout giovanissimi, il Clan Il Nomade dell’AGESCI Roma 8°, ha scelto di entrare davvero dentro uno dei luoghi più complessi della città, il campo rom di via di Salone, nella periferia est di Roma. Non per attraversarlo, non per osservarlo da fuori, ma per restarci. Per conoscere. Per costruire relazioni. Per due anni.
di Mario Di Giulio
huffingtonpost.it, 3 maggio 2026
Snellire, accelerare, diversificare. Il Dipartimento di Giustizia federale darà nuovo impulso alle esecuzioni capitali, considerate uno strumento necessario contro i “criminali più violenti” e contro quelli che la sua amministrazione definisce “crimini mostruosi”. Il dibattito sul VIII Emendamento. Se in Italia casi giudiziari controversi come quello di Garlasco riaccendono il dibattito sul rischio dell’errore giudiziario, negli Stati Uniti torna invece centrale il tema delle condanne irreversibili rappresentate dalla pena capitale. Lo scorso 24 aprile il Dipartimento di Giustizia federale ha annunciato di volere dare nuovo impulso alle esecuzioni capitali, in linea con quanto annunciato dallo stesso presidente nel suo discorso di reinsediamento alla Casa Bianca: ovvero la promessa di ristabilire legge e ordine attraverso un rafforzamento della repressione penale federale, inclusa la pena di morte, definita come uno strumento necessario contro i “criminali più violenti” e contro quelli che la sua amministrazione definisce “crimini mostruosi”.
di Anna Foa
La Stampa, 3 maggio 2026
La vicenda della Global Sumud Flotilla resta molto inquietante, anche dopo lo sbarco a Creta degli attivisti sequestrati da Israele in acque internazionali. Innanzitutto, non tutti sono stati rilasciati, due di loro, fra gli organizzatori, sono stati trasportati in Israele sotto l’accusa di essere legati ad organizzazioni terroristiche e di aver compiuto attività illegali. Si tratta di un brasiliano, Thiago Avila, e di un palestinese con nazionalità spagnola, Saif Abu Keshek. Il loro arresto sembra mirare a rendere credibili le accuse del governo israeliano alla Flotilla di essere legata ad Hamas. Il fatto che la Flotilla sia carica di rifornimenti, e non di armi, non sembra ai loro occhi significativo. È una protesta politica pacifica, volta a rompere il blocco illegale della Striscia, ma questo basta a renderla un pericolo per Israele.
di Francesca Mannocchi
La Stampa, 3 maggio 2026
La fotografa era con la reporter in Libano quando sono state attaccate: Israele ha rallentato i soccorsi. All’ospedale Al-Zahraa di Beirut, Zeinab Faraj ha una mano appena operata, l’occhio ferito, una gamba immobilizzata e un altro intervento davanti. È arrivata qui dopo l’attacco israeliano del 22 aprile ad al-Tiri, nel Sud del Libano, l’attacco in cui lei è sopravvissuta e Amal Khalil, reporter di Al-Akhbar, è rimasta sotto le macerie ed è morta. Quando racconta, Zeinab torna a martedì 21 aprile, alla telefonata con cui Amal le dice che il giorno dopo sarebbero andate a girare nel distretto di Bint Jbeil. La mattina di mercoledì 22 prepara le camere, i vestiti, la borsa; suo padre le porta l’attrezzatura da Saida, poi lei e Amal partono verso il Sud. Fanno riprese e fotografie, passano da Tebnine, proseguono verso al-Tiri. Prima dell’attacco, nella memoria di Zeinab, ci sono ancora i gesti ordinari del lavoro: Amal alla guida, lei con la camera, la strada tra un villaggio e l’altro, quattro persone che ridono mentre continuano a documentare un Sud formalmente in tregua e ancora esposto ai colpi. Amal Khalil aveva quarantatré anni, era una giornalista del quotidiano libanese Al-Akhbar e raccontava da anni il Sud del Libano. Il 22 aprile era ad al-Tiri, insieme a Zeinab, fotografa e videomaker freelance, stavano documentando la situazione nei villaggi del Sud dopo il cessate il fuoco del 16 aprile tra Israele e Hezbollah. Un primo attacco israeliano ha colpito il veicolo davanti a quello su cui viaggiavano; le due donne sono scese e hanno cercato riparo in un edificio vicino. Poi anche quell’edificio è stato colpito. Amal è morta sotto le macerie, Zeinab è stata estratta ferita. Nel racconto di Zeinab, tutto si concentra sul tempo trascorso dopo il primo colpo. Circa due ore, forse di più: un tempo sufficiente perché Amal, ferita ma ancora viva, potesse essere raggiunta e portata via. Zeinab dice che da lì chiamano tutti: l’esercito libanese, la Croce Rossa, le Nazioni Unite, qualunque interlocutore possa aprire un accesso. La risposta che ricevono, ogni volta, è che i soccorsi attendono l’autorizzazione israeliana per entrare nell’area. È qui che il suo racconto diventa anche una questione politica: due giornaliste libanesi, in un villaggio libanese, con una camera e un microfono, restano intrappolate mentre la possibilità di salvarle dipende dall’esercito che ha appena colpito. Due possibili crimini di guerra, come afferma Reporters sans frontières: l’attacco contro giornaliste identificate come tali e l’ostruzione delle operazioni di soccorso.
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