di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 18 aprile 2025
A proposito della ulteriore “chiusura nella chiusura” delle persone detenute in Alta Sicurezza. Asserragliati nella fortezza, terrorizzati anche dal nostro vicino di casa, armati fino ai denti per difendere i nostri beni, diffidenti e capaci di vedere negli altri solo un potenziale nemico: è questo il mondo in cui vogliamo vivere? Da circa 12 anni noi di Ristretti Orizzonti avevamo lanciato una sfida: smettiamola di dire che “i mafiosi non cambiano mai”, facciamo in modo invece che gli venga voglia di cambiare, per i loro figli, per i nipoti, per il desiderio di diventare persone “perbene”, una bella espressione che fa capire che essere “a favore del bene” ti fa vivere meglio, è già quella una ricchezza. E così, avevamo chiesto di fare una sperimentazione: far lavorare insieme nella nostra redazione detenuti comuni e detenuti di Alta Sicurezza.
di Ornella Favero*
Corriere della Sera, 17 aprile 2025
Esiste per ogni detenuto il diritto a una libera informazione e di esprimere le proprie opinioni. Ma non sempre viene rispettato. Questa è una lettera aperta al capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, Lina Di Domenico; al direttore della Direzione generale detenuti e trattamento, Ernesto Napolillo; al Direttore generale del personale, Massimo Parisi. L’articolo 18 dell’Ordinamento penitenziario, dando concreta applicazione all’art. 21 della Costituzione, così recita al comma 8: “Ogni detenuto ha diritto a una libera informazione e di esprimere le proprie opinioni, anche usando gli strumenti di comunicazione disponibili e previsti dal regolamento”. Ma le cose non sono così semplici, e questo diritto delle persone detenute a esprimere le proprie opinioni è tutt’altro che rispettato.
di Angela Stella
L’Unità, 17 aprile 2025
L’emergenza delle prigioni italiane? “Nessuna maggioranza ha mai davvero voluto affrontare la tragedia del sovraffollamento carcerario”. A dirlo all’Unità non è un garante, né un attivista per i diritti dei detenuti, ma Giovanni Zaccaro, leader di Area Dg, la corrente di sinistra della magistratura: insomma, le cosiddette “toghe rosse”. “Bisogna ripensare il diritto penale evitando di mettere il carcere al centro del sistema delle pene. Ed invece oggi mancano le persone e le risorse per le pene sostitutive, introdotte dalla Cartabia, ed addirittura - guardi al decreto Caivano od al decreto sicurezza- si aumentano le pene per pura propaganda”, denuncia e aggiunge: “Servono provvedimenti clemenziali per tipologie di reati, penso ai tanti detenuti con residui di pena per reati in materia di sostanze stupefacenti”.
Il diritto all’affettività e alla sessualità entra in carcere. Ma per garantirlo non basta una norma
di Federica Pennelli
Il Domani, 17 aprile 2025
La circolare del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria afferma un diritto sancito dalla Corte costituzionale a gennaio 2024 e delega agli istituti il compito di decidere, caso per caso, come garantirlo. Miravalle (Osservatorio carcere di Antigone): “Questo governo di sua sponte non avrebbe mai fatto passi avanti. Ora serve applicare il testo, senza trasformare un diritto in un favore”. Solo una quindicina di istituti su 200 sono già pronti a partire. Un diritto sancito dalla Corte Costituzionale nel gennaio 2024, e ribadito nelle settimane scorse da ben tre tribunali di sorveglianza che avevano accolto i ricorsi presentati da altrettante persone detenute che denunciavano l’impossibilità di avere rapporti intimi con i propri partner.
di Susanna Marietti*
Il Fatto Quotidiano, 17 aprile 2025
Per la prima volta in assoluto si apre alla possibilità che il bambino venga strappato a sua madre. Fino a ora non si era mai pensata una misura simile. Con un colpo di mano, le norme contenute in quello che era il disegno di legge governativo sulla Sicurezza sono convogliate quasi del tutto inalterate in un decreto legge. Norme che giacevano in parlamento da mesi e mesi sono all’improvviso divenute necessarie e urgenti, così da poter essere emanate dal Consiglio dei Ministri saltando la discussione parlamentare. Le nuove disposizioni, come più volte abbiamo ripetuto, compromettono i principi dello Stato di diritto nel nostro Paese.
di Alessandro Trocino*
linkiesta.it, 17 aprile 2025
Non ci sono eroi in carcere. Ma uomini. Che noi non vediamo, o non vogliamo vedere o fingiamo di non vedere. Troppa fatica allungare lo sguardo, abbracciare la miseria nelle strade e scorgere quel che c’è oltre le mura di quei fortini guardati a vista dalle altane da agenti con il basco blu. Della loro disperazione ci arriva solo una eco. Quella morte improvvisa è suicidio? Quel ragazzo che ha inalato gas dal fornelletto da campeggio voleva solo stordirsi o uccidersi? Nel 2024 siamo arrivati a 79 vittime, come dice il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, anzi a 89, come dice l’associazione Ristretti Orizzonti. Saranno poche o tante? I numeri si accumulano, ma non parlano da soli. Annoiano, anestetizzano. Sembriamo distratti.
di Carlo Canepa
pagellapolitica.it, 17 aprile 2025
“L’Italia, tra l’altro, non è certo al primo posto tra i suicidi [in carcere] in Europa, anzi è verso gli ultimi”. Ma la dichiarazione del ministro della Giustizia non è supportata dai numeri. Nel 2022, l’Italia era quinta nell’Ue per tasso di suicidi in carcere e settima in Europa, con oltre venti Paesi con valori più bassi. Il 15 aprile, ospite di Zapping su Rai Radio 1, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha detto (min. 16:10) che il problema dei suicidi in carcere è “estremamente complesso” e “non può essere risolto con degli slogan”. Nordio ha sottolineato che il fenomeno “è comune a tutti i Paesi”, aggiungendo che l’Italia, “non è certo al primo posto tra i suicidi in carcere in Europa, anzi è verso gli ultimi”. I numeri sostengono questa parte della dichiarazione del ministro della Giustizia? In breve, la risposta è no.
di Giulio Cavalli
La Notizia, 17 aprile 2025
Ogni quattro giorni una persona si suicida in un carcere italiano. I numeri sono inchiostro freddo, ma raccontano l’urlo strozzato di un sistema che implode: 62.165 detenuti stipati in spazi pensati per meno di 47mila. Il sovraffollamento ha superato il 132%. In alcune celle si dorme in tre per terra, con un solo bagno e senza assistenza. E il ministro Carlo Nordio, che pure aveva promesso una riforma epocale, ha deciso che la colpa non è sua. È dei giudici. Dei magistrati. Delle leggi che non riesce a cambiare, o che scrive con l’intento di peggiorare.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 17 aprile 2025
La maggioranza archivia il ddl mentre alla Camera il decreto corre veloce. Protesta unanime delle opposizioni: è uno “scippo istituzionale senza precedenti”. Mentre alla Camera il decreto Sicurezza ha preso il binario dell’altissima velocità con l’obiettivo fissato di portarlo in Aula già a maggio dopo un veloce passaggio formale nelle stazioni delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia, nell’altro ramo del Parlamento, dove era previsto l’avvio dei lavori in Aula dell’equivalente ddl, i nodi vengono al pettine. Il Senato ieri ha infatti definitivamente archiviato la discussione sul ddl Sicurezza perché, come è toccato al forzista Lucio Malan ammettere nel chiedere la sospensione dei lavori, i due provvedimenti si sovrappongono. L’opposizione protesta, ma è inutile. La dem Anna Rossomando che siede alla presidenza in quel frangente non può far altro che comunicare all’assemblea il time out. I lavori sul ddl formalmente sono sospesi “fino all’esito della conversione in legge del decreto-legge di analogo contenuto”.
di Marco Grimaldi*
Il Fatto Quotidiano, 17 aprile 2025
Infine, il Ddl Sicurezza è diventato decreto, aggirando il Parlamento e il Quirinale. Una metamorfosi necessaria per sottrarsi al confronto delle Camere, ma anche per non cedere sulle misure di pura disumanità nel mirino del Presidente della Repubblica, a partire dal divieto di acquistare Sim per i migranti irregolari e dal carcere per le donne incinte o madri di bimbi piccoli. Per loro, nessun ripristino della norma che evita la custodia cautelare: la detenzione preventiva, ora prevista obbligatoriamente negli Icam (istituti a custodia attenuata per le madri), significa comunque carcere. Nessun accesso alle misure alternative previste dalla legge, negato il diritto delle donne a partorire libere e dei bambini a nascere liberi. Un intento unicamente punitivo, che colpirà soprattutto le donne più vulnerabili.
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