Corriere di Torino, 17 novembre 2020
Protesta dei familiari dei detenuti al Lorusso e Cutugno. Dalle celle, stoviglie contro le sbarre. Circa un centinaio di persone, per lo più i parenti dei detenuti, si sono dati appuntamento ieri pomeriggio davanti al carcere "Lorusso e Cutugno" di Torino, nel quartiere Vallette, per protestare contro la sospensione, per l'emergenza Covid, dei colloqui. Mogli, mariti, figli e genitori: con loro anche qualche militante dei centri sociali.
È il terzo presidio organizzato in pochi giorni. I parenti hanno spiegato la situazione, rivendicato l'importanza di vedere i propri cari e che, visto i controlli fatti, non ci sarebbe rischio di contagio portato dall'esterno. Hanno sottolineato come invece dentro il carcere ci sia un problema di sovraffollamento e che servono misure alternative alla detenzione. La manifestazione è stata salutata dai detenuti che hanno battuto con le stoviglie sulle sbarre delle celle, facendo un rumore che è arrivato fino al presidio.
L'emergenza sanitaria da coronavirus è ora sotto controllo negli istituti di pena di Torino ma durante la prima ondata del Covid-19 in Piemonte da più parti era stato sollevato il caso della trasmissione del virus all'interno dei penitenziari. I primi contagi furono denunciati a maggio. Poi Torino e il Piemonte si erano guadagnati sul campo il triste primato della diffusione del virus con 110 positività riscontrate nei 13 istituti della regione quando in tutta Italia i contagiati nelle celle erano 300. Un terzo dunque.
La condizione molto pericolosa e rischiosa all'interno degli istituti di detenzione era stata denunciata a gran voce dal garante regionale per le persone detenute Bruno Mellano nel corso di un intervento al Consiglio regionale. "Sarebbe davvero ingiustificato lasciare da sola l'amministrazione penitenziaria a gestire con grande difficoltà momenti di crisi, di sovraffollamento, di pandemia, di violenze tra detenuti e tra agenti e detenuti" aveva dichiarato Mellano. E invece è proprio in questi luoghi chiusi e spesso ai margini della società che l'occhio delle istituzioni deve essere più acuto.
Perché anche in luoghi come il carcere ci sono vite in gioco. Un appello sostenuto e rilanciato dai Radicali e da +Europa che ha fatto breccia nelle iniziative delle istituzioni. Risultato: i numeri del contagio nelle case circondariali piemontesi sono tornati sotto controllo. Resta però il problema degli incontri con i familiari. Oltre il rischio della trasmissione del virus c'è l'esigenza di non isolare ulteriormente i detenuti dagli affetti e dal mondo esterno. Da qui la protesta di ieri.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 novembre 2020
A Tolmezzo il Covid al 41bis ha contagiato tutti i dodici detenuti ospitati. Il timore è che possa arrivare a Parma dove ci sono reclusi anziani e malati. Tolmezzo il Covid al 41bis. Dopo i sei reclusi positivi al Covid 19 (tra i quali almeno 4 sono finiti in ospedale) al carcere duro di Opera, ora il contagio è arrivato al carcere friulano di Tolmezzo con una sezione intera al 41bis contagiata.
Sono circa 12 i reclusi risultati positivi, mentre almeno per ora risultano passati indenni gli internati (ricordiamo che a Tolmezzo c'è la casa lavoro) che vivono in una sezione a parte. Anche in questo caso nella scorsa ondata, i detenuti al carcere duro erano stati risparmiati. C'era stato un piccolo focolaio insorto dopo il trasferimento di cinque detenuti dal carcere di Bologna, all'epoca teatro di un enorme contagio e ancora oggi rimane il mistero dell'avventato trasferimento. Ma ora il problema è un altro.
41bis inviolabile secondo alcuni opinionisti e magistrati - A Tolmezzo il Covid al 41bis è entrato nel luogo che, per numerosi opinionisti e anche taluni magistrati, era considerato inviolabile. D'altronde, a parte casi eccezionali, diversi magistrati di sorveglianza hanno rigetto le istanze relative alla misura alternativa al carcere duro (parliamo dei soggetti anziani o pieni di gravi patologie), sottolineando il fatto che essere ristretti in regime di 41bis e quindi in celle singole e con tutte le limitazioni del regime differenziato, c'è protezione dal rischio di contagio.
Così non è. Ma non solo. L'avvocata Maria Teresa Pintus ha un assistito al 41bis di Tolmezzo, ovviamente risultato positivo al Covid, e ha spiegato a Il Dubbio che durante la prima ondata, sia la direzione che il magistrato di sorveglianza, non avevano acconsentito alla richiesta del recluso al carcere duro di essere rifornito dall'area sanitaria competente di mascherine per evitare il contagio. Non solo era arrivato il diniego, ma il magistrato di sorveglianza di Udine ha scritto nero su bianco che "tuttora le mascherine sono necessarie solo per i sanitari" e che comunque potrà comprarle "quando saranno disponibili sul mercato e a spese del detenuto".
"Da qualche settimana gli agenti mettono la mascherina" - Questo accadeva a marzo. "In realtà - spiega l'avvocata Pintus ha il Dubbio - il mio assistito mi ha spiegato che solo fino a qualche settimana fa c'era poca attenzione, e solo da poco ora tutti gli agenti si mettono la mascherina e stanno evitando, per quanto possono, di fare le perquisizioni".
Quest'ultima questione non è di poco conto. Di solito le perquisizioni delle celle dei 41bis avvengono almeno con due agenti e le camere, si sa, non sono così grandi e quindi si crea, di fatto, un assembramento. La situazione diventa allarmante se il virus dovesse entrare in quei penitenziari dove ospitano i 41bis che hanno una età medi di 80 anni. Tanti malati oncologici. La fortuna è che a Tolmezzo il Covid al 41bis riguarda detenuti relativamente giovani e non con particolari patologie pregresse.
Preoccupazione per i 41bis a Parma - A differenza di Opera dove, com'è detto ripetutamente sulle pagine de Il Dubbio, ci sono persone gravemente ammalate tra i quali un malato terminale che sta lottando tra la vita e la morte in terapia intensiva. Ancora più grave sarebbe la situazione se il Covid dovesse varcare i 41bis del carcere di Parma, ad alta complessità sanitaria.
C'è Sandra Berardi di Yairaiha Onlus, associazione che ha da poco lanciato un appello per far scarcerare subito i detenuti malati e anziani, che denuncia il governo di aver fatto orecchie da mercante alle indicazioni fornite dagli esperti della realtà penitenziaria sin dalla fine di febbraio, ovvero ridurre sensibilmente il sovraffollamento e sostituire la misura detentiva con la detenzione domiciliare o ospedaliera per tutti i soggetti portatori di determinate patologie.
"Questo governo e questo Parlamento - denuncia Sandra Berardi - hanno preferito seguire le sirene del populismo penale agitato da alcuni media a scapito dello Stato di diritto e della salute della comunità penitenziaria che oggi, purtroppo, conta oltre 1300 persone contagiate tra detenuti e operatori, con un trend in crescita costante che sta colpendo indistintamente la popolazione detenuta finanche nelle sezioni di 41bis che qualcuno, pretestuosamente, aveva dichiarato immuni da possibili contagi". Auspica quindi che il governo "lasci da parte le sirene del populismo per seguire la strada del diritto alla salute che è primario rispetto alla potestà punitiva dello Stato".
Il Giorno, 17 novembre 2020
La direzione del carcere ha confermato che è stata creata una sezione Covid interna al penitenziario. È scattato l'allarme Covid nel carcere di Busto Arsizio (Varese) dove è stato individuato un focolaio con ventidue detenuti positivi al Covid. Tutti i contagiati sarebbero asintomatici. La direzione del carcere ha confermato che è stata creata una sezione Covid interna al penitenziario. Il 23 novembre saranno eseguiti i tamponi per verificare l'eventuale negativizzazione.
di Roberta Pumpo
romasette.it, 17 novembre 2020
Pochi i casi nei penitenziari del Lazio. Il Garante Anastasìa: al primo accesso vengono sottoposti al tampone. Colloqui con i parenti solo una volta al mese. I casi di contagio da Covid-19 negli istituti penitenziari del Lazio sono circoscritti. Non sono da sottovalutare, certo, ma per il Garante delle persone private della libertà personale del Lazio Stefano Anastasìa offrono un'importante chiave di lettura. "Il sistema di prevenzione sta funzionando - afferma.
I casi di positività riguardano detenuti individuati all'ingresso in istituto. Al primo accesso vengono sottoposti al tampone per evitare che il virus entri in sezione". Gli ultimi dati rilevati l'8 novembre registrano complessivamente 19 positivi in sei dei quattordici istituti di pena del Lazio. I reclusi positivi nelle 5 carceri romane sono cinque, tra i quali due ricoverati in ospedale e due donne in isolamento nella sezione femminile di Rebibbia. Preoccupano i 14 contagiati all'istituto di Frosinone dove c'è "l'unico cluster che sarebbe riconducibile al personale".
Per le visite dei parenti, nel Lazio è stato adottato "un protocollo rigidissimo", spiega Anastasìa. I colloqui sono consentiti una volta al mese in locali dove sono state installate "pareti" in plexiglas alte fino al soffitto. "Non vi è nessun tipo di contatto con i parenti - aggiunge il garante -. L'attenzione è molto alta per evitare che il virus entri in una comunità chiusa e con convivenza stretta come quella carceraria dove, oltretutto, la situazione è igienicamente discutibile. Le docce, per esempio, sono in comune anche se il regolamento penitenziario da 20 anni prevede i servizi igienici, doccia compresa, nelle camere detentive".
Durante il lockdown "per la prima volta" è stato concesso ai detenuti di effettuare videochiamate ai familiari. "Questo ha permesso a molti di rivedere i genitori che non incontravano da tempo perché anziani o residenti in altre città - osserva - è stato molto emozionante. Cresce invece la sofferenza di chi ha figli molto piccoli con i quali è difficile interagire attraverso un telefono".
L'emergenza sanitaria, lo abbiamo imparato in questi mesi, trascina con sé numerose criticità e costringe a rivedere le abitudini. Per evitare i contagi le attività educative e culturali hanno subito limitazioni inevitabili. "Durante la prima fase - dice il Garante - tutti gli istituti hanno chiuso l'accesso a qualsiasi figura esterna, eccetto, ovviamente, personale penitenziario e sanitario.
Da giugno è stato consentito l'ingresso agli insegnanti per preparare gli studenti agli esami e da luglio ai volontari. Oggi ci troviamo difronte a un tentativo di limitare le attività o a sottoporre a rigidi controlli gli operatori esterni". Per esempio, la direttrice di "Rebibbia Nuovo Complesso - Raffaele Cinotti", spiega Anastasìa, "ha chiesto a volontari e insegnanti di sottoporsi a tampone ogni 15 giorni. Si rischia una nuova chiusura di programmi fondamentali per l'assistenza e il sostegno dei detenuti. Non ci sono disposizioni centrali in tal senso ma non è da escludere".
L'auspicio è quello di mantenere attive almeno le attività che coinvolgono il più ampio numero di carcerati come quelle scolastiche "perché la didattica a distanza in carcere non è attuabile", dice in tono amaro. Al momento è attivo, proprio a Rebibbia, un laboratorio di produzione di mascherine per garantire la fornitura alla popolazione carceraria. Attività che ha una triplice valenza, rimarca il garante. "È una esperienza lavorativa, impegna il loro tempo ed è a favore della società perché i dispositivi potrebbero andare a beneficio di persone esterne". Tutte le precauzioni adottate si scontrano però con il sovraffollamento.
I detenuti presenti negli istituti di pena del Lazio al 31 ottobre sono 5.839 a fronte di una capienza regolamentare di 5.144. Il tasso di affollamento è pari al 112 per cento sulla capienza ufficiale, superiore al tasso medio italiano che è del 106 per cento. Nel dettaglio: gli uomini sono il 93,5%, gli italiani il 62,3% e il 62,2% sta scontando una condanna definitiva.
Rebibbia Nuovo Complesso detiene il triste record di sovraffollamento e nello specifico la capienza regolamentata è di 1.150 persone per 1.117 posti effettivamente disponibili ma i detenuti oggi sono 1.479. Anastasìa ricorda che "il decreto Ristori ha rinnovato le procedure per l'accesso alla detenzione domiciliare per detenuti che hanno fine pena brevi ma molti che potrebbero usufruirne non hanno domicilio". L'appello del Garante è quindi quello di "allargare la rete di accoglienza".
di Roberta Pino
reggiotoday.it, 17 novembre 2020
La visione "umana" della Garante dei diritti dei detenuti, Giovanna Russo, sull'attuale realtà carceraria reggina. Il carcere, si sa, rappresenta il paradosso per eccellenza: per garantire la massima protezione dei diritti di alcune persone, si attua la massima coercizione dei diritti nei confronti di altre. Protezione versus costrizione, una contraddizione in termini che sembra, al primo sguardo, non avere niente in comune. Eppure in questa apparente antinomia si cela una ricchissima umanità.
A svelare la realtà carceraria, spesso poco conosciuta, è il garante dei diritti delle persone private della libertà personale del Comune di Reggio Calabria, l'avvocato Giovanna Russo. Da quattro mesi al servizio dei detenuti delle strutture penitenziarie di San Pietro e Arghillà, l'avvocato Russo ci offre uno sguardo originale, differente, in una sola parola "umano" degli istituti di pena in cui opera e del sistema penitenziario in generale.
È una visione particolare la sua, è l'ottica di una professionista, malgrado la giovane età, già impegnata da tempo a tutelare i diritti degli ultimi, è lo sguardo di una donna, per la prima volta in Calabria, chiamata a ricoprire un ruolo così significante, è la prospettiva di una persona che incarna in sé delicatezza, sensibilità insieme ad una radicata determinazione. Un incarico sopraggiunto nella pausa tra la fine del primo lockdown e quello attuale vissuto dalla Calabria, relegata a zona rossa, a più alto rischio, cioè, di diffusione del contagio.
La pandemia ha sconvolto la vita di tutti gli esseri umani a livello planetario, ha modificato le relazioni "imponendo" un distanziamento di sicurezza salvifico e responsabile. Una situazione ancora di più enfatizzata all'interno delle carceri.
"La pandemia ci ha portato a ripensare e riprogrammare la vita in tutti i suoi aspetti, ci ha obbligati a rivalutare il senso di prossimità -racconta Giovanna Russo - non a caso è arrivato questo incarico che mi ha dato la dimensione dell'altro, di chi è l'ultimo, di chi è lo scarto della società. Rispetto ai carcerati quello che più mi fa pensare è quanto riusciamo veramente ad essere loro vicini, anche se di vicinanza fisica non si può parlare. Non dimentichiamo, infatti, che c'è sempre una sbarra tra noi, c'è una cella che ci separa".
Una distanza fisica che può essere colmata solo da un'attenzione dell'anima. "Mi domando spesso quanto sia possibile dare forza ai detenuti - prosegue il garante Russo - tutto è amplificato all'interno di quelle mura, loro si sentono soli e sperduti, non hanno più gli affetti, sono privati della libertà per un tempo più o meno lungo e, in quel luogo, si ha la percezione che l'individuo pensi di se stesso di essere ormai una nullità".
Ecco l'aspetto umano del carcere, la visione privilegiata del neo garante Russo, che avanza prepotentemente. "L'individuo vive la dimensione carceraria con possibilità limitate di autodeterminarsi. È ridotta anche la libertà di leggere, di scrivere, di confrontarsi con altri a causa dell'emergenza sanitaria in corso". Una fotografia che lascia poco spazio all'immaginazione.
L'avvocato Russo ha invece uno sguardo lungimirante, quasi visionario, ha una visione di riforma penitenziaria che passa da un percorso di redenzione in vista del reinserimento sociale. "Io credo nella possibilità di un riscatto individuale rispetto all'errore. Nessuno è indenne o immune dalle colpe nei confronti di qualcun altro o verso la propria persona.
Parliamo di persone che hanno commesso un reato, costrette a vivere in carcere, è vero, ma mi viene sempre in mente l'immagine forte di Giovanni Paolo II che ha perdonato il suo attentatore. Tutti hanno diritto di redimersi dal peccato, c'è la possibilità del perdono, che il più delle volte la legge concede, ma spesso questi soggetti non perdonano sé stessi, sono tormentati sotto vari profili".
Secondo la visione del garante Russo, il primo passo verso un efficace reinserimento sociale è la famiglia, anche "se ci sono nuclei familiari che non accettano più chi ha commesso il reato, pur trattandosi di congiunto, lo emarginano e loro perdono il riferimento". Lavorare sul reinserimento concreto, sotto l'aspetto professionale e umano, dalla formazione interna in carcere alla società civile, questo è il suo obiettivo. "La frase ricorrente ai colloqui è "io so di avere sbagliato". I detenuti sono persone che vogliono ricostruirsi concretamente".
Il progetto visionario del garante Russo va oltre il concetto utopistico di Thomas More (da lei stessa citato), coinvolge l'intera società, dalla magistratura alle istituzioni, dalle associazioni di categoria alla chiesa, passando per il mondo dell'istruzione e della sanità.
Attori coinvolti per "strutturare un fuori che diventi accogliente", sulle orme tracciate dal sostituto procuratore Stefano Musolino che, come ricorda l'avvocato Russo, durante un incontro svoltosi nel cortile degli Ottimati, ha spinto molto sulla necessità di non emarginare il soggetto una volta uscito dal carcere, "quando si toglie il saluto, lo sguardo ad una persona, lo si priva del minimo indispensabile a livello umano".
Dare un senso al loro tempo una volta che i detenuti abbiano scontato la pena. Questa è la strada da percorrere secondo l'avvocato Russo per una concreta riabilitazione sociale. Un senso chiamato lavoro. E già il lavoro. Ma lo strumento interdittivo potrebbe ingenerare indebite compressioni della libertà d'impresa e dei diritti dei singoli, se non accompagnato da istruttorie approfondite. Occorre discernere, secondo il legale, le posizioni individuali da dinamiche a volte complesse.
"È un gap che va colmato sulla base di una intesa istituzionale concreta, serve il dialogo serio tra istituzioni che abbiano fiducia reciproca nell'operato, serve la fede. Il problema è l'individualismo istituzionale - afferma- se un'azienda assume una persona che ha espiato le proprie colpe, quell'azienda non può ricevere una interdittiva a meno che il soggetto non perseveri nel delinquere".
Un confine sottile tra legalità e giustizia e il pensiero di Giovanna Russo va a Falcone e Borsellino. "Si dice sempre che la mafia li ha uccisi, è vero, il braccio operativo è stato la mafia, ma chi ha pensato l'evento? Sono gli uomini che fanno lo Stato, le istituzioni, la classe dirigente. Ci sarà sempre il bene contro il male. Il problema - sottolinea - è ristabilire gli equilibri, che non ci sia un confine labile tra legalità e giustizia, che vadano di pari passo". Uno sguardo adesso alla struttura carceraria interna, è possibile umanizzare l'istituzione carceraria?
"Ho incontrato molta umanità all'interno del carcere, tramite i colloqui con i detenuti. Quello che più mi ha colpita è l'umanità dell'amministrazione e della polizia penitenziaria. C'è una oggettiva difficoltà di dover intervenire su alcuni detenuti che, trovandosi ristretti, attuano dei comportamenti amplificati da condizioni psicologiche non equilibrate".
Una situazione particolare riguarda l'unità di osservazione psichiatrica del carcere reggino. "Una struttura non adeguata ad oggi benché siano stati fatti lavori di ristrutturazione -racconta il garante Russo - inoltre l'Asp dovrebbe prevedere più esperti psichiatri e psicologi a sostegno dell'amministrazione penitenziaria".
Malgrado la giovane età e la brevità del tempo trascorso dalla sua nomina, l'avvocato Giovanna Russo ha già una prospettiva chiara e sagace del suo operato, anche se preferisce stare con i piedi per terra, dosando con equilibrio ragione e sentimento.
"Mi sono sentita piccola di fronte a questo incarico- confessa - ma ho una visione concreta, uno sguardo oggettivo. Il mio motto è "tanto amore, tante regole", una umanità che si muove nelle regole. Sono felice di essere la prima donna calabrese a ricoprire questo ruolo - conclude - credo nella forza dell'operato femminile quando è leale e poi i calabresi hanno una marcia in più, riescono a contaminare e a diffondere il bene ovunque".
di Nadia Cossu
La Nuova Sardegna, 17 novembre 2020
La denuncia: diminuiti i colloqui e l'infermeria è un disastro "Ritardi nelle consegne, il cibo che ci inviano va in malora". La pandemia mette a dura prova anche i detenuti di Bancali. E non solo per ciò che riguarda gli effetti del Covid dal punto di vista strettamente sanitario.
"Capiamo che le restrizioni siano tante anche all'esterno del carcere ma per chi vive già in piena restrizione è ben diverso". Due pagine di foglio protocollo scritte a mano e fatte consegnare alla redazione della Nuova Sardegna "per fare in modo che le istituzioni competenti prendano i provvedimenti necessari per risolvere alcuni problemi nel rispetto dei diritti dell'uomo. Perché nonostante in passato noi abbiamo sbagliato, stiamo pagando comunque il nostro debito con la giustizia. Ma non è questo il modo, altrimenti sarebbe tortura, non solo fisica ma molto più psicologica".
Un appello accorato che arriva a conclusione di una serie di emergenze elencate nero su bianco da "noi detenuti della casa circondariale di Bancali" (così si firmano in calce).
E ciò che colpisce è che al primo posto ci sia la sofferenza per la mancanza di comunicazione con l'esterno, problematica accentuata dall'emergenza Covid. "La corrispondenza non funziona - scrivono - sia in uscita che in entrata e molta sparisce senza averne più notizie. Siamo poi privati dei colloqui visivi con i nostri familiari, ora da uno sono passati a due ma l'ingresso è dedicato solo a un familiare e come si esegue il colloquio non si sente nulla in quanto sei separato da un vetro e sei a una certa distanza". Accorgimenti adottati per scongiurare il rischio contagi ma che ai detenuti stanno creando parecchio disagio.
Al posto dei colloqui visivi "sono state messe a disposizione le videochiamate ma anch'esse sono inutili perché non vengono rispettati i turni e gli orari per usufruirne, in quanto non ci sarebbe personale. In realtà c'è menefreghismo e scarsa organizzazione da parte degli addetti. Poi per ogni movimento che si fa all'interno del carcere devi per forza fare richiesta con il modello 393 in modo che ognuno riceva una risposta per ciò che sta chiedendo. Ma anche questo non viene eseguito nei dovuti modi, perché le domandine spariscono o perché l'assistente che se ne deve occupare non è disponibile".
Passano poi all'argomento cibo. Secondo quanto da loro raccontato, i pacchi degli alimenti inviati dai familiari non sempre verrebbero consegnati in tempi rapidi e capita quindi che il cibo vada in malora: "Dietro ci sono i tanti sacrifici che hanno fatto i nostri familiari per mandarci quegli alimenti, magari privandosi loro di altro che servirebbe in famiglia".
"In più - continuano nella lettera - non ci fanno fare ingresso alle casse pranzo, fondamentali per i beni di prima necessità, in quanto il vitto che viene distribuito dall'amministrazione penitenziaria è scarso e commestibile fino a un certo punto. Senza contare chi non ha la disponibilità economica per l'acquisto di alimenti basilari come l'acqua".
Tra le altre carenze ci sarebbe quella dell'area educativa: "È come se non ci fosse, se ti chiamano lo fanno dopo tantissimo tempo e il più delle volte senza che ti risolvano il problema, anche se banale". Concludono con "la cosa veramente più vergognosa: l'infermeria. Quando abbiamo problemi veniamo liquidati con una bustina o un antidolorifico, non ci sono specialisti, e qui c'è chi soffre ogni giorno. Condizioni inumane che stanno portando le persone allo stremo".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 17 novembre 2020
"Quando mi è stato proposto di far raccontare a detenuti fiabe per bambini, ho pensato davvero a un progetto incredibile - racconta durante la diretta Facebook e You Tube Allegra Mocchegiani responsabile del Laboratorio "Fiabe in libertà" organizzato nel carcere di Ancona Montacuto - Poi ho scoperto che il racconto della fiaba è una formula che ha un potere trasversale rispetto alle età e alle esperienze delle persone".
Ritorno al passato, riscoperta della creatività e mediazione artistica per superare i confini e le restrizioni del carcere sono stati i concetti chiave su cui si è basato il progetto, organizzato per il terzo anno da Radio Incredibile - piattaforma multimediale di musica e life sharing che utilizza la radio come strumento inclusivo in spazi sociali marginali - con il contributo della Fondazione Cariverona e in collaborazione con La Casa di Asterione e Musicandia Vintage Studio.
Il progetto è iniziato anni fa grazie alla direttrice Santa Lebboroni, recentemente scomparsa, ricordata nel corso della trasmissione "per essere stata tra i primi ad aver compreso la funzione pedagogica che la radio poteva assumere anche in un contesto detentivo". "Il primo anno - continua Allegra Mocchegiani - abbiamo prodotto un audio-libro, l'anno successivo sono state aggiunte immagini realizzate da studenti finché, in questa terza edizione, abbiamo raccontato la fiaba tramite un video che consentirà alla nostra storia di essere conosciuta con più facilità".
Il Boscaiolo, lo Scoiattolo e la Strega Tagliabue è il titolo del cortometraggio, anzi del "fiabamatraggio" come lo definiscono gli autori del progetto, interpretato da detenuti e diretto da Moreno Mascaretti e sceneggiato da Allegra Mocchegiani ed Emanuela Razza.
Una piccola opera di qualità realizzata sovrapponendo a fondali le scene girate all'interno del carcere. Silvia Forcina, autrice dei fondali ha detto di aver rappresentato paesaggi e ambienti con pochi dettagli "perché la realtà fuori, per i ragazzi del carcere è colorata e luminosa mentre i particolari, nel ricordo, svaniscono".
Protagonisti del racconto, Lenticchia lo scoiattolo, il guardaboschi e Capitan Balbuzia che insieme riescono a salvare animali destinati a subire esperimenti prima di essere ridotti in pellicce. Nessuna vendetta e pena crudele saranno però inflitte alla strega responsabile delle atrocità, che riparerà ai suoi misfatti curando gli animali e imparando a rispettare il bosco.
di Fiammetta Cupellaro
La Stampa, 17 novembre 2020
Medici dei diritti umani stima che in Italia ci siano oltre 50 mila senza fissa dimora: migranti, rifugiati, braccianti che lavorano in nero. Persone che non possono contare su medico di base e accesso al sistema sanitario. Nudi di fronte al virus.
Gli ultimi, quelli che vivono sulla strada, nelle baraccopoli, negli insediamenti precari, rimasti fuori dal sistema sanitario. Per loro, gli effetti del Covid-19 sono stati devastanti. I dimenticati dalla sanità in Italia sono circa 50 mila: sono i senza fissa dimora, i migranti, i rifugiati, i braccianti che lavorano in nero. Persone che non possono contare sul medico di base, l'accesso al sistema sanitario, né i soldi per comperare una mascherina, figuriamoci per sottoporsi ad un tampone. Sono anche i più esposti al contagio, perché come si può vivere durante una pandemia senza avere una casa oppure in condizioni igieniche al limite? La lotta contro il virus si combatte anche dai medici e infermieri che lavorano fuori dagli ospedali, a contatto con gli ultimi. I volontari che da Roma a Milano, da Torino a Palermo girano per stazioni ferroviarie e luoghi dimenticati a fronteggiare l'epidemia.
La crisi e la seconda ondata - "La seconda ondata li ha investito in pieno chi vive sulla strada, italiani e stranieri, con effetti devastanti. Purtroppo la sanità territoriale non ha ancora previsto un piano abitativo specifico per le persone senza fissa dimora e che vivono in grave precarietà. Con l'arrivo dell'inverno, potrebbe diventare una vera emergenza". Il dottor Alberto Barbieri, è uno dei fondatori dell'associazione Medu (Medici per i Diritti Umani) che dal 2004 opera soprattutto a Roma (tra le stazioni Termine e Tiburtina, i grandi insediamenti dell'hinterland), Firenze e la Piana di Gioia Tauro in Calabria. Psicoterapeuta, Barbieri insieme ad altri colleghi ha dato vita alle Cliniche Mobili chiamate Camper per i diritti. Da sedici anni assistono chi vive sulla strada o in condizioni abitative precarie, i migranti, i rifugiati.
"Fino a marzo abbiamo fornito assistenza sanitaria di prossimità, di primo e secondo livello, visite mediche per adulti e bambini, ma da quando siamo in emergenza Covid-19 i camper si sono trasformati in Team Covid - spiega Barbieri - a bordo ci sono infermieri, medici, mediatori culturali formati per la sorveglianza attiva. Abbiamo distribuito più di 10 mila mascherine e igienizzanti a chi vive sulla strada, misurato la febbre a migliaia di persone. Un lavoro di prevenzione che ha evitato che molti di loro si riversassero negli ospedali". Grazie ai Medici dei Diritti Umani, è stato possibile anche avere a disposizione un lavoro di tracciamento dei contagi tra i senza fissa dimora, una parte della popolazione che spesso sfugge alle rilevazioni. Dati che sono stati elaborati con le Asl di Roma 1 e Roma 2, Firenze Centro e l'Asl di Reggio Calabria. E anche per loro è nato in questi giorni l'hashtag #orapiuchemai, una campagna per richiamare l'attenzione sulle difficoltà che i servizi di accoglienza sono chiamati a fronteggiare durante l'epidemia.
Quanto è esteso secondo lei il contagio tra chi vive sulla strada in questo momento?
"Tra Roma e Firenze abbiamo trovato decine di casi positivi. Spesso si tratta di persone cono altre patologie, ma senza alcuna assistenza medica, molto fragili. Li abbiamo curati nelle nostre strutture sempre rimanendo in collegamento con le Asl evitando che arrivassero in ospedale, come unico luogo dove poterli curare. Per altri è stato invece necessario il ricovero, ma li abbiamo intercettati in tempo. Molti sono giovani. Oltre le stazioni ferroviarie, le nostre cliniche mobili sono rimaste ferme anche negli insediamenti abitativi delle grandi periferie di Roma e Firenze, tra i migranti e rifugiati, dove vivono anziani e famiglie con bambini in uno stato di povertà. Su loro stiamo cercando soprattutto di monitorare le condizioni di salute con visite mediche e pediatriche, rifornirli di dispositivi di protezione. Gli spieghiamo nei dettagli cosa devono fare. Molti non parlano l'italiano. Il nostro approccio non è comunque solo medico, ma anche sociale. Spesso cerchiamo di costruire ponti tra queste comunità e le istituzioni".
Come siete organizzati nei vostri camper?
"Da marzo li abbiamo rimodulati per affrontare la pandemia creando Team Covid: sono multidisciplinari con interpreti, mediatori culturali, oltre ad infermieri e medici. Il primo approccio rimane comunque clinico, oltre la misurazione della temperatura, avviare la richiesta per farmaci o pareri specialistici, cerchiamo di visitare le persone che ci chiedono assistenza. Tra qualche giorno però saremo in grado anche di eseguire due tipi di tampone, in accordo con le Asl"
Quali sono ora i punti maggiormente critici?
"Ci preoccupa la situazione nella Piana di Gioia Tauro in Calabria, dove stanno per arrivare centinaia di braccianti per la raccolta di arance e clementine. È presente una nostra struttura e conosciamo bene la promiscuità in cui sono costretti a vivere soprattutto in inverno. Bagni senza porte, nessuna area per il trattamento delle malattie. Quelle persone rischiano più degli altri. È necessario prevedere un alloggio in albergo per i contagiati, altrimenti sarà un disastro"
Siete presenti anche all'hotspot di Pozzallo dove uomini e donna vivono in sovraffollamento. Anche lì il problema marginalità s'intreccia con quello del contagio. Cosa ne pensa?
"I problemi a Pozzallo non riguardano solo i muri e le porte e le condizioni materiali in cui vivono i migranti, ma la loro fragilità mentale. Arrivano dopo aver vissuto esperienze traumatiche nei campi in Libia, sopravvissuti a naufragi, le donne hanno subito violenze. Una volta sbarcati trovano la pandemia, vengono rinchiusi per settimane senza possibilità di isolamento, ma di promiscuità. E la paura continua. In queste condizioni, la nostra capacità di offrire una risposta efficace al loro stress, ai bisogni medici e psicologici è limitata".
Cosa può fare lo Stato?
"Le condizioni di chi vive ai margini nelle nostre città, così come il sovraffollamento tra i migranti a Pozzallo o tra i braccianti di Gioia Tauro sono terreni potenziali di diffusione del contagio. Possono diventare una vera emergenza. Più volte lo abbiamo segnalato anche durante la scorsa estate, chiedendo che venissero pianificati interventi urgenti. Perché il virus come ormai è chiaro non conosce muri o povertà. Rispettare il diritto alla salute degli ultimi e di chi opera nell'accoglienza, significa rispettare il diritto alla salute di tutti".
milanotoday.it, 17 novembre 2020
La musica che racconta il carcere. Quella musica, la stessa, che riesce a "ridipingere" le pareti e le sbarre, regalando a chi è costretto a stare lì momenti di normalità e vita vera. Quest'anno al "Linecheck", la più importante conferenza italiana sul mondo della musica, si parlerà anche di "Rap dentro", la rete che raccoglie le realtà che operano nelle carceri minorili con dei laboratori rap.
In quelle realtà c'è anche l'associazione "232 Aps", che organizza le lezioni all'interno del Beccaria di Milano per far immaginare ai ragazzi un futuro diverso, migliore, libero. L'appuntamento, previsto per giovedì 19 novembre alle 18.45, rigorosamente online, sarà - raccontano gli organizzatori - "un momento per riflettere su come la musica racconta il carcere, un panel volto ad indagare la potenzialità espressiva che nasce dall'esperienza detentiva. Mai come ai giorni nostri, l'incarcerazione viene trattata e raccontata nei testi dei brani rap, insieme si andrà ad esplorare il motivo alla base di questa scelta".
"Gli interventi che verranno raccontati descrivono un nuovo modo di concepire il carcere, raccontano una strada possibile nel tracciare nuovi modelli di riferimento per i contesti rieducativi. Diverse guide ci accompagneranno in questo viaggio, personaggi che conoscono la realtà penitenziaria e che promuovono interventi artistico espressivi rivolti a minori autori di reato". All'evento prenderanno parte Fabrizio Bruno - il pedagogista e rapper, con il nome di Otis Rigor Monkeez, che cura i laboratori al Beccaria -, i colleghi che si occupano dei corsi in altri istituti penitenziari e i due ospiti speciali Lucariello e Massimo Pericolo.
regione.lazio.it, 17 novembre 2020
36 positivi, due ospedalizzati, cluster a Frosinone. L'appello del Garante: "Meno visite, meglio usare gli strumenti di videocomunicazione". Il numero di detenuti positivi al Covid-19 è più che raddoppiato nel giro di circa dieci giorni: dai 16 casi rilevati il 4 novembre scorso si è passati ai 36 casi rilevati dal Garante delle persone private della libertà personale del Lazio, Stefano Anastasìa, lo scorso 13 novembre.
"Preoccupa sempre di più la situazione del sovraffollamento che è sempre quella - dice Anastasìa - In particolare, in alcune carceri della Regione dove ci sono gli ingressi in carcere, come Regina Coeli a Roma, ma anche piccoli istituti come Latina che sono al doppio delle presenze rispetto alla capienza. Su questa situazione impatta il problema del Covid che è molto grave.
A oggi è di trentasei positivi. Significa che i casi sono più che raddoppiati in una settimana, con una situazione abbastanza complicata a Frosinone e da tenere sotto controllo a Rebibbia, nella casa circondariale femminile come nel nuovo complesso. C'è anche un caso di ospedalizzazione a Regina Coeli e uno nel nuovo complesso di Rebibbia. Il virus si sta diffondendo come non era avvenuto nella prima fase, quando ci sono stati alcuni casi singoli e raramente occasioni di cluster. Invece, adesso siamo in presenza di un vero e proprio cluster a Frosinone e la possibilità che il virus si manifesti sotto forma di cluster anche a Rebibbia femminile".
"L'appello che voglio fare ai detenuti e ai familiari dei detenuti - prosegue Anastasìa - è di affrontare questo momento con il necessario spirito di sacrificio. So che questo sta pesando moltissimo su di loro, sulla possibilità di vedersi, di incontrarsi, ma forse in questi giorni è meglio utilizzare al massimo gli strumenti di videocomunicazione e limitare il più possibile l'ingresso negli istituti penitenziari.
Accanto a questo serve anche un impegno deciso da parte della politica, del governo, del Parlamento, per misure di riduzione della popolazione detenuta significative. Questo è necessario per poter prestare la massima prevenzione e la massima assistenza in carcere a chi risulti positivo. È necessario non solo che non ci sia sovraffollamento - conclude Anastasìa - ma che ci siano anche gli spazi adeguati per l'isolamento e per l'assistenza delle persone che ne hanno bisogno".
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