di Valentina Errante
Il Messaggero, 15 novembre 2020
"Il ministro Bonafede si è affidato alla sola speranza che non ci fosse una seconda ondata di contagi. Non ha fatto nulla se non sperare. E adesso la situazione è disastrosa. Dalle carceri ai Tribunali".
di Patrizio Gonnella*
L'Espresso, 15 novembre 2020
La mission di chiunque ha a che fare con il carcere è definita con parole chiare e inequivocabili dall'articolo 27 della Costituzione che afferma perentoriamente come le pene non debbano consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e debbano tendere alla rieducazione del condannato. Una mission che vale per ministri, giudici, direttori di carcere, poliziotti, medici, ma anche per giornalisti e influencer televisivi.
Il Gazzettino, 15 novembre 2020
Un libro analizza la situazione dei figli delle detenute. Costretti a vivere in carcere fino all'età di 6 anni, per poi rischiare di essere dati in affidamento. È il destino dei bambini figli di donne condannate a scontare lunghi periodi di detenzione a causa di reati da loro commessi.
redattoresociale.it, 15 novembre 2020
Aggiornamento del Garante nazionale: 75 gli istituti su 190 in cui si è verificato un qualche caso: contagiati 600 detenuti (di cui 32 ospedalizzati) e oltre 800 tra il personale. Antigone: "Intervenire con la concessione di misure alternative". "Ridurre i numeri della popolazione detenuta": lo chiede Antigone richiamando l'ultimo aggiornamento del Garante nazionale delle persone private della libertà, Mauro Palma, secondo cui nell'arco di pochi giorni i contagiati hanno superato le 600 unità tra i detenuti (di cui 32 ospedalizzati) e sono oltre 800 tra il personale che, a vario titolo, opera nelle carceri. Sono 75 gli istituti su 190 in si è verificato un qualche caso di contagio. Rispetto al numero di tamponi effettuati in questa nuova tornata di epidemia, precisa il Garante, il tasso di positività in carcere è alto (più del 15 per cento), ma comunque in linea con quello del territorio nazionale.
mi-lorenteggio.com, 15 novembre 2020
"La situazione che si sta determinando nelle carceri italiane, a causa della ripresa così significativa dei contagi, si somma ai problemi patologici del nostro sistema penitenziario e richiede attenzione ed interventi da parte della politica e delle istituzioni. I protocolli adottati sono utili e efficaci ma si scontrano, innanzi tutto, con la carenza di spazi. A ieri erano detenute 54.767 persone mentre i posti regolamentari disponibili sono 47.131.
di Tommaso Montesano
Libero, 15 novembre 2020
"Le udienze si stanno celebrando, per adesso il sistema regge, ma non so quanto potremo andare avanti", sospira l'avvocato Cesare Placanica. Proprio quando il "sistema giustizia" stava superando, a fatica, gli effetti della prima ondata del Coronavirus, ecco la seconda. In molti tribunali è già iniziata la contrazione delle udienze. A Roma, per contrastare gli assembramenti, il presidente vicario del tribunale, Antonino La Malfa, ha già chiesto ai presidenti di sezione di "riscaglionare le udienze".
Ma il peggio deve ancora arrivare, prevede Placanica, presidente della Camera penale di Roma dal 2016: "Le aule grandi, in grado di ospitare i processi con tanti detenuti, sono poche. Presto andranno avanti solo i procedimenti a carico di imputati in custodia cautelare: avranno una corsia preferenziale rispetto a quelli con imputati liberi". Una decisione che non sorprende, vista l'emergenza, i penalisti. A preoccupare, semmai, sono quelli che Placanica definisce i "fronti aperti" con l'esecutivo.
A partire da quanto contenuto nel cosiddetto "Decreto Ristori Bis" nella parte che riguarda la giustizia. Ovvero la previsione che - per "diminuire gli accessi fisici negli uffici giudiziari e nelle cancellerie" - nel grado di appello la Corte procederà in camera di consiglio senza l'intervento del pubblico ministero e dei difensori, a meno che una delle parti o il pm facciano richiesta di comparire. Non solo: lo stesso collegio giudicante non è vincolato alla presenza fisica.
"Questo significa", osserva Placanica, "che i giudici in camera di consiglio restano a casa e dibattono tra loro in videoconferenza, magari con il fascicolo nelle mani di uno solo dei tre. Noi crediamo che almeno loro debbano riunirsi, ancorché non in tribunale, in presenza". Per l'Unione delle Camere penali, in gioco c'è il "giusto processo". "La camera di consiglio a distanza è la negazione della collegialità, anche per l'impossibilità di vederne garantita la segretezza, che è presidio della libertà del giudice", recita la nota diffusa dai penalisti lo scorso 8 novembre, dopo il varo del decreto governativo.
L'Ucpi chiede la modifica della norma: "Se non cambierà, saremo costretti a chiedere ai colleghi di richiedere sempre l'attività in presenza. Sarà il modo per mostrare la nostra resistenza attiva". Giusto ieri è arrivato un nuovo richiamo da Giandomenico Caiazza, il presidente dell'Unione delle camere penali: "La durata ragionevole dei processi è un diritto della persona, ma non deve comprimere i diritti della difesa".
Mine sul lento ritorno alla normalità nei tribunali, già alle prese con i nuovi rinvii delle udienze. Il rischio è che i numeri sulle attività nelle corti, già in peggioramento nel primo semestre dell'anno, possano ulteriormente precipitare. L'11 novembre scorso il ministero della Giustizia ha reso noti i dati sul monitoraggio dei procedimenti penali e civili. E il bilancio, dopo alcuni anni in cui l'arretrato è stato smaltito, è tornato negativo. Sul fronte penale, al 30 giugno 2020 i procedimenti pendenti erano 1.619.584.
Al 31 dicembre 2019, erano 1.582.019. Il calo dell'arretrato era certificato dal 2013. Stessa musica - con proporzioni peggiori - a livello civile, dove lo smaltimento procedeva spedito dal 2012: a giugno, dopo la "prima ondata", i procedimenti civili pendenti erano 3.321.149, in crescita rispetto ai 3.293.960 di dicembre. Che accadrà da qui a primavera, con i tribunali costretti di nuovo a marciare a velocità ridotta? Roma a parte, quanto bolle in pentola nei vari distretti giudiziari è destinato a far crescere ulteriormente l'arretrato.
Ad Ancona, ad esempio, il presidente del tribunale, Giovanni Spinosa, ha deciso di rinviare a dopo il 1° aprile tutte le cause che riguardano i reati meno gravi che erano state fissate fino al 9 dicembre. Di questo passo, protesta Maurizio Miranda, presidente dell'Ordine degli avvocati del capoluogo marchigiano, "i rinvii nei processi, sia penali che civili, rischiano di allungare di molto i tempi della giustizia. Tempo quantificabile tra uno e due anni".
A Milano, invece, il presidente del tribunale, Roberto Bichi, ha annunciato che d'ora in poi ogni sezione potrà garantire due udienze, anziché tre. Restrizioni sono in vista anche a Napoli (ci saranno 15-20 procedimenti per udienza davanti al giudice monocratico invece degli attuali 20-30) e Bari (da 35-40 cause penali in presenza si è passati a 20-25). Poi c'è la bomba delle carceri. "Stanno scoppiando", lancia l'allarme Placanica, per il quale finché si è in tempo "occorre abbassare le tensioni".
Ieri il ministero della Giustizia ha comunicato che "attualmente sono 53.965 i detenuti presenti fisicamente negli istituti penitenziari". Di questi, i reclusi "positivi risultano essere 658 (32 dei quali ricoverati) in 77 istituti". Per quanto riguarda gli agenti della Polizia penitenziaria, i positivi sono 824.
di Antonio Nino Mancini
Il Fatto Quotidiano, 15 novembre 2020
Alla fine degli anni settanta, primi anni ottanta, gli anni delle Brigate Rosse, della guerriglia sulle strade, delle carceri speciali, i diritti dei detenuti erano stati rasi al suolo. Poi iniziò a circolare una voce: "A Potenza ce sta un giudice di sorveglianza dal nome strano che non permette abusi sui detenuti".
Una fiammella di speranza in un posto dove, citando Pino Daniele, "'A speranza è semp' sola". Henry John Woodcock era quel nome strano, un nome talmente "strano" che una volta rimasto nella memoria, non lo dimentichi più, e infatti io personalmente non l'ho mai dimenticato. Da criminale ieri e "pentito" oggi, sento il bisogno e il dovere dire la mia: il 41bis oggi, come l'articolo 90 ieri, è la tortura e stortura messa in atto da un Paese democratico per costringere i reclusi a pentirsi, molto somigliante al mantou ripieno di carne e fagioli con cui i carcerieri dei campi di rieducazione cinesi premiano i prigionieri che collaborano con il regime.
Un "pentimento" in cattività può nascondere delle insidie perché il fatto di non avere la forza di sopportare una detenzione dura, pur di non ritornarci, può spingere a una collaborazione ad libitum con annessi e connessi. Per quanto riguarda il mio, di "pentimento", esso è maturato fuori, dopo avere scontato undici anni tra carceri duri e soft, e con l'imminente nascita di mia figlia. Soltanto la lungimiranza e l'umanità possono sconfiggere il male, non certo una girata di chiave in più al blindato, le lenzuola grezze e ringhiate di paura. Grazie per l'ospitalità e lunga vita al Fatto Quotidiano.
di Liana Milella
La Repubblica, 15 novembre 2020
In una sofferta riunione il nuovo "parlamentino" dei magistrati, ancora senza presidente per le divisioni fra le correnti, chiede al Guardasigilli un appuntamento urgente per discutere interventi più rigidi. La richiesta è semplice. Vedere subito, o quantomeno al più presto, il ministro della Giustizia per chiedergli modifiche sulle misure anti Covid contenute nei decreti Ristori e Ristori-bis. Scritte così, non bastano.
Mettono a rischio non solo la magistratura, ma anche il personale, gli avvocati, e tutti coloro che hanno a che fare con i processi, soprattutto quelli penali. In fondo, una richiesta semplice. Ma la nuova Associazione nazionale magistrati - 36 componenti eletti nel cosiddetto "parlamentino" tra il 18 e il 20 ottobre - impiega ben cinque ore per approvare in modo sofferto, tra emendamenti e proposte alternative, un documento di una ventina di righe. Che avrebbe dovuto avere anche un titolo - "Non c'è salute senza giustizia" - che però fino alla fine resta in forse.
Ma non basta. Perché oggi la riunione proseguirà ancora per stilare un elenco delle richieste dell'Anm, che dovrà essere una sintesi dei documenti delle singole correnti. Che, per dirlo in soldoni, hanno una base comune: la giustizia non si può fermare, ma chi la esercita e i cittadini non possono rischiare di prendersi il Covid per mandarla avanti.
Scontato il tenore del documento, su cui però in più di un passaggio ha fatto sentire la sua voce critica Articolo Centouno, il nuovo gruppo che ha fatto ingresso nell'Anm e che con i suoi esponenti - il primo degli eletti Andrea Reale e Giuliano Castiglia - non fa mancare critiche continue alle proposte di lavoro delle altre correnti storiche, dalla sinistra di Area, alla conservatrice Magistratura indipendente, alla centrista Unicost, ad Autonomia e indipendenza, il gruppo fondato da Piercamillo Davigo.
Anm: "Dovete sentirci" - Ovviamente l'Anm manifesta "profonda preoccupazione per l'evoluzione dell'emergenza pandemica e per il suo devastante impatto anche sulla giurisdizione". Esclusa da una verifica preventiva sulle misure da adottare, "rivendica il diritto-dovere di fornire il suo qualificato, e disinteressato, contributo di ordine tecnico, frutto dell'esperienza e dell'impegno quotidiano delle migliaia di magistrati suoi aderenti, sugli interventi legislativi adottati, in modo da consentire ogni più adeguato approfondimento in ordine alla loro portata, praticabilità ed effetti, nonché in ordine alla congruenza rispetto alle esigenze in gioco: assicurare la funzionalità del sistema giustizia e contenere al contempo il rischio di contagio". I magistrati chiedono "interventi sul processo, sull'organizzazione e sui mezzi, se si vuole che la funzione giurisdizionale, essenziale per la vita dei cittadini, sia assicurata senza trascurare la tutela dei beni primari della sicurezza e della salute di chi quotidianamente opera nei palazzi di giustizia". Da qui la richiesta urgente di un incontro con il Guardasigilli Alfonso Bonafede.
Il documento dei procuratori con gli avvocati - Non dovrebbe servire molto tempo per capire cosa sta succedendo nei palazzi di giustizia. Con una battuta lo sintetizza un'eletta di Articolo Centouno, Maria Angioni, giudice del lavoro a Sassari: "Stiamo ballando sull'orlo del baratro per via dei processi arretrati". Enrico Giacomo Infante, pm a Foggia, del Movimento per la Costituzione, che si è presentato con Magistratura indipendente, dice una cosa ovvia: "Bisogna far diminuire l'afflusso di persone dentro i palazzi di giustizia".
Sul tavolo ci sono già le richieste dei singoli gruppi, contenute in altrettanti documenti, ma servirà un'altra giornata, di sicuro l'intera domenica, per mettere insieme un testo unitario. Il Covid si diffonde con la velocità del fulmine, ma l'impressione - seguendo l'assemblea dell'Anm grazie a Radio radicale che garantisce la trasmissione di tutti gli incontri, peraltro tenuti via piattaforme web - è che all'opposto questa nuova Anm sia dilaniata inesorabilmente dallo scontro tra i gruppi.
Scontro che una settimana fa ha impedito l'elezione del presidente e della giunta, con un rinvio al 21 novembre. A parole, tutti vorrebbero una giunta unitaria. Area, divisa al suo interno, vuole il suo candidato più votato Luca Poniz, pm a Milano e presidente uscente. Ma Magistratura indipendente chiede "discontinuità" e rifiuta Poniz. Unicost, uscita fortemente ridimensionata dal voto per via del caso Palamara, sta con Area. A&I vorrebbe ugualmente la giunta unitaria. Articolo Centouno non vuole neppure che a trattare siano i segretari delle correnti e impone il suo programma, con sorteggio per il Csm, che gli altri respingono. Quindi tutto lascia presagire che resterà all'opposizione. Una vera spada di Damocle sulla futura Anm per l'aggressività verbale dei suoi esponenti.
Su questo dilaniato sfondo associativo s'affaccia prepotente il Covid e il disastro della giustizia. E pure la mossa di un ampio gruppo di procuratori - Roma, Milano, Torino, Palermo, Napoli, Firenze, Catanzaro, Perugia, Reggio Calabria, Salerno - che il 27 ottobre s'incontrano con l'Unione delle camere penali e, su una comune carta intestata - particolare contestatissimo - buttano giù le richieste che, a loro avviso, sono necessarie per far funzionare lo stesso la giustizia. In barba all'Anm tutta presa nel frattempo dal suo voto online. In particolare, nell'elenco delle misure, si legge che le restrizioni "non possono riguardare la disciplina dell'udienza dibattimentale e dello svolgimento del giudizio di merito, data l'intangibilità del principio dell'oralità, cardine della formazione in contraddittorio della prova nel processo penale". Significa, in poche parole, che i dibattimenti dovrebbero andare avanti lo stesso con le regole normali. Ma di fatto saltano. E questo fa dire alle toghe dell'Anm che "si sta ballando sull'onda del baratro" per via dell'accumulo di processi arretrati.
di Mauro Ravarino
Il Manifesto, 15 novembre 2020
"Con Dana, di cui chiedo la liberazione, ci scriviamo, come con le altre detenute con cui ho mantenuto un legame forte. È importante ricevere lettere dall'esterno, leggere i giornali, io richiedevo il manifesto; tutto quello che parla del mondo esterno è essenziale perché è una relazione con ciò che sta fuori. Ora, con la pandemia Covid-19 l'isolamento è maggiore, non ci sono più i colloqui, non arriva il pacco dei viveri e li devi comprare in carcere dove tutto ha prezzi maggiorati, mancano, poi, le mascherine e i disinfettanti".
"La mia paura era di non poter rivedere casa mia, le persone care, i miei animali. La libertà non è, però, neanche quella che avrò domani, se penso a Dana e ad altri compagni, perché la libertà è un bene collettivo. Solo quando non ci saranno più le carceri e ci saranno più umanità, solidarietà e uguaglianza saremmo veramente liberi, ma per questo dobbiamo lottare. E io lo farò fino in fondo". Così, Nicoletta Dosio, alla vigilia del ritorno in libertà - il giorno di "fine pena" è fissato per oggi - ricorda i giorni passati in carcere e immagina un futuro migliore, che non può essere costruito senza una mobilitazione collettiva. Come la sua nel movimento No Tav della Val di Susa, di cui fa parte fin dalle origini, quando ancora era insegnante di italiano e latino al liceo scientifico di Bussoleno, che aveva contribuito a fondare.
Condannata a un anno di reclusione per una protesta No Tav del marzo 2012 svoltasi al casello autostradale di Avigliana, Nicoletta rifiutò ogni misura alternativa. Tre mesi li ha passati in carcere alle Vallette di Torino, il resto ai domiciliari: "Ho toccato con mano ciò che già pensavo, ovvero che il carcere non migliora, ma è un luogo di pura repressione per chinarsi al senso di obbedienza cieca. Ho trovato sofferenza, povertà e solidarietà, che è l'unico aspetto positivo che ti permette di vivere lì dentro. Laddove si intrecciano le storie di donne di ogni parte del mondo, accomunante da senso di ingiustizia".
È stata nella stessa sezione, la terza, dove si trova ora Dana Lauriola, condannata per i fatti relativi alla medesima manifestazione, che aveva lo slogan "Oggi paga Monti": gli attivisti, dopo giorni di mobilitazione contro gli espropri e l'allargamento del cantiere Tav (c'era stata la caduta dal traliccio di Luca Abbà), occuparono l'area del casello facendo passare gli automobilisti senza pagare il pedaggio. Dana era al megafono, Nicoletta dietro lo striscione. "Con Dana, di cui chiedo la liberazione, ci scriviamo, come con le altre detenute con cui ho mantenuto un legame forte. È importante ricevere lettere dall'esterno, leggere i giornali, io richiedevo il manifesto; tutto quello che parla del mondo esterno è essenziale perché è una relazione con ciò che sta fuori. Ora, con la pandemia Covid-19 l'isolamento è maggiore, non ci sono più i colloqui, non arriva il pacco dei viveri e li devi comprare in carcere dove tutto ha prezzi maggiorati, mancano, poi, le mascherine e i disinfettanti".
Per Dosio, le questioni dell'indulto e dell'amnistia sono fondamentali: "Dobbiamo lottare per un'amnistia sociale che riguardi le lotte e i poveri e batterci per l'abolizione del carcere, come sono stati aboliti i manicomi, perché la prevenzione è la giustizia sociale. Mi spenderò per questo come nella lotta per il Tav". E proprio rispetto alla contestata linea ad alta velocità Torino-Lione dice: "Abbiamo assistito a ogni mancanza per ospedali, scuole e trasporti, ma i soldi pubblici per le grandi maleopere o per gli armamenti continuano a essere prioritari.
Nel cantiere in Clarea, per il maxi-sondaggio che si appresta a diventare galleria di servizio, lavorano persone respirando amianto e uranio. Il lockdown per i lavori pericolosi non esiste, perché purtroppo, come ha detto il leghista Borghi alla Camera, il lavoro viene prima della salute". Il movimento No Tav festeggia la libertà di Nicoletta e su notav.info scrive: "Una donna tenace, modello di resistenza e coraggio per tutte e tutti. Siamo felici di sapere che prestissimo potrà tornare sui sentieri della amata Val Clarea. Ora vogliamo anche Dana, Emilio, Stefano liberi".
Il Riformista, 15 novembre 2020
Preoccupa e allarma la situazione dell'emergenza coronavirus nelle carceri campane. Sono oltre 150 i contagiati negli istituti della Regione, sei ricoverati presso gli ospedali, 200 i positivi tra gli agenti di polizia penitenziaria, personale medico e amministrativo.
Il prefetto di Napoli Marco Valentini, accogliendo un invito del Garante campano dei detenuti Samuele Ciambriello, ha ricevuto nella mattinata di oggi, presso la Prefettura di Napoli, Don Franco Esposito, cappellano del carcere di Poggioreale, Don Giovanni Russo, cappellano del carcere di Secondigliano, Luigi Romano, presidente campano dell'Associazione "Antigone", Valentina Ilardi, presidente dell'associazione "Liberi di Volare" e Pietro Ioia, garante napoletano dei detenuti.
Un'occasione per sollecitare una serie di interventi migliorativi del decreto Ristori sulle carceri, le criticità sul piano sanitario e dei ritardi della magistratura di Sorveglianza. All'uscita dalla Prefettura a decine di familiari presenti, insieme a volontari e giornalisti, la delegazione ha riferito l'esito dell'Incontro. Per il Garante campano Ciambriello: "Abbiamo ringraziato il Prefetto per averci ascoltato e per il fatto che si è impegnato a scrivere al Governo, ai colleghi delle altre province a alla Regione per creare spazi adeguati al di fuori delle carceri per eventuali altri ricoveri di detenuti contagiati e in gravi condizioni. Siamo andati da lui con la consapevolezza che, di fronte alla tragedia del Covid nelle carceri, non si deve lasciare da solo nessuno e che il diritto alla salute va garantito anche nei luoghi di reclusione. Alla politica chiediamo atti di rottura e una svolta. Chiediamo risposte. Alla magistratura misure alternative e un cambio di mentalità".
Il cappellano di Poggioreale don Franco Esposito ha portato la sua testimonianza e ha tra l'altro dichiarato: "Abbiamo indicato inoltre alcune proposte, tra cui la possibilità di permettere ai detenuti che già vanno in permesso, a quelli che devono scontare gli ultimi anni, a coloro che sono in semi libertà, e a quelli che hanno vari tipi di patologie, di poter continuare a scontare la propria pena nelle loro famiglie attraverso gli arresti e la detenzione domiciliare. Abbiamo inoltre chiesto di farsi voce e di sostenere presso il governo la possibilità di un indulto almeno per i mesi in cui la pandemia sarà ancora così grave".
Lo stesso cappellano, con altri colleghi degli Istituti della Campania hanno lanciato un appello al ministro Alfonso Bonafede per sollecitare l'indulto o l'adozione di altre pene alternative allo scopo di alleggerire i penitenziari sovraffollati.
I numeri dei contagiati tra Poggioreale e Secondigliano tra detenuti (146) e personale penitenziario ed operatori socio sanitario (85), il blocco dei colloqui, delle attività e degli ingressi di volontari hanno fatto emergere preoccupazioni ed allarme. Per Pietro Ioia, garante napoletano dei detenuti: "La preoccupazione, le ansie dei detenuti sono elevate, così come per loro e i loro familiari la rabbia di non sentirsi ascoltati da nessuno. C'è un clima di tensione. Occorre fare presto". Secondo quanto denunciato in due settimane i contagiati nelle carceri sono aumentati di circa il 600%.
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