di Flavia Carlorecchio
La Repubblica, 17 novembre 2020
Lo studio dell'Università di Padova. I sussidi da soli non aiutano ad uscire dall'emarginazione. La ricerca sulle vittime di marginalizzazione sociale, economica, sanitaria. Il Reddito di cittadinanza dimostra di poter arrivare anche alle persone più marginali nella società, come i senza dimora, ma non è poi in grado di farle emergere dal loro stato di dipendenza.
È quanto emerge dal Rapporto "2020: Vivere senza dimora a Padova", realizzato in occasione di Padova Capitale Europea del Volontariato 2020 da un gruppo di ricercatori del Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e della Socializzazione dell'Università di Padova.
Un profilo dell'emarginazione. Il sondaggio è stato condotto a Padova su un campione di 156 persone senza fissa dimora. Si tratta in prevalenza uomini con un'età media di 50 anni e in uguale misura di persone italiane (45%) e provenienti da paesi extraeuropei (40%). Un dato, questo, che si discosta dall'ultima ricerca nazionale del 2015, dalla quale il profilo che emergeva era di un uomo non italiano di età media 45 anni. Al netto della recente emergenza sanitaria, questo può significare che i meccanismi di inclusione sociale non funzionano come dovrebbero. Sono molti gli studi e le ricerche che criticano un approccio emergenziale al problema della povertà e della nuova povertà. In realtà, si tratta di un fenomeno strutturale che andrebbe affrontato con politiche mirate.
La chimera dell'inclusione sociale. Il 34% del campione ha affermato di beneficiare del Reddito di Cittadinanza e in totale mentre 7 persone su 10 percepiscono una qualche forma di entrata economica, se si esclude l'elemosina. Tuttavia, ciò non è sufficiente per avere accesso a una sistemazione stabile, come una casa indipendente, a causa di pregiudizi e della mancanza di garanzie reali. E lo stesso vale per il lavoro remunerato: persone che da molto tempo non hanno un'occupazione incontrano forti diffidenze nel mercato lavorativo, anche quando hanno delle competenze. La quasi totalità degli intervistati ha avuto esperienze lavorative nell'industria, nell'agricoltura, nel commercio, nell'insegnamento, nell'artigianato, nell'attività artistica.
Peggioramenti della salute. La vulnerabilità riguarda anche la salute. Circa la metà degli intervistati lamenta disabilità o disturbi fisici e afferma di prendere farmaci ogni giorno. Diffusi i problemi legati alla salute mentale e l'abuso di sostanze stupefacenti e alcolici. Una persona su cinque è stata ospedalizzata nel mese precedente al sondaggio.
Le proposte per migliorare l'accoglienza e l'inclusione sociale. Il gruppo di lavoro ha individuato un limite nell'approccio emergenziale ad una situazione che necessita di soluzioni strutturali. Le proposte formulate invitano a migliorare i servizi di accoglienza stringendo legami con i servizi territoriali. In tal senso, si chiede un maggiore coordinamento con i servizi sanitari per superare l'emergenza sanitaria da Covid-19, che rende molto vulnerabile chi vive in strada. A livello di accessibilità ai servizi, si ipotizza di rimuovere l'ostacolo della residenza anagrafica e di separare uomini e donne, per garantire la sicurezza di tutte.
Inclusione nel mondo del lavoro. Per quanto riguarda l'inclusione nel mondo del lavoro, il gruppo propone di formare operatori e volontari sugli obiettivi specifici di inclusione lavorativa. Si propone di predisporre colloqui motivazionali, capaci di valorizzare le risorse personali esistenti e di attribuire ruoli e responsabilità alle persone senza dimora. Infine, la cittadinanza va coinvolta e non allontanata. Una corretta informazione, anche istituzionale, sulla condizione delle persone senza dimora e sul sistema di servizi può far avvicinare molte e molti al mondo del volontariato.
Un quadro nazionale. La rilevazione dei dati riguarda una città di medie dimensioni (250 mila abitanti). Tuttavia, la situazione è anche peggiore nelle grandi città dove il fenomeno delle persone senza fissa dimora è più rilevante e difficile da gestire. Le indicazioni emerse sono spunti per una nuova politica sociale applicabile da qualsiasi amministrazione locale o regionale.
di Vittorio Sabadin
La Stampa, 17 novembre 2020
I Paesi procedono in ordine sparso. Il Canada avrà 9,5 dosi per abitante, il Bangladesh una dose ogni nove. Il vaccino di Pfizer-BioNTech è quasi pronto, altri ne arriveranno presto e ci sentiamo tutti più sicuri. Ma pensare che fra qualche mese il Covid-19 sarà solo un brutto ricordo è un grave errore. Più si esaminano i problemi legati all'acquisto, alla distribuzione, alla conservazione e alla somministrazione dei vaccini, e più ci si rende conto che saranno un nodo difficilissimo da sciogliere. E i Paesi ricchi stanno acquistando miliardi di dosi a scapito di quelli poveri, che li riceveranno, se andrà bene, solo fra qualche anno.
Già nel settembre scorso Oxfam, la confederazione globale di organismi impegnati contro la povertà, aveva denunciato che le nazioni più ricche del mondo, che insieme rappresentano solo il 13% della popolazione, avevano prenotato il 51% dei vaccini arrivati alla fase 3 di sperimentazione. Quel primo accaparramento avrebbe privato due terzi della popolazione globale di un vaccino almeno fino al 2022, ma negli ultimi due mesi le cose, per il Terzo mondo, sono ulteriormente peggiorate. La colpa, secondo Oxfam, è di un sistema "che protegge i monopoli e i profitti delle case farmaceutiche, favorendo le nazioni ricche e dimenticando ancora una volta quelle povere".
Secondo una tabella pubblicata qualche giorno fa dall'Economist, il Canada si è già assicurato 9,5 dosi di vaccino per ogni abitante del Paese, l'Australia e la Gran Bretagna 5,2, e gli Stati Uniti 3,1, come l'Unione Europea. Il Messico ha avuto accesso invece solo a 0,6 dosi per abitante e il Bangladesh ne avrà una ogni 9 persone. Persino Covax, l'associazione di 184 Paesi nata in settembre con il sogno di dare a tutti il vaccino indipendentemente dai livelli di reddito, è molto indietro nella raccolta, anche se spera ancora di aggiudicarsi due miliardi di dosi entro il 2020.
A Covax non hanno aderito Stati Uniti e Russia, che faranno da soli. Gli Usa hanno già acquistato un miliardo di dosi da sei diverse case farmaceutiche con lo strumento degli AMC, gli Advance Market Commitments con i quali un governo garantisce in anticipo acquisti a privati che non hanno abbastanza risorse per sviluppare un nuovo prodotto. Metà degli accordi di questo tipo con chi sperimenta il vaccino sono stati siglati dagli americani.
Secondo Oxfam, la prepotenza dei Paesi ricchi priverà nel medio periodo almeno tre miliardi di persone che vivono in Africa, Asia e America Latina della possibilità di ricevere un antidoto al Covid, anche a causa degli alti costi. L'azienda di biotecnologia americana Moderna, che ha ricevuto dal governo finanziamenti per 2,3 miliardi di dollari, conta di vendere il suo prodotto negli Usa a meno di 10 dollari, ma di distribuirlo all'estero a più di 35, un prezzo inaccessibile a molti Paesi in via di sviluppo. Oxfam pensa che occorrerebbe ragionare in un modo diverso, mettere gli interessi della gente al primo posto, condividere globalmente i risultati delle ricerche e massimizzare la produzione in uno sforzo coordinato e collettivo. Assicurare un vaccino a ogni abitante della Terra costerebbe l'equivalente dell'1% dei danni inflitti dal Covid all'economia, una spesa grande, ma comunque irrisoria nel quadro generale.
Il panico dei governanti e il timore di possibili reazioni violente da parte della popolazione stanno invece spingendo gli stati ad agire sulla base di un nuovo "nazionalismo da vaccino", che porta tutti a pensare per sé. Non appena Pfizer ha annunciato di essere vicina al traguardo, l'Unione Europea, che agisce per conto degli Stati che la compongono, ha acquistato 200 milioni di dosi del suo vaccino, e ne ha prenotati altri 100 milioni. Gli Usa ne hanno chiesti 100 milioni e prenotati 500, la Gran Bretagna se ne è assicurata 40 milioni. Si tratta di quasi l'intera disponibilità della casa farmaceutica, che prevede di produrre 1,3 miliardi di dosi entro la fine del 2021. Gli accordi sono stati sottoscritti nel timore di restare senza vaccino, anche se sarebbe stato più logico aspettare: quello di Oxford-AstraZeneca costerà molto meno, sarà somministrato in una dose invece di due, e potrà essere conservato a 8 gradi in qualunque frigorifero.
Ma avere acquistato il vaccino sarà solo il primo passo di una lunga catena di eventi, che richiede attenta programmazione. Negli Stati Uniti è già scattata da parte degli ospedali la corsa all'acquisto di frigoriferi in grado di conservare il Pfizer ai -70 gradi richiesti, e le aziende produttrici fanno fatica a soddisfare gli ordini per apparecchi che costano tra i 5.000 e i 15.000 dollari e il cui prezzo è destinato a salire. Il vaccino Pfizer, che prevede un richiamo dopo 3-4 settimane, andrà somministrato nell'arco di pochi giorni dal suo ricevimento e probabilmente non ci saranno abbastanza medici o infermieri per agire con la velocità richiesta. Sicuramente non ci saranno nei Paesi africani, che già soffrono di carenza di personale sanitario in tempi normali.
Cina e Russia, che hanno sviluppato loro vaccini autarchici, si stanno accordando con molti Paesi del Terzo Mondo per garantire le forniture necessarie in cambio di accordi commerciali o di perdita di sovranità. Persino l'Ungheria ha preferito rivolgersi a Mosca e a Pechino che sperare in un aiuto dall'Europa. Ogni Paese sta elaborando i piani per la distribuzione scaglionata del vaccino alla popolazione, cosa che causerà le inevitabili proteste di chi lo riceverà per ultimo. Ci saranno anche problemi di sicurezza legati alla custodia nei magazzini di stoccaggio, circoleranno falsi vaccini, forse si attiverà un mercato nero e i super-ricchi di tutto il mondo, sempre poco propensi a essere trattati come tutti gli altri, cercheranno di averne subito uno per sé e per i propri familiari e amici in cambio di molto denaro.
Sono problemi ai quali bisogna pensare adesso, per evitare che il vaccino crei più guai di quelli che vuole risolvere. Il governo italiano ci assicura che ci sta pensando, ma non ci dice altro. Speriamo che sia vero e che persone responsabili siano consapevoli di quello che ci aspetta. Puntare tutto sul vaccino sarebbe comunque un grave errore, perché i suoi benefici non saranno immediati. Occorre anche che le case farmaceutiche continuino a lavorare sui medicinali che combattono il Covid e sulla prevenzione basata sul rafforzamento delle difese immunitarie: con questo virus dovremmo convivere ancora a lungo, come già facciamo con quello dell'Aids, e bisogna prenderne atto senza farsi troppe facili illusioni.
di Carlo Rovelli
Corriere della Sera, 17 novembre 2020
La dura sfida del Covid-19 andrebbe affrontata insieme. E lo Stato dovrebbe pensare in termini di interesse collettivo e puntare a riequilibrare i disequilibri. È un impoverimento comune l'effetto principale di un periodo di tempo in cui alcuni consumi sono ridotti? Se produciamo meno abbiamo ovviamente meno ricchezza disponibile; ma che accade se alcuni consumi sono frenati? Le misure per rallentare la diffusione dell'epidemia in corso stanno causando problemi economici gravi a vaste fasce della popolazione.
Chi vive grazie a un bar è in difficoltà se nessuno va al bar. Ma non dimentichiamo il fatto che i soldi risparmiati al bar non sono bruciati: sono nelle tasche di chi non li non ha spesi. Se la gente non va in vacanza, tutto il settore che dipende dal turismo soffre, ma non perché la massa di denaro che arriva di solito a questo settore sia andata distrutta; quella massa di denaro è restata nelle tasche di chi non è andato in vacanza, che quindi ha più soldi in tasca oppure la spende in altro modo, contribuendo all'arricchimento di qualcun altro. Ovviamente c'è impoverimento, fotografato dal calo del Pil, meno consumi fanno diminuire la produzione, il capitalismo vive di crescita, e la crescita rallenta quando i consumi scendono. Ma rimane un punto importante: un effetto maggiore della frenata di alcuni consumi è un riorientamento dei profitti e uno spostamento di ricchezza da una parte all'altra della società.
Molti dati confermano questa semplice osservazione. Ci sono settori che in questo periodo si sono molto arricchiti. Nel mondo, le borse si sono mantenute su livelli elevati. I profitti di molte aziende sono in crescita splendida. Il valore delle azioni Amazon, per fare un esempio, è praticamente raddoppiato quest'anno. In un solo giorno di quest'estate ha fatto un balzo del 7.9% che ha comportato un aumento di 13 miliardi di dollari nel patrimonio netto di Jeff Bezos.
Non è difficile vedere chi in generale si è impoverito e chi si è arricchito. I dati a livello mondiale sono trasparenti: fasce povere e medie della popolazione si stanno ulteriormente impoverendo, mentre la ricchezza delle fasce più ricche cresce. Si accentua il trend di concentrazione della ricchezza in atto da qualche decennio. Anche con tutti i se e i ma del caso, un fatto mi sembra difficile da discutere: il peso economico per salvare la vita dei nostri concittadini lo stanno pagando in molti, mentre una fascia ricca si sta arricchendo ancora di più.
Molto sommessamente provo a suggerire: vi sembra giusto? A me sembra che la dura sfida della pandemia vada affrontata insieme. Mi sembra che ciascuno debba fare la sua parte. Non portiamo la mascherina per difendere noi stessi: la portiamo perché se lo facciamo tutti, i contagi scendono e siamo tutti più sicuri. La portiamo per gli altri, e il fatto che gli altri la portano salvaguarda noi. Prendiamo decisioni difficilissime, che rallentano attività economiche, per salvare vite umane, in un periodo in cui ci sono centinaia di morti al giorno. A me non sembra giusto che il costo lo paghi qualcuno mentre fasce privilegiate ne traggono vantaggi.
Mi sembra che questo sia il momento per la cosa pubblica, cioè lo Stato, di pensare in termini di interesse collettivo e pensare ad equilibrare i disequilibri. Mi sembra sia il momento, cioè, di riparlare di ridistribuzione. Ridistribuzione è sempre stata funzione principale dello Stato. Negli ultimi decenni molti Stati vi hanno in parte abdicato, il nostro particolarmente, dando origine alla recente crescita di disparità sociale.
Nel decennio 2007-2018 la ricchezza media degli italiani è diminuita mentre la ricchezza media dei 10 italiani più ricchi è quasi raddoppiata (dati Forbes). Nel 2018 il patrimonio dei 21 italiani più ricchi era eguale al patrimonio totale del 20% meno fortunato della popolazione. L'emergenza attuale accentua questa involuzione. Sono frammenti di dati, ma vanno tutti nella stessa direzione.
L'argomento tradizionale delle destre è sempre stato che arricchire i ricchi arricchisce tutti. Non so se fosse corretto in passato. Ma quando i ricchi si arricchiscono mentre altri si impoveriscono, perché si concentra su questi ultimi il costo da pagare per salvare vite umane, mi sembra che il cuore del patto sociale sia messo in discussione, e lo sia proprio nel momento in cui serve massima solidarietà. Con la pandemia in corso, il continuo aumento della diseguaglianza non mi sembra più difendibile. Le misure di sostegno all'economia per ora le paga il debito pubblico, cioè noi in futuro. Prima o poi dovremmo decidere chi pagherà il conto.
Non sto parlando di rivoluzioni bolsceviche: sto parlando sommessamente di ricominciare a portare le imposte nella direzione di quelle che erano solo pochi decenni fa. In Italia esistevano imposte sulle successioni con aliquote alte e progressive (in Francia ci sono ancora) e non irrisorie come quelle attuali, imposte sui patrimoni (in Francia ci sono ancora), imposte sugli utili con aliquote del 40-50%. Fino al 1983 l'Irpef aveva 22 scaglioni e aliquote tra il 10 e il 72%. Il sistema aveva effetti ridistributivi, era serenamente accettato socialmente, era condiviso a livello politico e tecnico, e ha permesso alti tassi di crescita e di occupazione e una crescita economica notevole e relativamente equilibrata di tutte le fasce sociali.
So che non è facile. La grande ricchezza non ama condividere, ha influenza diretta sul potere e ha strumenti per orientare l'opinione pubblica. Ma la maggioranza dei cittadini non fa parte della grande ricchezza, non è scema, e vota. Se la sinistra non riassume il suo ruolo tradizionale di garante del riequilibro, non restano che le sirene della destra a catturare il discontento, saldando la truffaldina alleanza politica fra questo e la grande ricchezza, la stessa alleanza che ha portato al potere Trump e Mussolini.
Ci sono centinaia di morti ogni giorno. La gente ha problemi economici seri. E intanto la borsa cresce e miliardari brindano. A me non piace, e forse non sono il solo. Che ciascuno faccia la sua parte, contribuendo come può. Chi più può, secondo me deve contribuire di più. Mettiamoci la mascherina, restiamo a casa se possiamo, anche quando uscire non è vietato. Questo, mi sembra, è il momento della difficoltà, e quindi della solidarietà. La politica ritrovi il coraggio di riequilibrare la ricchezza, perché questo è il patto sociale.
di Mimmo Mongelli
Gazzetta del Mezzogiorno, 17 novembre 2020
I parenti che arrivano da fuori violano il Dpcm. I parenti dei detenuti ristretti nel carcere di Brindisi costretti ad affrontare un dilemma shakespeariano: rinunciare ai colloqui con i propri congiunti o andare incontro ad una sanzione per violazione del Dpcm?
La maggior parte delle mogli, delle conviventi, dei genitori, dei fratelli e delle sorelle di chi è detenuto nella casa circondariale di via Appia il dilemma lo ha già risolto in favore dell'affetto per i propri cari: si recheranno ai colloqui pur sapendo che questo comporterà una sanzione.
Chi, ieri, ha telefonato in carcere per prenotare, come da consuetudine, il colloquio con il proprio caro che è detenuto, si è sentito rispondere che la prenotazione veniva registrata ma, contestualmente, è stato informato che dalla casa circondariale sarebbe partita la segnalazione alla Prefettura per chi raggiungeva Brindisi muovendosi da un altro comune.
I colloqui in carcere, dunque, proseguono, ma solo chi è residente a Brindisi può fruirne senza violare il Dpcm. Il problema di un'evidente disparità giuridica tra persone residenti in luoghi diversi è lapalissiano. Se durante il lockdown della scorsa primavera i colloqui erano stati cancellati, adesso è stata fatta una scelta diversa: i colloqui restano, ma sono solo per pochi intimi.
I parenti di chi è rinchiuso nel carcere di via Appia non ci stanno e preannunciano iniziative di protesta e sensibilizzazione su una situazione che è a dir poco kafkiana, anche perché - a sentire loro - i colloqui in carcere avvengono in una cornice di massima sicurezza (sanitaria).
Tant'è - sottolineano - gli incontri settimanali tra i detenuti e i loro congiunti non sono stati cancellati, solo che d'ora in avanti avranno un "costo" esorbitante per la maggior parte dei congiunti dei detenuti, che si vedranno recapitare a casa la sanzione per aver violato le norme dell'ultimo Dpcm.
di Paolo Di Stefano
Corriere della Sera, 17 novembre 2020
Nella tragedia del Bataclan di Parigi, in cui cinque anni fa perse la vita Valeria Solesin. Ogni volta che suo fratello Dario ne parla si rimane ammirati e senza parole.
Ogni volta che Dario Solesin parla per ricordare la tragedia del Bataclan di Parigi, in cui cinque anni fa perse la vita sua sorella Valeria, si rimane ammirati e senza parole. Ogni volta, intervistato, Dario dice parole rare e controtempo, parole esatte e chiare, come quelle che il poeta Giorgio Caproni si ripropose di scrivere per sua madre Anna in una raccolta che, non a caso, si intitolava Il seme del piangere. Il fratello di Valeria parla come avesse una lunga consuetudine con la vita, eppure deve essere non più che trentenne. Qualche anno fa aveva detto: "Desideriamo restare soli nel silenzio e nel dolore", richiamando tutti a un esercizio desueto, nel fracasso generale. Venerdì, rispondendo a Laura Berlinghieri ("La Stampa"), Dario Solesin ha precisato che c'è un prima e c'è un dopo: "È come se il 13 novembre 2015 fossi rinato in una realtà crudele, dura, ingiusta, molto dolorosa".
Non dice "morto anch'io con Valeria", ma "rinato", che comunque è un modo di guardare avanti con una nuova, atroce, coscienza del mondo. Aggiunge che non vuole perdonare e che però non vuole neanche che la sua vita sia posseduta dall'odio: "Non sento rabbia, sento che Valeria non c'è". Spiega che il suo dolore non può trovare risposta nella religione, nell'odio o nel razzismo. Dunque, nel pieno dello strazio impensabile, Dario usa le parole esatte, chiare, prive di retorica e però anche di quel veleno a cui ci ha abituati tanta parte della politica, pronta all'invettiva che alimenta ostilità e paura pur senza aver mai sofferto personalmente il dolore sofferto da Dario.
Nell'ultimo numero della rivista l'Ombra (Moretti & Vitali) su "Psicoanalisi e diritti umani", un saggio di Roberto Cazzola affronta "Possibilità e limiti del perdono". La possibilità di perdonare si colloca tra due poli. Evocando Nelson Mandela, Cazzola avverte che "spetta ai colpevoli farsi carico delle loro colpe".
Ma d'altra parte considera che "il perdono scioglie i lacci che ci legano al passato: guarda in avanti e non indietro, verso l'offesa". Solo Valeria, se fosse viva, potrebbe concedere o non concedere il perdono ai suoi assassini. Ma anche Dario può farlo per la sua parte, che si avverte enorme, di dolore. "Dico ai giovani di andare avanti, senza paura, perché nulla deve bloccare i nostri sogni", ha concluso. Dunque, senza perdonare e senza odiare, si può pensare al futuro.
di Armando Spataro
Il Riformista, 17 novembre 2020
Il Riformista ha pubblicato giorni fa il "manifesto" del Comitato per il diritto al soccorso, la cui costituzione è stata promossa da otto O.N.G. protagoniste di innumerevoli salvataggi nel Mediterraneo (e non solo) e testimoni di migliaia di morti.
Lo scopo del Comitato è quello di battersi per la tutela giuridica e morale di tale attività di salvataggio, contribuendo a sollecitare tale impegno anche nella pubblica opinione, spesso sviata negli anni da interventi strumentali e vergognosi. Sia ben chiaro che non è in discussione la libertà di pensiero e di valutazione di simili fenomeni di dimensione mondiale, ma la necessità di una preliminare informazione, completa e veritiera. Sono ormai molti i giuristi che, ovunque sia possibile, spiegano efficacemente la complessa normativa internazionale e nazionale che disciplina la materia dell'immigrazione e del diritto all'accoglienza. Purtroppo, però, basta un tweet ad effetto o un titolone abbagliante per penalizzare riflessioni serene.
Qui si vuol tentare, con parole spero comprensibili, di ragionare non solo in termini giuridici ma anche usando logica, cuore e anima per ribadire che gli Stati democratici non solo non possono mai limitare il soccorso in mare ma neppure chiudere i porti o respingere i migranti richiedenti asilo o protezione internazionale, se non in presenza delle stringenti condizioni previste da leggi che devono essere conformi alla Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo e alla nostra Costituzione.
Nella prima, approvata il 10 dicembre 1948, dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite, si prevede tra l'altro che ogni individuo ha diritto "alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato... di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese" (art.13); ha diritto "di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni", salvo il caso in cui "sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite" (art.14); ha infine diritto "ad una cittadinanza" e a "mutare cittadinanza" (art.15). Dunque si afferma il generale diritto alla solidarietà e all'asilo e si disegnano i confini di ogni corretta logica di sicurezza, in base alla quale tali diritti non possono essere riconosciuti a chi sia ricercato per reati commessi e a chi sia animato da fini e principi non democratici.
La nostra Costituzione che tali principi formalmente recepisce, aggiunge che "Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge" (art.10) e che, essendo la libertà personale inviolabile, "Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell'Autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge" (art.13).
Tanto premesso, e nonostante le nostre leggi nazionali non possano discostarsi da tali principi, l'abuso del termine e del concetto di "sicurezza", diventato un brand pubblicitario, ha giustificato in Italia norme e prassi spesso inaccettabili. Come dimenticare i "pacchetti sicurezza" degli anni 2008/2009 che favorirono l'estendersi di una xenofobia incontrollata? Tacendo d'altro, basti ricordare che il 23 maggio 2008, il governo aveva varato un decreto legge intitolato "Misure urgenti in materia di sicurezza pubblica", poi convertito in legge, la cui filosofia appariva evidente sin dalla nuova denominazione dei Centri di permanenza temporanea per gli immigrati irregolari, che da allora e fino al 2017 si chiamarono "Centri di identificazione ed espulsione".
Luoghi di una lunga detenzione amministrativa, senza colpa e reati, come se lo scopo dell'identificazione fosse solo quella della successiva espulsione, comunque tali da portare - come ha scritto un ex giudice portoghese della Cedu - a "una prassi di mercificazione e disumanizzazione dei migranti e dei richiedenti asilo..." causando loro "un perdurante danno psicologico, specialmente nel caso di minori". Con quel decreto, veniva anche introdotta nel codice penale la nuova aggravante, dichiarata incostituzionale due anni dopo, per i reati commessi da un soggetto che si trovi illegalmente nel territorio nazionale, pur in assenza di qualsiasi nesso tra questa condizione e il reato commesso.
Veniva così trasformato "in aggravante quel che nel Diritto è sempre stato attenuante del delinquere, la povertà per esempio, ma anche la paura, il naufragio e persino la rabbia etnica quando c'è" (F. Merlo, La Repubblica). Dai "pacchetti-sicurezza" si è passati più recentemente ai "decreti sicurezza" del 2018 (con cui, tra l'altro, vennero ampliati i criteri di diniego e revoca della protezione internazionale e abrogata quella "umanitaria") e del 2019 (con cui fu rafforzata la "politica dei porti chiusi" e prevista l'irrogazione di una pesantissima sanzione amministrativa, fino a un milione di euro, e la confisca obbligatoria del natante a carico del comandante della nave - e dell'armatore responsabile in solido - che non osservi le limitazioni e i divieti eventualmente disposti dal Ministro dell'Interno in base a nuovi poteri attribuitigli). Il 21 ottobre di quest'anno, infine, con il dichiarato intento di cancellare molte inaccettabili precedenti previsioni, è stato varato l'ultimo decreto sicurezza in tema di immigrazione: alcune regole sono cambiate, ma molti nodi sono rimasti irrisolti e sono ormai numerose, troppe, le navi delle ONG sottoposte a fermi amministrativi in porti italiani.
Ovviamente non vi è spazio in questa sede per un esame analitico dell'attuale disciplina della condizione e del trattamento degli immigrati, ma è certo che in Italia - ed anche in Europa - sono ormai evidenti anche le ricadute della globale tendenza, spesso di matrice xenofoba, a farli passare per persone che rubano lavoro agli italiani e il cui sostegno recherebbe danni al nostro sistema economico (ipotesi smentita dal X Rapporto annuale sull'economia dell'Immigrazione, diffuso il 14 ottobre scorso). O, peggio, a farli passare per criminali, enfatizzando la necessità di repressione penale fino a inventare per loro nuove condotte punibili e ragioni per non farli entrare nei nostri Stati (o per cacciarli fuori al più presto), pur se chiedono asilo o protezione da persecuzioni, in quanto sarebbero fonte di rischi per la nostra sicurezza.
Ma il dovere del soccorso in mare non può neppure lontanamente essere sfiorato da tali vergognose pulsioni e va anzi rafforzata la sequenza procedurale prevista, oltre che dalla normativa nazionale e dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare del 1982, da varie altre convenzioni internazionali (tra cui quelle di Ginevra sui rifugiati del 1951 e di Amburgo del 1979), sottoscritte anche dall'Italia, in tema di soccorso e salvataggio. In base a tale normativa i Paesi devono innanzitutto dichiarare l'area marittima di competenza denominata Sar (più ampia delle acque territoriali), e dotarsi di un Centro nazionale di coordinamento e di appositi piani operativi. Gli Stati costieri devono anche costituire un servizio permanente di ricerca e soccorso per tutelare la sicurezza marittima e aerea.
Il primo centro che riceve la segnalazione di un pericolo per la vita umana (per esempio un natante in fase di naufragio o in difficoltà) coordina con urgenza le necessarie operazioni di salvataggio finché quello della SAR più vicina non ne assume la direzione. Il Centro di Coordinamento competente deve allora segnalare ai soccorritori o a chi si trova in pericolo il porto sicuro verso il quale dirigere la nave che ha effettuato il soccorso. Qui sarà quindi organizzato lo sbarco che deve avvenire quanto prima e in tempi ragionevoli.
Dopo l'attracco, come da normativa nazionale, è prevista la fase di controllo medico per verificare la presenza a bordo di persone malate o portatrici di patologie infettive (cui devono essere assicurate le necessarie cure), seguita da quella dello sbarco vero e proprio che segna la conclusione del soccorso e, a partire dalle identificazioni, l'inizio della fase in cui devono essere vagliate le richieste di asilo-protezione, fino all'esaurimento delle relative procedure.
Durante tali fasi, può essere limitata la libertà di circolazione e spostamento dei migranti per motivi di sicurezza e ordine pubblico da individuare specificatamente, il che significa che è inammissibile il respingimento fondato sulla mera ipotesi di rischi indimostrati, come, ad esempio, quello della presenza di terroristi tra gli immigrati o di altri pericoli e timori non seriamente configurabili. Tutti i passaggi sin qui descritti integrano gli obblighi di soccorso in nome dei diritti umani e di accoglienza, obblighi che non sono condizionati dalla reciprocità, sicché, in assenza di ragioni di ordine pubblico, non si può né "chiudere porti", né indirizzare le navi giunte nelle nostre acque territoriali verso porti di altri Stati, al di fuori di accordi internazionali che solo da poco si sta tentando di formalizzare e diffondere. Va ricordato, inoltre, che un decreto interministeriale del 7 aprile 2020 ha dichiarato i porti italiani "non sicuri" per le navi battenti bandiera estera e per tutta la durata dello stato di emergenza sanitaria da Covid-19. Ma autorevoli giuristi hanno rilevato che, in tal modo, con un atto amministrativo si finisce con l'incidere su norme di carattere costituzionale, con connessi dubbi circa la sua necessità e proporzionalità.
Merita particolare attenzione, peraltro, anche la tendenza alla criminalizzazione delle navi e imbarcazioni delle ONG che, quando operano senza ostacoli e limitazioni, salvano vite umane in numero elevatissimo. Ma gli ostacoli ci sono e purtroppo crescono. Non meritano in alcun modo risposte affermazioni come quelle secondo cui quelle navi sarebbero "taxi del mare": vanno ignorate e basta.
È del tutto illogico, invece, che a fronte delle frequenti stragi in mare a tutti note, si possano accusare le ONG di creare uno stato di pericolo diffuso, così come appare debole e criticabile - in assenza di specifici e documentati elementi di prova - l'accusa rivolta agli equipaggi di navi che operano per le ONG di essere responsabili di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina o di associazione per delinquere finalizzata al traffico di essere umani. Queste ultime accuse presupporrebbero che i responsabili delle ONG stabiliscano accordi con i trafficanti in base ai quali questi ultimi, prelevati i migranti/paganti dalle coste libiche o di altri Paesi, li condurrebbero in aree concordate del Mediterraneo per trasferirli sulle navi delle ONG.
Se tali accordi fossero provati (il che non è sin qui avvenuto) non vi potrebbe essere dubbio sulla configurabilità di reati a carico dei responsabili delle ONG o dei Comandanti e membri consapevoli degli equipaggi delle navi soccorritrici. La tesi prevalente è però un'altra: non vi sarebbero accordi di questo tipo tra soccorritori e trafficanti di essere umani, ma la sola presenza in Mediterraneo delle navi delle ONG spingerebbe i secondi a imbarcare i migranti in Africa e poi a lasciarli in mare, magari simulando naufragi di imbarcazioni insicure, dove potrebbero essere salvati.
In tal caso, però, non pare in alcun modo possibile pretendere che le navi delle ONG si astengano dal soccorrere i naufraghi o che sia loro vietato navigare nel Mediterraneo o, ancora, che ne sia ridotto drasticamente il numero. Tutto ciò equivarrebbe a teorizzare crudeltà e insensibilità rispetto al dovere di soccorso.
Del resto, l'ipotesi di concorso in immigrazione clandestina nei casi di soccorso in mare dei migranti naufraghi e del loro trasferimento nel nostro Paese, si schianta inevitabilmente contro le cause di non punibilità di cui all'art. 51 codice penale (adempimento di un dovere) o - con maggiore certezza di applicazione - con quella dello stato di necessità, prevista dall'art. 54 dello stesso codice, secondo cui non è punibile chi ha commesso il fatto per esservi stato costretto dalla necessità di salvare sé o altri dal pericolo attuale di un danno grave alle persone non altrimenti evitabile.
Dunque, fermo restando che chiunque risulti responsabile di reati deve essere perseguito con la massima determinazione, senza distinzione di etnia e specie se si tratta di crimini collegati a lesioni dei diritti fondamentali delle persone e allo sfruttamento del loro stato di bisogno, l'attività di soccorso in mare delle ONG merita gratitudine da parte di ogni cittadino perché - e ancora una volta cito Stefano Rodotà - la solidarietà non è un sentimento, ma un diritto. E anche un dovere, aggiunge chi scrive.
L'Europa si impegni nel coinvolgere tutti gli Stati che la compongono nelle attività di accoglimento e in quelle conseguenti, senza scaricare ogni onere su quelli costieri, ma siano puniti gli Stati che violano i principi affermati nella Convenzione Europea dei Diritti dell'Uomo. E soprattutto basta con la demonizzazione dei migranti irregolari: le navi delle Ong e quelle militari ripopolino il Mediterraneo! È così che si moltiplicheranno i ponti di cui vi è bisogno e che il Papa ha auspicato. È così che ci ritroveremo dalla parte dei "sommersi" in mare e sulla terra, uniti a chi - non per sua scelta - è diverso da noi, a chi lascia la propria patria solo per la speranza di una vita dignitosa. È per questo che dedico queste parole a Joseph, ai tanti bambini tragicamente deceduti, ai loro genitori e alle migliaia di persone scomparse in mare.
di Daniele Mastrogiacomo
La Repubblica, 17 novembre 2020
L'ultimo leader, Manuel Merino, si è dimesso ieri dopo soli 5 giorni al potere: è l'ultima tappa di una vicenda che va avanti più di un anno e che ha portato quello che era il Paese più virtuoso della regione in piena crisi costituzionale. La soluzione sarebbe un paradosso. Fa sorridere, perché grottesca. La più improponibile. Ma, come dicono molti osservatori, in Perú può accadere di tutto. Si torna indietro, si cancella tutto: Martín Vizcarra torna al suo posto di presidente e si prosegue la legislatura fino al prossimo aprile quando si tengono le previste elezioni generali. Nelle convulse e caotiche ore che vive il Paese andino, il Congresso cerca di salvare sé stesso. Perché è questo emiciclo composto da 130 eletti, di cui 68 sono imputati a vario titolo in decine di inchieste per corruzione, ad aver fatto e disfatto in pochi giorni una trama politica che ha trascinato il Paese nel baratro costituzionale.
Richiamato in fretta e furia dal Canada - dove era stato spedito come ambasciatore in una forma di esilio - per sostituire il presidente Pedro Pablo Kuczynski costretto alle dimissioni, questo ingegnere di 57 anni, un passato di governatore della provincia di Moquegua, ha osato fare quello che altri si erano ben guardati dal fare. Ha messo il dito nella piaga della corruzione che lo scandalo Odebrecht, la multinazionale brasiliana, aveva scoperchiato anche in Perú e ha promosso un referendum su una riforma che avrebbe contrastato il sistema ormai dilagante delle tangenti in tutti i gangli privati e pubblici del Paese.
I quesiti prevedevano una riforma della Corte Costituzionale, la cui nomina era prerogativa solo del Congresso, una regolamentazione del finanziamento pubblico dei partiti, il divieto di rielezione immediata dei parlamentari. Il referendum fu approvato a larghissima maggioranza dai peruviani ma il Congresso, controllato dall'opposizione, si guardò bene dall'applicarlo. Metterlo in pratica significava perdere il controllo sulla Corte Suprema, sui soldi ai partiti, il rischio di finire dentro per tutti quei deputati e senatori indagati dalla magistratura senza più immunità parlamentare.
Avevano i voti e si misero a fare ostruzionismo. Per un anno si opposero a qualsiasi riforma e lo scontro si allargò al potere giudiziario, all'esecutivo, alla classe imprenditoriale. Ognuno a difendere i propri interessi che, nel frattempo, erano diventati rilevanti. Dieci anni di crescita a due cifre avevano trasformato il Perú nel Paese virtuoso dell'America Latina. Aveva accumulato una ricchezza che lo portava a snobbare alcune importanti dismissioni di investitori stranieri, soprattutto europei, travolti dalla crisi del 2008: c'erano sufficienti riserve da colmare qualsiasi buco.
Il Paese era cambiato e in meglio, la classe media continuava ad essere il motore dell'economia, si costruiva e si rendeva tutto più moderno. Giravano molti soldi. Miliardi di dollari. In questa euforia che contagiava tutti e accontentava molti, si assiste a una guerra senza esclusione di colpi: a suon di video, documenti, audio che il Congresso usava per scuotere la gente, ricattare i nemici, lanciare messaggi trasversali.
Vizcarra perse la pazienza e sciolse l'emiciclo. Ma anche qui trovò un muro. I parlamentari si opposero appellandosi alla Costituzione. Per un anno il presidente ha governato in piena solitudine, avvolto da un limbo politico surreale, e gli altri ne hanno approfittato per mettere a punto la trappola. Con lo stesso sistema hanno tirato fuori la presunta tangente percepita da Vizcarra quando era governatore e gli hanno fatto capire che poteva essere fatto fuori. Lui ha resistito, si è proclamato innocente e loro hanno presentato una mozione di impeachment. Alla seconda votazione sono riusciti a raccogliere i voti sufficienti. Nelle cronache dettagliate dei quotidiani si riportano le fasi di questa trama diretta in prima persona dallo speaker della Camera Manuel Merino, lo stesso che una volta estromesso Vizcarra verrà nominato presidente a interim.
Il golpe era così sfacciato ed evidente da far insorgere l'intero Perú. A guidare la protesta oceanica sono stati i giovani e i giovanissimi: uno scatto d'orgoglio che nasce da lontano ma che il benessere e l'opulenza avevano attenuato, certi di un futuro sicuro tutto basato sulla competitività e sui privilegi. Il Covid ha risvegliato dal letargo una generazione che viveva sui genitori e con i genitori. Molti hanno perso il lavoro, il sistema sanitario pubblico è collassato, c'è stato il più alto numero di morti e contagi di tutta l'America Latina. Non si è più studiato; le scuole, quasi tutte private, sono state chiuse. Il sogno si è infranto. Le previsioni parlano di una caduta del pil del 27 per cento. Chi aveva molto si è impoverito, chi aveva poco oggi non ha più nulla.
Adesso si tratta di arrivare fino ad aprile per nuove elezioni. Si sono dimessi 13 ministri su 19. Ha gettato la spugna anche Merino. Bisogna scegliere una figura autorevole, tra quelli, pochissimi, che hanno votato contro le dimissioni di Vizcarra. Oppure puntare sullo stesso Vizcarra che i sondaggi chiedono di tornare. Il Perú, in fatto di eccezioni, vanta molti primati: un presidente in carcere per violazione dei diritti umani, un altro latitante fuggito negli Usa con la cassa, il successore finito dentro per corruzione, un quarto dimessosi per tangenti, un quinto cacciato dai ladroni per ruberie, un sesto travolto dalla folla dopo appena sei giorni.
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 17 novembre 2020
I servizi egiziani hanno preso Mohamed Bashir, che dirige l'Eipr, l'ong frequentata dall'universitario egiziano di Bologna incarcerato da febbraio. Ottocento cinquantacinque. La paura fa novanta, e in Egitto anche di più. 855 è il numero dell'indagine giudiziaria che ti fa seppellire nelle peggiori galere del Cairo con accuse di terrorismo, diffusione di false notizie social e tutto quanto possa costarti infinite torture stile Regeni, assieme al fine-pena-mai.
Tra gli oltre 114mila detenuti politici cascati nell'inchiesta 855, l'ultimo si chiama Mohamed Bashir. L'hanno preso domenica notte per tenerlo dentro minimo un paio d'anni, prima di processarlo. Come accade a tutti. La sua sorte però ci riguarda da vicino: Bashir dirige l'Eipr, l'ong frequentata da Patrick Zaki, l'universitario egiziano di Bologna incarcerato da febbraio; i servizi accusano Bashir d'avere incontrato il 3 novembre i diplomatici d'undici Paesi, e tra questi il nostro ambasciatore Cantini, temi in agenda proprio Zaki e i diritti umani. Con ben altre emergenze nell'aria, e dopo aver ricevuto sempre e solo sfingei e terrei silenzi, è improbabile che il governo italiano voglia o sappia rispondere all'ennesimo atto d'arroganza egiziana.
Anche se l'arresto di Bashir è un pessimo segnale, perché l'inchiesta 855 è un estremo tentativo del regime di zittire il dissenso una volta per tutte. Il generale Al Sisi ha fretta. E il 3 novembre dell'incontro incriminato dev'essergli suonato malissimo: nelle stesse ore, alla Casa Bianca si stava eleggendo il peggior (per lui) candidato possibile.
Quel Joe Biden che lo scorso luglio twittò "basta con gli assegni in bianco al dittatore preferito di Trump", quando l'Egitto aveva rilasciato un attivista mezzo americano, ingabbiato per imputazioni come quelle di Bashir e di Zaki. L'assegno annuale che gli Usa staccano ad Al Sisi - 1,3 miliardi di dollari in armi - è secondo solo a quello per Israele. E Biden, che da vice di Obama si rifiutava di definire Mubarak un dittatore, non è detto voglia strapparlo. Qualcosa però dovrà cambiare, per tutti gli Al Sisi del mondo. E questo silenzio da paura, alla Sfinge potrebbe non bastare più.
di Karima Moual
La Repubblica, 17 novembre 2020
Il terrorismo di un gruppo separatista come quello del Fronte Polisario mette in gioco la stabilità non solo della regione ma anche del continente africano con conseguenti ripercussioni in Europa.
In piena pandemia, il rischio che si abbassi l'attenzione nelle zone calde del mondo è reale e concreto. Da ultimo lo testimonia quanto avvenuto in questi giorni al confine tra il Marocco e la Mauritania, esattamente nella zona cuscinetto di Guerguerat, dove è avvenuto un vero e proprio attacco del gruppo armato Polisario, nonostante l'Onu da ormai decenni svolga un ruolo di sorveglianza per il cessate il fuoco secondo gli accordi del 1991.
Le milizie del Polisario, in flagrante violazione del cessate il fuoco, si erano introdotte nella zona dal 21 ottobre scorso, bloccando la libera circolazione civile e commerciale. La pandemia imperversa - come dicevamo - e qualcuno prova ad approfittarne con il rischio di compromettere la sicurezza dell'area - e non da meno - del continente africano con conseguenti ripercussioni anche in Europa, come dovremmo aver ben imparato da questa nostra epoca di globalizzazione, nella quale ogni evento, seppur lontano, ha sempre un'eco anche altrove, e tutt'altro che secondaria.
Pensare infatti che quanto succede al confine del Sahara marocchino sia solo un affare del Marocco, è miopia politica. L'instabilità in quel confine, compromesso dalla violenza, l'illegalità, il terrorismo di un gruppo separatista come quello del Polisario - in barba a tutte le risoluzioni Onu - mette in gioco non solo la stabilità di quella regione, i suoi abitanti ormai infiltrati da terroristi ben addestrati, trafficanti di droga e maestri della radicalizzazione islamica pronti a colpire ovunque.
Quanto è successo con il blocco del passaggio e della libera circolazione civile e commerciale da parte dei separatisti del Polisario, l'interruzione dei collegamenti tra la frontiera del Marocco e la Mauritania, le provocazioni continue contro i membri della missione Onu, costituiscono una violazione degli accordi del cessate il fuoco e una chiara violazione della giurisprudenza internazionale in particolare delle ultime cinque risoluzioni del Consiglio di Sicurezza. Un fanalino d'allarme che dovrebbe interessare anche l'Italia.
Il Marocco, e il popolo marocchino, è pacifico e di certo non vuole la guerra, ma semmai far prevalere la giustizia e la legge. Un percorso che porta avanti da decenni nonostante le provocazioni, le violenze, i limiti e le privazioni che costituisce la contesa - portata avanti da un piccolo gruppo di separatisti ma spalleggiato e armato da un paese vicino, l'Algeria - di un territorio, il Sahara marocchino, di cui il paese e i cittadini marocchini non intendono privarsene, e con lungimiranza e la sola arma del diritto internazionale, proveranno a far prevalere in nome della civiltà e contro la barbarie. Questa visione è riconosciuta al Paese nel suo percorso politico, economico e sociale, che lo ha reso il Paese più stabile nell'area. Un Paese che nonostante i limiti cresce, è in continuo movimento ed evoluzione in tutti i settori. Per questo serve un cordone di solidarietà e riconoscimento sempre più allargato, per la difesa dell'integrità territoriale del Marocco, che di certo non si basa sull'emotività o la simpatia per il paese ma sulla conoscenza approfondita della sua storia e il dossier che riguarda la contesa sul Sahara marocchino.
Purtroppo, in Italia continua a prelevare la narrativa emotiva e militante pro-polisario, che manca di obiettività e soprattutto di dati, fatti e risoluzioni internazionali nero su bianco che raccontano chiaramente il processo in atto, facilmente consultabili per avere un'idea bilanciata sul dossier "Sahara marocchino", e non una storia mutilata.
A questa storia, si aggiungono i fatti di questi giorni. La ribellione contro la legalità internazionale del Fronte Polisario. Ma a che prezzo? Lo spiega bene l'ambasciatore marocchino in Italia, Youssef Balla. "Le ultime pericolose azioni provocatorie per mano del Polisario, sono in realtà un fallito tentativo di nascondere la profonda ribellione scoppiata all'interno delle milizie costrette ad affrontare il crescente malessere e la contestazione della popolazione nei campi di Tindouf, esasperate da false promesse e utopie indipendentiste che durano da 40 anni, seppellite dal 2000 dalle risoluzioni dell'Onu. La popolazione di Tindouf protesta, come denunciano tutte le organizzazioni umanitarie, per una vita dignitosa e soprattutto per fuggire dall'inferno dei campi e fare ritorno alla loro terra nel sahara marocchino".
La verità - continua l'ambasciatore Balla - è che quanto avvenuto a Guerguerat rappresenta una foglia di fico per nascondere la sconfitta del Fronte Polisario sotto i colpi delle risoluzioni dell'Onu, e da ultima, la 2548, che ha definitivamente ribadito la "soluzione politica" come unica via per risolvere la controversia artificiale creata intorno al Sahara marocchino, sulla base della proposta di autonomia fatta dal Marocco". Perseverare nella legalità e giustizia, questo il percorso del Marocco che vuole superare un conflitto decennale, e su questo terreno l'Italia non può che essere un partner solidale.
di Ciriaco M. Viggiano
Il Riformista, 16 novembre 2020
"Amnistia e indulto? Per certi versi rappresentano una sconfitta dello Stato, ma non c'è dubbio che, alla luce delle vergognose condizioni delle carceri italiane e campane, un atto di clemenza sia necessario": ne è convinto il magistrato Raffaele Marino, per anni in prima linea contro la camorra e oggi sostituto procuratore generale della Corte d'appello di Napoli.
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