di Stefano Bocconetti
Il Manifesto, 18 novembre 2020
Documenti ufficiali trapelati sulla stampa di diversi paesi Ue mostrano i piani per mandare in pezzi il sistema di crittografia che protegge la riservatezza dei messaggi che scambiamo ogni giorno. Di metafore ne hanno inventate tante, pure sfiziose. Da quelle più sofisticate per gli hacker a quelle più terra terra per il famoso "utente qualunque". La più semplice resta comunque la più efficace: se buchi con una spilla un pallone di gomma e ci metti un cerotto, inevitabilmente quel cerotto salterà e uscirà l'aria. Il cerotto salterà o più probabilmente, nel nostro caso, qualcuno lo toglierà di proposito.
Sì, di proposito. Perché la metafora, sicuramente banale, racconta del sistema di crittografia. Quello che consente di scambiarsi messaggi, informazioni, dati senza che nessun altro, oltre al ricevente, possa metterci il naso. Possa vedere, controllare cosa ci sia dentro. Un pallone-metafora fino ad oggi sicuro, quasi impenetrabile. Eppure da anni, gli Stati Uniti - soprattutto durante la gestione Trump ma non solo - hanno provato ad accedere ai dati crittografati. Sempre nel nome della sicurezza nazionale. L'ultima volta pochi mesi fa, quando il procuratore generale William Barr aveva chiesto istericamente una legge per avere un "accesso a tutti i tipi di comunicazione". Poi, fortunatamente l'America è stata distratta da altro.
Nessuno, però, poteva immaginarsi che la stessa cosa, più o meno la stessa richiesta, potesse echeggiare anche dall'altra parte dell'Oceano, in Europa. Invece è esattamente quel che sta avvenendo. Nulla di deciso ancora ma le premesse sono allarmanti. Eccole: poche settimane fa il sito ORF.at - un sito austriaco generalista, autorevole ma non particolarmente attento ai temi delle libertà digitali - è entrato in possesso e ha pubblicato un documento che probabilmente sarebbe dovuto restare riservato, scritto dal governo tedesco e rivolto agli altri paesi del Consiglio europeo. Scritto e pensato dopo gli ultimi attentati islamisti.
È una bozza, dichiaratamente aperta a integrazioni anche se - dicono sempre le indiscrezioni - dopo il voto nel gruppo di lavoro nella sicurezza (Cosi), potrebbe passare direttamente al Consiglio (Coreper). E avviare così l'iter che dovrebbe portare alla fine il parlamento a vararlo. E sarebbe un disastro. Perché nel testo si parla esplicitamente della possibilità che le "autorità competenti" - non meglio specificate - abbiano "accesso" ai messaggi crittografati. In un'Europa che pure ha messo nero su bianco - nella normativa di protezione dei dati - la promozione della crittografia per garantire "la privacy e la sicurezza di governi, aziende e cittadini" (Il Gdpr di quattro anni fa, recepito in Italia nel 2018).
C'è scritto, insomma, che è lo strumento principale per la sicurezza di tutti. Eppure lo vogliono rompere. Non lesionare, proprio rompere. Bucare, come il pallone-metafora. Perché il sistema di crittografia o funziona in un modo inaccessibile o non funziona. E diventa un'altra cosa. Il documento pubblicato dal sito austriaco non dà indicazioni tecniche su come realizzare quest'accesso alla crittografia. Dice solo che è un tema da approfondire.
Già, ma come? Dopo la prima, c'è stata una seconda fuga di notizie. Grazie al sito politico si è venuti così a conoscenza di un rapporto tecnico, che è stato richiesto dalla commissaria per gli Affari Interni, Ylva Johansson, socialdemocratica svedese, ad una squadra di "esperti". Che alla fine hanno suggerito di intervenire "scansionando il lato client". Intervenire dal lato degli utenti, insomma. Ipotesi, come spiega perfettamente l'Electronic Frontier Foundation in un lungo saggio semplicemente "impossibile". "Come far quadrare un cerchio".
Perché il sistema criptato end to end - quello utilizzato da WhatsApp per capire - funziona così: Tizio manda un messaggio a Caio, con Tizio che utilizza una cifratura con chiave pubblica. Caio legge e decifra il messaggio utilizzando però una chiave privata, che solo lui - la sua app, sul suo dispositivo in quel momento - può conoscere. Ed il canale che gestisce la comunicazione non può controllare la creazione della chiave privata. L'idea dei tecnici sollecitati dalla Ue sarebbe invece quella di introdurre nelle applicazioni di messaggistica un sistema per il quale un testo o un'immagine prima di essere spedita al mittente, dovrebbe essere filtrata da un data base. Ovviamente su un server. Che controllerà se ci sono parole o immagini che riguardano la pedofilia o il terrorismo. In quel caso bloccherebbe tutto, prima di girare i file alle autorità.
Inutile aggiungere che la trasmissione di dati fatta in questo modo sarebbe a rischio. E non avrebbe più senso parlare di comunicazioni sicure. Tantomeno riservate. Tema in qualche modo affrontato dagli stessi esperti che ipotizzano anche un piano B, pensando di inserire quel data base filtrante - chiamiamolo così - direttamente sull'applicazione che l'utente si scarica. Ognuno col proprio controllore locale, che bloccherebbe i contenuti illegali. Ipotesi questa, ancora più ridicola, per dirla sempre con l'Eff. Così, senza soluzioni tecniche possibili, quello che le autorità europee stanno sollecitando non è altro che una back door, una porta. Uno spioncino. Per guardare cosa c'è dentro. Che farebbe però saltare l'impianto, la filosofia delle comunicazioni crittografate.
Così la polizia polacca potrebbe sapere chi e dove organizza le manifestazioni contro la legge sull'aborto, così Orban potrebbe sapere dove e chi discute della legge contro i rom. Così qualunque polizia saprebbe chi e quando partecipa a un corteo. O così una Rsa nostrana saprebbe quale suo dipendente denuncia la mancanza di protezioni e medicinali in pandemia.
Ce n'è abbastanza, insomma, perché tutte le organizzazioni che si battono per i diritti digitali, da Access Now ad Article19 e decine di altre ong, raggruppate nella sigla Edri (European Digital Rights), abbiano scritto una lettera alla presidenza tedesca. Per ricordare che la riservatezza delle comunicazioni - e quindi la crittografia - sono alla base di qualsiasi sviluppo digitale.
E se proprio la Ue non è interessata alla difesa della privacy personale, se proprio la Ue vuole rinnegare se stessa e infischiarsene del diritto a comunicare in via riservata, il rassemblement di associazioni ricorda all'Europa che introdurre un varco nella crittografia - anche un piccolo varco - nel giro di poco diventa una voragine, ed è rischiosissimo per tutti. Per gli Stati, per le loro economie, per le transazioni economiche. Per il business, insomma.
E ricorda anche che a prevenire l'attentato di Vienna e quelli che l'hanno preceduto, sarebbe bastato coordinare le polizie europee, che mai come in questi ultimi casi avevano tutte le informazioni per intervenire. Raccolte con gli strumenti che hanno già a disposizione. Non spiando i messaggi di chiunque. Che invece è esattamente quello che le polizie vorrebbero fare. E qui va citato l'ennesima scoperta di un sito tedesco, NetzPolitik.org, che un po' di mesi fa ha pubblicato una lettera del coordinatore del Ctc, l'antiterrorismo europeo che, senza giri di parole, chiedeva ai legislatori la possibilità di "introdurre una porta d'ingresso" in modo che le forze dell'ordine possano accedere ai dati crittografati. Le indagini, invece, - e si ritorna alla lettera firmata dall'Edri alla presidenza tedesca - andrebbero fatte solo "con l'autorizzazione dei tribunali, e sempre rispettando i principi di legalità, trasparenza, necessità e proporzionalità". Definizione però incompatibili con la voglia di rompere la crittografia. Definizione a questo punto incompatibili con la loro voglia di controllo.
corrieredellacalabria.it, 18 novembre 2020
Ottimo riscontro della società civile all'appello del Garante comunale: consegnati oltre 2.000 dispostivi di protezione individuale e gel igienizzante. Anche questa volta la generosità dei crotonesi non si é fatta attendere! Risposta positiva, al di là delle aspettative, da parte della società civile all'appello del Garante comunale avv. Federico Ferraro sulla necessità di invio ai detenuti di Crotone di strumenti di protezione individuale anticovid-19.
In seguito alla comunicazione pubblica lanciata da Federico Ferraro nei giorni scorsi, si sono susseguite ben tre donazioni da parte di privati cittadini e associazioni; le consegne sono state effettuate alla presenza oltre del Garante comunale anche della Direttrice del Carcere d.ssa Caterina Arrotta, della Comandante della Polizia Penitenziaria Manon Giannelli e del Vice Comandante Francesco Tisci.
Con oggi si sono concluse in ordine temporale tre consegne di materiali : lunedì 9 novembre, sono state consegnate le prime 150 mascherine per detenuti, tramite una donazione effettuata del Sig. Aurelio Capogreco; lunedì 16 novembre sono state portate altre 1.500 mascherine anti contagio, questa volta ad opera dalla Caiservice Group nelle persone dei dott. Cesare e Mario Spanò; ed infine oggi 17 novembre, il Lions Club Crotone Host ha effettuato la consegna di altre 250 mascherine, 200 paia di guanti, 4 spray igienizzanti per superfici e ben 25 litri di igienizzante per le mani, tramite il Presidente del Club dott. Franco Palermo e la avv.ssa Segretaria Tiziana Paletta.
Tali gesti di solidarietà sono particolarmente significativi poiché consentono di dare risposte concrete e fattuali alla popolazione detenuta, andando incontro alle necessità primarie quali, prima fra tutte, la tutela della salute, diritto costituzionalmente garantito dalla nostra carta fondamentale ex art 32: "la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell'individuo e interesse della collettività".
Tale diritto non è solo dell'individuo ma attiene alla sfera collettiva, infatti nel caso di specie attraverso le dotazioni dei dispositivi di profilassi, viene assicurata la tutela di tutti colori i quali operano nella Casa circondariale di Crotone: dalla Polizia Penitenziaria ai funzionari D.a.p., dai familiari dei detenuti alle persone recluse.
Il totale delle dotazioni ammonta a ben 2.100 dispositivi di protezione tra mascherine e guanti, oltre il liquido igienizzante per mani e superfici. Il Garante comunale Federico nell'esprimere grande soddisfazione per la missione compiuta si congratula con i donatori che hanno risposto con grande generosità all'appello.
di Fabiana Magrì
La Stampa, 18 novembre 2020
La città nel deserto dove Israele prepara la guerriglia urbana. Tra i soldati della base vicino a Gaza, qui è stata girata la serie "Fauda". Il campo di addestramento è un insediamento arabo costruito dal nulla. Nessuna troupe cinematografica prima di Fauda aveva mai messo piede alla Mala, il più grande centro di addestramento alla guerriglia urbana dell'esercito israeliano. E anche se adesso - dopo il successo planetario della terza stagione di una delle serie "made in Israel" più viste di sempre - piovono le richieste da parte delle produzioni cinematografiche, a Tsahal non sembrano essere interessati più di tanto. Forse perché, alla Mala, già da quindici anni si vive come in un film, per prepararsi alla realtà più dura.
Per arrivare alle porte della Mala, si entra nella base militare di Tzèelim, il centro nazionale di addestramento, il più grande in Israele per le forze di terra, dove l'esercito affina le competenze dei soldati in artiglieria, tattica e strategia, logistica e assistenza sanitaria.
L'area, 20 chilometri quadrati di attività militari ben celate a sguardi indiscreti, confina a Ovest con il territorio della città di Bèer Sheva, che si trova ad appena 45 minuti di auto. Alla stessa distanza, ma verso Est, c'è il valico commerciale di Kerem Shalom, sui confini tra Israele, Striscia di Gaza ed Egitto.
Superati uffici, dormitori e negozi, la strada sbocca nel deserto del Negev, su una distesa di terreni a perdita d'occhio, adatti ai più diversi tipi di addestramento. Dietro un cumulo di sabbia, compare una squadra di giovani soldatesse, alcune a riposo, sedute per terra, il casco tra le braccia. Altre stanno prendendo lezioni di guida a bordo di un mezzo ibrido tra un fuoristrada e un carro armato leggero. Sono loro che guidano, in caso di un'operazione di terra, la prima linea all'interno del territorio nemico.
Dopo qualche chilometro di apparente tranquillità, spuntano i minareti. I primi edifici, alla periferia del villaggio fantasma, sono case basse. Sulle pareti, graffiti e murales di bandiere e ritratti di leader palestinesi, slogan come "Free Gaza", scritte in arabo. Lasciamo l'auto a bordo strada, accanto all'ingresso di un cimitero senza tombe. I soldati non sono abituati a vedere una civile aggirarsi per la Mala, anche se ad accompagnarla è il loro comandante operativo, Itai Zigdon. Eppure non fanno una piega mentre, strisciando silenziosi lungo i muri ai bordi della strada, a fucili spiegati, vengono nella nostra direzione scambiandosi sguardi e cenni convenzionali con le mani. In mezzo a loro, un team di istruttori impartisce ordini ad alta voce: "Continuate ad avanzare!". La prima squadra scavalca il muro del cimitero e sparisce al di là, tra le indicazioni dell'addestratore.
La città si fa più fitta addentrandosi in 6 km e mezzo di vicoli che si dipanano tra oltre 500 edifici. Ogni tanto la carcassa di un'auto o di un furgone - vetri sfondati, gomme a terra, sedili divelti - ostruisce il passaggio. L'area più densamente costruita si affaccia su una grande rotonda. È la piazza dove, nell'ottavo episodio di Fauda, Doron, Avichai, Sagi e Eli tengono d'occhio il padre di Bashar all'uscita dal negozio di telefoni cellulari. L'insegna è ancora lì, appesa sulla porta. Tutto il resto - pneumatici, banchi del mercato, ombrelloni e altri ingombri urbani - sono apparsi e poi scomparsi nel giro di tre giorni, i più torridi dell'estate 2018, assieme alle cento comparse, alla troupe e alla produzione.
"Tutto può succedere qui alla Mala. Uno dei vantaggi di questo posto è che può essere personalizzato fin nei minimi dettagli, così che possiamo addestrare ogni tipo di forza militare. Anche i riservisti. E a volte anche eserciti stranieri, ma non posso dire di dove. L'addestramento coinvolge tutto quello che puoi vedere e immaginare. Puoi paracadutare soldati, guidare droni, fare arrivare aerei". Dalla cima del minareto di una delle moschee, il tenente colonnello Zigdon osserva l'addestramento che ha luogo ai suoi piedi e all'ottavo piano dell'edificio di fronte. Da comandante di battaglione, Tzèelim l'ha conosciuta bene.
Tanto da restarvi come istruttore e, dopo due anni, ricoprire l'incarico di responsabile della divisione operativa. Ogni tanto le sue parole sono coperte da spari ed esplosioni. Alla Mala vengono ricreate le situazioni più complesse, ambientate fuori e dentro banche, scuole, ospedali e perfino edifici dell'Unrwa. "Ci sono telecamere ovunque per riprendere gli addestramenti e poi riesaminare i comportamenti delle truppe. Gli altoparlanti diffondono rumori di spari, traffico, persone che gridano, il richiamo del muezzin.
Li impostiamo da una app per creare l'atmosfera. Abbiamo squadre che fanno la parte del nemico. Ogni angolo, ogni fessura, può nascondere una minaccia. Nella zona più densa di edifici, dove i passaggi sono stretti e bui, non si vede niente. Le esercitazioni, di giorno e di notte, possono durare settimane. Anche dormire qui fa parte dell'addestramento. Quando entri alla Mala, non sai mai cosa ti aspetta. Non sarà una vera zona di guerriglia, ma è quanto di più simile possa esserci". E quando la topografia non corrisponde ai requisiti, arrivano i bulldozer a spostare la sabbia del deserto fino a ricreare ciò di cui hanno bisogno gli addestratori.
L'Urban Warfare Training Center è operativo dal 2005, da quando l'esercito israeliano comprese che il campo di battaglia sarebbe passato dal territorio aperto agli spazi urbani, a presenza mista di civili e terroristi. Proprio questa è una delle maggiori sfide: distinguere i buoni dai cattivi, condurre operazioni di precisione, ingaggiare soltanto il nemico. Zigdon ha divorato la terza stagione di Fauda in appena due giorni. "Dopo aver visto la serie, mia madre è molto più preoccupata per me. Ora - scherza - pensa di sapere che lavoro faccio. Ma anche se ormai tutti conoscono l'esistenza della Mala, chiunque arrivi qui per la prima volta resta senza parole".
di Errico Novi
Il Dubbio, 17 novembre 2020
Orlando dice che il garantismo si misura sull'esecuzione penale. È stato lui a ridisegnarla nel 2017: è il momento di recuperare quel progetto. Andrea Orlando ha risposto a Calenda con argomenti non banali. La prescrizione, ha detto, non l'abbiamo riformata noi, ci ha pensato la Lega. È stata lei ad accettare che Bonafede bloccasse il decorso dei termini dopo la condanna di primo grado.
di Giuseppe Gargani*
Il Dubbio, 17 novembre 2020
In un recente articolo l'ex magistrato Gian Carlo Caselli senza ipocrisie fa un osanna al "giustizialismo" e quindi scava un solco ancora più profondo con il "garantismo". In vero non ho mai accettato questa distinzione perché ritenevo e ritengo che come cittadini schierati per lo Stato di diritto dovessimo tutti essere ubbidienti alla Costituzione Repubblicana che, dopo anni e anni di battaglie per la libertà e per la democrazia, recepisce quel valore.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 novembre 2020
Grande mobilitazione all'azione non violenta promossa da Rita Bernardini. I numeri dei contagi crescono, l'inevitabile chiusura delle attività nelle "zone rosse" carcerarie dove ci sono importanti focolai, riportano nella disperazione i detenuti e i familiari stessi angosciati per i propri cari. Soprattutto per quelli che hanno già gravi patologie pregresse. Il rischio che possa ripetersi una rivolta come è accaduto a marzo diventa nuovamente concreto.
di Riccardo Arena
ilpost.it, 17 novembre 2020
"Noi detenuti viviamo ogni giorno nel terrore di essere contagiati dal virus e di morire qui dentro. Sì terrore, perché in queste celle sovraffollate è impossibile rispettare il distanziamento e non abbiamo mascherine o gel disinfettante. Terrore perché ci sentiamo abbandonati e la nostra incolumità sembra essere lasciata al caso. Ma perché in carcere non contano le regole per il Covid che valgono fuori?".
Ristretti Orizzonti, 17 novembre 2020
Alla vigila dell'esame degli emendamenti per la conversione in legge del decreto Ristori, i Garanti territoriali dei detenuti scrivono ai presidenti dei gruppi parlamentari al Senato
La Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà ha inviato un appello ai presidenti dei gruppi parlamentari del Senato, dove è in procinto di iniziare l'esame degli emendamenti al decreto legge 137/2020, Ristori, affinché il parlamento adotti "tutte le misure opportune, per poter giungere ad una significativa riduzione del numero delle presenze dei detenuti negli istituti di pena, a partire da quelle già indicate dal Garante nazionale, applicando in modo estensivo e razionale le stesse previsioni previste dal decreto, senza sacrificio della sicurezza sociale, nell'auspicio che le stesse possano andare a beneficio anche dei soggetti più deboli (psichicamente fragili, tossicodipendenti, alcoldipendenti, senza fissa dimora)".
di Anna Franzutti
thepasswordunito.com, 17 novembre 2020
L'emergenza sanitaria ha colpito tutti, in un modo o nell'altro. Mentre noi ci chiudevamo in casa per limitare i contagi, cosa succedeva là dove le persone sono già chiuse e con pochi contatti? Nelle 231 carceri italiane, da subito si è rivelato essenziale limitare che il Covid-19 si trasmettesse ai detenuti e al personale. La situazione del sistema carcerario italiano però non ha facilitato il compito. Primo fra tutti i problemi, il sovraffollamento: secondo i dati del Ministero della Giustizia del 29 febbraio 2020, infatti, i detenuti previsti a livello regolamentare sarebbero dovuti essere 50.931, ma quelli effettivi erano 61.230, con le logiche conseguenze in termini di igiene, privacy, salute fisica e mentale. In alcune strutture la situazione è notevolmente peggiore, ma la media nazionale è di 120% di affollamento e il rispetto dei 3 metri quadrati per persona detenuta previsti in cella è ben lontano dalla realtà.
Durante quella che viene ormai chiamata prima ondata, tra marzo e giugno, sono state decise limitazioni ai colloqui con visitatori e legali, possibili solo a distanza, e sono state sospese le attività interne o esterne all'edificio, parte fondamentale dell'obiettivo rieducativo previsto dalla costituzione per la pena. La parziale soluzione che è stata messa in atto per cercare garantire il distanziamento necessario alla gestione dei contagi, è stata quella di diminuire le persone presenti negli istituti penitenziari. Col Decreto Cura Italia del 17 marzo 2020 è stata introdotta la possibilità di ottenere la detenzione domiciliare per coloro con una pena o un residuo di pena inferiore ai 18 mesi per un reato non grave. In questo modo circa 5000 detenuti hanno potuto "liberare il posto".
Il provvedimento ha ricevuto numerose critiche in quanto con l'occasione sono stati concessi i domiciliari anche ad alcuni detenuti di alta sicurezza o in regime di 41bis, tra cui boss mafiosi. Nella nota del 21 marzo del dipartimento responsabile, che richiedeva di segnalare i detenuti a rischio per una possibile scarcerazione, si individuavano parametri riguardanti l'età (over 70) e patologie eventuali, ma non si teneva conto della situazione giudiziaria, che era invece citata nel decreto del 17 marzo, a cui la nota non faceva però riferimento, creando confusioni e scarcerazioni probabilmente non previste inizialmente. Adesso che stiamo vivendo la seconda ondata, i numeri dei contagi crescono tra detenuti e polizia penitenziaria. Il ministro della giustizia Bonafede esprime l'importanza di nuove misure come quelle attuate a marzo, che non si applichino per chi sia condannato per reati gravi, con vittime, abbia preso parte alle sommosse o sia in regime di sorveglianza speciale.
Nei confronti di un tale provvedimento non mancano le critiche, che trovano legittimazione con le scarcerazioni di condannati per reati gravi avvenute tra marzo e giugno. Sicuramente è necessario che questa volta ci sia un controllo e una limitazione più stretta e definita, ma finora si è evitata una crisi sanitaria almeno per quanto riguarda il sistema penitenziario. La certezza non si può avere, ma un contributo essenziale potrebbe essere arrivato dai provvedimenti effettuati. È necessario fare tutto il possibile per evitare che la crisi colpisca ora. Bisogna tener conto che sì, esistono persone condannate per reati gravi, ma la maggior parte dei detenuti non sono parte di quella categoria. In Italia il 31% delle persone recluse lo è per crimini di droga, caratterizzati da scarsa pericolosità. Il sovraffollamento è una realtà, la pratica di concedere i domiciliari a chi ha fine pena brevi potrebbe andar oltre le sole tempistiche per l'emergenza sanitaria. Inoltre, spesso la pena detentiva non soddisfa l'obiettivo della rieducazione come dovrebbe. Che questa crisi, dopo aver messo in luce i problemi quotidiani del carcere, sia anche un'occasione per rivalutare l'istituzione e modificarla di conseguenza, o, perché no, cercare un'alternativa?
di Liana Miella
La Repubblica, 17 novembre 2020
La giudice Ezia Maccora contro le norme anti-Covid di Bonafede. La presidente aggiunta dei gip di Milano, già vittima del virus a marzo, boccia come insufficienti le misure del decreto Ristori per fare comunque solo una parte dei processi da remoto. E critica i colleghi dell'Anm che non hanno ancora eletto i nuovi vertici.
"Preoccupazione, paura, negazionismo, impreparazione e improvvisazione". Ma anche "l'esigenza di rendere comunque giustizia e di pensarsi come collettività". Le norme "inadeguate" del decreto Ristori, il Covid, la sua seconda ondata. Ezia Maccora, presidente aggiunto dei giudici per le indagini preliminari di Milano, è già stata vittima del virus tra febbraio e marzo. Ne parlò, su Questione giustizia, la rivista online di Magistratura democratica, in un articolo che un mese dopo conteneva una scioccante testimonianza. Adesso torna a scrivere della pandemia, sotto un titolo apparentemente di routine - "La mia seconda testimonianza".
Partendo da una critica che va al di là della sua materia, la giustizia, perché "la ricaduta della virosi era del tutto prevedibile ed era attesa dal mondo scientifico, eppure nel periodo estivo la politica ha agito come se la pandemia fosse alle nostre spalle e non dovesse più tornare, e nessuno ha utilizzato il periodo di remissione per attrezzarsi ad affrontare adeguatamente quanto oggi stiamo rivivendo". Moglie di un cardiologo, anche lui vittima del Covid e ricoverato al suo fianco, Ezia Maccora anche stavolta fornisce un'analisi che si basa non solo sulla sua vita da giudice nel tribunale di Milano, ma anche di chi vive a stretto contatto con il mondo ospedaliero, per di più in una città come Bergamo, protagonista di una drammatica stagione di malattia.
"Un lavoro improbo e quasi impossibile" - La giustizia non può fermarsi, ma "il lavoro è improbo, e quasi impossibile". Ezia Maccora parte da qui per portare la sua testimonianza sui tribunali nei giorni di pandemia: "La virosi galoppa, colpendo magistrati, avvocati, personale amministrativo, tirocinanti, polizia giudiziaria. Rendere giustizia rimane l'obiettivo primario di tutti, che però si scontra con la realtà organizzativa ed amministrativa.
Le condizioni logistiche di molti palazzi di giustizia sono assolutamente inadeguate, non vi sono sufficienti aule di udienza in grado di assicurare il distanziamento, le condizioni igieniche e di sanificazione lasciano a desiderare, gli strumenti per la protezione personale mancano e quelli informatici sono del tutto insoddisfacenti. Siamo di fronte all'inadeguatezza assoluta dei luoghi di lavoro, ma la giustizia, quale servizio essenziale, non può fermarsi.
Ed ecco il rischio che sui singoli, qualunque sia il loro ruolo, si scarichi di fatto la responsabilità di far funzionare la macchina. I dirigenti (magistrati e amministrativi) cercano, con direttive più o meno stringenti, di predisporre possibili linee guida per assicurare lo svolgimento dell'attività giurisdizionale nel rispetto delle regole sanitarie poste a presidio del diffondersi della virosi. Un lavoro improbo e quasi impossibile".
La giustizia non può fermarsi - Se il punto di partenza imprescindibile è che "la giustizia non può fermarsi", allora il giudizio negativo sulle norme in vigore diventa inevitabile. Su queste, ma, come vedremo, anche sui colleghi. Maccora analizza il decreto Ristori, in particolare l'articolo 23, inserito dal Guardasigilli Alfonso Bonafede nel testo due settimane fa. Norme che Maccora definisce "del tutto insoddisfacenti e inadeguate a garantire il funzionamento della giustizia e il rispetto delle regole sanitarie per contenere la virosi". Frutto quantomeno di "improvvisazione" perché consente il processo da remoto "per una parte veramente minima della giurisdizione penale di primo grado".
All'opposto Maccora cita la disponibilità data dagli avvocati milanesi che riguardava invece un'area molto ampia, che volutamente il presidente aggiunto dei gip cita testualmente nel suo articolo: "Udienza di smistamento; udienze di conferimento di incarico peritale; udienza a seguito di opposizione al decreto penale di condanna con richiesta di patteggiamento, messa alla prova, oblazione; udienza preliminare; udienza preliminare in caso di patteggiamento e di discussione sulla richiesta di rinvio a giudizio; udienza di discussione abbreviato su istanza del difensore dell'imputato; udienza di rinvio; udienza per la valutazione della capacità dell'imputato a partecipare coscientemente al processo; udienza di declaratoria di intervenuta prescrizione; udienza di discussione in giudizio su istanza del difensore dell'imputato".
La negazione dei diritti - Tutti casi - chiosa Maccora - "in cui non vi è, all'evidenza, alcuna lesione del principio del contraddittorio e del diritto di difesa e che consentirebbero alla giurisdizione penale di continuare ad operare nell'emergenza e nel rispetto delle regole stabilite per fronteggiare la virosi, un accesso contenuto al palazzo di giustizia, udienze tenute nel pieno rispetto del contraddittorio e senza rischio di possibili contagi".
Conclude Maccora: "La vera posta in gioco la conosciamo tutti: il blocco della giurisdizione si traduce nella negazione dei diritti, ma se non si tutela innanzitutto la salute dei cittadini, non vi saranno comunque diritti da tutelare. In questa morsa occorre agire a tutti i livelli per ricercare un possibile punto di equilibrio avendo in mente la precisazione terminologica richiamata da Nello Rossi (il direttore della rivista Questione giustizia ed ex avvocato generale in Cassazione nonché per anni pm a Roma, ndr.): si tratta sempre di ragionare su un diritto nell'emergenza e non di un diritto dell'emergenza".
Le critiche a Bonafede - Non mancano, seppure garbate, le critiche al ministro della Giustizia, il quale "non ha fornito le risorse necessarie materiali, personali e informatiche per consentire lo svolgimento dell'attività giudiziaria in piena sicurezza". Secondo Maccora "i presidi di sicurezza personale stanziati sono sicuramente insufficienti, le stesse dotazioni di computer e videocamere faticano ad arrivare, l'assistenza informatica non è adeguata e vi è il rischio concreto che la piattaforma Teams, sui cui dovrebbero svolgersi i processi da remoto, possa non reggere effettivamente il carico di lavoro complessivo sia del settore penale, sia del settore civile".
Maccora aggiunge che "solo lunedì 9 novembre sono stati forniti agli uffici giudiziari gli indirizzi Pec per consentire il deposito telematico di alcuni atti nel settore penale senza dare agli uffici tempi congrui per predisporre i necessari adeguamenti organizzativi". In più, anche lo smart working utilizzato dal personale amministrativo, in assenza, per il settore penale, della possibilità di accedere ai registri informatrici, "se si rivela utile per contenere gli accessi sul luogo di lavoro non favorisce però lo svolgimento regolare delle incombenze amministrative indispensabili per il funzionamento della attività giudiziaria".
In conclusione, "chi vive oggi negli uffici giudiziari ha la netta impressione che tutto continua ad essere affidato ad interventi estemporanei, non ragionati ed adottati sull'onda dell'emergenza". Secondo Maccora "di certo la situazione che stiamo vivendo è senz'altro eccezionale, ed è giusto sottolinearlo e tenerne conto, ma forse, in questa seconda ondata della virosi già annunciata, ci si poteva attendere quantomeno un tempismo diverso e scelte più adeguate costruite nel periodo estivo per mettere in campo un progetto organizzativo complessivo che oggi avrebbe attenuato le disfunzioni e i forti disagi che tutti viviamo. Purtroppo ciò non è avvenuto".
Bocciata anche l'Anm senza presidente - Inevitabile anche la bocciatura per la nuova Anm. Perché "in molti si aspettavano che i nuovi eletti, sentendo appieno la drammaticità del momento, riuscissero a eleggere, all'esito di un confronto anche duro, che poteva proseguire senza limiti e orari, la giunta esecutiva centrale e il suo presidente predisponendo un programma anche minimo ed essenziale in grado di affrontare le questioni vere che affliggono la magistratura e la giurisdizione, in questo momento storico, senza privarla in queste settimane di una voce di rappresentanza unica e autorevole verso l'esterno". Invece così non è stato, il nuovo appuntamento è per sabato 21 novembre, ma le divisioni tra le correnti sono profonde. Ed è auspicabile, secondo Ezia Maccora che è stata anche componente del Csm, che "i nodi evidenziati in quel dibattito associativo vengano sciolti al più presto per consentire all'Associazione piena agibilità politica".
Le "fughe in avanti" dei procuratori - E non manca una bacchettata anche per i suoi colleghi procuratori della Repubblica che hanno stilato un accordo con l'Unione delle Camere penali proponendolo al Guardasigilli. "Nel difficile contesto che viviamo non sono mancate fughe in avanti da parte di alcuni procuratori della Repubblica, che, pur di far fronte alle carenze organizzative e legislative, senz'altro esistenti, si sono di fatto posti come interlocutori privilegiati del ministro della Giustizia. I risultati che ne sono conseguiti in termini di previsioni normative e di predisposizione delle risorse necessarie sottovalutano che la principale fetta della giurisdizione, cioè quella giudicante, doveva essere messa in condizione di operare. Il sistema giudiziario è come una filiera di lavoro, mettere solo un settore in condizione di operare non raggiunge l'obiettivo di far funzionare l'intero sistema. Di questo forse non si è tenuto sufficientemente conto".
Un appello per tutti, no al blocco della giurisdizione - Quando il virus colpisce il Paese deve essere unito. Per questo, secondo Maccora, "tutti sono chiamati a mettersi in gioco pensandosi non come singoli ma come collettività, in cui ognuno fa la propria parte, sapendo che la giurisdizione è una macchina complessa che richiede soluzioni non improvvisate".
La sua conclusione va letta con attenzione e meditata: "Un compito importante spetta a ogni singolo magistrato, che deve evitare di essere intrappolato dalla paura che i cambiamenti spesso ingenerano, acquisendo uno sguardo lungo che vada oltre il rischio oggi non rimediabile di creare un arretrato sul proprio ruolo e tempi più lunghi per la fissazione e trattazione dei processi, investendo sempre di più sulle prospettive di gestione informatica del procedimento, ripensando e innovando tutti i modelli organizzativi fin qui adottati.
Tutte le attività produttive e tutte quelle essenziali del Paese si stanno confrontando con questa tremenda emergenza sanitaria, la giustizia non può tirarsi fuori e ognuno di noi deve essere responsabile anche oltre ciò che può oggi apparire un limite invalicabile. Il rischio, da un lato, di assumere atteggiamenti di sottovalutazione di questa emergenza sanitaria continuando a operare come prima senza curarsi delle esigenze di tutela della salute di tutti i soggetti che entrano in rapporto con noi, e l'idea, dall'altro, che occorra rassegnarsi a questa pandemia accettando il blocco della giurisdizione, sono i due estremi a cui non bisognerebbe avvicinarsi".










