Corriere del Veneto, 17 novembre 2020
Ci sono bambini che possono arrivare a trascorrere sei anni in carcere, pur essendo gli innocenti per definizione: sono i figli delle detenute, che le madri portano con sé negli Istituti a custodia attenuata per madri (Icam). Ci restano fino a quell'età e poi possono uscire, ma il loro distacco spesso avviene senza l'accordo con la madre, nonostante una legge, la 62 del 2011.
Per tenere viva l'attenzione sulle necessità dei bimbi "indirettamente detenuti" si è mossa l'associazione "La Gabbianella e altri animali" di Venezia, che per 16 anni ha accompagnato alla scuola dell'infanzia i bambini provenienti dal carcere della Giudecca, e ha lanciato una petizione al Parlamento italiano perché si ponesse fine a questa situazione.
A Venezia esiste un Istituto a custodia attenuata per madri (Icam), struttura prevista dalla legge e costruita appositamente alla Giudecca, dove sono passati decine di bambini. Le stanze sono più belle ma non si può uscirvi con la mamma; non ci sono porte blindate ma porte robuste, che però rimangono invalicabili.
di Erica Battaglia
vita.it, 17 novembre 2020
Lanciata la piattaforma che riunisce in un unico grande contenitore di vendita online i prodotti realizzati nelle case circondariali italiane. Obiettivo dell'iniziativa, accelerata dal Covid-19, spiega il cofondatore Paolo Strano "è quello di aumentare le attuali 13 realtà d'impresa presenti e coprire tutti gli istituti di pena impegnati in attività produttive, pur nella difficoltà di una mappatura in Italia".
Vino, birra, caffè, croccanti, condimenti, sale, ma anche creme dolci, biscotti, dolciumi, miele: sono solo alcuni dei prodotti realizzati dalle imprese sociali che operano in contesti complicati e complessi come quelli delle case circondariali italiane. A mettere insieme tutti questi prodotti, in un unico grande contenitore di vendita online, è la piattaforma "Economia Carceraria", lanciata pochi giorni fa dai suoi ideatori e sostenitori.
"Un obiettivo concreto - ha spiegato Paolo Strano, cofondatore della piattaforma insieme ad Oscar La Rosa - che parte da un sogno costruito un paio di anni fa in occasione del primo Festival dell'economia carceraria. Eravamo a Roma, all'interno della Città dell'Altra Economia, e ci è sembrato naturale immaginare un luogo, o forse anche un modo, in cui dare ai prodotti realizzati dalle persone detenute il giusto contesto competitivo e di mercato. Si tratta infatti di buone esperienze di impresa che, prese singolarmente, sono troppo deboli per affrontare le sfide della vendita; insieme invece si è capito che si potevano evidenziare numeri, qualità e quindi anche spazi competitivi".
"Da quel momento, è nata la società che sottintende tutto questo lavoro di rete e anche la piattaforma che consente un vero e proprio e-commerce. Si tratta - ha continuato Strano - di una operazione importante perché permette al comparto di presentarsi insieme con una varietà di prodotti, ma anche perché consente di dare supporto ad un settore che è fortemente condizionato dal pregiudizio di fare impresa in un contesto carcerario".
"Il Covid - ha poi concluso - ha accelerato il processo di costituzione della piattaforma per il commercio online. L'obiettivo è quello di aumentare le attuali 13 realtà d'impresa presenti e coprire tutti gli istituti di pena impegnati in attività produttive, pur nella difficoltà di una mappatura in Italia".
Impossibilitati, causa pandemia, a realizzare il "Gran Mercato dell'economia carceraria" a Roma nelle giornate comprese tra l'11 e il 13 dicembre prossimo, presso i locali del "We Gil" gentilmente concessi dalla Regione Lazio, "Economia carceraria" lancia comunque il suo appuntamento in rete.
"Faremo comunque un momento di acquisto aperto a chiunque voglia avvicinarsi alla qualità di questi prodotti - ha chiosato Strano. Dall'11 dicembre apriremo alla possibilità di confezionare pacchi e cesti natalizi, con prodotti che tengono insieme la qualità, ma anche i valori".
Frutto di tanto orgoglio, i prodotti "carcerari" hanno quella qualità in più che deriva dalla capacità di mettere insieme l'impresa con il lavoro delle persone che vivono uno stato di detenzione. Sono stati tanti in questi anni i buoni esempi che hanno visto splendere, nella loro funzione di rieducazione e reinserimento lavorativo, alcuni contesti detentivi italiani: la produzione di beni e prodotti ha permesso molte volte di dare un senso ad una vita dietro le sbarre, ma soprattutto fuori da esse. Al di là di tanta ipocrisia e di tanto pregiudizio che ancora ostacola l'effettivo reinserimento sociale e lavorativo delle persone detenute. Per saperne di più, anticipare gli acquisti o semplicemente farsi un'idea, si può sempre visitare il sito https://economiacarceraria.com
di Simona Musco
Il Dubbio, 17 novembre 2020
Il parlamento di Strasburgo approva una risoluzione per "salvare" i valori dell'Ue. Sì a larga maggioranza: "Rispettare le garanzie degli imputati, soprattutto l'accesso alla difesa e quello a un giusto processo". "I valori europei devono prevalere anche in stato di emergenza pubblica".
Il che vuol dire anche garantire i diritti degli imputati, soprattutto quella alla difesa, nonché quello ad un giusto processo. A stabilirlo è l'Unione Europea, attraverso una risoluzione della Commissione libertà civili, votata a larga maggioranza (496 voti favorevoli, 138 contrari e 49 astensioni), attraverso la quale viene rimarcato l'invito a non trasformare la pandemia in una scusa per ridurre gli spazi di libertà dei cittadini.
Così come non deve diventare una scusa per legiferare aggirando il controllo del Parlamento, attraverso un abuso del potere legislativo in capo al governo. Un'urgenza avvertita praticamente da tutti i parlamentari europei, che durante il dibattito di giovedì con il Commissario per la Giustizia, Didier Reynders, hanno espresso "preoccupazione per i diritti dei cittadini e dei gruppi vulnerabili in diversi paesi Ue in cui sono state adottate delle misure di emergenza".
Nella risoluzione un capitolo è dedicato a carceri e giustizia. Con la constatazione che la crisi pandemica ha influenzato, con le restrizioni che ha prodotto, i sistemi giudiziari, con la chiusura temporanea di numerosi tribunali o la riduzione delle loro attività, "cosa che si è in alcuni casi tradotta in ritardi e tempi di attesa più lunghi per le udienze". I diritti procedurali degli indagati e il diritto a un giusto processo sono, dunque, "sotto pressione, poiché l'accesso agli avvocati è diventato più difficile a causa delle restrizioni generali e perché i tribunali fanno sempre più spesso ricorso alle udienze online". Da qui l'invito agli Stati membri a garantire i diritti degli imputati, "compreso il loro libero accesso a un difensore, e a valutare la possibilità di udienze online come soluzione e alternativa alle udienze in tribunale o al trasferimento degli indagati in altri Stati membri dell'Ue nell'ambito del mandato d'arresto europeo". È importante, soprattutto, il rispetto di tutti i principi che disciplinano i procedimenti giudiziari, compreso il diritto a un processo equo e a tutelare "i diritti e la salute di tutte le persone in carcere, in particolare i loro diritti all'assistenza medica, ai visitatori, al tempo all'aperto e alle attività educative, professionali o ricreative".
Le misure di emergenza nazionali, secondo l'Ue, rappresentano un "rischio di abuso di potere" e qualsiasi restrizione che riguardi democrazia, Stato di diritto e diritti fondamentali deve essere "necessaria, proporzionale e limitata nel tempo". Sono, dunque, necessari "controlli adeguati ed equilibri parlamentari e giudiziari".
Esattamente quello che, in questi mesi, ha chiesto l'opposizione in Italia, che ha duramente contestato il ricorso ai dpcm, che poco spazio hanno lasciato al dibattito parlamentare. Nella risoluzione viene evidenziato che anche in uno stato di emergenza "i principi fondamentali dello Stato di diritto, della democrazia e del rispetto dei diritti fondamentali devono prevalere".
Le misure straordinarie dovrebbero, infatti, "essere accompagnate da una più intensa comunicazione tra governi e parlamenti", per evitare anche che la pandemia diventi una scusa per scavalcare il controllo del Parlamento, approvando, dunque, norme non direttamente legate al Covid. Da qui l'invito ai Paesi membri a considerare la possibilità di uscire dallo stato di emergenza o di limitare in altro modo il suo impatto sulla democrazia, prevedendo migliori "garanzie", attraverso un atto legislativo che stabilisca gli obiettivi, il contenuto e la portata della delega di potere dal legislativo all'esecutivo. Un'eventuale dichiarazione o proroga dello Stato d'emergenza, per l'Ue, deve passare dunque da un controllo parlamentare e giudiziario, assicurando ai parlamentari "il diritto di sospendere lo stato di emergenza".
Nel caso in cui, invece, i poteri legislativi vengano trasferiti al governo, è necessario, comunque, un successivo controllo parlamentare degli atti, senza il quale cessano di avere effetti. Ma non solo: è necessario anche "garantire pienamente l'accesso a una procedura di asilo e a preservare il diritto individuale all'asilo, come sancito dalla Carta dei diritti fondamentali, e ad attuare procedure di reinsediamento e di rimpatrio dignitoso nel pieno rispetto del diritto internazionale".
Senza dimenticare che, secondo la risoluzione, il periodo di crisi legato alla pandemia ha provocato un aumento della discriminazione e dei discorsi di incitamento all'odio e di misure discriminatorie, contro i quali gli Stati membri sono invitati a mettere in atto azioni di contrasto. In particolare, l'Ue segnala i casi di discriminazione ai danni di rom e omosessuali, da qui l'invito agli Stati "a proseguire gli sforzi per combattere l'omofobia e la transfobia, dal momento che la pandemia ha esacerbato la discriminazione e le disuguaglianze di cui le persone Lgbti+ sono vittime".
di Davide Varì
Il Dubbio, 17 novembre 2020
Nel centrosinistra si litiga sul garantismo e sul giustizialismo. E forse è una buona notizia. Dopo anni di "sudditanza psicologica", la politica, e il centrosinistra in particolare, sembra aver finalmente aperto una crepa nel "soffitto di cristallo" della giustizia italiana.
La prima falla nella visione panpenalista che ha dominato la nostra politica da tangentopoli in poi è arrivata quasi per caso, con l'esplosione del caso Palamara. Il sistema delle nomine e del correntismo malato - perché il problema non è il correntismo ma la sua degenerazione a sistema di potere - ha infatti mostrato il lato più nebbioso della magistratura italiana.
E per la prima volta quella stessa magistratura si è mostrata dilaniata e attraversata dalle stesse logiche di potere che in questi decenni ha combattuto. Si è presentata come una sorta di autorità superiore agli altri poteri dello Stato, quasi fosse la sentinella della tenuta morale della società italiana, per poi disvelare meccaniche sembrano mutuate da quella stessa politica additata come il più negativo dei termini di paragone. Negli anni in cui ha implicitamente rivendicato una propria superiorità morale, la magistratura ha spesso trattato il diritto di difesa e l'avvocatura come una sorta di ostacoli quasi furfanteschi, rivolti ad impedire, con artifici e retorica, la scoperta dei responsabili e della verità.
Paradossalmente, la prima vittima della degenerazione è stata la magistratura stessa. La stragrande maggioranza dei giudici - convinti che il proprio ruolo fosse quello di esercitare la funzione giurisdizionale con la massima serietà e serenità - è stata arruolata suo malgrado in una battaglia pericolosissima e portata avanti da una "avanguardia" che, non di rado, ha superato i confini tracciati dalla Costituzione. Il tutto col beneplacito della gran parte dei partiti, impauriti e incapaci di bilanciare l'equilibrio dei poteri. Ma è bene ribadire che il Dna della nostra magistratura è sano e che il processo di riforma probabilmente è già iniziato con la saggia e discreta supervisione del Colle.
E la politica? La politica in tutto questo deve ritrovare la sua centralità e liberarsi da paure, pigrizie e scorciatoie. E chissà che il caso Bassolino, il governatore processato diciannove volte e diciannove volte assolto, possa rappresentare l'inizio di questa trasformazione.
Certo, ha fatto bene il direttore di Huffington post, Mattia Feltri, a ricordare alle vittime della giustizia malata di oggi - Bassolino compreso - la connivenza interessata con le degenerazioni di alcune Procure nei confronti degli avversari politici. E potremmo contare sulle dita d'una mano il numero di onorevoli che si indignarono quando nel nostro Parlamento venivano esibite le manette usate come simbolo osceno di vendetta e non di giustizia.
Ciò non toglie che oggi qualcosa finalmente si muove. E si muove proprio a cominciare dalla parte sana della magistratura che ha deciso di prendere in mano il proprio destino e liberarsi delle scorie avvelenate che in questi anni hanno portato a più di un deragliamento. Ma l'ultimo miglio spetta proprio alla politica, che sbaglierebbe a presentare il conto a un ordine giudiziario in difficoltà e al minimo storico del gradimento popolare, perché il ruolo della politica non è quello di comminare pene o vendette ma di costruire un destino comune.
di Giovanni Verde
Corriere del Mezzogiorno, 17 novembre 2020
Scrissi della diciottesima assoluzione di Antonio Bassolino. Non ho scritto della diciannovesima. Credo che il direttore abbia rispettato la mia volontà. Gli avevo detto che non avrei più scritto sul sistema di giustizia del nostro Stato. Per sfinimento. E per inutilità.
Tuttavia, la diciannovesima vicenda giudiziaria di Antonio Bassolino si presta a considerazioni che poco hanno a che vedere con la giustizia e niente con il processo. Per me Bassolino era ed è una persona perbene. La sentenza della Corte d'Appello nulla ha aggiunto alla stima per l'uomo.
Eppure, egli ha avvertito il bisogno di una sorta di timbro di autenticità che la confermasse: il sigillo dell'autorità. Ho preso a riflettere su ciò che ha spinto Bassolino ad affrontare un ulteriore grado di giudizio. È stato un lampo che, in questi tempi di cupa depressione, mi ha condotto a ripercorrere, lungo sessant'anni, le mie esperienze di vita: giudice, avvocato, docente, e per un breve periodo pubblico amministratore.
Ho ricercato il filo rosso che le ha legate tutte e l'ho trovato nel mio amore per la democrazia, che non è tale se non si nutre del culto della libertà, e nella consapevolezza che la democrazia è il frutto di una continua ricerca dei punti di equilibrio tra individualismo e solidarietà, tra etica dei diritti ed etica della responsabilità. E di fronte ad un pubblico potere, quale è quello esercitato dalla magistratura, che non ha altri controlli che non siano quelli provenienti dal suo interno, mi sono sforzato, lungo l'arco della mia vita, di raccomandare soprattutto ai magistrati il rispetto dei limiti. L'inventario della mia esistenza si conclude, tuttavia, con un saldo negativo. Infatti, ho capito, nei miei ultimi anni, che il problema è irresolubile, perché dipende dal nostro bagaglio genetico. Dopo la guerra uscivamo da una ideologia statolatra, che riposava sulle malferme gambe del fascismo (la cui ideologia di fondo non mi è stata mai chiara) e per questi quasi settant'anni ne abbiamo sposata un'altra, che ha il suo brodo di cultura nel cattocomunismo, che è la vena sotterranea che ha percorso le nostre vite in questo periodo. Abbiamo e continuiamo ad avere bisogno dello scudo protettivo dell'autorità. Stiamo agli esempi concreti.
Ho parlato di Bassolino. Analoghe considerazioni potremmo fare per la vicenda Juve-Napoli. Quasi tutti i commenti, paventando un terzo verdetto negativo, si chiedono come sia possibile che non ci sia il controllo del giudice statale. L'idea di fondo è che gli organismi di giustizia sportiva siano giudici inferiori e necessariamente sottoposti all'autorità dello Stato. Chiediamoci. Che cosa rende superiori i giudici dello Stato?
C'è una sola risposta. È un fatto formale: l'investitura a seguito di un concorso pubblico. Ma il magistrato statale è un uomo come un altro; se è assiso su di uno scranno superiore è soltanto perché lo Stato gli conferisce il potere di uso legittimo della forza. Di conseguenza, nel mondo globalizzato attuale in cui il mito della sovranità delle Nazioni è al tramonto, è inevitabile che vi siano plurime giurisdizioni, che operano all'interno degli ordinamenti cui si riconosce autonomia. Pensate. Anche le sentenze del giudice statale sono soggette al controllo delle Corti europee.
E queste ultime, se ravvisano errori gravi, non annullano le sentenze, ma condannano lo Stato a risarcire i danni. È lo stesso meccanismo, avallato dalla Corte costituzionale, che delinea i rapporti tra giustizia sportiva e giustizia statale con una scelta di ragionevole equilibrio. Si rispetta l'autonomia del mondo dello sport, ma si rispetta anche il principio del neminem laedere. Il tifoso, tuttavia, non si rassegna facilmente e pensa che la sua squadra abbia il diritto di giocare in nome della legge sportiva. Questo è il punto.
I diritti non sono come i frutti dell'albero della vita, di cui tutti possiamo godere. I diritti sono prodotti del pensiero umano che elabora gli ordinamenti per dare tutela ai bisogni, agli interessi, alle esigenze. Il pensiero corrente è che lo Stato sia al di sopra di tutto, che gli spetti di provvedere in via esclusiva e che, di conseguenza, i suoi giudici siano gli unici regolatori delle nostre esistenze. Il pensiero democratico liberale trova, invece, la sua bandiera nell'art. 2 della Costituzione "che riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove svolge la sua personalità".
È il pensiero che si oppone all'idea che tutto debba e possa essere controllato dallo Stato e che rivendica spazi di autonomia e di libertà negli ambiti in cui non nascano conflitti con esigenze irrinunciabili del vivere collettivo. La legge sull'autonomia del fenomeno sportivo si muove in questa direzione. Per quanto riguarda la vicenda in corso, poi, vorrei essere moderatamente ottimista. La decisione della Caf è un "boomerang" per la Federazione.
Se fosse confermata, la esporrebbe a plurime azioni risarcitorie e, addirittura, a un eventuale processo penale. Si è parlato di giustizia politica. Ma la difesa della Lega e del Protocollo va contestualizzata. Eravamo alle prime esperienze ed erano inevitabili incertezze applicative. Ci sono, perciò, margini per dare soddisfazione allo sportivo senza compromettere il Protocollo. In quest'ottica non so se valga la pena di tirare troppo la corda.
di Massimo Iaquinangelo
istituzioni24.it, 17 novembre 2020
"Bisogna mandare a casa i più deboli. Siamo assistendo ad un'emergenza senza precedenti, che sta implacabilmente coinvolgendo anche il sistema penitenziario". Così, esordisce nell'intervista esclusiva rilasciata a Istituzioni24.it, il Professor Samuele Ciambriello, Garante dei detenuti della Regione Campania che esorta: "bisogna mandare a casa i più deboli, come ad esempio i detenuti che hanno patologie croniche, oncologiche".
Professor Ciambriello, Lei è il Garante dei detenuti della Regione Campania, l'esplosione della Pandemia da Covid 19 ha colpito anche le carceri italiane. Qual è, oggi, realmente la situazione?
Siamo assistendo ad un'emergenza senza precedenti, che sta implacabilmente coinvolgendo anche il sistema penitenziario. Su tutto il territorio italiano il numero di contagiati tra le persone detenute si aggira intorno a 700 persone e più di 800 tra il personale di polizia penitenziaria.
La situazione in Campania è incandescente, risultano contagiati più di 150 detenuti, tra i quali 6 ricoverati presso ospedali, più di 200 tra agenti di polizia penitenziaria, personale medico, e personale amministrativo. Questa situazione grave, preoccupante, mi ha indotto a scrivere al Prefetto di Napoli, che sabato 14, ha ricevuto me ed una delegazione composta da altri garanti, cappellani e membri di associazioni che a vario titolo operano con i ristretti. Durante l'incontro il Prefetto si è impegnato a scrivere al Governo, ai colleghi delle altre provincie della Regione per creare spazi adeguati al di fuori degli istituti penitenziari per eventuali ricoveri di detenuti.
Cosa è stato fatto dalle istituzioni per tamponare tale emergenza?
L'emergenza legata al "Covid-19" ha imposto notevoli innovazioni in termini di gestione e di organizzazione nelle carceri del nostro paese. Essa ha dato "voce e corpo" alle tante difficoltà relative al nostro sistema penitenziario, facendo emergere punti critici ma stimolando anche un processo di rinnovamento. L'ingresso entro le mura delle nuove tecnologie ha consentito la riduzione delle visite in carcere. Nel mese di marzo sono state rese note anche le misure straordinarie che il Governo ha adottato per far fronte al pericolo d'ingresso e di propagazione massiva del covid-19 nelle carceri, con l'obiettivo inoltre di ridurre il sovraffollamento. A tal fine, con l'art.123 del c.d. "Cura Italia", il Legislatore ha inteso estendere le misure alternative alla detenzione e gli arresti domiciliari, producendo un processo di collaborazione istituzionale che ha visto coinvolte determinazioni interne ed esterne al carcere, che tuttavia non ha prodotto i risultati auspicati.
Quali soluzioni propone per cercare di risolvere questa emergenza?
Siamo in una situazione di grave emergenza e occorre prendere decisioni urgenti. La mia proposta parte da questa constatazione e dal fatto che già di per sé quello del carcere è un mondo in grave sofferenza; il Covid 19 sta sottolineando drammaticamente questa situazione. Il messaggio per me è chiaro, è il momento di passare alle misure alternative per evitare la pressione alla quale gli istituti di pena sono sottoposti a maggior ragione in questo periodo: bisogna mandare a casa i più deboli, come ad esempio i detenuti che hanno patologie croniche, oncologiche. Inoltre, propongo che coloro i quali devono scontare una pena inferiore a sei mesi, anche con reati ostativi, possano essere affidati alla detenzione domiciliare. Allargando il discorso mi viene in mente anche la situazione dei detenuti che scontano pene lievi e sono senza fissa dimora. È quindi il caso di utilizzare le case alloggio previste per questi soggetti che non hanno alcuna protezione sociale e rischiano di restare in cella come detenuti ignoti e contribuiscono al fenomeno del sovraffollamento che oggi è un ottimo alleato del Coronavirus.
Professore, un suo appello alle istituzioni...
Io parto dal caso emblematico di Poggioreale, il carcere più affollato d'Italia, che sta diventando una polveriera perché in dieci giorni il numero dei detenuti positivi è aumentato del triplo e sono stati contagiati anche numerosi agenti penitenziari e membri del personale addetto sociosanitario. Il discorso vale per tutta Italia, è inutile negarlo, il carcere vive un momento di grande difficoltà. C'è bisogno di una risposta della politica che sia una svolta, e con questo intendo un indulto o un'amnistia, affinché si possano svuotare le carceri per un paio di anni. Bisogna fare questo passo per scongiurare il peggio. Non c'è tempo, le istituzioni devono rendersi conto che l'universo carcere sta esplodendo e la politica deve occuparsi seriamente e concretamente di questo problema mettendo da parte la demagogia e il populismo penale.
di Roberta Errico
thevision.com, 17 novembre 2020
Da marzo a oggi, per prevenire l'emergenza Covid-19 nelle carceri italiane è stato fatto ben poco. Ci sono state diverse scarcerazioni dei soggetti fragili o a rischio per età, ma restano invariate le condizioni igieniche precarie dei detenuti e il grave sovraffollamento delle strutture. La situazione, a causa di questi problemi, è peggiorata in maniera drammatica ed è ormai fuori controllo. Come ha scritto il 13 novembre Rita Bernardini, esponente del Partito Radicale e presidente d'onore dell'associazione Nessuno tocchi Caino: "Gli ultimi [dati] ci dicono che i casi positivi tra i detenuti sono arrivati a 537 e fra gli operatori, agenti compresi, a 737". Per avere un'idea di quanto questi numeri crescano con allarmante rapidità, basti sapere che l'8 ottobre del 2020, le cifre ufficiali diffuse dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Dap, e rese note pubblicamente dall'Osapp, l'Organizzazione sindacale autonoma della polizia penitenziaria, parlavano di 34 detenuti contagiati e di 61 operatori di polizia. Sempre l'Osapp, denuncia in una lettera indirizzata, tra gli altri, al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede che in due settimane i numeri delle persone contagiate, tra detenuti e personale penitenziario, sono aumentati del 600%.
In base agli ultimi dati diffusi dal Dap ai sindacati di polizia, risalenti a domenica 8 novembre, il totale di persone contagiate nelle carceri arriva a 1.274 unità. Tutto questo a fronte di una popolazione carceraria che aumenta: oggi il numero di detenuti in Italia è pari a 54.868, un numero esorbitante soprattutto se rapportato con i posti ufficiali effettivi, 47.000 - che comunque andrebbero ricalcolati a causa di quelli che sono stati dedicati all'isolamento in caso di Covid-19. E c'è di più, tanto l'Osapp quanto la Uil penitenziaria nelle persone, rispettivamente, dei Segretari Leo Beneduci e Gennarino De Fazio, esprimono perplessità sulla tempestività dei dati forniti dal Dap e lamentano una sospetta incompletezza. Un caso eclatante: non abbiamo riscontri su quanti siano gli agenti di polizia penitenziaria isolati per Covid-19, un numero che incide sul depauperamento delle già scarse forze di polizia penitenziaria andando a porre in sofferenza un organico che da anni si definisce insufficiente.
A Radio Radicale, Riccardo Arena ha ricordato le anomalie incresciose e gli effetti devastanti del totale disinteresse della politica nel porre un freno all'emergenza sanitaria negli istituti di pena: eclatante il caso di due bambini risultati positivi nel carcere di Torino dove è detenuta la loro madre e gli ultimi due suicidi per impiccagione. Il 7 novembre, a Verona, un detenuto maliano di soli 23 anni si è tolto la vita usando i lacci della sua tuta nella cella di isolamento in cui era confinato, mentre a Ivrea il 9 novembre scorso si è ucciso un detenuto rumeno di 39 anni, anche lui in isolamento precauzionale perché accusava sintomi legati al Covid-19 da alcuni giorni. Nel corso del 2020, 51 detenuti hanno volontariamente posto fine alla loro vita; altri 79, invece, sono deceduti per malattia o per cause ancora da accertare.
Se immaginiamo gli istituti di pena come l'ultima tappa di un lungo viaggio e risaliamo le sue fasi, ci accorgiamo che ogni tappa dell'iter giudiziario di un detenuto esprime l'inadeguatezza di un sistema già profondamente compromesso prima dell'emergenza sanitaria, e questo non certo per colpa della maggior parte dei magistrati e degli operatori del diritto che intervengono nel corso dello stesso. Come denunciato il 9 novembre dall'Unione Camere Penali: "Nei Palazzi di Giustizia e negli Istituti di pena, i ritardi per giungere a sentenza, dovuti all'enorme carico processuale, si sono ulteriormente aggravati per l'emergenza sanitaria, che ha ridotto il personale e ha imposto la drastica diminuzione dei fascicoli da trattare in udienza [...] I tempi della Giustizia saranno, pertanto, ancora più lunghi, con gravi riflessi individuali su imputati e persone offese e conseguenze negative per la credibilità del Paese e per la sua economia".
L'Associazione nazionale magistrati già a marzo avvertiva "[è] assolutamente necessario che siano adottati interventi urgenti e realmente incisivi che, senza abdicare alla fondamentale funzione dello Stato di garantire la sicurezza della collettività, tengano realmente conto del fatto che le carceri sono pericolosissimi luoghi di diffusione del contagio che espongono a rischio intere comunità, costituite dai detenuti e da tutti coloro che continuano a prestarvi servizio". Pochi giorni prima di questo comunicato, tra il 7 e il 9 marzo, parte della popolazione carceraria era insorta contro le limitazioni imposte a causa dell'emergenza sanitaria, tra cui la sospensione dei colloqui con i famigliari. All'epoca il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede reagì con un provvedimento, molto discutibile, contenuto all'interno del decreto "Cura Italia" che non solo non mise freno al problema dei contagi crescenti in carcere, ma salì agli onori della cronaca per aver favorito - prevedendo gli arresti domiciliari per i detenuti ai quali restavano da scontare non più di 18 mesi - le decisioni dei magistrati di sorveglianza atte ad accordare tale beneficio, ma anche in questo caso il quadro normativo disciplinato presentava numerose incongruenze.
Al giorno d'oggi, le risposte del Governo si sono ripresentate altrettanto inadeguate e insufficienti e, se possibile, più blande di quelle di marzo. Anche il "Decreto ristori" non prevede misure efficaci, funzionali a contrastare il reale e sistematico problema delle carceri, tra le altre cose principale causa di diffusione del virus: il sovraffollamento.
"L'indifferibile esigenza di prevenire ed evitare una massiva diffusione del contagio tra la popolazione carceraria può essere soddisfatta solo con una significativa diminuzione della stessa, in misura tale da eliminare il sovraffollamento cronico rispetto ai posti disponibili e assicurare, anche all'interno degli istituti penitenziari, la praticabilità delle misure di prevenzione del contagio che lo stesso Governo impone ai cittadini liberi", scrivono dall'Unione Camere penali, "i provvedimenti adottati sino ad ora appaiono totalmente inadeguati ad affrontare la nuova ondata del virus, che si presenta molto più pericolosa e cruenta della prima. Non a caso il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione, con una sua circolare, ha rinnovato l'invito - già espresso nell'aprile scorso - di ridurre la richiesta di misura cautelari in carcere e di procrastinare l'esecuzione delle misure già emesse".
La diminuzione effettiva della popolazione carceraria per evitare ulteriori rischi di contagio non è una decisione che si può delegare ai giudici - i quali non possono fare molto di più in base agli strumenti normativi che hanno a disposizione - ma una decisione politica. È arduo trovare soluzioni che accontentino tutti, ma chi conosce profondamente la vita negli istituti di pena ne suggerisce alcune in merito alle quali andrebbe intavolato un serio dibattito tra istituzioni, politica e operatori del settore: depenalizzazione, liberazione anticipata speciale, rafforzamento della disastrata sanità penitenziaria, acquisto e utilizzo massiccio dei braccialetti elettronici, e infine i più contrastati: amnistia e indulto.
Il Governo è l'espressione del sentire comune della nostra società e alla nostra società che spesso si mostra purtroppo insensibile rispetto alle rivendicazioni dei più elementari diritti umani da parte dei detenuti e delle loro famiglie. Oggi, i detenuti e le loro famiglie invocano da più parti, come nel caso delle proteste annunciate e poi attuate nel carcere di Poggioreale, la tutela del loro diritto alla salute che in questo caso si esprime attraverso l'attuazione di serie misure per prevenire il dilagare dei contagi. La legge sancisce il principio della proporzionalità della pena in relazione al delitto compiuto, ma per la maggior parte dell'opinione pubblica aver commesso un reato è ragione necessaria e sufficiente per mettere colui che ha sbagliato nella condizione di dover subire a sua volta qualsiasi ingiustizia, anche quelle che ledono i diritti più elementari, come una sorta di punizione ulteriore.
Nel 1890, lo scrittore russo Anton Čechov si recò sull'isola di Sachalin, luogo di deportazione zarista di detenuti comuni e politici: voleva andare lì per testimoniare con i suoi occhi quali fossero le condizioni di vita dei reietti della società. In una lettera al suo editore, Aleksej Suvorin, scrisse: "Sachalin è il luogo delle più intollerabili sofferenze che possa sopportare l'uomo, libero o prigioniero che sia [...] è chiaro che abbiamo fatto marcire in prigione milioni di uomini, li abbiamo fatti marcire invano, senza criterio, barbaramente; [...] li abbiamo contagiati con la sifilide, li abbiamo corrotti, abbiamo moltiplicato i delinquenti [...] Sachalin [...] è un inammissibile luogo di sofferenze [...] l'intera Europa colta sa chi sono i responsabili: non i carcerieri, ma ognuno di noi". Sono passati più di cento anni, ma le cose non sembrano essere cambiate: questa indifferenza nei confronti degli ultimi continua a martoriare le nostre società.
di Rosanna Borzillo
Avvenire, 17 novembre 2020
Lettera dei cappellani della Campania al Guardasigilli: detenuti abbandonati, situazione ingestibile. Il ministro riveda la sua posizione sull'indulto e rilanci una legge per rafforzare le misure alternative.
Parlano di un contagio aumentato del 600%: i cappellani delle carceri della Campania dicono che "l'epidemia di coronavirus sta mettendo a dura prova la situazione dei penitenziari". I sacerdoti che vivono tutti i giorni a fianco della popolazione rinchiusa in cella preoccupati per l'aumento dei contagi e la mancanza di soluzioni al sovraffollamento.
Parlano di un contagio aumentato del seicento per cento nelle ultime settimane: i cappellani delle carceri della Campania dicono che "l'epidemia di coronavirus in queste ultime settimane sta mettendo a dura prova la situazione dei penitenziari".
Scrivono una lettera al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede in cui chiedono di "rivedere la sua posizione sull'indulto, che in questo momento sarebbe una misura di civiltà giuridica che porrebbe freno alla condizione inumana in cui i detenuti versano". "Chi era ai margini lo è ancora, e aggiunge alla sua ordinaria condizione di precarietà anche quella di un'esposizione al rischio di contagio sicuramente maggiore. Con effetti deflagranti anche dal punto di vista psicologico".
Ma chi soffre di più - proseguono i firmatari della lettera - sono i detenuti, che per i cappellani "sono dimenticati e pagano il prezzo del venir meno di un ordine normale delle cose, di provvedimenti restrittivi che hanno acuito la sofferenza di chi è recluso, causando rivolte e morti".
Nella lettera (sottoscritta dal direttore della pastorale carceraria di Napoli don Franco Esposito, da don Alessandro Cirillo della Casa di tutela attenuata di Eboli, dai cappellani di Poggioreale don Giovanni Liccardo e padre Massimo Giglio, di Secondigliano don Giovanni Russo, di Salerno don Rosario Petrone, dal vicario episcopale della Carità della diocesi di Nola don Aniello Tortora, dal cappellano dell'ex carcere Lauro di Nola don Carlo De Angelis, oltre a padre Alex Zanotelli e numerosi magistrati ed esponenti della società civile), i firmatari parlano di "un'informazione su quanto accade tra le mura delle carceri pressoché inesistente " e "quindi di uno stato di paura e angoscia costante".
I cappellani della Campania invocano "la riforma dell'ordinamento penitenziario che è stata procrastinata da tutti i governi". In un momento in cui le carceri si affollano e prende corpo nella società "una visione spregiudicata che tende a presentare la sanzione penale e il carcere come gli antidoti ad ogni male", denunciano, inoltre, "istituti penitenziari gonfi all'inverosimile, in cui, di fatto, la situazione è ingestibile". Per questo ritengono che non sia sufficiente rivedere il decreto recentemente adottato per l'emergenza coronavirus (che incide solo su una posizione molto ridotta, perché riguarda chi deve scontare ancora 18 mesi). Chiedono di "estendere a quanti più soggetti possibile la liberazione anticipata e, con la collaborazione dei Comuni, provvedere a dare un domicilio a tutte le persone detenute che ne sono prive".
Inoltre, ritengono sia necessario considerare con urgenza l'ipotesi di "una legge sulle misure alternative, che le potenzi, le sviluppi e le favorisca. Riformando gli uffici di sorveglianza, troppo spesso lenti, anzi lentissimi". "Questa lentezza - scrivono i sacerdoti - si traduce in una sostanziale violazione dei diritti dei detenuti. È necessario scarcerare chi, anche come residuo di maggior pena, si trova nella condizione di dover espiare pochi anni. Ciò favorirebbe il reinserimento nella società". La richiesta è, dunque, quella di un carcere più umano, in cui i colloqui non siano eliminati ma, con le dovute cautele, solo ridotti. E, nello specifico, siano istituiti presidi sanitari interni perché - è la conclusione - "non possiamo arrenderci. Non accettiamo l'idea che il principio di solidarietà debba essere espunto dal nostro contratto sociale. Crediamo in una giustizia dal volto umano".
di Ugo De Giovannangeli
Il Riformista, 17 novembre 2020
"Conciliare ciò che i nazional-populismi contrappongono: ecco la sfida della sinistra. È difficile, ma il Pd ha origine proprio dall'incontro tra culture differenti. Giusto chiudere la pagina dell'ideologia, apriamo però fino in fondo quella dei diritti. Un grande partito non rinuncia ai principi per paura del consenso popolare".
Dopo una conversazione durata oltre due ore, verrebbe da titolare: "Adesso parlo io". E a parlare in questa intervista è Marco Minniti: Ministro dell'Interno nel governo Gentiloni, dirigente di primo piano dei Democratici di sinistra, forse l'uomo più longevo nei governi della seconda Repubblica che ha ricoperto incarichi cruciali per il cosiddetto "cuore dello Stato".
Una sua affermazione, allora era ministro dell'Interno nel Governo Gentiloni, scatenò un vivace e aspro dibattito a sinistra: "Sicurezza è una parola di sinistra". È ancora di questo avviso?
Ci sono momenti in cui la storia e l'evoluzione concreta dei fatti esigono di dare risposta a questioni che all'inizio apparivano poco chiare. Sulla questione della parola sicurezza e del suo rapporto con la sinistra, tutto quello che si manifesta sotto i nostri occhi mi sembra che dia una risposta abbastanza chiara ed inequivoca...
Qual è questa risposta?
Vede, ogni qual volta succedeva qualcosa di molto importante, dicevamo "nulla sarà più come prima". Temo che questa volta veramente nulla sarà più come prima. Tuttavia, questa crisi pandemica globale pone un tema che era già squadernato sotto i nostri occhi, vale a dire il tema del rapporto tra l'individuo e la sua epoca. Sicurezza intesa nel senso più ampio del termine. Sicurezza "fisica". Salute. Sicurezza di una collettività, e quindi sicurezza dalla minaccia del terrorismo e della criminalità. Sicurezza ambientale. Sicurezza sociale. Sicurezza del diritto. In una sola parola: Giustizia. Come vediamo, in tutte queste definizioni c'è una parola che congiunge tutto. E quella parola è sicurezza. Emerge con evidenza il fatto che chiunque voglia affrontare questo pezzo del corso del mondo, deve misurarsi con questo. Sapendo che su questo tema c'è il confine delicatissimo e anche la sfida più radicale con i nazionalpopulisti.
Non è sufficiente il termine populisti?
Non è sufficiente. Perché quello che abbiamo davanti a noi è un intreccio, non nuovissimo nella storia ma abbastanza inedito nelle forme in cui si presenta adesso, tra nazionalismo e populismo. Il nazional-populismo di fronte a queste sfide intende porre una contrapposizione semantica, costringendo l'opinione pubblica a scegliere. Il leit motiv del nazional-populismo è: o l'uno o l'altro. Si contrappone la sicurezza individuale, la salute al sentimento di umanità. Per cui si dice: se tu vuoi garantirti la tua salute devi rinunciare a un pezzo di umanità nel rapporto con gli altri. Perché in un'epoca di coronavirus, l'accoglienza è di per sé il rischio di una contaminazione. E poi si contrappone la sicurezza alla libertà. Se vuoi avere più sicurezza contro la sfida terroristica, rilanciata anche in questi giorni sotto i nostri occhi, devi rinunciare a un pezzo della tua libertà. Sicurezza ambientale. Nello schema del nazional-populismo non è possibile garantirla perché viene posta in contrapposizione a crescita e sviluppo. Devi scegliere: o l'uno o l'altra. La sicurezza dei diritti. Anche qui: la contrapposizione tra il bisogno straordinario di giustizia e il principio delle garanzie. Vuoi che la giustizia sia efficace e veloce? Allora devi rinunciare alle "garanzie". Se le guardiamo insieme, queste rinunce sono la fine di una democrazia. Questo è il senso della sfida drammatica, mai così possente, che il nazional-populismo pone alle democrazie, che oggi sono chiamate a gestire una emergenza estrema (Covid) nel rispetto di uno stato di diritto, della trasparenza, della comunicazione corretta, della discussione e del convincimento. I regimi autocratici, le cosiddette democrazie non compiute, non hanno bisogno di misurarsi con tutto questo. Questo è il cuore della sfida per la Sinistra.
Vale a dire?
La sinistra in questa fase storica deve conciliare ciò che i nazionalpopulisti contrappongono. Deve conciliare sicurezza e umanità, sicurezza e libertà, ambiente e sviluppo, giustizia e garanzia. Lo so che è un percorso più difficile. Ma è un compito storico irrinunciabile. Quello cioè di svolgere un grande ruolo che una volta si sarebbe chiamato democratico e nazionale. Nazionale, perché risponde agli interessi di un paese; democratico perché si muove nel cuore dell'attacco alla democrazia. Se questo è il problema, se noi non avessimo fatto il Partito democratico nel 2007 dovremmo farlo adesso.
Nessun pentimento dunque o giudizio fallimentare?
Se la sfida è al cuore delle democrazie qual è la risposta migliore di un partito che si chiama democratico! Un partito che prende di petto la questione. Che appunto perché nella sua impostazione originaria, era l'incontro tra culture e storie differenti - la cultura ambientalista, la cultura socialista, la cultura cristiana - può lavorare a quella conciliazione. Operazione che non può fare soltanto una delle grandi culture progressiste. È giusto che il Pd abbia "voltato la pagina" della ideologia. Dell'ideologia intesa nel senso hegeliano del termine, cioè della falsa coscienza, degli occhiali che ti fanno leggere la realtà non per com'è. Superare l'ideologia tuttavia non significa rinunciare ai principi. Un grande partito non può non avere grandi principi. E aggiungo non può pensare che i suoi principi entrino in contraddizione o in conflitto con il consenso popolare, per cui alcune cose si devono dire a mezza voce, perché altrimenti il popolo non ci vota. In controluce si legge il grande nodo del rapporto tra sinistra e consenso popolare, sapendo una cosa d'importanza vitale...
Quale?
La sinistra o è di popolo o non è. E con quel popolo che deve parlare, e a quel popolo che deve trasmettere il messaggio che è possibile tenere insieme sicurezza e umanità. Sicurezza e libertà. Giustizia e garanzia. Chiudiamo definitivamente la pagina dell'ideologia, apriamo fino in fondo la pagina dei diritti. Un partito così fatto è evidente che si arricchisce se al suo interno vivono espressioni programmatiche, culturali differenti. Diventa anzi un elemento di ricchezza oggettiva, che consente di parlare nella maniera più specifica possibile a pezzi e singole identità delle nostre società. E qui viene il punto dolente per il Pd.
In che senso?
Nel senso che il Partito democratico non ce l'ha fatta su questo. Perché quelle che noi chiamiamo sensibilità/correnti oggi sono diventate un'altra cosa. Una camicia di nesso per il Pd. Sono uno strumento di gestione del potere. Mi chiedo, da predicatore disarmato, può un partito che rischia di diventare una confederazione di correnti, affrontare la sfida che abbiamo di fronte nei prossimi anni? Che non è quella di gestire nel migliore dei modi possibili l'esistente, cosa che non è da buttare via. Sapendo tuttavia che non è possibile gestire nel modo migliore l'esistente se non c'è una innovazione radicale. Ed è questa la risposta vera del voto degli Stati Uniti.
Biden non ha vinto dunque, come si scrive e si dice da diverse parti a casa nostra, perché è stato "moderato", "centrista"...
Ma quale voto centrista! È un voto riformista. Che è cosa del tutto diversa. Un voto tuttavia di un'America profondamente divisa. Nessuno si illuda che con lo straordinario risultato elettorale conseguito da Biden si cancelli, con un tratto di penna, il nazional-populismo nel mondo. C'è una grande maggioranza di americani che vuole voltare pagina. Ma ci sono anche 72 milioni di voti che sono andati a Trump. E qui c'è il gigantesco contrappasso, quasi uno scherzo della storia. Con la sua reazione al voto, Trump sta rendendo gli Usa più deboli. Il teorico dell'"America first" sta facendo un danno drammatico al suo paese. È "America second", perché prima c'è "Trump first". Se vuoi, ciò è iscritto dentro la logica del nazional-populismo: anche nel momento in cui si innalza la bandiera di un sentimento collettivo, come "Prima l'America", poi quel sentimento è sottoposto all'egoismo del potere, alla bizzarria e all'arbitrio del singolo capo. Il riformismo se vuole essere vincente deve misurarsi con la radicalità del suo approccio. Il rischio più grande che noi oggi viviamo è l'affermarsi di una risposta che riproponga una società drammaticamente divisa tra garantiti e non garantiti. È il Covid che ti spinge in questa direzione. A fotografare quello che già c'è. Chi è. Già garantito continuerà ad esserlo, chi non lo è sarà messo drammaticamente ai margini. Così una democrazia non regge. C'è poi, altrettanto cruciale, drammatico, il tema delle nuove generazioni. Noi stiamo chiedendo ad esse di assumersi un peso enorme per quanto riguarda il futuro. Il Debito Pubblico. Stiamo lasciando loro un paese peggiore di quello che noi abbiamo trovato. Se questo è il tema, è chiaro che tu devi avere una spinta fortissima all'Innovazione. Lo dico brutalmente: l'Italia e l'Europa non possono essere soltanto Paesi per vecchi. Proprio per questo dobbiamo cambiare anche la struttura materiale dei partiti. Quella camicia di nesso va strappata
Come si fa?
Si apra una fase costituente per un grande progetto di una sinistra che tenga insieme riformismo e radicalità. Aprire porte e finestre, fare entrare gente nuova. Una grande palestra del pensiero, utilizzando al meglio tutti gli strumenti della comunicazione e del web. Antonio Gramsci, discutendo della differenza che c'è tra un gruppo di comando e un gruppo dirigente, rimarcava una cosa che mi permetto di ricordare adesso: il gruppo di comando lavora per confermarsi in quanto tale. La verità di un gruppo dirigente, diceva Gramsci, è quella di costruire le condizioni del proprio superamento. Un gruppo dirigente si realizza davvero quando ha costruito un altro gruppo dirigente.
La sinistra italiana ha dimenticato Gramsci?
Temo proprio di sì.
In una interessante intervista di qualche tempo fa al prestigioso settimanale Stern, lei ha sostenuto che l'Europa e l'Italia si giocano molto, se non tutto, nel Mediterraneo. È ancora di questo avviso?
Quel bambino, il piccolo Joseph, che muore annegato nel Mediterraneo non può essere una storia da ottava pagina. Neanche per un secondo può essere considerata una vicenda di ordinaria amministrazione. Non si può morire in quel modo. È inaccettabile. È una sconfitta per le nostre democrazie. Non si può lasciare il Mediterraneo centrale privo di un presidio di ricerca e salvataggio in mare. Fino al 2018 questo è esistito, coordinato dalla Guardia costiera italiana, ne facevano parte organizzazioni non governative, la missione europea "Sophia", la Guardia costiera libica. E questo ha coinciso con la più significativa riduzione degli arrivi illegali nel nostro paese e contemporaneamente una significativa diminuzione del numero dei morti nel Mediterraneo. Il messaggio deve essere chiaro e netto: nel 2020 non è più possibile, non è più accettabile che i trafficanti di esseri umani controllino il trasferimento delle persone. C'è bisogno di un radicale cambio di paradigma nelle politiche migratorie. Nell'epoca del virus appare evidente che tutto ciò che è legale, può essere controllato, e quindi è compatibile con la salute collettiva. Proprio per questo dobbiamo cancellare i canali e costruire o rafforzare i canali legali. Rafforzare innanzitutto i corridoi umanitari. Se ci sono persone che fuggono dalla guerra, quelle persone non li portano in Europa i trafficanti di esseri umani ma le grandi democrazie attraverso i corridoi umanitari. Non è una impresa impossibile. Si era già cominciato a farlo. Questa deve diventare oggi una pratica dell'intera Europa. Bisogna garantire canali legali di ingresso in Italia e in Europa. Una gestione intelligente e aperta dei flussi migratori che consenta ai nostri paesi di potere far fronte al bisogno di lavoro che le nostre società richiedono. Liste nei paesi di partenza gestite dalle reti diplomatiche italiana ed europea. Dobbiamo cambiare la Bossi-Fini. Se non lo facciamo adesso, quando? Il Mediterraneo, insieme con il Pacifico, è il terreno di confine tra democrazie e regimi autoritari o non compiutamente democratici. Quello che sta avvenendo nel Mediterraneo è una competizione-cooperazione tra Russia e Turchia, tra due visioni imperiali che ritornano: l'imperialismo russo e quello ottomano. Come possiamo, noi occidentali, dormire sonni tranquilli quando vediamo squadernarsi sotto i nostri occhi delle cose che in altri momenti ci avrebbero turbato.
A cosa si riferisce in particolare?
Penso per esempio alla "pax siriana". All'inizio Russia e Turchia erano schierate su fronti contrapposti. Poi però hanno trovato un accordo. Quella "pax" ha comportato tuttavia un sacrificio: quello del popolo curdo. Abbiamo chiamato i curdi a combattere contro lo Stato islamico, e i curdi hanno combattuto. Eppoi li abbiamo lasciati da soli. E poi c'è il Nagorno-Karabakh. L'Armenia cristiana. Anche lì, una competizione su due fronti contrapposti, ma poi a un certo punto si arriva ad una "composizione". Ed essa colpisce il sentimento dell'Armenia.
E poi c'è la Libia...
L' eventualità di una "pax siriana" sulla Libia, con una divisione in zone d'influenza tra Russia e Turchia, sarebbe uno scacco drammatico per l'intera Europa e non solo per l'Italia. Questo è il punto cruciale. Nei prossimi vent'anni il futuro dell'Europa si giocherà in Africa, a partire dall'Africa settentrionale. Un'Europa che guarda soltanto ad Est è un'Europa destinata alla sconfitta. La partita vera si gioca nel Mediterraneo. È l'Est che è scivolato drammaticamente nel "Mare nostrum". L'Europa non può rimanere spettatrice. È evidente che con la vittoria di Biden cambieranno i rapporti tra Stati Uniti ed Europa. Ma una nuova dimensione euroatlantica non può prescindere dal Mediterraneo. Questo compito spetta all'Europa. Come non comprendere che dopo la "Primavera araba" oggi c'è un freddissimo "Inverno arabo"? Accanto alla Libia c'è la Tunisia, l'unica democrazia nata dalla rivoluzione araba. Noi abbiamo squadernati sotto i nostri occhi i pericoli che quella democrazia corre, stretta in una drammatica crisi economica. Il tema non è soltanto il governo dei flussi migratori. C'è qualcosa di ben più ampio ed epocale che riguarda gli assetti democratici del pianeta. Se dovesse collassare la Tunisia, il rischio è di un gigantesco effetto domino. Basta guardare la linea di costa dal Mediterraneo orientale al Mediterraneo centrale: Siria, Libano, Egitto, Libia, Tunisia, Algeria. Tutti paesi che per varie ragioni hanno sfide drammatiche che possono travolgerli. L'Europa deve misurarsi con tutto questo, mettendo in campo un grande piano economico. La Russia e la Turchia possono muoversi con una spregiudicatezza militare che l'Europa non può e non deve avere. Sono dei giganti con cui può misurarsi, è una questione di "taglia", soltanto l'Europa. Consapevole che quei giganti hanno i piedi d'argilla. Cioè la fragilità economica di quei paesi. L'Europa deve mettere in campo tutta la sua forza economico nel rapporto con l'Africa settentrionale. Io aggiungo anche la sua forza civile. Sapendo che nessuno da solo ce la può fare. Né la Francia, né la Germania, né l'Italia. Se l'Europa si divide su questo, perde.
ottopagine.it, 17 novembre 2020
Leontina Lanciano in campo per fare il punto sulla situazione di detenuti e personale. Contagi, guarigioni, tamponi, distribuzione dei dispositivi di sicurezza e assistenza sanitaria: Leontina Lanciano in campo per fare il punto sulla situazione di detenuti e personale.
Un monitoraggio a 360 gradi sulla situazione Covid nelle tre strutture carcerarie del Molise: la Garante regionale dei Diritti della persona ha avviato la raccolta formale dei dati relativi a contagi, guarigioni, tamponi, gestione dell'isolamento, distribuzione dei dispositivi di sicurezza e tipologie di assistenza sanitaria. Un'azione a tutela delle persone detenute ma anche degli operatori e del personale che opera nelle case circondariali, che si inserisce tra le iniziative intraprese dall'inizio della pandemia ad oggi per contrastare la diffusione del virus.
"Si tratta di decisione - spiega Leontina Lanciano - nata dall'esigenza di avere un preciso quadro della situazione, anche a fronte dell'insorgenza del cluster del carcere di Larino e della recente protesta pacifica intrapresa dalle persone recluse presso tale penitenziario, che chiedono l'elaborazione di un piano di contenimento dell'epidemia. Da contatti intercorsi con i vertici del carcere ho ricevuto rassicurazioni sulle condizioni attuali, in particolare per qual che riguarda il numero dei contagi che, a quanto si apprende, si sarebbe mantenuto pressoché stabile. Inoltre è stata già disposta, da parte dell'Asrem, l'esecuzione dei tamponi all'interno della struttura, anche per il personale in servizio".
Quella dell'effettuazione dei tamponi è una misura che era stata sollecitata, in passato, anche dalla Garante, che solo pochi giorni fa è nuovamente intervenuta a sostegno del circuito carcerario con due ulteriori richieste: la fornitura dei dispositivi di protezione individuale (quali ad esempio le mascherine) presso i penitenziari locali e il potenziamento del presidio infermieristico della casa circondariale di Larino.
"Quanto a quest'ultimo aspetto - sottolinea la dottoressa Lanciano - a fronte delle segnalazioni ricevute dalle persone ristrette nel penitenziario e di concerto con la direttrice del carcere Rosa La Ginestra, con cui mi tengo costantemente in contatto, ho ritenuto necessario richiedere l'attivazione di un presidio infermieristico notturno, prolungando la presenza del personale medico-infermieristico precedentemente previsto fino alle 22. Ciò per dare una risposta tempestiva ed efficace in questo momento di acutizzazione della curva pandemica e scongiurare, così, possibili ricadute pericolose legate alla condizione emergenziale esistente".
Attraverso il monitoraggio, conclude l'organo regionale di garanzia, "sarà possibile avere un quadro dettagliato e veritiero della diffusione del virus e della gestione dei casi, nell'ottica di fornire risposte pronte e mirate in grado di assicurare la protezione di tutti i soggetti che vivono il carcere quotidianamente".
- Torino. "No alla sospensione dei colloqui in carcere"
- Tolmezzo (Ud). Il Covid al 41bis: tutti i detenuti contagiati
- Busto Arsizio. Focolaio Covid nel carcere: 22 detenuti positivi
- Roma. Nelle carceri 5 i positivi al Covid. "I protocolli sono rigidi"
- Reggio Calabria. L'umanità dolente del carcere che non rinuncia a rinascere










