di Clemente Pistilli
La Notizia, 12 ottobre 2019
Il ministro dell'Interno: "Assunto dallo Stato chi ha sfidato la mafia". Non hanno mai fatto parte della criminalità organizzata e non hanno fatto neppure affari con i boss. Hanno creduto nello Stato e, essendo testimoni delle malefatte dei clan, hanno denunciato i mammasantissima.
Da quel momento hanno perso tutto, dalle aziende agli affetti. Vivono nascondendosi pur di garantire con le loro testimonianze il buon esito di indagini e processi. Sono i testimoni di giustizia. Ben diversi dai collaboratori, che prima di pentirsi sedevano allo stesso tavolo dei malavitosi. Eppure lo Stato, come più volte denunciato dai testimoni, non è mai stato particolarmente vicino a chi ha dato al Paese un aiuto così importante.
Ha lasciato gli autori delle denunce e le loro famiglie soli, con un piccolo assegno per andare avanti e nulla più. Il ministro dell'interno Luciana Lamorgese sembra decisa a cambiare rotta, dando a quelli che sono dei fantasmi una chance: un lavoro con cui poter progettare il proprio futuro. I testimoni di giustizia, in base agli ultimi dati disponibili, in Italia sono 78 e 255 sono i loro familiari, costretti a seguire in una vita diventata un inferno chi ha denunciato fatti e misfatti delle organizzazioni criminali.
Un incubo che coinvolge anche 80 minori, per i quali di frequente è difficile anche andare a scuola. Senza contare che gli stessi contatti con le istituzioni di media sono complicatissimi. Lamorgese ha deciso di affrontare un simile dramma e di ridare speranza a chi da troppo tempo non ne ha più. Un impegno preso anche analizzando i risultati dell'analisi fatta sul fenomeno dalla Commissione parlamentare antimafia e spulciando l'ampia documentazione in materia, da cui emerge "la sostanziale richiesta di una revisione del sistema di protezione dei testimoni di giustizia".
La legge dell'11 gennaio 2018 sulla protezione dei testimoni prevede il "reinserimento sociale e lavorativo" di chi ha contribuito a sconfiggere i clan mettendo a rischio la propria vita. E prevede che una seconda chance possa arrivare con un posto di lavoro nella pubblica amministrazione. Il ministro dell'interno, partendo da lì, ha quindi messo a punto uno schema di decreto ministeriale con cui regolare tali assunzioni e prevedendo che i posti di lavoro possano essere assegnati anche ai familiari dei testimoni, finiti a loro volta in un limbo di precarietà e privazioni.
Fino ad oggi, in base alla normativa precedente, un lavoro del genere è stato dato soltanto a 16 testimoni di giustizia. Si può fare meglio e di più. Con un lavoro a chi ha contribuito in maniera determinante nel contrasto alle mafie al posto dell'assegno di Stato, che in tal modo si troverebbe anche a risparmiare.
Lamorgese ha specificato nello schema di decreto chi avrebbe diritto alle assunzioni pubbliche e con che modalità, garantendo ovviamente ai beneficiari tutte le misure di sicurezza di cui hanno bisogno. Ora manca solo il via libera da parte del Senato.
baritoday.it, 12 ottobre 2019
Il teatro come pratica artistica e civile, per un progetto, a cura di Teatri di Bari/Teatro Kismet OperA, in collaborazione con la Compagnia CasaTeatro, che da più di vent'anni continua ad offrire uno spazio di alta formazione e produzione scenica, rivolto ai giovani detenuti dell'Istituto penale per i minorenni "Fornelli" di Bari e non. Parte da ottobre la stagione 2019/2020 della Sala Prove, lo spazio teatrale dell'Istituto, con un ricco calendario di appuntamenti che sarà presentato in questa sede al pubblico mercoledì 23 ottobre e giovedì 24 ottobre alle 20.30.
Sala Prove è un progetto nato nel 1997 grazie a un protocollo di intesa tra Ministero della Giustizia ed Ente Teatrale Italiano, che si avvale della direzione di Lello Tedeschi - drammaturgo, regista e formatore teatrale - e della collaborazione della Compagnia CasaTeatro diretta da Piera Del Giudice.
Tre i pilastri su cui si fondano le attività: programmazione, produzione e formazione. Iniziative che approcciano al mondo teatrale non solo i giovani detenuti dell'istituto, ma anche persone esterne alla struttura, con l'obiettivo di non marginalizzare il lavoro svolto al Fornelli e offrire alla città un singolare spazio artistico e culturale.
Un'iniziativa che non si ferma alla sola produzione teatrale, ma mira anche a realizzare e curare la programmazione culturale multidisciplinare pubblica degli spazi e promuovere attività formative - artistiche, organizzative ed educative - in rete con gli istituti scolastici della città e l'Università degli Studi "Aldo Moro" di Bari. Come il festival 'Way out - Visioni e suoni per un teatro altrovè, che per la sua prima edizione a giugno 2019 ha aperto le porte dell'Istituto al pubblico per 6 giorni di eventi teatrali e musicali nel teatro, attrezzato con 70 posti a disposizione degli spettatori, e negli spazi esterni dell'Istituto.
Le attività della Sala Prove, che si avvalgono anche dell'expertise di artisti esterni, hanno portato infatti alla creazione di una vera compagnia, la Compagnia della Sala Prove, composta da detenuti-attori e artisti professionisti esterni che sono parte integrante del progetto, promuovendo le produzioni e l'attività nei circuiti professionali nazionali e definendo dunque l'esperienza tra le più significative nel panorama del teatro carcere italiano.
In scena lo spettacolo "Tutto ricordare, tutto dimenticare" - L'ultimo lavoro firmato Compagnia della Sala Prove è lo spettacolo 'Tutto ricordare, tutto dimenticarè, primo appuntamento della stagione 2019/2020, che fino a giugno prevede spettacoli, laboratori e seminari di alta formazione aperti a tutti. Tutto ricordare, tutto dimenticare, che andrà in scena nelle due serate di presentazione della nuova stagione, è diretto da Lello Tedeschi e si avvale della prova attoriale del detenuto-attore Alex Nistor e Piera Del Giudice.
Una pièce ispirata a una delle favole italiane più amate: il Pinocchio di Collodi, che si incrocia sul palco alla storia di un giovane dei nostri tempi, un'apprendista dell'esistenza in cerca di identità e leggerezza in un mondo che riconosce insidioso e incerto. Ad accompagnarlo, in questo apprendistato, una giovane donna, in cui riverbera, come in un sogno, la figura della Fata, che però non ha nulla da insegnare, né, tanto meno, vuol farsi madre. Guida complice, semmai, specchio su cui far rifrangere desideri, mancanze, speranze, paure.
E con cui condividere il bisogno di difendere e custodire gelosamente la propria essenza originaria, per l'uno il legno, per l'altra il sogno. L'evento è a posti limitati, con prenotazione obbligatoria. Per partecipare bisogna inviare una mail di richiesta, indicando nome e cognome e il proprio numero di telefono e allegando copia del documento di identità all'indirizzo
elbareport.it, 12 ottobre 2019
Si terrà nell'Aula Magna della sede di Salita Napoleone, il seminario "Quali prospettive di lavoro nel sociale? Esperienze nel carcere". L'appuntamento, in programma per mercoledì 30 ottobre, è organizzato dall'Isis Foresi insieme alla Casa di reclusione di Porto Azzurro e all'Università delle 3 Età-Unitre. Partecipano le classi Quinte del liceo delle Scienze umane.
L'inizio è previsto alle 9,30 con il saluto del preside del Foresi Enzo Giorgio Fazio. Seguirà la relazione del dott. Luca Lischi, Capo di Gabinetto dell'Assessore regionale a "Istruzione, formazione e lavoro" Cristina Grieco sul tema "Conoscere, Comprendere, Cogliere". Di esperienze lavorative in carcere parleranno il direttore della Casa di reclusione di Porto Azzurro, dott. Francesco D'Anselmo, e la responsabile dell'area educativa, dott.ssa Giuseppina Canu. Sono previsti interventi degli studenti.
I lavori proseguiranno nel pomeriggio sulle esperienze di volontariato in carcere, con l'introduzione del presidente Unitre di Porto Azzurro, dott. D. Casalini. Verrà presentato il Premio letterario "Casalini" per i detenuti, con due membri della Giuria: i proff. Pablo Gorini e Fabio Canessa. Saranno distribuite copie del volume "L'altra Libertà" che raccoglie composizioni di detenuti.
"Questa giornata - dichiara il preside Fazio - centrata su una delle realtà presenti sull'isola, testimonia il legame fra il Foresi e carcere. Un rapporto che dura da molti anni e che, oltre alla sezione del liceo scientifico, vede la collaborazione su diversi progetti. Tutto per favorire la conoscenza di un pianeta sconosciuto, da una parte, e favorire, dall'altra, il dialogo fra studenti interni ed esterni, e rafforzare così il rapporto scuola-territorio.
Il Foresi, come le altre scuole elbane, contribuisce ai percorsi rieducativi delle persone condannate, in linea con l'articolo 27 della Costituzione Italiana, sul fronte dell'istruzione e della formazione professionale. La presenza di classi del liceo delle Scienze umane è significativa per la coerenza fra materie di studio e i temi della devianza, della pena e della rieducazione".
di Giovanna Pezzuoli
Corriere della Sera, 12 ottobre 2019
Chi sta fuori sa ben poco della vita delle recluse, delle loro sofferenze, come delle loro risorse e della forza che consente loro di immaginarsi dopo la detenzione. Perché le donne vanno in carcere, come vivono, quali trattamenti vengono loro applicati, che cosa accade quando hanno figli piccoli? Il carcere non è un luogo per donne, che rappresentano un'esigua minoranza, il 4,4%, circa 2.600 persone.
"Ce ne occupiamo non solo per il nostro interesse - vorrei dire passione - per le minoranze, ma per la peculiarità della questione, di fatto poco conosciuta. Per tutte le implicazioni che la detenzione ha nelle differenze di genere", scrive Nicoletta Gandus, magistrata che partecipa al collettivo Donne e Diritto di Milano, nell'introduzione del libro Doppia Pena.
Il carcere delle donne, curato insieme a Cristina Tonelli. E spiega la scintilla da cui è nato il volume, la lettura del testo Recluse. Lo sguardo della differenza femminile sul carcere, in cui le autrici, Susanna Ronconi e Grazia Zuffa, davano voce alle detenute, raccontando strategie personali e collettive per contrastare la mortificazione e la perdita di sé.
Lettura da cui è scaturito, in un gruppo di socie della Casa delle donne di Milano, il desiderio di approfondire il tema, affrontato dalle relatrici durante un affollato incontro alla Casa (oltre a Ronconi e Zuffa, Tamar Pitch, Claudia Pecorella, Marianna Grimaldi, Eva Banchelli e Antonia Monopoli) e quindi approfondito ed elaborato in un libro. Si chiede Nicoletta Gandus: "Se il superamento della pena detentiva è un traguardo di certo lontano, e incompatibile con il pensiero oggi dominante, cosa fare, ora, in particolare per le donne detenute?". Che sicuramente vivono una maggiore afflizione rispetto agli uomini per la loro pena. Il carcere del resto si declina sempre al maschile.
Le differenze di genere comportano notevoli differenze di condizioni di vita nel sistema penitenziario italiano: le donne, le madri, ancora più le straniere (che sono il 70% delle recluse) e le transgender (minoranza della minoranza) sono nella grande maggioranza dei casi tenute fuori da corsi e programmi trattamentali.
Sostiene Susanna Ronconi, attivista e ricercatrice che da anni si occupa di carcere, del quale ha una personale esperienza come detenuta politica negli anni 80 e 90: "Non è ancora morta la vecchia idea, alla base della storia della istituzionalizzazione femminile, che oltre alla trasgressione del codice penale, ci sia anche una certa trasgressione dei "codici di genere", di cosa sia e debba essere "femminile".
E a volte pesa sulle donne come un macigno. Emblematico il tema della cattiva madre". Aleggia, scrive Grazia Zuffa, psicologa, già senatrice per il Partito Democratico, "la rappresentazione della donna criminale che col reato tradisce la femminilità e la vocazione materna". Del resto, nei secoli il carcere femminile era prevalentemente in mano alle suore, fa notare Nicoletta Gandus, erano sostanzialmente donne devianti dal modello.
Stereotipi e pregiudizi segnano dunque la reclusione femminile, da sempre assimilata a quella dei minori, non degli uomini adulti. Spesso poi le donne non sono informate tempestivamente e restano escluse dalla cultura premiale che regola l'accesso a pene alternative, permessi, lavoro all'esterno e questo rappresenta un ulteriore elemento di sofferenza. Ma sono anche tante le testimonianze, riportate nel libro, che mostrano il potenziale di queste donne, la loro volontà di uscire dal ruolo di vittime passive. "Dare valore e parola a coloro che vivono il carcere può innestare un meccanismo di riforma delle pratiche concrete della vita carceraria", nota Grazia Zuffa.
"Si cade, ci si può rialzare più forti di prima; so che è difficile però ho affrontato di tutto e affronterò anche questo", dice una detenuta. E un'altra: "Non ho perso questo voler bene a me stessa, questo posto non è riuscito ad annullarlo. Preferisco parlare quando il dolore è passato, perché non mi piace sentirmi una vittima".
Racconta un'altra ancora: "In fondo non mi costa niente compilare una domandina per una che non sa l'italiano, aiutare in qualche modo. Perché dà soddisfazione anche a me... è una cosa che comunque fa stare bene anche me, è uno scambio che mi gratifica".
E poi c'è il tempo che non passa mai: "Io mi sono inventata una valanga di cose da fare. C'era il teatro, mi sono offerta volontaria per cucire i vestiti da teatro; in cucina sono senza grembiuli, mi sono offerta volontaria per cucire i grembiuli... Se un'amica mi dice aggiustami una gonna, gliela riparo".
Tempo ma anche responsabilità, memoria, legàmi e cura sono parole chiave di un ritratto collettivo, scrive Susanna Ronconi, che dà l'idea di quanto sarebbe importante sostenere le strategie di queste donne. Soprattutto facilitando l'accesso alle pene alternative e limitando la carcerazione cautelare, che colpisce più le donne degli uomini. E conclude: il 75% delle donne incontrate nei cinque anni del percorso di ricerca hanno reati minori e pene sotto ai tre anni. Perché devono essere recluse?
Esistono tuttavia alcuni isolati esempi positivi, come l'Istituto a custodia attenuata per detenute madri (Icam) di cui parla Marianna Grimaldi, educatrice professionale. Un'esperienza pilota, avviata nel 2006 grazie all'intervento del giornalista Candido Cannavò e del direttore Luigi Pagano che promuovevano una campagna di sensibilizzazione, condividendo una visione allora quasi utopica, portare all'esterno delle mura di San Vittore tutti i piccoli e le loro madri benché detenute. A tutt'oggi nella sezione distaccata sono state ospitate circa 350 donne, con i loro bambini da 0 a 6 anni, che hanno potuto usufruire di un progetto educativo relazionale in una prospettiva di prevenzione e di collaborazione con le risorse del quartiere. Della difficoltà di garantire l'interesse superiore del minore scrive la docente di diritto penale Claudia Pecorella, ripercorrendo le tappe del graduale adeguamento normativo all'esigenza di non interrompere il rapporto madre-figlio.
Interventi culturali e formativi sono essenziali per mitigare il senso di isolamento anche per coloro che si trovano nelle situazioni più estreme, come le detenute transgender, a rischio di ghettizzazione, e le straniere. Eva Banchelli, germanista che lavora come volontaria all'associazione Naga, spiega le fragilità delle detenute straniere, per le quali peraltro mancano dati e studi di riferimento. "Portano su di sé il peso di una tripla assenza: dal Paese di origine, dal Paese d'arrivo e da quel Paese a parte che è il carcere, con i suoi codici, le sue regole, il suo linguaggio così difficile da imparare e che significheranno, nel loro caso, non solo reclusione, ma una spesso insormontabile esclusione".
Aggiunge Nicoletta Gandus che nel libro il tema specifico della detenzione femminile è stato inserito nel più ampio contesto della situazione carceraria italiana, con una sorta di "bigino" sull'evoluzione storica del carcere e della pena. Dando conto inoltre delle proposte contenute negli Stati Generali dell'esecuzione penale del 2016.
Un lavoro enorme quest'ultimo, voluto dall'allora ministro alla Giustizia, Andrea Orlando, per lo studio di una diversa esecuzione penale più aderente alla Costituzione, dove si auspicava la messa a punto di misure alternative alla detenzione, "con un lungimirante e razionale ripensamento sulla funzione e sulla funzionalità delle risposte sanzionatorie". "Prima proposta organica, per quanto imperfetta e incompleta, formulata dopo la legge del 1975, diventata ancora più imperfetta con i decreti attuativi dall'ex ministro degli Interni Matteo Salvini, che sosteneva invece la necessità di costruire più carceri", afferma Nicoletta Gandus.
Qualcosa comunque si muove: si è appena svolta a Milano, il 3/4 ottobre la conferenza nazionale dei garanti dei detenuti, durante la quale Stefano Anastasia, invitando a spezzare l'equazione tra pena e carcere, ha lanciato l'idea di una riconvocazione autonoma degli Stati Generali per capire che cosa si può fare con l'attuale legislazione. Le donne sono una minoranza, conclude Nicoletta Gandus, ma proprio da questa minoranza potrebbe partire un cambiamento nei fatti, per riguardare poi l'intera popolazione carceraria.
Il libro, l'appuntamento - La presentazione: del libro "Doppia pena. Il carcere delle donne" (edizioni Mimesis/Eterotopie 2019, pag. 114) si parla sabato 12 ottobre, dalle ore 16 alle 20, alla Casa delle donne di Milano, in via Marsala 8. Al dibattito, cui partecipa Franco Maisto, garante dei detenuti di Milano, segue il monologo di Claudia Fontana "Io non faccio eccezione". Coordina Nicoletta Gandus.
di Antonietta Nembri
Vita, 12 ottobre 2019
Al via lunedì 14 ottobre il programma di avvicinamento alla seconda edizione del festival nazionale che dal 18 al 20 ottobre vivrà il suo clou nel quartiere Le Vallette. A inaugurare gli eventi nella casa Circondariale Lorusso e Cutugno uno spettacolo di Paolo Rossi che sarà poi replicato per il pubblico. La chiusura affidata al musicista Omar Pedrini che accompagnerà la serata finale delle premiazioni.
Dopo Ascanio Celestini e Moni Ovadia che sono stati i testimonial artistici della prima edizione, quest'anno LiberAzioni, il Festival delle Arti dentro e fuori (il carcere) che avrà come cuore pulsante il quartiere Le Vallette di Torino ospitando tra la Casa Circondariale Lorusso e Cutugno e il Teatro Don Orione il clou degli eventi vedrà la presenza di Paolo Rossi e Omar Pedrini.
Teatro, disegno, pittura, musica scrittura, fotografia, cinema e video sono la base di una visione di organizzazione partecipata che attraverso il progetto AxTo (si legge Aperto e sono azioni per la periferie torinesi) offre a titolo gratuito attività, laboratori dentro e fuori che raccontano il carcere e il quartiere.
Ad aprire la settimana del festival una serie di eventi di avvicinamento che si svolgeranno nel centro di Torino e in particolare lunedì 14 ottobre a inaugurare LiberAzioni sarà la proiezione speciale su Armando Punzo e la sua Compagnia della Fortezza di Volterra, (ore 17.30 alla Bibliomediateca Rai di via Verdi 31), all'appuntamento interverranno Valentina Noya, direttrice di LiberAzioni, Franco Prina, che per l'Università di Torino è responsabile nazionale dei poli universitari carcerari, e Filippo Cropanese dell'associazione Quinto Polo. Sempre lunedì si parlerà anche delle "Parole che liberano", incontro dedicato alle esperienze di scrittura in carcere (ore 20.45 all'Unione Culturale "Franco Antonicelli").
Tra gli eventi a Palazzo Barolo, mercoledì 16 ottobre inaugura la mostra "Oltre. Tra dentro e fuori". Si tratta di un evento satellite del progetto-festival LiberAzioni - l'arte dentro e fuori.
La mostra è il momento culminante di due percorsi separati, ma paralleli, che si sono sviluppati all'interno della Casa Circondariale Lorusso Cutugno di Torino e ideati dall'Associazione Museo Nazionale del Cinema: un laboratorio di disegno, guidato dagli artisti Petra Probst e Jhafis Quintero, e i worshop di fotografia, tenuti da Francesca De Dominicis, formatrice ed esperta in arti visive.
Probst e Quintero hanno lavorato con alcuni detenuti della sezione di Alta Sicurezza avvicinandoli al disegno: il segno grafico è servito da indagine della propria identità, riscrittura del sé, rottura della contenzione fisica che il carcere impone, giungendo a comporre un foltissimo corpus di lavori, dei quali la mostra offre una selezione, frutto dell'attività guidata dai due formatori, ma anche della pratica autonoma svolta da alcuni nelle proprie celle.
Il titolo della mostra evoca il superamento di un confine: da parte della persona detenuta, oltre le sbarre e la limitazione dello spazio, oltre le proprie capacità e l'immagine di se stessi, ma anche da parte del visitatore, invitato ad andare al di là del pregiudizio e dello stereotipo. La mostra si pone quindi come spazio di incontro tra chi è libero e chi è detenuto, tra chi è presente e chi è assente. L'esposizione è aperta fino al 17 novembre.
A chiudere gli eventi di avvicinamento in centro Torino, giovedì 17 ottobre l'anteprima del cortometraggio "Sacro ardente cuore" scaturito dal laboratorio di video partecipato di LiberAzioni nella sezione Prometeo dei detenuti sieropositivi del carcere di Torino al Lacumbia film e la prima sessione dei cortometraggi in concorso (teatro don Orione a partire dalle ore 20,30). In programma per esempio La madre e il suo principe di Roberto Agagliate, ispirato a una fiaba della raccolta "Gypsy Folk-tales", e Voci di dentro di Lucio Laugelli, che punta l'obiettivo su sei detenuti della Casa di reclusione di San Michele ad Alessandria.
Due sono i concorsi nazionali di cinema e scrittura, uno per cittadini liberi e l'altro per detenuti, a cui si aggiunge quest'anno un contest musicale nelle periferie alla ricerca del pezzo che farà da colonna sonora alla sigla durante la settimana di LiberAzioni; sette sono i premi in denaro, equamente ripartiti tra i partecipanti che si trovano dentro e fuori dalle carceri italiane.
Le giurie sono miste e composte da detenuti e da professionisti che li incontrano in carcere, tra i quali il regista Daniele Gaglianone, la scrittrice Paola Mastrocola, la Managing Director del TorinoFilmLab Mercedes Fernandez Alonso, la programmatrice del Museo Nazionale del Cinema Grazia Paganelli, i registi Marilena Moretti, Oreste Crisostomi e Francesco Cordio, il produttore Massimo Arvat, la scrittrice Giusi Marchetta e la ricercatrice Perla Allegri di Antigone Piemonte.
Il festival prevede anche il convegno, La pena dopo la pena, in programma sabato 19 ottobre alle ore 10 al Campus Luigi Einaudi. Si parte da una domanda: Quali sono i limiti della pena? Quesito che si rende necessario dai tanti e crescenti episodi nei quali persone condannate, dopo aver espiato la condanna ed essere tornate libere, anche a distanza di molti anni, hanno subito ostracismi di varia natura e intensità nel loro percorso sociale. Come se la pena dovesse produrre effetti senza fine, come se lo stigma nei confronti del reo dovesse rimanere per sempre e pregiudicare il suo reinserimento sociale. Ci si chiede anche che ruolo abbiano i media e gli operatori penitenziari e del diritto in questo processo? Che ruolo possono avere i Garanti dei detenuti?
A parlarne: Emilia Rossi, dell'Ufficio del Garante nazionale delle persone private della libertà, Davide Demichelis, giornalista, Susanna Ronconi, dell'associazione Sapere Plurale e Sergio Segio, dell'associazione Società Informazione. Modera Claudio Sarzotti di Antigone Piemonte, ma interverrà anche la Garante di Torino, Monica Cristina Gallo, e ci saranno letture dell'attrice e regista Clara Galante. A Paolo Rossi spetterà inaugurare il festival vero e proprio, venerdì 18 ottobre alle ore 9, nella sala del teatro all'interno della Casa circondariale "Lorusso e Cutugno". La sera, poi, lo spettacolo sarà aperto al pubblico al Teatro Don Orione, in piazza Montale 18, nel cuore del quartiere Le Vallette (ore 21).
L'ultimo giorno, domenica 20 ottobre, sarà Omar Pedrini a chiudere i Festival accompagnando la serata finale delle premiazioni dei vincitori del contest (ore 20 teatro Don Orione). L'ex leader dei Timoria inoltre presenterà il suo libro Cane sciolto (Chinaski Edizioni) alle ore 17 al Teatro Don Orione, con Sergio Segio e Andrea Perrone.
catanzarotv.net, 12 ottobre 2019
Lo scorso 4 ottobre, nella sala Teatro della Casa Circondariale di Catanzaro si è svolta la presentazione del libro "Il faggio che sposò la luna" dell'avvocato Felice Foresta, un viaggio nei luoghi tradizionali ed emozionanti della Calabria, recentemente pubblicato da Argot Edizioni. L'evento rientra in una più ampia programmazione di recupero che prevede la partecipazione dei detenuti ad un laboratorio di scrittura e lettura, attivo ormai da anni.
"La nostra realtà - ha affermato la direttrice Angela Paravati - è consapevole dell'importanza di riscoprire il valore della propria terra: della Calabria si racconta spesso il male, la nostra regione ha gli onori della cronaca in genere solo per notizie relative alla criminalità. In realtà una Calabria positiva esiste, è fatta di tante realtà e di tante bellezze spesso offuscate". Presenti all'incontro, che ha visto una viva e attiva partecipazione dei detenuti, oltre all'autore, il magistrato di sorveglianza Angela Cerra, che si è soffermata sull'importanza della cultura nei percorsi di rieducazione. E la particolarità del libro è proprio che la trama stessa è un percorso.
La celebrazione liturgica per i trent'anni dalla morte della madre riconducono il protagonista, Giancarlo Morabito, docente di Botanica Farmaceutica all'Università di Agraria di Piacenza, in Calabria, tra volti e paesaggi familiari. Ritornano immagini, razionalmente sfocate, ma sempre vivide nell'anima. Giancarlo incontrerà anche il doloroso destino di un vecchio compagno di giochi e si farà forte del ricordo del padre per trovare soluzioni e andare avanti. Ne emerge il ritratto di una Calabria per alcuni tratti simile alle realtà detentive: fatta di dolore e forza, di presa d'atto degli errori commessi, di fragili speranze e di coraggio per inizi nuovi, nonostante tutto.
La lettura di parti del libro è stata accompagnata dalle esecuzioni musicali di Gianfranco Riccelli, artista che si è esibito in passato con Rentoli e Guccini. Riccelli ha fatto anche ascoltare anche dei brani musicali su temi quali l'emigrazione e la morte del padre, molto coinvolgenti per i detenuti, che hanno posto all'autore alcune domande sul libro elaborate nelle ore di studio trascorse con la docente volontaria Liliana Olivo. Felice Foresta ha risposto ampiamente agli interventi dei lettori, soffermandosi in particolare su aspetti relativi all'attuazione della Costituzione in carcere. Agli spunti letterari si sono unite così riflessioni giuridiche e di attualità, in un dibattito ricco di idee e di "punti di vista" diversi.
La Repubblica, 12 ottobre 2019
Una serie di film con l'obiettivo di coinvolgere i giovani nel racconto del rapporto tra società e legalità: violenza sulla donna, l'adolescenza, i genitori, la libertà, l'ergastolo, la marginalità. Fuori le Ali, in collaborazione con la Scuola d'Arte cinematografica "Gian Maria Volonté", l'Associazione Culturale "Boncompagni 22", il Liceo Scientifico Statale "Augusto Righi" e con il sostegno del Mibac, presenta la rassegna Cinematografica (con un ciclo di tavole rotonde) "Un Altro Sguardo": dall'11 ottobre 2019 al 7 febbraio 2020 per due venerdì al mese (ore 15.00-19.00, Liceo Righi, sede di Via Boncompagni 22, Roma; l'ultimo appuntamento sarà alla Casa del cinema.
Le proiezioni dei film saranno destinate al solo pubblico studentesco, mentre le tavole rotonde a tema (che dai film prenderanno spunto) sono aperte al pubblico e gratuite. L'iniziativa, che rientra nel piano "Buone Pratiche per la Scuola", intende essere per gli studenti oltre che un arricchimento culturale, un'occasione di utilità pratica, permettendo ai partecipanti di usufruire dei crediti previsti per i Percorsi per le Competenze Trasversali e l'Orientamento (Pcto).
Il cinema e i suoi mestieri nel disagio sociale. L'Associazione Culturale Fuori Le Ali, che unisce cineasti, personalità impegnate nella lotta alle disuguaglianze e alle ingiustizie, intellettuali italiani e professionisti dello spettacolo ha come obiettivo portare il cinema e i suoi mestieri nei luoghi del disagio sociale, fisico, psicologico, dove diritti civili e dignità personali sono negati o limitati: un cinema non inteso come privilegiata industria e "fabbrica dei sogni", ma come modello di cooperazione attiva e strumento artistico e culturale di creazione di coscienza.
L'inizio di un lungo percorso. Nata nell'ottobre 2017, Fuori le Ali incomincia il suo percorso nell'Istituto Penitenziario Minorile di Airola (Bn) nella primavera 2018 - come unico partner del progetto Il Palcoscenico della Legalità, tenuto dal rapper Luca "Lucariello" Caiazzo dell'Associazione TheCo2 - che prosegue nell'Ipm di Roma di Casal del Marmo tra giugno e luglio 2018 con il progetto Fare Cinema, portando le maestranze e i professionisti del cinema tra i ragazzi del carcere con incontri settimanali dedicati alle molteplici professioni, prendendo spunto dalla visione comune dei film realizzati da registi, attori, scenografi, montatori.
Per il suo impegno nelle carceri, Fuori le Ali ha ricevuto nel novembre 2018 il premio "Nella Memoria di Giovanni Paolo II", iniziativa promossa con il sostegno del Ministero della Giustizia (Dipartimento per la Giustizia Minorile e di Comunità) e il patrocinio del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, la Fondazione Ente dello Spettacolo e la Fondazione Giovanni Paolo II.
Il coinvolgimento delle nuove generazioni. Presente e solidale in cause sociali come quella portata avanti dalla "Casa Internazionale delle Donne", fino a giungere alla recente premiazione insieme ad Amnesty International dell'Associazione Davide Bifolco - Il dolore non ci ferma Onlus lo scorso 29 settembre al Rione Traiano di Napoli in occasione della proiezione del film Selfie di Agostino Ferrente, Fuori le Ali sarà ora impegnata in una rassegna cinematografica con tavole rotonde a tema che si terrà presso il Liceo Scientifico Statale "A. Righi" di Roma, dal titolo "Un Altro Sguardo". Una serie di film con l'obiettivo di coinvolgere le nuove generazioni con la capacità del cinema di raccontare il rapporto tra società e legalità, che toccherà i temi del disagio sociale, la violenza sulla donna, l'adolescenza e i rapporti con i genitori, la delinquenza, la marginalità.
Gli argomenti scottanti con gli occhi del Cinema. Gli argomenti più scottanti della contemporaneità visti attraverso gli occhi del cinema, dei suoi interpreti, ma anche di intellettuali, magistrati, artisti, che parteciperanno alle tavole rotonde aperte al pubblico e moderate dal responsabile della comunicazione di Fuori le Ali Serafino Murri: testimonianze di interpreti dei film, intellettuali, scrittori, magistrati e psicologi, per mettere a fuoco nella loro complessità e nella loro urgenza tutti i luoghi oscuri del nostro tempo, quelle zone grigie dove il confine tra la normalità e il perdersi sfuma in situazioni di inquietudine, disagio e crimine. Le proiezioni dei film saranno destinate al solo pubblico studentesco, mentre le tavole rotonde a tema (che dai film prenderanno spunto) sono aperte al pubblico e gratuite.
di Marco Conti
Il Messaggero, 12 ottobre 2019
"Tutti i problemi di carattere militare, di politica estera, economico, finanziario, ambientale, sono tutti risolvibili con l'attività di grandi soggetti e se l'Europa non diventa, sotto tutti i profili, un grande soggetto difficilmente avrà influenza". Ad Atene si ritrovano tredici capi di Stato europei e Sergio Mattarella lancia l'allarme per il futuro incerto dell'Unione e per un'Europa che sembra aver smarrito il principio di solidarietà "per affrontare unita l'emergenza immigrazione" come le sfide economiche e sociali o ciò che sta accadendo in Siria.
"Dobbiamo insieme costruire strumenti adeguati per una gestione comune e sostenibile del fenomeno migratorio - sostiene il Capo dello Stato - evitando la rimozione del problema o il tirarsene fuori, perché questo esporrebbe l'Europa nei prossimi decenni ad essere travolta dal fenomeno stesso". Con coraggio e un parlar chiaro, Mattarella invita i presenti ad "una gestione comune" del fenomeno perché "se non è governato, diventerà una condizione che travolge il continente". "Salvare le vite umane e cancellare l'ignobile fenomeno del traffico di esseri umani" che "per le nostre coscienze, è un costante rimprovero".
Mattarella parla davanti anche ai colleghi dei paesi di Visegrad ai quali ricorda che "se l'Unione si riducesse ad una comunità di interessi, il legame che la tiene insieme non reggerebbe a lungo". In politica estera l'Ue si sta confermando "marginale, come la crisi siriana sta in queste ore dimostrando": "I protagonisti sono altri ma - osserva - le conseguenze cadono sull'Europa". Mattarella ricorda anche l'intesa raggiunta a Malta spiegando che ora la rotta con maggiori flussi è quella orientale, "ma per questo occorre una gestione comune".
Ma se Germania, Portogallo e Grecia hanno condiviso la visione solidale, fino a lodare il ruolo dell'Italia, il nord Europa ha confermato quanto siano ampie le distanze. A tentare di dare lezioni i presidenti di Ungheria, Polonia e Lettonia zittiti però dal padrone di casa, il greco Prokopis Paulopoulos: "Voi non capite che cosa significa avere il mare, avere dei confini di mare".
di Gaetano Vallini
L'Osservatore Romano, 12 ottobre 2019
Le immagini del fotografo romano Valerio Bispuri trasudano dolore e solitudine restituendo un senso di angoscia e di infinita tristezza. Quello del carcere è un mondo a parte: rassicurante per chi sta fuori e che preferirebbe non sapere nulla di quanto vi accade, devastante per coloro che sono costretti a viverci dentro, perché la pena detentiva non consiste nella sola privazione della libertà, ma spesso anche in un'umiliante perdita della propria dignità.
Una situazione di progressivo degrado e abbrutimento contro cui s'infrange l'aspirazione di poter restituire un giorno alla società uomini e donne capaci di reinserirsi a pieno titolo nel tessuto civile. Una dura e triste realtà mostrata senza possibilità di fraintendimenti dalle 103 fotografie di Valerio Bispuri contenute nel libro Prigionieri, un viaggio quasi dantesco nei gironi delle carceri italiane, secondo capitolo di un racconto iniziato nell'inferno delle prigioni sudamericane.
Bispuri, romano, 48 anni, è il primo fotografo ad aver ottenuto dal Dipartimento amministrazione penitenziaria del Ministero della giustizia l'autorizzazione a visitare alcuni dei più importanti istituti di pena del paese, e il risultato è un documento crudo, senza filtri, sulla condizione delle carceri e di chi ci vive. Ma non solo. Perché Prigionieri (Roma, Contrato, 2019, pagine 173, euro 39), al pari del precedente lavoro, Encerrados (2014), si presenta soprattutto come una vera e propria indagine antropologica che l'autore porta avanti da tempo sul tema della libertà perduta per la conseguenza di un crimine, di una dipendenza e dell'emarginazione sociale.
Il viaggio nelle carceri italiane è durato tre anni, durante i quali il fotografo ha visitato dieci istituti di pena: l'Ucciardone a Palermo, Poggioreale a Napoli, Regina Coeli e Rebibbia Femminile a Roma, Capanne a Perugia, Bollate e San Vittore a Milano, il carcere della Giudecca a Venezia, la Colonia penale di Isili a Cagliari e il piccolo penitenziario di Sant'Angelo dei Lombardi, in provincia di Avellino.
Strutture di varia grandezza ed età, e con diversi gradi di sicurezza. Ma a guardarli attraverso l'obiettivo della macchina fotografica di Bispuri sembrano tutti uguali. Le immagini, rese ancora più drammatiche da un bianco e nero livido e granuloso, mostrano problemi comuni: il sovraffollamento, la precarietà dei fabbricati, la mancanza di personale, la difficoltà nell'organizzare programmi di rieducazione del detenuto. Ma ancora di più raccontano i drammi personali e collettivi di uomini e donne rinchiusi in spazi angusti e fatiscenti, in quelli che appaiono quasi come non-luoghi, fermi in un tempo indefinito e, sebbene spesso al centro delle città, percepiti come invisibili. Come i loro ospiti.
Invisibili e soli. "In questi tre anni - scrive infatti Bispuri nel fascicolo accluso al libro fotografico - ho avuto l'opportunità di conoscere da dentro il mondo delle carceri italiane e l'idea che ne ho ricavato è di una solitudine sconfinata: i detenuti sono permanentemente a contatto tra di loro, eppure sono sempre soli, in qualsiasi momento della giornata". La solitudine di corpi che, in giornate insopportabilmente lunghe, si aggirano in celle anguste dalle pareti scrostate, lungo stretti corridoi, cortili piccoli e soffocanti con alti muri e inferriate. I suoni sono sempre gli stessi - lo sbattere di spessi cancelli, il risuonare di piccoli passi, il bisbiglio di decine di voci che si confondono - e pare persino di sentirli.
Microcosmi - Bispuri per descrivere una delle carceri usa l'immagine efficace di astronave decadente - dove si confondono lingue, rumori, umori; dove le persone private della libertà tentano disperatamente di ricostruire affetti e abitudini, di conservare un barlume di umanità. Significative le foto in cui le detenute si truccano, si abbracciano. O quelle dei detenuti che cercano di tenersi in forma, come l'uomo che solleva improvvisati manubri i cui pesi sono ricavati da confezioni di bottiglie di plastica piene d'acqua. O quello, osservato da altri due carcerati, appeso a una sbarra agganciata a una finestra: un'immagine che mostra però un inatteso simbolismo, presentandosi come una sorta di "crocifissione". Blasfema la definisce in uno dei testi di commento al volume lo scrittore Edoardo Albinati, che da oltre vent'anni lavora come insegnante a Rebibbia, ma carica di drammatico realismo.
Nel suo ultimo romanzo, Il confine, terzo capitolo di una ponderosa trilogia sul narcotraffico in America, Don Winslow dedica una pagina particolarmente toccante alla descrizione dei penitenziari. "Le carceri - scrive tra l'altro - sono palazzi del dolore. Se i muri potessero parlare, urlerebbero". Ecco, le foto di Bispuri urlano, trasudano dolore e ci restituiscono un senso di angoscia e di infinita tristezza. "Non si può non restare senza fiato - sottolinea Albinati - di fronte all'impressione più forte comunicata da queste fotografie: in galera (come del resto non sono in pochi ad augurarsi...) ci si marcisce dentro. Così come sono fatte queste prigioni, ci si marcisce e basta. Altro che! Le persone marciscono, i loro corpi si sfasciano, la loro mente pure, l'umanità non si riscatta o riabilita, semmai ulteriormente si degrada".
Un degrado che si legge soprattutto sui volti. Solcati da rughe profonde e da cicatrici, talvolta segnati da tatuaggi (come molti corpi), sono lo specchio di vite difficili, spesso oltre il limite. Allo stesso tempo sono testimonianze di esistenze che anche prima sembravano avere poche possibilità di un futuro diverso. Non che delinquere sia una strada obbligata, ovviamente, ma statistica e sociologia confermano un fenomeno sociologicamente reale, come spiega in un altro commento Stefano Anastasia, fondatore e presidente onorario dell'Associazione Antigone, Garante delle persone private della libertà per le Regioni Lazio e Umbria: "Si vedono, si riconoscono nelle immagini di Bispuri le persone predilette dal sistema penitenziario: hanno origini territoriali ed estrazioni sociali determinate. Un terzo, si sa, sono stranieri, quasi la metà meridionali".
E se negli anni passati la gran parte della popolazione penitenziaria era composta da persone provenienti da regioni del Mezzogiorno, oggi una buona parte di questi ultimi sono stati sostituiti da immigrati. Perché, spiega, Anastasia, "nella speciale classifica della non abbienza i migranti, in particolare se irregolari (come la nostra legislazione li preferisce), non sono solo poveri, ma anche privi dei più elementari diritti civili, e dunque esposti quanto altri mai alla necessità del lavoro illegale e, all'occorrenza, criminale".
Se la vita ti ha messo su un binario sbagliato, l'impressione successiva è che gli scambi lungo la linea siano tutti bloccati, la destinazione segnata. E così, nonostante la professionalità, l'impegno e l'umanità degli operatori e di tanti volontari, l'esperienza del carcere aggiunge dolore a dolore, lo amplifica, e lo espande. Bispuri è andato alla ricerca di questo dolore per documentarlo, ma anche per raccontare quell'umanità che prova a resistere, cercando di non cedere alla disperazione, aggrappandosi ostinatamente a frammenti di apparente normalità: una partita a carte, a bigliardino, a calcetto; una lezione in un'improvvisata aula scolastica o in un piccolo laboratorio.
"Più di tutto - annota il fotografo - sono stato a stretto contatto con i detenuti: ho pranzato nelle loro celle, ho ascoltato i loro racconti, ho condiviso i loro pianti e le loro risate. Abbiamo vissuto momenti che sembravano quotidiani". E "alla fine di questo lungo viaggio - conclude - rivedo un sorriso, una mano che si stringe, un abbraccio, il lamento e la paura di chi sa che il tempo è sempre uguale. Rivedo gli spazi stretti, la mancanza vitale di una speranza e il terrore mascherato delle giornate. L'ultima immagine che ritorna è quella di un detenuto di Regina Coeli che gioca da solo a pallone durante l'ora d'aria".
A chi attraverso questi scatti ha percorso in piccola parte quello stesso viaggio, resta una sensazione di profondo disagio. In Prigionieri ci s'imbatte in una sconfitta: quella di una società che non riesce a coniugare le esigenze della giustizia - che prescrive di scontare una giusta pena per un delitto - e la necessità di garantire il rispetto della dignità delle persone recluse, offrendo al contempo un percorso riabilitativo e di reale reinserimento. Perché, come ha detto di recente Papa Francesco ai membri dell'Amministrazione penitenziaria italiana, se non si garantiscono condizioni di vita decorose ai detenuti, "le carceri diventano polveriere di rabbia". E, ha aggiunto, "se si chiude in cella la speranza, non c'è futuro per la società".
di Simona Verrazzo
Il Messaggero, 12 ottobre 2019
Il premio Nobel per la Pace va nuovamente all'Africa, ma stavolta alla regione del Corno, una delle più povere e martoriate del continente. Il prestigioso riconoscimento è andato al premier dell'Etiopia, Abiy Ahmed Ali. "Per i suoi sforzi è la motivazione del Comitato di Oslo per raggiungere la pace e la cooperazione internazionale, e in particolare per la sua decisiva iniziativa per risolvere il conflitto di confine con la vicina Eritrea". L'assegnazione del Nobel per la Pace, come ogni anno, ha acceso il dibattito politico e sociale, soprattutto perché la grande favorita era Greta Thunberg, la giovanissima attivista svedese, appena sedicenne, paladina della lotta contro il cambiamento climatico.
In carica dall'aprile 2018, da quando ha iniziato a guidare il governo Abiy Ahmed Ali ha cambiato il volto del paese. In poco più di un anno ha tolto lo Stato di emergenza, liberato i prigionieri politici, legalizzato i partiti di opposizione. Storica anche la svolta di emancipazione femminile, con numerose donne ai vertici delle istituzioni, a cominciare da Sahle-Work Zewde, presidente della Repubblica.
Ma la vera rivoluzione è arrivata nelle relazioni internazionali, in particolare con la vicina Eritrea, citata nelle motivazioni dell'assegnazione del Nobel per la Pace. Un tempo era un unico paese, fino all'auto-proclamazione dell'indipendenza di Asmara nel 1991 (ufficializzata con un referendum nel 1993), ma con l'avvio del conflitto, scoppiato nel 1998, i rapporti tra Etiopia ed Eritrea si sono interrotti, lasciando spazio alle armi.
In due anni tra le 70.000 e le 100.000 persone hanno perso la vita, fino ad arrivare a una situazione di stallo racchiusa nell'espressione "nessuna pace, nessuna guerra".Abiy Ahmed Ali, 43 anni e l'intera giovinezza trascorsa a convivere con il conflitto, ha fatto della distensione dei rapporti con l'Eritrea uno dei principali punti del suo programma di politico. Non tutti avrebbero scommesso che l'importanza data alla ripresa delle relazioni con Asmara lo avrebbe portato al potere, avendo l'Etiopia ben altri problemi interni.
Invece così non è stato e a luglio 2018, soltanto tre mesi dopo la presa in carico del governo, ha annunciato il disgelo con Isaias Afwerki, 73 anni, eterno presidente dell'Eritrea, al potere dal 1991, disgelo suggellato dalla visita di quest'ultimo ad Addis Abeba dopo un'assenza di 22 anni. Ripresa delle relazioni diplomatiche e anche dei rapporti commerciali, compresa la riattivazione delle rotte aeree tra i due paesi: i progetti di infrastrutture comuni sono numerosi, tutti promossi dall'Etiopia che, a causa dell'indipendenza dell'Eritrea, ha perso lo strategico sbocco sul Mar Rosso. L'arrivo di Abiy Ahmed Ali è stato letto come un segnale di speranza per l'intero continente. "Il premio Nobel per la pace 2019 ha precisato il Comitato di Oslo in un tweet intende anche riconoscere tutte le parti interessate che lavorano per la pace e la riconciliazione in Etiopia e nelle regioni dell'Africa orientale e nord-orientale".
"Felicitazioni sono arrivate da tutto il mondo, compresa l'Italia, a cui l'Etiopia è storicamente legata. "Le mie più calorose congratulazioni al mio grande amico e coraggioso statista Abiy Ahmed Ali è il messaggio del presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte l'Italia è e sarà al tuo fianco". A ottobre Conte era volato ad Addis Abeba, primo leader europeo in visita in Etiopia dopo la pace con l'Eritrea, ricambiato da Abiy Ahmed Ali, che a gennaio è stato accolto a Palazzo Chigi.
- Siria. La guerra sporca, fatta per procura, per conto dell'Europa
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