di Concetta Formisano
vesuviolive.it, 11 ottobre 2019
La Curia di Napoli si fa portatrice della promozione per la formazione dei volontari delle carceri. Il corso, il quale avrà inizio il giorno sabato 9 novembre 2019, sarà una formazione per volontari penitenziari dentro e fuori le carceri di Napoli e avrà luogo presso la sede della Pastorale Carceraria dell'Arcidiocesi di Napoli, in Via Giuseppe Buonomo 39/41 a Napoli.
Sarà possibile iscriversi al corso fino al 31 ottobre 2019. Per la partecipazione è previsto un contributo alle spese di 10,00 euro. Il corso è aperto a chiunque desideri impegnarsi nel volontariato nella Diocesi di Napoli ed anche ai volontari già operativi di tutte le associazioni di volontariato penitenziario.
L'intento del corso, promosso dalla Curia di Napoli, sta nel fornire le competenze di base per operare nell'ambito penitenziario di intervento, delineando le caratteristiche principali dell'ordinamento penitenziario italiano, del ruolo del volontariato e degli strumenti da utilizzare per ottenere una relazione efficace con le persone detenute e le persone soggette a provvedimenti restrittivi della libertà personale.
Il corso consterà di sei incontri di formazione che si svolgeranno ogni sabato mattina dalle ore 9:00 alle ore 12:30. Tra i formatori figurano: Gherardo Colombo, ex magistrato, Don Tonino Palmese, Vicario Episcopale della Diocesi di Napoli, Samuele Ciambriello, Garante Regionale delle persone private della libertà, Roberta Gaeta, Assessore alle politiche sociali del Comune di Napoli, Maria Luisa Palma e Giulia Russo, rispettivamente direttrici della Casa Circondariale di Poggioreale e del Carcere di Secondigliano, Monica Amirante, Presidente del Tribunale di sorveglianza di Salerno, Monica Latini, responsabile area coordinamento interdistrettuale Uiepe Campania ed Antonio Mattone, della Comunità di Sant'Egidio. Gli incontri saranno moderati da Emanuela Scotti, giornalista e direttrice responsabile della testata Liberi di Informare, dentro ma fuori dal carcere. L'iniziativa è stata promossa dal Centro Diocesano di Pastorale Carceraria diretto da Don Franco Esposito, insieme alla Conferenza Regionale Volontariato Giustizia, alla Caritas Diocesana Napoli e all'Associazione Liberi di Volare Onlus.
di Marco Ventura
Il Messaggero, 11 ottobre 2019
Ci sono italiani tra i jihadisti nei campi di detenzione controllati finora dai curdi nel nord della Siria. E non si sa che fine faranno. Perché i curdi sostengono di non essere più in grado di garantirne il controllo. Stati Uniti e Gran Bretagna si stanno muovendo per trasferire in luoghi sicuri, e processare, i soggetti più pericolosi.
Ma per centinaia di combattenti di non si sa quante nazionalità (50, 60, c'è chi dice di più), non è chiaro il destino. Senza contare lo scarico di responsabilità tra europei, curdi e americani, ma anche siriani e iracheni "ufficiali", sulla giurisdizione dei processi, sull'eventualità della creazione di una Guantánamo mediorientale e la "presa in carico" di jihadisti pro-Isis per i quali, in base agli standard occidentali, è praticamente impossibile istruire un'indagine o raccogliere prove di crimini commessi.
Gli esperti di diritto internazionale e non solo si stanno interrogando, in Italia, su come trattare il dossier. Perché oggi non esiste uno strumento legislativo per perseguire i combattenti dell'Isis italiani, una volta rientrati. C'è la legge che punisce il reclutamento, specie via Internet, ma non quella che serve a condannare un seguace e miliziano del Califfato che abbia preso la via di casa. Il risultato è che finora anche l'Italia, come altri Paesi europei, ha avuto le mani legate (e scarsa volontà) nell'operazione di "rimpatrio" dei propri jihadisti. "Tecnicamente non so quanti siano, ma so che ci sono italiani", ha detto ieri il presidente della regione dell'Eufrate ed ex sindaco di Kobane, Anwar Muslem, all'Aki-Adnkronos.
"Quando la Turchia entrerà nel Rojava", regione presidiata dalle milizie curde Ypg (Protezione del Popolo), dice Muslem, "non potremo più controllare i detenuti dell'Isis che attraverso la Turchia si sparpaglieranno in tutto il mondo, perché sono cittadini di 52 Paesi". Si tratta, rincara Dalbr Jomma Issa comandante delle Ypg femminili, di elementi "molto pericolosi non solo peri curdi, ma per l'intera umanità. Noi - aggiunge - non pensiamo di rilasciarli, ma non sappiamo neanche noi fino a quando possiamo sorvegliarli. In tante città ci sono cellule dormienti che ora, nel caos, iniziano a muoversi".
Trump ribadisce che saranno i turchi a occuparsi dei prigionieri. Ma è realistico? La linea di Ankara verso l'Isis è oggi di netta chiusura. Ma intanto nella disgregazione e nel "fai-da-te" generale in Siria, gli USa hanno preso in consegna e trasferito due membri britannici dell'Isis colpevoli di avere decapitato ostaggi. Sono Alexanda Kotey e El Shafee Elsheikh, componenti di un gruppo jihadista chiamato "i Beatles". Ma in Gran Bretagna non c'è la pena di morte e negli States, invece, sì. E finora il massimo che il Regno Unito abbia escogitato per evitare il rientro di famiglie jihadiste in patria è la revoca della cittadinanza, misura che presenta criticità legali non potendo nessuno ritrovarsi per il diritto internazionale nella condizione di apolide. Il che è successo a familiari di detenuti dell'Isis con passaporto della Regina.
La realtà è che pochi Paesi si sono preoccupati finora di far rientrare propri concittadini: Kazakhstan, Uzbekistan, Tajikistan, Russia, Kosovo e la stessa Turchia. Diciotto bambini in Francia, 16 tra adulti e minori negli USA, meno di una decina in Germania. E 8, 7 e 5 bambini rispettivamente in Australia, Svezia e Norvegia. Quattro francesi sono stati processati in Iraq, tra mille polemiche.
di Tommaso Di Francesco
Il Manifesto, 11 ottobre 2019
Il lessico delle guerre provocate dall'Occidente abbonda di parole come tute mimetiche. Non è infatti né l'ennesima guerra, né è del solo Erdogan la "pugnalata alle spalle" dei curdi.
Ma da dove vengono i ricatti di Erdogan? Vale la pena chiederselo, vista la faccia tosta con cui rivendica il buon diritto di invadere il nord della Siria e fare terra bruciata dell'esperienza dei curdi del Rojava. Ieri è stato più esplicito del solito, rivolto ad una Turchia che, tutta, - tranne l'Hdp curda - plaude all'offensiva. Ha ammonito l'Ue che se la considera un'invasione, rimanderà in Europa i 3 milioni e 600mila profughi che gli abbiamo appaltato; ha attaccato chi lo critica, come l' egiziano al Sisi definendolo "il killer della democrazia; e ai Saud ha ricordato le stragi in Yemen...Insomma: "Da che pupito". E certo è una bella accozzaglia di criminali. E alla Nato ha chiesto: "La Turchia è un membro alleato, c'è l'articolo 5. Come fate a non reagire mentre i terroristi ci attaccano?".
Più provocatorio di così. "Ennesima guerra", "La guerra di Erdogan", "Pugnalata alle spalle"... I titoli dei media si rincorrono; con il titolo "offensivo" dell'offensiva turca: "Fonte di pace". Il lessico delle guerre provocate dall'Occidente abbonda di parole come tute mimetiche. Non è infatti né l'ennesima guerra, né è del solo Erdogan la "pugnalata alle spalle" dei curdi. E l'invasione turca è solo sorgente di nuove guerre. Non è l'ennesima guerra perché Erdogan così facendo porta a termine la somma delle ambiguità che hanno caratterizzato l'impresa statunitense ed europea di destabilizzazione della Siria.
Rappresentata, come ha scritto sul manifesto Alberto Negri, dal tentativo di "guidare da dietro le "primavere arabe". A cominciare dal ruolo del segretario di Stato Hillary Clinton - entusiasta - e di Obama - reticente - con la guerra Nato che ha abbattuto in Libia Gheddafi nell'ottobre 2011; per ritrovarsi solo un anno dopo (l'11 settembre 2012) al rovescio disastroso dell'impresa, con l'uccisione a Bengasi dell'ambasciatore Usa Chris Stevens. "Abbiamo fatto in Libia una figura di m..." commentò lo stesso Obama. Ma sempre nel 2011 si apriva il portale della destabilizzazione della Siria, ben più decisiva strategicamente in Medio Oriente della pur imperdibile piattaforma petrolifera libica.
La passeggiata ad Hama dell'ambasciatore Usa Robert Ford - come ha raccontato lui stesso in una intervsita del 2017 a Newsweek - tra i ribelli siriani fu il via libera per l'ingresso dei foreign fighters jihadisti che stazionavano in Turchia, cui veniva delegata la loro gestione. Ruolo che Erdogan prese alla lettera con la collaborazione della Nato: li armava, li addestrava e con l'Isis stabilì profiqui affari anche petroliferi, come testimoniarono giornalisti coraggiosi di Cumhuryet, incarcerati o costretti all'esilio.
L'invenzione che fu lanciata, dentro la Coalizione degli Amici della Siria (dagli Usa a tutti i Paesi europei, Italia compresa e con i fondi dell'Arabia saudita) fu quella dell'"opposizione democratica", fallita in pochi mesi perché divorata dal radicalismo e dalla forza dell'Isis e delle molte diramazioni siriane di Al Qaeda. Così l'intera operazione fallì. In Siria la destabilizzazione riuscita in Libia non funzionava, il regime di Assad resisteva da tre anni e mezzo, tra macerie, massacri e 6 milioni di profughi. Se ne accorse Obama che a fine 2015, nell'incontro del "caminetto", nella Sala Ovala alla Casa bianca con Putin, aprì all'intervento russo, mentre sul campo si avviava anche l'intervento iraniano, con pasdaran e forze Hezbollah a sostegno del regime sciita di Damasco.
A combattere l'Isis - organico al regime saudita - non c'erano più sedicenti opposizioni armate democratiche, né l'Occidente ma, insieme a esercito siriano e russi, i pasdaran iraniani e gli Hezbollah - presi subito anche di mira dai bombardamenti aerei israeliani. E soprattutto le forze curde progressiste dell'Ypg che si richiamano a Ocalan e al Pkk turco, impegnate in piena guerra a costruire nel Rojava un'autonomia confederale, democratica e interetnica. Nella rincorsa al ruolo di Mosca, mentre in Siria ormai era preda di una divampante guerra per procura tra Stati, Washington prima con Obama poi con Trump ha contribuito a bombardare, anche coi droni, lo Stato islamico dall'alto; gli "scarponi a terra" di un centinaio di forze speciali Usa, finite a coabitare con i i curdi dell'Ypg, sono il residuo di questa ambigua storia.
Una ambiguità che Trump, sovranista e isolazionista, ha alla fine rotto con la decisione del "ritiro" che altro non è che l'autorizzazione all'alleato atlantico Erdogan - nel timore che finisse definitivamente nelle braccia di Putin - ad avere, dopo tante promesse occidentali, la sua fetta di torta siriana: la zona cuscinetto per il controllo "turcomanno" dell'area, dove cominciare a riversare il serbatoio di profughi che gli abbiamo delegato, previo pagamento di più di 6 miliardi di euro.
Così suona quantomeno complice la richiesta congiunta di Conte e del segretario della Nato Jens Stoltenberg, di "avere moderazione". Erdogan ha mano libera, è il nostro debito estero di guerre occidentali, può insanguinare ancora di più la Siria e fare terra bruciata dell'esperienza rivoluzionaria del Rojava; tanto più che la Turchia è il "baluardo sud" della Nato; e se un esercito Nato muove alla guerra a quanto pare gli alleati si limitano a chiedere, complici, "moderazione". Come finirà questa immane "pugnalata alla schiena" dei curdi che l'Occidente ha allestito con il killer assoldato che si chiama Erdogan, stavolta davvero dipenderà anche dalla nostra capacità di mobilitazione.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 10 ottobre 2019
Redatte dal Partito Radicale dopo le visite di Ferragosto in 70 istituti. Sono 39 le interrogazioni redatte dal Partito Radicale e presentate da parlamentari di vari schieramenti dopo l'iniziativa "Ferragosto in carcere", durante la quale 278 tra dirigenti e militanti del Partito, avvocati dell'Unione Camere Penali, deputati, senatori e Garanti delle persone private delle libertà personali hanno visitato 70 luoghi di detenzione dal 15 al 18 agosto.
Giornale di Sicilia, 10 ottobre 2019
A proclamarlo è stata l'Anft, associazione che raggruppa e rappresenta i funzionari del trattamento, come tecnicamente vengono chiamati gli educatori che si occupano della riabilitazione sociale dei detenuti nelle carceri italiane. L'associazione chiede che agli educatori vengano riconosciute le stesse indennità e un ruolo equiparato a quello dei poliziotti penitenziari, dato che "condividiamo lo stesso luogo di lavoro, dunque gli stessi rischi e pericoli", dice il presidente dell'Anft, Stefano Graffagnino.
di Vladimiro Zagrebelsky
La Stampa, 10 ottobre 2019
Ogni discussione tra tesi contrapposte richiede il rispetto per i fatti. E ciò che è mancato nel caso della recente sentenza della Corte europea dei diritti umani, da parte di diversi commentatori, anche specialisti della materia, che sembra non abbiano letto la sentenza.
Il risultato è disinformazione grave, che getta allarme in materia di lotta alla mafia ("La mafia ringrazia") e delegittima il sistema di protezione europea dei diritti umani ("Quei giudici non sanno cosa sia la mafia").
di Danilo Paolini
Avvenire, 10 ottobre 2019
Guardatevi intorno. Li vedete? Sono centinaia di boss mafiosi e terroristi tornati in libertà dopo la conferma della sentenza della Corte dei diritti dell'uomo di Strasburgo sull'ergastolo ostativo previsto dall'ordinamento penitenziario italiano.
Non li vedete? In effetti non potete, perché quel verdetto non aveva lo scopo né il potere di scarcerare nessuno. Eppure a leggere i titoli urlati di molti giornali e le dichiarazioni (ormai altrettanto urlate, se non di più) della gran parte dei politici, ministri e parlamentari, il rapporto di causa-effetto sembra certo: tana libera tutti, l'Italia ha definitivamente perso la guerra contro la mafia e contro il terrorismo.
di Giovanni Fiandaca
Il Foglio, 10 ottobre 2019
Il tema dell'ergastolo cosiddetto ostativo pone sul tappeto questioni complesse e controverse, rispetto alle quali le opinioni si contrappongono non solo nell'orizzonte politico e nella pubblica opinione, ma persino all'interno della stessa magistratura.
E' giustificato o no che i condannati all'ergastolo per gravi reati di criminalità organizzata (politica o terroristica) possano accedere ai benefici penitenziari, e infine alla liberazione condizionale, soltanto a condizione che collaborino con la giustizia? Un interrogativo come questo, oltre a riguardare l'interpretazione delle norme costituzionali e convenzionali a tutela dei diritti umani, coinvolge la grande questione del senso e degli scopi della pena nella realtà contemporanea.
Una questione a sua volta assai complessa e non poco divisiva, che nel dibattito corrente viene di solito lambita in termini superficiali e alquanto emotivi, ma che per fortuna riceve ben altro approfondimento da parte dei giuristi e dei giudici più illuminati. Sicché, oggi forse ancor più di ieri si avverte l'esigenza di rendere accessibili e comprensibili alla gente comune i discorsi sulla pena sviluppati dalla dottrina e dalla giurisprudenza più evolute.
Invero, per contestare la legittimità dell'ergastolo ostativo si può fare a meno di iniziare col citare la ormai nota sentenza della Corte di Strasburgo sul caso del capocosca Francesco Viola (resa lo scorso 13 giugno e divenuta definitiva l'8 ottobre in seguito alla dichiarazione di inammissibilità del ricorso del governo italiano da parte della Grande camera), sulla quale comunque tornerò. Piuttosto, basterebbe prendere le mosse dalla Costituzione italiana, il riferimento ai cui princìpi - se letti senza preconcette limitazioni o eccessive timidezze - potrebbe risultare già sufficiente allo scopo.
A cominciare dal principio del finalismo rieducativo della pena e dal connesso divieto di trattamenti contrari al senso di umanità (entrambi sanciti dall'art. 27, comma 3), che insieme estendono al settore penale quella duplice istanza personalistica e solidaristica che più in generale connota una Costituzione come la nostra. Da qui, un duplice messaggio rivolto agli stessi cittadini.
Primo: anche il delinquente (a prescindere dal tipo di reato commesso e dal livello di pericolosità) è titolare di una dignità umana inalienabile, che va il più possibile protetta pure durante l'esecuzione della pena. Secondo: nessun uomo è perduto per sempre, e quindi anche ogni delinquente è potenzialmente capace di miglioramento grazie a interventi di tipo rieducativo. La Costituzione, dunque, rispecchia una visione antropologica non pessimistica, ma aperta per ogni essere umano alla speranza di possibili miglioramenti futuri.
Ora, sviluppando queste premesse con coerenza e rigore, si può giungere al punto di considerare poco compatibile con la Costituzione non solo l'ergastolo ostativo, ma più radicalmente l'ergastolo in ogni sua forma.
Una conclusione, questa, tutt'altro che assurda o bizzarra specie se si considera che la pena perpetua è stata abolita in non pochi ordinamenti contemporanei, e le relative società mostrano ciononostante di continuare a ben sopravvivere. Se così è, c'è allora da chiedersi come abbia fatto la nostra Corte costituzionale a salvare finora l'ergastolo dalle eccezioni di costituzionalità più volte sollevate, e ciò a dispetto sia del suo sicuro contrasto col principio di rieducazione (la quale va infatti intesa come acquisizione della capacità di rispettare le leggi tornando a vivere nella realtà esterna, e non già come mero ravvedimento interiore nel chiuso di un carcere), sia della sua plausibile qualificazione in termini di trattamento contrario al senso di umanità (una pena senza fine, privando di ogni speranza la prospettiva esistenziale del condannato e rinnegando la possibilità di una sua risocializzazione, può infatti - alla stregua dell'evoluzione della sensibilità collettiva - essere percepita come offensiva della dignità umana).
In estrema sintesi, questo salvataggio è stato operato sulla base di argomenti non irresistibili, che possiamo riassumere in forma semplificata così. Per un verso, la presa d'atto della progressiva erosione del carattere perpetuo dell'ergastolo per effetto della sua inclusione legislativa prima nell'area di applicazione della liberazione condizionale (sin dal 1962), e successivamente dei vari benefici previsti dalle leggi di riforma dell'ordinamento penitenziario (lavoro all'esterno, permessi-premio, semilibertà) e concedibili sulla base dei progressi compiuti dal condannato nell'ambito del percorso rieducativo intrapreso durante la detenzione.
Per altro verso, facendo leva sulla tradizionale concezione polifunzionale della pena, che valorizza la finalità rieducativa senza assegnarle un ruolo preminente, ma considerando scopi altrettanto importanti della punizione la difesa della società dalla delinquenza e altresì la repressione dei reati in chiave retributiva.
Solo che l'evoluzione più recente della giurisprudenza costituzionale tende in verità a superare la concezione suddetta, riconoscendo alla rieducazione un rango decisamente prioritario come si desume, da ultimo, dalla affermazione del "principio della non sacrificabilità della funzione rieducativa sull'altare di ogni altra, pur legittima, funzione della pena" (emblematica in questo senso la sent. n. 149/2018).
Passiamo, a questo punto, dal problema generale dell'ergastolo in sé a quella forma più specifica di ergastolo definito "ostativo", previsto nel 1992 dopo l'assassinio di Giovanni Falcone per i mafiosi e i terroristi (ma poi irragionevolmente esteso ad autori di reati disomogenei di altra natura!) e la cui particolarità - come già detto - consiste in questo: la sua perpetuità non si interrompe (come nel caso dell'ergastolo comune) grazie ai soli progressi compiuti dal condannato sulla strada del ravvedimento, ma necessita di un presupposto ulteriore costituito appunto dalla collaborazione giudiziaria.
Perché? Ciò si spiega con la preoccupazione emergenziale, successiva alla strage di Capaci, di contrastare la contingente escalation della criminalità mafiosa con strumenti repressivi drastici e il più possibile funzionali alla prevenzione generale e alla difesa sociale. Ecco che, proprio allo scopo ultimo di scompaginare le organizzazioni mafiose, il legislatore ha preteso che i mafiosi ergastolani per vedersi aprire le porte del carcere non possono limitarsi a una dissociazione psicologica dalla mafia, ma devono altresì collaborare con lo Stato rendendo dichiarazioni utili alla repressione giudiziaria delle mafie.
Così, l'ergastolano viene sottoposto a una pressione psicologica finalizzata allo smantellamento delle associazioni criminali: egli si trova cioè di fronte all'alternativa di rimanere a vita in carcere serbando il silenzio, o di potere in prospettiva riconquistare la libertà denunciando i reati di altri mafiosi. E' legittimo questo meccanismo di ricatto psicologico?
I magistrati antimafia ne rivendicano con forza la legittimità, insieme a una parte significativa delle attuali forze di governo, continuando a elevare a obiettivo prioritario l'efficacia della lotta contro il fenomeno mafioso. In aggiunta, le vittime di mafia avvertono come ingiusto, sul piano di una giustizia retributiva, che un mafioso possa sottrarsi all'ergastolo senza scampo pur rifiutando la collaborazione giudiziaria. Sennonché, la lotta contro le mafie non può essere assolutizzata come interesse supremo, addirittura sino al punto di bollare come teoria astratta o preoccupazione di "anime belle" il rispetto di princìpi e diritti che il costituzionalismo nazionale ed europeo oggi impone di tutelare in misura maggiore che in passato.
Quanto poi ai sentimenti delle vittime, non sarà certo l'estremo rigore di una pena congegnata per favorire la collaborazione o declinata in chiave fortemente retributiva a sanarne davvero i traumi e le ferite. Gli studi di psicologia della vittima attestano che essa ha bisogno di ben altro per elaborare il lutto delle ingiustizie sofferte. A ben vedere, l'ergastolo ostativo va incontro a più obiezioni per le seguenti ragioni.
Esso, ancor più dell'ergastolo comune, contrasta col principio rieducativo: la indisponibilità a collaborare con la giustizia non è infatti un indicatore certo e univoco di mancato ravvedimento; il mafioso può rifiutare di collaborare per il timore di esporre se stesso o propri famigliari al pericolo di ritorsioni o per la indisponibilità morale a scambiare la propria libertà con quella di altri. Ma vìola, altresì, il diritto alla libertà morale (inviolabile in base all'art. 2 Cost.) proprio perché la scelta tra collaborare e non collaborare avviene sotto la forte pressione psicologica dell'alternativa tra segregazione perpetua e possibilità di tornare liberi.
Ancora, si profila un contrasto col diritto di difesa sotto forma di diritto al silenzio. E, infine, si può contestare la compatibilità col principio costituzionale di umanità della pena (per approfondimenti cfr. il recente e importante volume collettivo "Il diritto alla speranza. L'ergastolo nel diritto penale costituzionale", Giappichelli, 2019).
Dal canto suo, la Corte di Strasburgo ha bocciato l'ergastolo ostativo in base alla prevalente motivazione che esso contrasta con l'art. 3 della Convenzione europea (divieto di trattamenti inumani e degradanti), dal momento che "limita eccessivamente la prospettiva di rilascio dell'interessato e la possibilità di riesame della pena". Una conclusione condivisibile, questa, che non potrà non incidere sulla presa di posizione della nostra Corte costituzionale nel caso dell'ergastolano Sebastiano Cannizzaro attesa il prossimo 22 ottobre.
di Andrea Priante
Corriere di Verona, 10 ottobre 2019
A 58 anni, la veronese Antonella Mascia è l'avvocato che ha seguito il caso del mafioso Marcello Viola di fronte alla Corte europea dei diritti dell'Uomo. Già nel giugno scorso, Strasburgo le aveva dato ragione: gli articoli 4bis e 58ter dell'ordinamento penitenziario (che vietano permessi e semilibertà a chi non collabora con la Giustizia) violano i diritti umani. Ora la Grande Chambre ha respinto l'opposizione dell'Italia, che chiedeva un nuovo giudizio. Capitolo chiuso, e il nostro Paese dovrà tenerne conto.
Piaccia o meno la decisione dei giudici, resta che a discutere di diritti dei detenuti con questa donna - una pasionaria alla Erin Brockovich - si finisce con l'affrontare temi molto più ampi, compresa la difficoltà che incontrano tantissime donne a coniugare figli e carriera. Ma prima della vita privata, ci sono gli echi delle polemiche scatenate dalla decisione della Grande Chambre. E l'avvocato Mascia sembra voler subito ribattere a chi l'accusa di aver fatto un favore ai boss della criminalità organizzata.
"La mafia è una cosa orribile. Ma uno Stato civile non può fare delle leggi che calpestano la dignità delle persone, decidendo a priori che "se un criminale non collabora allora è pericoloso". E se non lo facesse perché è innocente? Oppure per il timore di ritorsioni? Senza contare che c'è chi entra nel programma di collaborazione solo per ottenere sconti di pena. Insomma, pentiti e redenti non sempre coincidono".
Dicono che se un giorno alcuni criminali come il boss Leoluca Bagarella o la brigatista Nadia Lioce otterranno dei permessi premio, la colpa sarà soltanto sua...
"Già. Mi ha sorpreso la superficialità di alcuni commenti politici, ma anche il livore dimostrato da alcuni giuristi che sembrano voler soffiare sulla paura, invece di fare chiarezza".
Doveva metterlo in conto: in fondo ora l'Italia dovrà modificare l'ergastolo ostativo, che è il cardine della lotta alla mafia...
"Il timore è che senza lo spauracchio del "fine pena mai", i mafiosi non collaboreranno più. In realtà non esiste alcun automatismo: semplicemente all'ergastolano andrà riconosciuto il diritto di chiedere permessi premio o altri benefici. Se accogliere o meno questa domanda, però, lo deciderà il giudice: nel caso rappresenti ancora un pericolo per la società, il detenuto rimarrà in carcere. Insomma, è stata una battaglia per garantire dei diritti, non per conquistare dei privilegi".
Ne è valsa la pena?
"Certo. E vedrà che prima o poi lo capiranno"
Capiranno che cosa?
"Che ho reso un grande servizio al mio Paese".
Come c'è finita un'avvocatessa veronese a combattere al fianco di un condannato per mafia?
"Mi interessava la sua battaglia. Ormai da tempo mi sento libera di occuparmi esclusivamente di cause legali che riguardano i diritti civili, la salvaguardia dell'ambiente, la salute...".
Un'idealista...
"Sì, mi batto per degli ideali. Quando lavoravo a Verona mi occupavo di tutelare i diritti dei migranti per conto della Cgil ed ero l'avvocato di Legambiente. Oggi che ho uno studio a Strasburgo faccio causa allo Stato per non aver impedito l'avvelenamento della Terra dei Fuochi, mi occupo di maltrattamenti da parte delle forze dell'ordine e di come portare di fronte alla Corte europea l'inquinamento da Pfas che ha colpito il Veneto".
Perché proprio Strasburgo?
"Perché sento di poter fare la differenza. Le sentenze della Corte europea incidono sulla vita di milioni di persone. E poi perché qui riesco a coniugare lavoro e vita privata".
A Verona non ci riusciva?
"L'Italia ha ancora tanta strada da fare sul fronte del diritto di vivere appieno l'essere genitore. Nel 2000 mi sono ritrovata di fronte a un'evidenza: realizzarmi professionalmente significava dover trascurare il mio bambino, non potergli stare accanto e guidarlo nella crescita come avrei voluto. Insomma, non riuscivo a fare bene sia la mamma che l'avvocato. Così, quando mio marito ha ricevuto la proposta di lavorare in Francia, ho accettato di seguirlo".
Ha ricominciato da zero...
"Per un anno e mezzo mi sono concentrata sulla famiglia. Poi è arrivata l'opportunità di uno stage di tre mesi alla Corte europea dei diritti dell'Uomo. Avevo 42 anni e gli altri stagisti erano tutti giovanissimi. Me la sono cavata bene e sono arrivati dei contratti a tempo determinato. Lì ho capito quanto sia importante l'Europa e il suo apparato giudiziario".
Quando è tornata a indossare la toga?
"Mentre lavoravo ho cominciato ad approfondire gli argomenti di cui mi occupavo tutti giorni. Così ho conseguito un master in Diritto internazionale e Diritti dell'Uomo, presso l'Università Shuman di Strasburgo. Giorno dopo giorno, sentivo il bisogno di mettere a frutto ciò che stavo imparando. Tradotto: ho capito di voler tornare a fare l'avvocato. Ci sono riuscita nel 2010, quando ormai ero sulla soglia della cinquantina: ho aperto il mio ufficio legale a Strasburgo, iniziando a collaborare con alcuni studi in Italia".
Oggi riesce a conciliare l'essere una mamma e un avvocato?
"Ora mio figlio è un adulto e io riesco a dedicare molto più tempo al lavoro. Ma intanto ho imparato a bilanciare le esigenze personali e quelle professionali. Spero che altre colleghe ci riescano. Anche in Italia".
di Gigi Di Fiore
Il Mattino, 10 ottobre 2019
"Ho perso mio padre per decisione di Cutolo. Ai mafiosi è già data la possibilità di pentirsi". Da quell'undici dicembre del 1980 sono passati 39 anni, ma la ferita aperta in lei da quel dolore non si è mai sanata.
Quel giorno, Annamaria Torre perse il padre, l'avvocato Marcello sindaco di Pagani, ucciso da due killer della Nuova camorra organizzata cutoliana. L'agguato mortale fu un avvertimento preventivo della Nco, in vista della gestione dei fondi del dopo-terremoto. Per quell'omicidio, è stato condannato all'ergastolo Raffaele Cutolo ritenuto il mandante della spedizione di morte. Uno degli esecutori, Francesco Petrosino, condannato a sedici anni, è diventato collaboratore di giustizia.
Annamaria, che cosa ha pensato alla notizia della sentenza decisa dalla Grande Camera di Strasburgo?
"Ho percepito quel provvedimento come un attacco al nostro dolore, un successo dei mafiosi in carcere, che da anni tentano di modificare quell'articolo delle norme antimafia che subordina la fine dell'ergastolo che stanno scontando alla loro collaborazione con la giustizia".
È toccata personalmente da questa decisione, perché anche Raffaele Cutolo potrebbe presentare ricorso puntando alla scarcerazione?
"Cutolo è stato riconosciuto definitivamente nel 2002 mandante dell'omicidio di mio padre, ma la sentenza di Strasburgo non colpisce me, ma tutto il sistema di contrasto alle mafie. Le singole posizioni dei mafiosi che presenteranno ricorso contro l'ergastolo ostativo dovranno essere valutate dai giudici di sorveglianza. Potrebbero essere in molti a beneficiare di un'interpretazione meno rigida della legge antimafia".
Anche lei pensa che si rischia di depotenziare le armi giuridiche in possesso dei magistrati contro le mafie?
"Sì, l'ergastolo ostativo è stata un'arma importante in questi anni. È storia criminale, che coinvolge lutti e dolori di intere famiglie. E poi, come ha ricordato don Tonino Palmese presidente di Polis, i mafiosi hanno una strada per evitare il fine pena mai".
Allude alla collaborazione con la giustizia?
"Certamente, è la scelta prevista dalla legge. Una scelta fatta da molti, che ha permesso di sgominare interi gruppi mafiosi. Confido sempre che, anche dopo la decisione di Strasburgo, si mantenga il rispetto di una giurisdizione che non ignori le vittime delle mafie".
Molti giuristi sostengono che questa norma sia anticostituzionale perché non rispetta il principio della rieducazione della pena. Cosa ne pensa?
"So che con questa tesi giuridica concordano molte associazioni impegnate a migliorare le condizioni carcerarie. Le rispetto, ma dico anche che non si può azzerare tutto, cancellando con un colpo di spugna la violenza delle mafie. E, lo dico ancora una volta, faccio un ragionamento generale anche se parto dalla mia esperienza di dolore personale. È una questione di giustizia, in un sistema giurisdizionale che aveva voluto anche Falcone".
Pensa che le norme antimafia italiane non abbiano bisogno di correttivi?
"Sono convinta che le norme antimafia italiane siano tra le migliori del mondo, apprezzate da tanti altri Paesi. Vedo pericoli nella decisione di Strasburgo e, su questo, concordo con il presidente della commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra".
Insomma niente modifica del fine pena mai per i mafiosi?
"I mafiosi, se lo vogliono, hanno la strada della collaborazione con la giustizia per evitare di restare in carcere per sempre. La strada c'è ed era stata individuata dall'approvazione delle norme. Una strada che ha aiutato in tutti questi anni le indagini sui gruppi mafiosi".
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