di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 10 ottobre 2019
Dall'inasprimento delle pene, alla revisione delle soglie di punibilità, dalla confisca allargata all'estensione del decreto 231. Prende forma il pacchetto penale che potrebbe essere inserito nel decreto legge da approvare la prossima settimana, anche se si dibatte sull'opportunità di inserire misure di diritto penale sostanziale all'interno di un decreto legge.
Le misure sono state messe a punto dal ministero della Giustizia e ieri il ministro Alfonso Bonafede se ne è intestato la paternità a fronte di un assai più cauto Roberto Gualtieri: "La lotta all'evasione fiscale è una priorità di questo governo e c'è un progetto di legge, in alcuni articoli scritto personalmente da me, che stabilisce che per i grandi evasori è prevista anche la pena detentiva, quindi il carcere".
"Credo - ha proseguito il Guardasigilli - che in tutta Italia ci siano 250 persone in carcere per evasione fiscale. Sono solo loro i grandi evasori in Italia? Penso di no. C'è un accordo di governo e sono sicuro che il ministro Gualtieri sia molto determinato nella lotta all'evasione. E lo sta dimostrando con forme di prevenzione, che sono quelle che garantiscono la trasparenza nei pagamenti. Ritengo, quindi, che ci sia totale convergenza di azione e di visione di come dovrà essere fatta la lotta all'evasione. Ci sarà un inasprimento delle pene per i grandi evasori fiscali".
E proprio su quest'ultimo punto l'intervento potrebbe prevedere da una parte l'innalzamento dei massimi e anche dei minimi edittali previsti dal decreto legislativo n. 74 del 2000 e dall'altra un abbassamento delle soglie di rilevanza penale ancora di recente ritoccate, all'insù, dal Governo Renzi. Soglie più basse e sanzioni più alte, quindi.
In questo senso, del resto, andava un anno fa l'emendamento a firma dell'attuale presidente della commissione Giustizia della Camera, Francesca Businarolo (M5S), al disegno di legge anticorruzione. Emendamento, se non promosso quanto meno caldeggiato dal ministero, analogamente a quanto avvenne con la prescrizione. A differenza di quest'ultima poi però il testo venne accantonato, ma il punto di riferimento è quello. Tanto per dare un'idea, per il reato di "dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti", era prevista una reclusione da 4 a 8 anni, a fronte dei limiti attuali, da 1 anno e 6 mesi a 6 anni.
Potrebbe poi essere estesa ai reati tributari la confisca allargata e cioè la misura patrimoniale destinata a colpire i patrimoni di chi non è in grado di giustificare il proprio tenore di vita, del tutto disallineato rispetto al reddito dichiarato. Questa particolare misura di sicurezza patrimoniale, svincolata da un rapporto di pertinenza tra beni e reato, è sinora prevista solo quando si procede per delitti assai gravi, anche se l'elenco si è via via allungato sino a comprendere, tra gli altri, i principali reati contro la pubblica amministrazione, dalla concussione alla corruzione, alcune forme di associazione per delinquere, il riciclaggio.
Direttamente rivolta a colpire le imprese che si sono avvantaggiate dalla commissione di reati fiscali è poi l'intenzione di procedere all'estensione del decreto 231 del 2001, sulla responsabilità amministrativa degli enti, con misure sanzionatorie, non solo pecuniarie e non solo dopo condanna, ma anche interdittive (come il commissariamento o il blocco dalla contrattazione con la pubblica amministrazione). Nelle mani del Governo del resto c'è, dalla settimana scorsa, dopo l'approvazione finale della legge di delegazione comunitaria, una delega per inserire le frodi Iva nella lista dei reati presupposto.
di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 10 ottobre 2019
Le correnti sono morte, lunga vita alle correnti! Soprattutto a una: Magistratura Indipendente. Esecrata e falcidiata (3 consiglieri dimissionari su 5) per lo scandalo del mercato delle nomine, resiste a una campagna in trincea ed elegge alle suppletive del Csm Antonio D'Amato, procuratore aggiunto di Santa Maria Capua Vetere, con 1.460 voti. L'altro seggio va a Nino Di Matteo.
Partiva favorito e centra l'elezione, ma manca l'exploit: 1.184 voti (in linea con quelli della sua corrente, Autonomia e Indipendenza, nel 2018). Sfumato il sogno di ripetere il plebiscito di Davigo, peraltro mai citato al contrario di Sebastiano Ardita. Malumori tra i suoi per il proclama sui "metodi" dei magistrati "vicini a quelli mafiosi" e per una campagna puntata sulla notorietà, rifuggendo il contatto diretto sui territori.
Tutto il contrario di D'Amato, che ha battuto l'Italia a palmo a palmo, ha ricompattato la sua corrente al grido "né con Cosimo Ferri né contro Cosimo Ferri", si è proclamato difensore delle toghe "senza volto" lontane dai riflettori mediatici, ha giocato la carta dell'orgoglio della magistratura moderata contro due avversari: sinistra moralizzatrice ed estremismo giustizialista. Astensionismo alto: 26% nonostante la pluralità di candidature (16 per due posti, l'anno scorso correvano in 4 per altrettanti posti) e l'apertura agli indipendenti, decisa dall'Associazione nazionale magistrati come penitenza dopo lo scandalo di giugno e in realtà solo parzialmente rispettata.
Non a caso hanno vinto le due correnti (Magistratura Indipendente e Autonomia e Indipendenza, che fino a 5 anni fa erano tutt'uno) capaci di esprimere, sia pure indirettamente, un solo candidato. La progressista Area, con 5 candidati l'un contro l'altro armati, ha disperso gli oltre 1800 voti e la certezza di un seggio. Moralità somma o tattica suicida, il dibattito è aperto e si annuncia battaglia all'assemblea del weekend.
La centrista Unicost, in crisi di identità dopo il caso Palamara, con due candidati crolla dal 25% al 14%. Da cuore a margine del sistema. Nel Csm ora è Autonomia e Indipendenza la prima corrente con 5 seggi: se regge il patto con Area (4) possono governare nomine e strategie. Anche perché tra due mesi si rivota per un altro seggio vacante. Il sistema maggioritario impone alleanze. Unicost a rischio diaspora, Magistratura Indipendente fa da calamita. Si delinea un bipolarismo giudiziario, come in Parlamento.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 10 ottobre 2019
Corte di cassazione - sezione VI - Sentenza 9 ottobre 2019 n. 41283. Nel processo penale l'impugnazione contro la misura della custodia cautelare in carcere, proposta irritualmente, non può essere sanata con la trasmissione a mezzo Pec dalla cancelleria del tribunale che ha ricevuto l'atto, al tribunale competente. La Cassazione, con la sentenza 41283, respinge così il ricorso di un indagato per reati di traffico di stupefacenti nell'ambito di un'associazione criminale di stampo mafioso. I giudici ricordano che la possibilità di usare la Pec, in un atto di parte come l'impugnazione è esclusa in caso di trasmissione, a cura della cancelleria dell'ufficio giudiziario presso il quale questa è stata depositata. Se così non fosse, precisano i giudici, la cancelleria dell'ufficio giudiziario si sostituirebbe alla parte nell'esercizio di una facoltà che è negata alla parte stessa. Un paletto giustificato in assenza di una infrastruttura digitale in grado di assicurare la ricezione e la conoscenza, nel rispetto dei termini processuali, da parte della cancelleria che ha emesso il provvedimento impugnato e quindi del giudice.
Tempi e modi nell'invio con la Pec sono affidati a fattori casuali e indeterminati, primo fra tutti, chiarisce la Suprema corte, la stampa del file a cura della cancelleria ricevente. Elementi che sono in contrasto con il principio di tassatività e inderogabilità delle forme per presentare le impugnazioni.
La Cassazione precisa che il principio affermato non è in contrasto con altre decisioni prese su materie diverse, come il giudizio di convalida delle misure disposte per disordini in caso di manifestazioni sportive (sentenza 11475/2018) o isolate pronunce in tema di deposito di istanza di rinvio del dibattimento per legittimo impedimento (sentenza 47427/2014).
Differenze che derivano dal "tema" trattato relativo a procedure per le quali non sono previste specifiche modalità di deposito degli atti in cancelleria, o inerenti a istanze che, anche se irrituali, sono state tempestivamente conosciute dal giudice. Materie fuori dal raggio d'azione della tassatività delle forme di deposito diversamente dalle impugnazioni.
di Liana Milella
La Repubblica, 10 ottobre 2019
È il magistrato antimafia più conosciuto e scortato in Italia, ma Nino Di Matteo arriva secondo nella corsa per conquistare un seggio da consigliere togato al Csm. Si ferma a 1.184 voti. In compenso il suo ingresso porta il gruppo di Piercamillo Davigo, Autonomia e indipendenza, a essere il primo a palazzo dei Marescialli con cinque esponenti.
A battere Di Matteo, conquistando il primo posto, è Antonio D'Amato, procuratore aggiunto a Santa Maria Capua Vetere, una vita da pm tra Palmi, in Calabria, e Napoli, a fianco dell'ex procuratore Agostino Cordova. D'Amato viene votato da 1.460 colleghi, anche se, tra le 6.799 toghe che hanno imbucato la scheda nell'urna, Di Matteo è assai più conosciuto di lui. Ma nel voto di domenica e lunedì c'è un segnale che conta di più.
Perché, dopo l'inchiesta di Perugia per corruzione sull'ex pm di Roma Luca Palamara e la bufera che ha investito il Csm per il mercato delle nomine tra toghe e politica e ha costretto ben cinque componenti togati su 16 alle dimissioni, tra cui tre di Magistratura indipendente e due di Unicost, i giudici hanno deciso di votare proprio per un esponente di Mi, il gruppo più colpito numericamente dai ricaschi dell'inchiesta. È un fatto. Innegabile perché certificato dai numeri. Che fa dire all'ex segretario di Mi Antonio Racanelli (dimessosi dalla carica perché nei rapporti della Finanza c'erano tracce di suoi incontri con Palamara) che "la magistratura moderata esiste e si fa sentire". E pure un altro ex del Csm, il deputato di Forza Italia Pierantonio Zanettin, dice che "la magistratura moderata vince e si afferma".
A parte gli auguri a Di Matteo, M5S non parla del risultato, Né tantomeno lo fa il Pd. I 1.460 voti di D'Amato sono un punto fermo. Certo D'Amato, durante la sua campagna elettorale, ha ripetuto più volte "non sono il candidato di Cosimo Maria Ferri", una battuta mai smentita che suona come una presa di distanza dall'ex leader di Mi, divenuto sottosegretario alla Giustizia su input di Niccolò Ghedini, passato per tre governi, eletto con Renzi alla Camera nel Pd, e ora con lui in Italia viva. Proprio Ferri con il dem renziano Luca Lotti, fresco di rinvio a giudizio per Consip, era con Palamara negli incontri per le nomine.
Come leggere allora il voto del Csm, che all'inizio di dicembre si ripeterà per un'altra poltrona mancante? C'è una magistratura che svolta a destra? Il risultato non lo conferma perché, se è vero che nessuna delle toghe della sinistra di Area passa, tuttavia i risultati dei singoli candidati - il pm di Napoli Fabrizio Vanorio (615 voti), l'ex segretaria di Md Anna Canepa (584), Paola Cameran (311), la stessa Tiziana Siciliano, pm a Milano del caso Cappato (413), indipendente ma sostenuta da Area - dimostrano che molti consensi sono andati a sinistra.
Come ammette il segretario di Area Eugenio Albamonte, forse l'errore è stato quello di candidare molti magistrati con una conseguente dispersione del voto. All'opposto però non vince neppure Unicost, perché l'unico candidato, Francesco De Falco, il pm di Napoli noto per l'inchiesta sulla paranza dei bambini, si ferma a 950 voti.
L'attuale presidente di Unicost Mariano Sciacca smentisce che qualcuno dei suoi possa aver sostenuto D'Amato, ma più di una toga al Csm lo sostiene. Tant'è. Ora, come dicono i consiglieri davighiani, il loro gruppo sarà "il futuro ago della bilancia". Con toghe come Davigo, Di Matteo e Sebastiano Ardita da sempre polemiche sul correntismo. Le prossime due settimane saranno rivelatrici, perché bisognerà scegliere in commissione il pg della Cassazione e il procuratore di Roma. In pole rispettivamente Giovanni Salvi e Michele Prestipino.
Il Sole 24 Ore, 10 ottobre 2019
Stranieri - Espulsione - Consegna copia conforme del decreto di espulsione - Validità - Consegna in carta libera - Nullità dell'espulsione. E' valida l'espulsione comunicata all'espellendo mediante copia conforme del decreto prefettizio purché sulla copia consegnata sussista la certificazione di conformità apposta dal funzionario di polizia addetto all'ufficio depositario dell'atto e autorizzato all'autenticazione a norma dell'art. 14 legge n. 15 del 1968. Sussiste al contrario radicale vizio di nullità dell'espulsione qualora venga comunicata con una semplice copia fotostatica perché non recante l'attestazione di conformità all'originale. Ne consegue che il decreto di espulsione vada annullato.
• Corte di cassazione, sezione VI civile, sentenza 27 settembre 2019 n. 24119.
Ordine e sicurezza pubblica - Polizia di sicurezza - Limitazioni di polizia - Stranieri - Immigrazione - Decreto di espulsione privo della sottoscrizione del prefetto - Illegittimità - Sanatoria - Inammissibilità. Nel caso in cui il decreto prefettizio di espulsione dello straniero, comunicato all'interessato, sia sprovvisto di sottoscrizione dell'autorità preposta ovvero dell'attestazione della conformità all'originale accertata da altro pubblico ufficiale, esso è, se non inesistente, illegittimo e insuscettibile di sanatoria attraverso la produzione di una copia conforme all'originale nel corso del procedimento giurisdizionale per la sua impugnazione.
• Corte di cassazione, sezione VI civile, sentenza 12 novembre 2015 n. 23171.
Ordine e sicurezza pubblica - Polizia di sicurezza - Limitazioni di polizia - Stranieri - Provvedimento prefettizio di espulsione - Comunicazione all'interessato in copia libera o informale - Mancata successiva consegna di altra copia debitamente autenticata - Conseguente nullità del provvedimento - Configurabilità - Produzione della copia autenticata in corso di giudizio di opposizione - Irrilevanza. In tema di espulsione dello straniero dal territorio dello Stato, sussiste il radicale vizio della nullità del relativo provvedimento prefettizio - per difetto della sua necessaria formalità comunicatoria - tutte le volte in cui all'espellendo venga comunicata una mera copia, libera e informale, dell'atto, non sottoscritta dal Prefetto né recante attestazione di conformità all'originale, e senza che, neanche successivamente, gli venga consegnata altra copia debitamente autenticata, irrilevante essendo, ai fini dell'eventuale sanatoria della detta nullità, che tale copia venga invece prodotta soltanto in giudizio, e al solo fine di attestare al Giudice che, nell'ufficio depositario, giace l'originale dell'atto opposto. Tale produzione persegue, difatti, finalità estranee a quella delineata dagli artt. 13 comma tre e sette del D.Lgs. 286/1998 e quattordici della legge 15/1968 e risulta del tutto inidonea a sanare il vizio di nullità dell'atto, non rappresentando tempestivo esercizio di autotutela da parte dell'organo amministrativo.
• Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 6 settembre 2004 n. 17960.
Prova civile - Documentale (prova) - Copie degli atti - Di atti pubblici - Provvedimento prefettizio di espulsione "ex" art. 13 t.u. immigrazione - Comunicazione all'interessato - In copia conforme all'originale - Legittimità. Il provvedimento prefettizio di espulsione dello straniero ben può essere comunicato all'interessato in copia conforme formata dal pubblico ufficiale autorizzato, atteso che l'autenticazione a norma dell'art. 14 della legge 4 gennaio 1968, n. 15 offre la certezza, fino a querela di falso, della esistenza del provvedimento originale conforme e dell'autografa sottoscrizione dell'organo competente. (Nella specie il ricorrente censurava che la copia conforme del provvedimento di espulsione a lui comunicata non risultasse, anch'essa, sottoscritta dal prefetto, ma da un funzionario delegato; la S.C., enunciando il principio di cui in massima, ha respinto la censura).
• Corte di cassazione, sezione I civile, sentenza 9 novembre 2001 n. 13871.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 10 ottobre 2019
Corte di cassazione - Sentenza 9 ottobre 2019 n. 41457. La guida in stato di ebbrezza può essere contestata anche se l'auto è parcheggiata. È infatti sufficiente la prova che il veicolo sia stato guidato poco tempo prima. La Corte di cassazione, sentenza n. 41457 di oggi, ha così respinto il ricorso di un uomo sanzionato (ex articolo 187, comma 7 del Cds) per non essersi sottoposto all'alcol test dopo che una videoregistrazione lo aveva immortalato alle 22.55 alla guida di un'ape, sebbene gli agenti l'avessero fermato alle 22.57 quando il mezzo era stato ormai posteggiato, con le quattro luci accese, in una piazza cittadina. Secondo il guidatore, a quel punto egli sarebbe dovuto essere considerato un semplice "pedone".
Per i giudici tuttavia "solo con un inammissibile "salto logico" è possibile affermare - cosi come fatto nell'atto di impugnazione - che, dopo aver parcheggiato il veicolo, l'imputato avesse perso la sua qualità di "conducente", diventando mero "pedone" della strada, posto che era stato visto alla guida dell'ape pochi attimi prima di essere stato fermato dai poliziotti, che lo avevano così notato in evidente stato di ebbrezza alcolica e che perciò, avevano deciso di sottoporlo all'alcoltest".
L'articolo 186, comma 7, codice della strada, ricorda la decisione, sanziona la condotta del "conducente" di un mezzo che rifiuta di sottoporsi all'esame alcolimetrico richiesto dagli agenti della polizia in caso di incidente stradale ovvero "quando si abbia altrimenti motivo di ritenere che il conducente del veicolo si trovi in stato di alterazione psicofisica derivante dall'influenza dell'alcool". "È di tutta evidenza - spiega la decisione - che il termine "conducente" si riferisca a colui che guida o che ha guidato - fino a poco prima delle richiesta degli agenti di polizia - un veicolo".
In questo senso, prosegue la Corte, si è espressa anche la giurisprudenza di legittimità (n. 10475/2010) secondo cui: "ai fini del reato di guida in stato di ebbrezza, rientra nella "nozione di guida" la condotta di chi si trovi all'interno del veicolo (nella specie in stato di alterazione, nell'atto di dormire con le mani e la testa poste sul volante) quando sia accertato che egli abbia in precedenza, deliberatamente movimentato il mezzo in area pubblica o quantomeno destinata al pubblico". Sulla stessa linea, la sentenza n. 37631/2007 ha affermato che "deve ritenersi che la fermata costituisca una fase della circolazione stradale, talché è del tutto irrilevante, ai fini della contestazione del reato di guida in stato di ebbrezza, se il veicolo condotto dall'imputato risultato positivo all'alcoltest fosse, al momento dell'effettuazione del controllo, fermo ovvero in moto".
di Carmine Alboretti
ladiscussione.com, 10 ottobre 2019
"Puntare tutto sulla sicurezza, trascurando l'aspetto del recupero della persona del detenuto rende inutile gli sforzi, anche economici, dello Stato". Carmine Uccello si è occupato di gestione delle risorse umane per conto di una importante azienda sanitaria. Oggi presiede "Carcere Vi.vo", un'associazione legata alla Società di San Vincenzo de Paoli che da 40 anni entra negli istituti di pena della Campania per portare un messaggio di speranza.
Presidente lei, nel corso della sua attività di volontario in carcere, ha avuto la possibilità di interfacciarsi con ergastolani?
"Personalmente no, ma il cappellano e alcune suore sì".
Che idea si è fatto della sentenza della Corte europea dei diritti umani che ha bocciato il cd. "ergastolo ostativo"?
"Come volontario penso poco; cerco, piuttosto, di portare avanti la mia missione. E, comunque, non commento mai le sentenze".
Cosa fate in carcere voi volontari?
"Non andiamo in carcere per curiosare o giudicare, ma per confortare, sostenere e accompagnare. Insomma per fare un cammino di detenzione insieme ai detenuti e alle loro famiglie. Sono due facce della stessa medaglia: non possiamo trascurare l'uno a discapito dell'altro".
Quale è il vostro modus operandi abituale?
"I detenuti con una domandina chiedono di poter parlare con noi. Ci presentiamo e ascoltiamo la loro storia. In questo modo veniamo a sapere in che ambiente sono vissuti, quali esperienze hanno fatto. A volte ci contattano le famiglie per andare a trovare i congiunti. Una cosa è certa: qualsiasi volontario sa che il suo compito è quello di accompagnare la persona fino a quando non avrà scontato la sua pena".
Nel corso di questi incontri i detenuti fanno mai accenno alle vittime dei loro reati?
"Certamente. Il perdono dei familiari delle vittime è molto importante per loro. Le posso raccontare un aneddoto?".
Faccia pure...
"A Pasqua, il Venerdì Santo nel carcere a Poggioreale a Napoli organizziamo una via Crucis particolare...".
Perché?
"Perché vi partecipano i detenuti, gli operatori, i volontari ed i componenti dell'associazione dei familiari delle vittime innocenti della camorra che seguono un cammino pastorale don Tonino Palmese. Carnefici e vittime si ritrovano a portare la croce della redenzione insieme, lungo le mura del perimetro della struttura. È una scena molto suggestiva ed emotivamente coinvolgente. Quando siamo andati in udienza dal Papa abbiamo ascoltato la testimonianza di un ergastolano che aveva ottenuto un permesso dopo 22 anni di detenzione e quella di una donna. Il primo ha dichiarato di essersi sentito libero il giorno in cui ha saputo di essere stato perdonato dalla madre della vittima, lei di aver raggiunto un senso di pace e di serenità interiore, quando ha perdonato l'assassino del figlio...".
È consapevole che ci sono persone per le quali, dopo aver condotto in cella determinate persone, bisognerebbe gettare via la chiave?
"Puntare tutto sulla sicurezza, trascurando l'aspetto del recupero della persona del detenuto rende inutile gli sforzi, anche economici, dello Stato. Se chi esce torna a delinquere a cosa serve spendere tutti quei soldi? Del resto l'articolo 27 della Costituzione dice che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Ecco perché è importante lavorare nella direzione che auspichiamo, senza trascurare le famiglie".
Quale aiuto fornite?
"Le incontriamo mensilmente per fare il punto della situazione e per venire incontro ai loro bisogni".
Come vi mantenete?
"Non abbiamo appoggi esterni. Ci autofinanziamo e organizziamo ogni anno uno spettacolo per raccogliere fondi. Il 29 novembre prossimo abbiamo invitato in carcere per un concerto il Coro delle Voci di Massabielle. Il ricavato andrà alle famiglie dei detenuti che seguiamo direttamente. A maggio, poi, come di consueto, organizzeremo un pellegrinaggio sempre con i nuclei familiari".
di Marco Belli
gnewsonline.it, 10 ottobre 2019
Mettersi in gioco per scavare sempre più a fondo in se stessi; per ascoltare ma anche per sollecitare e provocare. Soprattutto, per emozionarsi insieme. È l'ispirazione che ha spinto un gruppo di magistrati e volontari che operano nella Casa circondariale di Monza ad avviare insieme a un gruppo di detenuti una iniziativa unica nel suo genere: la Biblioteca Vivente. L'idea è nata in alcuni Paesi europei per favorire il superamento dei pregiudizi nei confronti di alcune categorie di persone. E sabato 5 ottobre nel carcere lombardo si è svolta la seconda edizione, aperta al pubblico, in cui tutti si sono messi in gioco.
Funziona così: ogni detenuto si è proposto al pubblico come libro vivente, cioè attraverso il racconto della sua storia, della sua vita o di parte di essa; il pubblico rappresenta la massa di lettori del libro, che viene vissuto attraverso l'ascolto della storia. L'iniziativa è stata proposta all'esterno per coinvolgere i cittadini: "Se vorrete essere uno di questi lettori dovrete venire in carcere il giorno 5 ottobre 2019 dopo che vi avremo comunicato i titoli dei libri della nostra biblioteca vivente. Insieme ai titoli vi daremo anche la cosiddetta quarta di copertina, cioè una traccia, uno spunto del libro che andrete a leggere se lo sceglierete", spiegavano gli organizzatori.
E chi ha deciso di entrare in carcere quel giorno, ha avuto la possibilità di "leggere" due libri viventi, sedendosi a un tavolo con i detenuti che li rappresentavano. A loro si potevano rivolgere domande ma poteva anche capitare che fossero i libri viventi a fare domande al lettore, che a quel punto decideva se mettersi in gioco. La storia raccontata poteva non essere sempre la stessa, molto dipendeva dall'interlocutore, dalla sua curiosità, dalle emozioni che ogni singola parola poteva suscitare.
"Anche noi magistrati ci siamo messi in gioco, perché non si è trattato di semplici incontri, ma di inserirci in una relazione con i detenuti certamente più personale e diretta, senza salire in cattedra e con la voglia di comprendere il loro punto di vista, di aiutarli a superare il rancore verso le istituzioni ed entrare in un rapporto costruttivo che li aiuti a guardare oltre le sbarre, in vista della loro scarcerazione". Così spiega a Gnews il procuratore aggiunto di Monza Manuela Massenz, uno degli organizzatori dell'iniziativa.
"Naturalmente non tutti i percorsi hanno un lieto fine - continua il magistrato - purtroppo ci sono le ricadute, certamente facilitate dalla difficoltà che gli ex detenuti incontrano nel reinserirsi nella società e, soprattutto, nel mondo del lavoro. È sicuramente il tema del lavoro quello che ricorre di più nei dialoghi con i detenuti: la frustrazione di non fare nulla all'interno del carcere e la preoccupazione di rimanere disoccupati una volta fuori". "Noi comunque proseguiamo - conclude Massenz - nella speranza di riuscire a contaminare positivamente anche quei detenuti che sono maggiormente resistenti a qualsiasi forma di trattamento. E nella convinzione di poter sensibilizzare anche il personale di Polizia Penitenziaria, sempre molto collaborativo nel favorire l'organizzazione di questa come di altre iniziative".
napolitan.it, 10 ottobre 2019
Si chiama "Regalami un sorriso" ed è un progetto che nasce da un'intesa tra Asl Napoli 1 Centro, Rotary Club Napoli Castel Sant'Elmo, Istituto Statale per odontotecnici Alfonso Casanova di Napoli e Casa Circondariale G. Salvia di Napoli Poggioreale.
L'obiettivo è quello di realizzare, e donare, 20 protesi mobili a detenuti della Casa Circondariale di Poggioreale che altrimenti non avrebbero le possibilità economiche di provvedere in autonomia.
A mettere a disposizione i fondi necessari è il Rotary Club Napoli Castel Sant'Elmo, dando vita ad un eccellente esempio di collaborazione tra Istituzioni e mondo dell'associazionismo non profit. I volontari rotariani forniranno anche la necessaria assistenza odontoiatrica mentre gli specialisti dell'Asl Napoli 1 Centro provvederanno alla necessaria preparazione di igiene orale dei detenuti.
Fondamentale il ruolo dell'Istituto Statale Alfonso Casanova che con docenti e allievi di Odontotecnica realizzerà le protesi in Alternanza scuola lavoro (oggi denominata Percorsi per le competenze trasversali e per l'orientamento). "Siamo felici di poter fare la nostra parte nell'assicurare un sorriso ai detenuti della casa circondariale. Sentiamo forte l'esigenza di sostenere il percorso difficile della detenzione garantendo la salute di quanti devono giustamente scontare la propria pena. Essere in carcere non deve mai significare dover rinunciare alle cure o, come in questo caso al proprio sorriso - questo il commento del direttore generale Verdoliva".
"Fondando sull'esperienza già maturata nei due anni precedenti con le case di pena di Poggioreale e di Secondigliano - ha commentato la Dirigente scolastica del Casanova Mira Masillo - puntiamo da ora a dare vita al vero scopo di questa progettualità, rendere i detenuti autonomi nella costruzione di semplici protesi mobili grazie alla sezione carceraria del Casanova per odontotecnici".
La Direttrice della Casa circondariale di Poggioreale, Maria Luisa Palma, ha sottolineato "la doppia valenza sociale dell'azione che punta sia al valore prioritario della dignità della persona umana, favorendone il recupero anche attraverso un migliore aspetto fisico e migliori condizioni di salute, sia al reinserimento dei detenuti nella società e nel mondo del lavoro". "È questo un problema sociale e non può gravare esclusivamente su chi si occupa del trattamento penitenziario e dell'esecuzione della pena - hanno precisato il Presidente del Rotary Club Napoli Castel Sant'Elmo Eugenio D'Angelo e la Past President Rosanna Stellato - ecco il perché della rete di azione tra vari Soggetti che, ciascuno secondo le proprie competenze, collabora condividendo la prospettiva finale del processo di integrazione sociale e di profondo cambiamento culturale, necessario per un progetto di società solidale e inclusiva".
primoweb.it, 10 ottobre 2019
Ieri mattina in sala municipio a Verona si è svolta la premiazione del torneo di calcio, dedicato ai due indimenticati giornalisti sportivi scomparsi qualche anno fa, disputato nei mesi scorsi, a cui hanno partecipano le squadre dei giornalisti, dei Dottori commercialisti, dei geometri, dell'Ordine degli avvocati, dell'Esercito, della Guardia di Finanza e dei detenuti della Casa Circondariale di Montorio.
Proprio questi ultimi hanno avuto la meglio sui giornalisti nella partita finale che si è giocata nel campo all'interno del Carcere. A consegnare il trofeo è stato l'assessore allo Sport Filippo Rando, a riceverlo Nereo Spiazzi con il preparatore Simone Viviani in rappresentanza della squadra calcio dei detenuti.
Insieme a loro, c'erano anche Raffaele Tommelleri, presidente dell'associazione sportiva dilettantistica "Giornalisti 93 Asd" e anima dell'iniziativa, l'avvocato Augusto De Beni per l'ordine forense e i giornalisti Matteo Scolari e Luca Corradi. Il trofeo, giunto alla settima edizione, è dedicato alla memoria di Germano Mosconi e Luigi Bertoldi, che sono stati per lunghi anni tra le voci più conosciute e apprezzate dell'informazione sportiva veronese.
Oltre a promuovere il calcio e i valori dello sport, il trofeo si pone anche un obiettivo sociale. Attraverso il progetto Madagascar, infatti, da sei anni la squadra ha adottato una classe intera di bambini della missione dove opera suor Anselmina, religiosa veronese da moltissimi anni ad Antananarivo, capitale malgascia. Grazie al sostegno di alcune aziende locali, la squadra copre le spese di tutti i bambini, compreso lo stipendio annuale delle insegnanti. Il progetto, che ha permesso ai bambini di concludere tutti i cinque anni di scuola primaria, prosegue quest'anno con una nuova classe prima. Un altro evento benefico attende i giornalisti calciatori questo week end a Lazise. L'appuntamento è per la terza edizione del memorial Andrea Mantovani, dedicato al giovane giornalista scomparso nel 2015 proprio durante una partita di calcio.
- "Colpire per primi. La lotta alla mafia spiegata ai giovani", di Luciano Violante
- Milano. Le letture in pubblico dei condannati al "fine pena mai"
- Siria. Erdogan lancia l'attacco, bombe e cannonate sulle città curde
- Malesia. Abolire la pena di morte per tutti i reati
- Siria. Che fine faranno i foreign fighters? Così l'Isis adesso proverà a rilanciarsi










