di Luigi Manconi
La Repubblica, 20 novembre 2019
Bene ha fatto Nicola Zingaretti, concludendo la riuscitissima assemblea, promossa dalla Fondazione Costituente, presieduta da Gianni Cuperlo, ad affermare: "Prepariamo una nuova agenda per questo governo, figlia delle esigenze dell'Italia".
E bene ha fatto a indicare tra queste "esigenze" l'approvazione di una nuova legge sulla cittadinanza, dal momento che di essa hanno bisogno non solo gli stranieri, ma anche gli italiani. Questo è il punto che sembra sfuggire a tanti: non solo a quelli che avversano una simile riforma, ma anche a molti di coloro che la sostengono per ragioni, diciamo così, umanitarie.
Ragioni importanti, queste ultime, ma tanto parziali da rischiare di risultare gracili. Di una nuova legge sulla cittadinanza infatti, ha bisogno l'Italia intera, affinché vi possano convivere pacificamente italiani e stranieri, riducendo tensioni e conflitti e disinnescando la tentazione alla chiusura da parte dei residenti e quella all'auto-ghettizzazione da parte dei nuovi arrivati. È questo il quadro sociale e giuridico che meglio può valorizzare l'irrinunciabile contributo economico e demografico offerto dagli stranieri, senza il quale il declino del nostro Paese è destinato a subire una rapida accelerazione.
In sintesi questo è lo ius culturae: la possibilità di ottenere la cittadinanza per il minore straniero nato in Italia o arrivato qui prima di compiere dodici anni, che abbia frequentato regolarmente la scuola per almeno cinque anni e abbia completato il ciclo con successo. E questo non corrisponde a una vocazione filantropica, bensì a ciò che possiamo chiamare "altruismo interessato", che vuole combinare insieme le esigenze degli italiani e quelle degli stranieri. È realizzabile questo progetto? E, ancor prima, ha il consenso necessario perché il Parlamento si senta motivato ad approvarlo?
Una decina di giorni fa, su questo giornale, Ilvo Diamanti registrava un dato assai significativo: "Oltre i due terzi" del campione intervistato dall'Istituto Demos si diceva favorevole allo ius culturae. E ancora più interessante è la ripartizione per orientamento di partito: un elevato favore "anche presso la base di FI (81%) e del M5S (71%). Molto meno fra gli elettori della Lega (comunque, quasi metà: 46%) e, soprattutto, dei Fdi".
Nel corso della precedente legislatura, una normativa ancora più aperta e inclusiva, venne approvata dalla Camera nell'ottobre del 2015: e il consenso intorno a tale legge, sempre secondo l'Istituto Demos, rimaneva ancora oltre il 70% alla fine del 2016. Poi nel corso dell'anno successivo, per molte e diverse ragioni, i favorevoli si riducevano in modo sensibile e, parallelamente, calava l'impegno del centro-sinistra per l'approvazione della legge.
Si lasciavano passare così, irresponsabilmente, due interi anni prima che il provvedimento arrivasse nell'aula del Senato per il voto definitivo. Che non vi fu. Molte le ragioni, ma la prima e più importante, si dovette al fatto che il centro-sinistra, in parte per scarsa convinzione, in parte per cronica pavidità, abbandonò la battaglia. Si può dire - so di forzare un po' - che il centro-sinistra per paura di perdere le elezioni si smarrì al punto di perdere le elezioni.
Al voto del 4 marzo la sinistra si presentò con una personalità bipolare e prossima alla depressione. C'è il rischio che tutto ciò si possa ripetere. Il coraggio in politica non è una variabile secondaria. E, a I contrario, una virtù costituente. Il coraggio, inteso molto semplicemente come fedeltà ai valori fondativi, può conquistare consensi e voti. E fa dei principi non una retorica vizza, ma uno strumento di mobilitazione.
In quanto risorsa essenziale per la definizione dell'avversario e per la definizione e il rafforzamento di sé. Qui non si vuol dire in alcun modo che un obiettivo sacrosanto valga una sconfitta. Né, tantomeno, che una buona causa giustifichi una disfatta. Ritengo, piuttosto, che una campagna condotta in nome di obiettivi razionali e concreti possa determinare la vittoria. Poi c'è quel fattore cruciale per la politica che è la categoria del tempo.
Come diceva Lenin a proposito della Rivoluzione di ottobre, il giorno giusto non è il 23 o il 25.11 giorno giusto è il 24 e solo il 24. E chi preferisca un diverso orizzonte culturale, ascolti Arnold Schwarzenegger: "Qualunque cosa sia necessario fare per vincere, bisogna farla subito". Anche per un obiettivo, ragionevolissimo, come lo ius culturae, la questione del tempo è fondamentale. E il tempo è ora. Proprio così: non ieri e non tra un anno.
A questo progetto si contrappone la futilità di chi dice: ma con tutto ciò che accade in Italia, che urgenza c'è? Ovvero, mentre chiude l'ex Ilva, che senso ha parlare di nuova cittadinanza? Non è il tradizionale Benaltrismo (mentre crolla l'Italia, ben altre sono le priorità).
È, piuttosto, un sovranismo pitocco che gerarchizza le sofferenze: il dissesto idrogeologico, la crisi industriale e, se ce ne sarà tempo e modo, la discriminazione etnica. Sappiamo com'è andata sempre a finire: una sorta di metafisica dell'ignavia che riesce allo stesso tempo a non salvare il territorio e a non includere gli stranieri.
di Deborah Bergamini
Il Dubbio, 20 novembre 2019
C'è un concetto espresso dal Papa nel suo intervento di alcuni giorni fa all'Associazione Internazionale del diritto penale - intervento peraltro completamente ignorato dai media e dunque caduto nel vuoto - che mi ha colpito moltissimo. Il Papa ha parlato di una "cultura dello scarto", che rischia di trasformarsi in cultura d'odio. È un'espressione forte, questa della cultura dello scarto, e molto efficace per raccontare una sensazione che serpeggia in maniera sempre più presente all'interno delle nostre società e delle nostre vite.
Dentro questo concetto ho pensato di cogliere quello che a mio parere è stato un fattore scatenante di quella lotta senza quartiere fra cosiddette "élites" e cosiddette "masse" che sta stravolgendo gli assetti più profondi di ogni collettività, cambiando per sempre il volto e la struttura sociale dell'Occidente, scardinandone ogni meccanismo di garanzia e di capacità di guardare avanti. La paura di essere scarti, o di essere scartati. Perché troppo anziani o troppo giovani, perché troppo poveri o troppo malati o troppo lenti o troppo poco digitali o troppo qualunque altra cosa.
La paura di non riuscire ad avere più uno spazio nel futuro del mondo, di non poter essere più un progetto. E cosa è ciascun Uomo se non un immenso, prodigioso progetto chiamato a realizzarsi? Questa paura, che non trova conforto da nessuna parte, e il suo effetto speculare, la paura dell'altro percepito come alieno e perciò come minaccia, dunque la cultura dell'odio, stanno inquinando ogni luogo umano, radicalizzando ogni opinione, e la politica non ne è certo esente, anzi ne è prima artefice, essendo basata per sua natura sullo scontro. Dobbiamo saper guardare in faccia questa cultura dello scarto, renderci conto che non possiamo permettercela perché siamo sempre più interdipendenti ed adoperarci al più presto per realizzare una cultura diversa, che ristabilisca il senso chiaro dell'Altro non come minaccia, non come oggetto di odio, ma come luogo di incontro e di dialogo con noi stessi.
È sempre sull'Altro, infatti, che proiettiamo (e pro-gettiamo) ciò che abbiamo dentro di noi, l'immagine di essere umano che ogni giorno coltiviamo e affermiamo attraverso i nostri comportamenti e le nostre scelte, di cui siamo sempre gli unici responsabili. Questo senso dell'Altro come scoperta di noi lo abbiamo smarrito, e dunque non abbiamo più nulla su cui pro-gettare. Perciò diventiamo inevitabilmente vittime della paura dello scarto. Le parole del Papa hanno poi trovato una declinazione pratica nelle affermazioni che ha fatto sul tema oggetto dell'incontro, la giustizia, e che questo giornale non può che condividere: il superamento dell'idealismo penale, il contrasto all'abuso della custodia cautelare, un complessivo ripensamento sul senso della carcerazione e dell'ergastolo ostativo.
Si tratta di principi di umanità e di civiltà giuridica che cerchiamo di affermare da queste pagine con grande determinazione, nella speranza di riuscire, con il tempo e con la costanza, a offrire un contributo efficace a una riflessione collettiva di cui abbiamo bisogno, se vogliamo superare proprio la pericolosa deriva dello scarto. Ma ancora una volta il richiamo forte è alla politica, perché proprio la politica può avere un ruolo primario, con il suo potere, con il suo linguaggio, con il suo messaggio, con i suoi leader, nel decidere di contrastare questa cultura anziché vellicarla e alimentarla per guadagnarsi un'erronea idea di consenso. Basterebbe partire da una cosa semplice, una sorta di moratoria sul linguaggio che si sceglie di usare nella quotidiana dialettica politica, da parte di tutti i leader. Eliminare le espressioni di odio, gli insulti, i toni radicali, dimostrare ogni giorno che può esserci ancora spazio per un confronto sulle idee senza voler per forza distruggere quelle che non ci piacciono. Cominciamo ad azzerare la violenza verbale in politica, facciamoci promotori di una moratoria sulla necessità di dover per forza demonizzare o distruggere un Nemico, che in realtà custodiamo prima di tutto dentro di noi.
ragusaoggi.it, 20 novembre 2019
Sabato 23 novembre 2010, presso il Museo civico Emilio Greco Belliniano di Catania, l'Associazione Culturale La Poltrona Rossa inaugura una mostra collettiva d'arte delle opere realizzate dai ragazzi ristretti dell'Istituto Penale per Minorenni Bicocca di Catania e dalle ragazze ristrette dell'Istituto Penale per Minoreni di Pontremoli (Ms).
L'evento nasce dopo anni dei attività con i due Istituti Penali minorili dove, dal 2013, l'associazione opera attraverso laboratori creativi, artistici e artigianali per le detenute e i detenuti. Questo è stato possibile grazie ai Fondi Otto Per Mille della Tavola Valdese, il Ministero della Giustizia - Dipartimento per La Giustizia Minorile e di Comunità e i Centri per la Giustizia Minorile di Palermo e Torino.
Anche nel corso del 2020 gli operatori dell'associazione svilupperanno nuovi laboratori creativi per le ragazze e i ragazzi detenuti della sicilia e della toscana con i progetti ancora una volta approvati dall'Ufficio Otto per Mille della Tavola Valdese.
"Abbiamo deciso di celebrare l'avvio ai lavori attraverso una mostra collettiva delle opere più belle raccolte in tutti questi anni - ha spiegato Ivana Parisi, presidente dell'associazione La Poltrona Rossa - e visti i temi trattati non c'era occasione migliore che inaugurare l'evento in occasione della giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne che si celebra proprio il 25 novembre di ogni anno.
La mostra, infatti, propone un'esposizione collettiva dei prodotti Artistici e Artigianali realizzati dai "Ragazzi di Catania" e le "Ragazze di Pontremoli" e tra le diverse sezioni della stessa prevalgono le riflessioni sul tema della violenza sulle donne. La Mostra "Artificium", inoltre, è anche un'occasione per presentare la "Collezione Galea" del museo belliniano.
"Sono state realizzate tantissime opere - ha aggiunto Parisi - ma fra queste abbiamo deciso di esporre i lavori relativi al percorso di formazione che si è svolto in questi anni per omaggiare l'arte. Per questo motivo abbiamo proposto ai/alle partecipanti di fare degli approfondimenti su alcuni grandi artisti della storia dell'arte moderna e contemporanea. Da qui sono nati i dipinti che hanno omaggiato, Van Gogh, Monet, Degas, Lichtenstein, Rothko e altri. L'Arte e l'Artigianato tradizionale, hanno assunto un ruolo molto importante nelle attività creative che tutt'ora svolgiamo nei due Istituti. Riteniamo che, in una condizione di detenzione, il lavoro, l'arte e l'artigianato, siano fattori che possono avere ruoli fondamentali all'interno di un percorso rieducativo di reinserimento sociale".
Da un lato il lavoro inteso come dignità, progettazione e realizzazione personale, dall'altro, l'oggetto pensato e studiato che prende forma attraverso il lavoro manuale; l'idea che diventa materia. Il pensiero astratto che diventa forma concreta. L'Arte si è sempre posta come valvola di riflessione per l'umanità e ha permesso di raccontare esperienze personali, creando luoghi di convivenza e riflessione e avvicinando sempre più l'interpretazione della realtà a quella di libertà. Tutto questo è stato possibile grazie ai due direttori degli Istituti Penali per Minorenni di Catania e Pontremoli, Maria Randazzo e Mario Abrate che hanno creduto sin da subito all'importanza di questi progetti.
Anche il personale dei due Istituti ha mostrato disponibilità e passione per il lavoro degli operatori dell'associazione. La Mostra verrà inaugurata il 23 novembre alle ore 11.30 con la presentazione dello scrittore e Storico dell'Arte Davide Sciuto. Il professore farà una breve lezione di arte sui lavori proposti dagli Artisti della mostra. Per partecipare all'evento è obbligatoria la prenotazione al numero 3400760481 oppure tramite la mail
agensir.it, 20 novembre 2019
Prende il via il 22 novembre, alle ore 15,30, il 1° corso per arbitri di calcio Us Acli 2019/20, che, grazie al progetto "Lo sport generAttore di comunità" finanziato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, verrà aperto anche a 5 detenuti ospiti dell'Isola Solidale, struttura che - grazie alle leggi 266/91, 460/97 e 328/2000 - ospita persone che hanno commesso reati per i quali sono state condannate, ma che si trovano agli arresti domiciliari, in permesso premio o che, giunte a fine pena, si ritrovano prive di riferimenti familiari e in stato di difficoltà economica.
Il programma del corso per i detenuti - tenuto dal responsabile della formazione arbitrale calcio e calcio a 5 dell'Us Acli Roma, Francesco Paone - prevede 13 lezioni al termine delle quali si terranno gli esami orali e scritti: coloro i quali risulteranno idonei alle prove d'esame effettueranno delle prove pratiche che consisteranno nella direzione di gare di calcio a 5, calcio a 8 e calcio a 11.
Il progetto "Lo sport generAttore di comunità", che vede come capofila il Centro nazionale sportivo Libertas e come partner l'Us Acli, ha l'obiettivo di strutturare interventi efficaci e duraturi favorendo, attraverso lo sport, il miglioramento delle condizioni di vita dei soggetti in esecuzione di pena e il loro reinserimento sociale e lavorativo.
Inoltre, questa iniziativa si pone in continuità con gli interventi avviati in collaborazione con gli istituti penitenziari anche a seguito del protocollo firmato dall'Us Acli con il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (ottobre 2016), per sviluppare programmi motori, sportivi e formativi utili al periodo detentivo, al percorso rieducativo e al reinserimento sociale.
"Da anni lavoriamo insieme all'Isola Solidale - spiega Luca Serangeli, presidente dell'Unione sportiva delle Acli - a partire dal torneo delle parrocchie San Giovanni Paolo II e questo corso per arbitri è un ulteriore passo in avanti nel progetto che ci vede impegnati nelle attività di recupero e di reinserimento delle persone detenute".
"Grazie all'Us Acli di Roma - racconta Alessandro Pinna, presidente dell'Isola Solidale - siamo riusciti attraverso lo sport ad abbattere ogni barriera legata al pregiudizio offrendo ai nostri ospiti la possibilità di iniziare un nuovo percorso riabilitativo partendo da fatti concreti come i tornei di calcio e ora il corso per arbitri".
di Simona Musco
Il Dubbio, 20 novembre 2019
la Garante di infanzia e adolescenza: "Il mondo di oggi non è lo stesso di 30 anni fa e ciò comporta nuovi bisogni, nuove esigenze e nuove vulnerabilità e, quindi, nuovi diritti dei bambini". Lo ha sottolineato con forza Filomena Albano, Autorità garante per l'infanzia e l'adolescenza aprendo il convegno "Nuove sfide per l'infanzia e l'adolescenza a 30 anni dalla Convenzione Onu". Anniversario che si celebra oggi, 20 novembre.
Trent'anni dopo la rivoluzione della Convenzione Onu sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, è il momento di un "Child Act", che metta insieme tutti gli interventi necessari per rendere i diritti dei minori davvero diritti "in crescita". Un atto formale che stabilisca i livelli essenziali delle prestazioni, il rispetto della forma del giusto processo, con la presenza di un avvocato dei minori, e un welfare per l'infanzia, in grado di combattere la denatalità e l'emergenza educativa.
Al netto delle polemiche a volte sterili e, soprattutto, disinformate sui presunti "sistemi", come quello Bibbiano, che, dicono gli esperti, "non esiste". Spunti che sono venuti fuori dai tavoli di lavoro organizzati dal Garante nazionale per l'infanzia e l'adolescenza, Filomena Albano, in occasione dei 30 anni della Convenzione, firmata il 20 novembre del 1989. Ma il mondo di oggi non è lo stesso di 30 anni fa e ciò comporta nuovi bisogni, nuove esigenze e nuove vulnerabilità e, quindi, nuovi diritti. "Tra essi ricordo il diritto dei bambini a non essere lasciati soli, a non dover assistere a discussioni o litigi tra genitori, a coltivare i propri sogni e a realizzarli, a utilizzare in modo consapevole e sicuro i nuovi media digitali", ha sottolineato Albano. Diritti in crescita, dunque, ovvero da interpretare in chiave evolutiva, partendo dal concetto base della prevalenza del superiore interesse del minore.
"Oggi i servizi all'infanzia e all'adolescenza non rispettano standard minimi uguali per tutti", ha spiegato Albano, che ha proposto quattro livelli essenziali delle prestazioni: mense scolastiche per tutti i bambini delle scuole dell'infanzia, posti di nido autorizzati per almeno il 33% dei bambini fino a 36 mesi, spazi-gioco inclusivi per i bambini da zero a 14 anni e una banca dati sulla disabilità dei minorenni. "Dobbiamo garantire che i diritti siano realizzati per tutti, non uno di meno".
La rivoluzione epocale segnata dalla Convenzione, ha sottolineato Licia Ronzulli, presidente della Commissione parlamentare per l'infanzia e l'adolescenza, è quella di aver reso i bambini soggetti di diritti e non più oggetti di tutela. Ma le norme, in Italia, sono ancora carenti. Ed è dimostrato dalla fotografia dell'Istat, secondo cui 1,26 milioni di bambini vivono in povertà assoluta, in termini di mezzi di sostentamento ma anche di povertà educativa.
E la soluzione è "un vero welfare per l'infanzia", ha sottolineato. A sottolineare l'esigenza di considerare il sistema infanzia come unico e integrato al sistema economico è stato il presidente del Consiglio nazionale forense, Andrea Mascherin. Che ha ricordato come non esistano riserve di competenza all'interno del mondo dell'infanzia.
"Il processo minorile ha bisogno di interventi modificativi - ha sottolineato. Un sistema che vede un soggetto di diritti, il minore, al centro del processo, con la garanzia di una voce autonoma e indipendente: il difensore del minore. Questo manca in maniera chiara". L'avvocato del minore, ha spiegato Mascherin, garantisce infatti soggettività, autonomia e indipendenza di difesa. E "serve un procedimento che più si avvicini alle regole del contraddittorio e del giusto processo", ha aggiunto.
di Marta Bellingreri
L'Espresso, 20 novembre 2019
Armi chimiche, bombe sulle ambulanze, favori all'Isis che ha moltiplicato gli attacchi. Rapporto dal fronte siriano di cui non si parla più. A distanza potrebbe sembrare uno dei tanti tel. In arabo significa collina e, dai tel che caratterizzano quest'area, prendono il nome molte cittadine della zona di confine tra Siria e Turchia, come Tell Abiad o Tell Tamer. Ma quella che si scorge sulla strada all'orizzonte non è affatto una collinetta. È una montagna. Una montagna di fumo nero che domina tutto il paesaggio circostante.
Il fumo nero più scuro e denso proviene dai copertoni bruciati apposta per oscurare lo spazio aereo. L'apparente calma dei pascoli, dei bambini che giocano tra le pecore in villaggi minuscoli sulla strada, è scossa dall'immagine di un soldato delle Forze siriane democratiche (Sdf nel suo acronimo inglese) che punta il fucile a una capra solitaria per chiederle di spostarsi da un check-point, l'ultimo prima della rotonda di Tell Tamer.
Le segnaletiche in alto indicano a caratteri cubitali: Aleppo 325 km, Raqqa 180 km, Ras al-Ain 35 km. L'unica indicazione che manca è quella già annunciata dalla montagna di fumo nero: otto chilometri dal fronte della battaglia. E alle nove, puntuali dopo qualche ora notturna di pausa, cominciano i bombardamenti turchi.
Lo scorso 9 ottobre la Turchia ha iniziato l'operazione denominata "Sorgente di Pace" nel nord-est della Siria, attacco contemporaneo a - e incoraggiato da - il ritiro delle truppe statunitensi che hanno supportato le Sdf nella lunga battaglia contro l'Isis. La violenza, i crimini e il progetto di ingegneria demografica dell'incursione di uno stato membro della Nato, la Turchia per l'appunto, e dei suoi alleati siriani, gruppi jihadisti riuniti ora sotto il nome "Esercito nazionale siriano" ricorda molto l'occupazione della provincia di Afrin, nel nord-ovest del paese, all'inizio del 2018.
I combattimenti e bombardamenti ancora in corso non fanno pensare a una fine vicina. Sempre nel nord-ovest della Siria distrutta da otto anni di guerra, le bombe del regime siriano coadiuvato dall'aviazione russa colpiscono invece - e da altrettante settimane, oltre che da mesi, anni - la provincia di Idlib, l'ultima roccaforte dei gruppi ribelli dove vivono tre milioni di persone.
Jamila ha passato un'altra notte insonne. Fuma una sigaretta dietro l'altra e sorseggia un caffè al sole sul tetto dell'ospedale. Nell'altra mano, il telefono e il walkie-talkie in attesa delle chiamate di emergenza. Il rumore delle esplosioni e il fumo nero fanno da sfondo alla sua colazione in piedi.
"Siamo stati vicino al fronte a soccorrere feriti fino alle tre di notte e poi ci siamo dovuti nascondere perché siamo uno dei target dei bombardamenti". Jamila Hemê è la coordinatrice medica dell'ospedale Lêgerîn della Mezzaluna Rossa Curda di Tell Tamer, una cittadina che prima dell'attacco contava circa 50.000 abitanti, per la maggior parte assiri cristiani già scappati tra il 2013 e il 2015 con le incursioni di Jabhat al-Nusra e dell'Isis. Ha uno sguardo profondo e combattivo incorniciato da capelli neri come la pece.
L'ospedale in cui ormai dorme da un mese, costruito grazie al contributo della campagna di crowdfunding "Un ospedale per il Rojava" della onlus Mezzaluna Rossa Kurdistan Italia e al sostegno di Un ponte Per, organizzazione italiana presente nel nord-est della Siria da quattro anni, è intitolato alla dottoressa argentina che è morta in un incidente stradale lavorando per la ricostruzione di un sistema di salute pubblico nell'area.
Non ha finito il primo dei tanti caffè né il racconto della giornata precedente, quando arriva all'improvviso la chiamata: si lancia dal tetto alle scale e dalle scale alla vettura dell'ambulanza. Il team è pronto a partire. Si corre al fronte. Altre ambulanze e punti medici sono ancora più vicini dell'ospedale ed è tramite loro che si ricevono i feriti e i morti. L'ambulanza corre all'impazzata tra le strade di Tell Tamer e poi verso il villaggio non distante dai combattimenti dove i civili sono rimasti feriti e uccisi, tra i pochi rimasti dopo che l'invasione turca ha costretto molti degli abitanti locali a fuggire.
Un corpo immobile, il volto coperto di terra e il sangue della ferita sull'addome mischiato alla stessa terra e appiccicato ai vestiti, lasciano appena intravedere un giovane ventenne la cui unica colpa è quella di non essere sfollato. Jamila è presto accanto a lui sull'ambulanza insieme a Namiran, infermiera di soli diciannove anni che anche lei da un mese non ha lasciato Tell Tamer nemmeno un giorno. Jamila ne ha invece quarantadue e sono sette anni che gira per diversi fronti della guerra siriana, soprattutto negli ultimi anni a Raqqa e Deir Zor, nella battaglia contro l'Isis. Altra corsa, altra sirena verso Tell Tamer. Una volta giunti in ospedale, il giovane ferito viene trasportato velocemente dal lettino dell'ambulanza al lettino della sala di soccorso: neanche dopo un primo intervento durante il viaggio in ambulanza sembra aver ripreso conoscenza. Deve essere trasferito in ospedale nella città di Hasake, a 40 chilometri dal fronte, per essere curato.
Mentre l'ambulanza che lo trasporterà si avvia, tra un boato e l'altro, in una stanzetta dietro l'ospedale quattro donne della "Fondazione Famiglie dei Martiri", sono già pronte a pulire i cadaveri sempre più rigidi dei civili per avvolgerli in stoffe bianche: il torace avvolto insieme alle braccia, poi le mani, infine una coperta grigia che copre tutto e facilita il trasporto.
Il primo dei due corpi viene depositato nel camion-cella frigorifero che andrà pure all'ospedale di Hasake. Del secondo corpo c'è poco da avvolgere: rimangono solo le due gambe rigide, il resto è stato maciullato dall'esplosione. Una delle donne della Fondazione si allontana un attimo dal lavoro per piangere in silenzio, mordendosi la mano e scuotendo la testa. Poi riprende ad aiutare la sua collega. Fanno questo lavoro ogni giorno da un mese intero. Alcuni, come Jamila, da anni e anni. "Pensavamo di riposare un pochino dopo la sconfitta di Daesh", dice Jamila usando l'acronimo arabo che indica l'Isis. "Non è mai finita".
All'ospedale arrivano anche feriti dell'esercito siriano di Assad: la bandiera del regime campeggia nelle loro jeep e ambulanza. Un paradosso averli così vicini, sapendo che molte delle persone che lavorano in ospedale (e non solo) sono stati nelle prigioni di Damasco per il loro attivismo politico o ancora oggi sono ricercati dal regime per aver disertato il servizio militare, per aver partecipato alla rivoluzione siriana fin dai suoi esordi o per essere ora affiliati alle istituzioni della Federazione Democratica del Nord-Est della Siria.
La più grande organizzazione umanitaria curda, non affiliata con la Croce Rossa Internazionale, tratta tutti i feriti, civili e militari, ma uno delle più grandi sfide dell'ultimo mese è stata quella di soccorrere sé stessi. "È assurdo che un'ambulanza parta per soccorrere i feriti e debba soccorrere i suoi stessi membri. Eravamo fermi a dieci chilometri dal fronte aspettando di andare a prendere i feriti quando il colpo del missile arrivato al nostro fianco mi ha fatto volare fuori dalla macchina", racconta Dildar Abdelkarim, un volontario, riferendosi all'attacco del 12 ottobre. "Ho guidato verso l'ospedale per quindici chilometri con i nostri colleghi feriti ed io stesso perdevo i sensi e sbandavo, mentre ci allontanavamo dal fronte. Non c'è pietà nemmeno per noi che soccorriamo".
Il 9 novembre il vetro rotto sulla mandibola di un autista di ambulanza e il sangue sui sedili è stato il segno dell'ultimo di una serie di attacchi ad ambulanze di diverse organizzazioni mediche da quelle delle istituzioni della Federazione democratica alla Mezzaluna rossa curda ai Free Burma Rangers, un gruppo umanitario indipendente. Nonostante la Turchia continui a negare attacchi mirati a personale e strutture medico-sanitarie, almeno cinque persone sono rimaste uccise e sette ferite, tre sono stati rapiti e giustiziati, in poche settimane. In un'ennesima fase della guerra in Siria che ha visto già in un mese oltre mille morti, seimila feriti, circa trecentomila sfollati.
"Non capite cosa si prova ad essere vicini ad un ferito che sanguina e non poter andare perché i droni e i missili cadono proprio tra te e quella persona, per impedirci il passaggio", racconta Jamila, trattenendo le lacrime, coi nervi a pezzi dalle poche ore di sonno che solo un'altra sigaretta può per un attimo distendere. "L'attacco a personale medico e strutture sanitario è un crimine di guerra perché nessun paese sta dicendo nulla alla Turchia?".
Originaria di Qamishlo, Jamila è stata eletta due anni fa, insieme a Sherwan Beri, alla direzione di Heyva Sor Kurd (la Mezzaluna rossa curda), fondata nel 2012 da un piccolo gruppo di volontarie e volontari che con pochi mezzi si sono organizzati per rispondere all'esigenza di cure mediche ed ambulanze in una situazione in cui i civili sono rimasti soli in mezzo al conflitto nell'assenza di servizi sanitari nazionali. La co-presidenza e direzione di un'organizzazione o un'istituzione di un uomo e una donna è parte del sistema dell'amministrazione autonoma della Siria del nord e del progetto di confederalismo democratico che mette al centro del progetto politico rivoluzionario la presenza della donna negli organi decisionali, politici, sociali, militari, culturali. "All'inizio della rivoluzione siriana avevamo speranza che ci sarebbero state più giustizia e libertà. Pian piano è diventato un incubo: abbiamo visto compagni di università unirsi a gruppi jihadisti e una guerra senza fine", racconta Sherwan che ha studiato per diventare dentista e si è ritrovato negli ultimi sette anni ai fronti di guerra di mezza Siria, con Jamila.
"Con il progetto del confederalismo democratico chiediamo più diritti per tutti, ma siamo soli, schiacciati tra il regime siriano e quello turco, nonché i gruppi jihadisti e il Kurdistan iracheno che è la destra politica del Kurdistan. Ma dobbiamo andare avanti". Da un mese, gli attacchi delle cellule dell'Isis sono aumentati del 48% secondo le statistiche registrate dal Rojava Information Center. In un solo giorno, l'11 novembre, l'Isis ha rivendicato l'uccisione di un prete armeno e di suo padre nella strada che da Hasake porta a Der Zor dove si stavano recando per monitorare i lavori di ristrutturazione di una delle chiese della città, mentre a Qamishlo tre autobombe sono esplose vicino al mercato, provocando 5 morti e 35 feriti. Si sono fermati i frequenti raid e arresti dei membri dell'Isis che le Sdf operavano e l'Isis spera solo di seguire le parole del suo leader Abu Bakr al-Baghdadi prima di morire: liberate i prigionieri. Nel frattempo la Mezzaluna sta facendo pressione per aprire un'indagine su probabile attacco con armi chimiche proibite che ha lasciato diversi feriti, come i medici ad Hasake hanno potuto constatare dalle bruciature sulla pelle dei soccorsi.
Nel primo pomeriggio, Jamila corre di nuovo con l'ambulanza per soccorrere nuovi feriti. A causa dei bombardamenti continui, dovranno aspettare un'ora prima di poterli portare in ospedale. Questa volta non sono civili ma combattenti delle Ypg, le Unità di protezione del popolo, la componente curda delle Sdf. Nel frattempo tre sono morti e dei due feriti restanti, uno grida arrabbiato e non vuole farsi trattare dai medici: non è il dolore della ferita a farlo urlare, ma la perdita dei suoi hevalen, compagni in curdo, durante la battaglia. I cadaveri non sono stati ancora recuperati e lui vuole solo tornare indietro a prenderli. Le stesse urla, di pianto e di dolore, che accompagnano le marce e i funerali dei martiri che a cadenza quotidiana si svolgono in tutte le città della Siria per la perdita dei cari. Un appuntamento così frequente negli ultimi anni ma a cui nessuno si abitua mai. Nemmeno chi è in prima linea. "Abbiamo visto troppo, abbiamo bisogno anche noi di sostegno psicologico", chiede Sherwan. "Ma la nostra vita è interamente dedicata a questo, non ci fermeremo", conclude Jamila, prima che arrivi un'altra chiamata urgente dal fronte.
di Marco Perduca
Il Manifesto, 20 novembre 2019
Leni Robledo, vice-presidente dell'opposizione, e la senatrice Leila de Lima, prima prigioniera politica dell'era Duterte, impegnate contro la "war on drugs". "Siamo solidali con la senatrice Leila de Lima detenuta ingiustamente da 1.000 giorni dal governo del presidente Rodrigo Duterte con accuse motivate politicamente per via della sua critica alla più sanguinosa guerra alla droga degli ultimi anni". Questo l'appello che circola in questi giorni - firmato anche da molte Ong italiane - per aggiungere una pressione internazionale a quella politica locale e chiedere la liberazione di una leader dell'opposizione filippina. Il governo di Manila inizia ad avere difficoltà nazionali e internazionali con le pretese di impunità di fronte alla violenza proibizionista di Stato che dal 2016 ha visto poliziotti, militari e squadroni della morte coinvolti nelle uccisioni di oltre 5mila persone perché "drogati" o "spacciatori" - morti che stime indipendenti ritengono essere oltre 27mila.
Alla fine di ottobre scorso, il presidente Duterte ha deciso di nominare Leni Robledo, la sua vice-presidente che appartiene all'opposizione e la cui elezione è stata contestata dal regime per mesi, a capo delle politiche anti-droga delle Filippine. La scelta può esser letta come un'ammissione delle difficoltà crescenti a seguito dei propri metodi forti o come il desiderio di incastrare un'avversaria politica. Fatto sta che Robledo ha accettato, o ci è cascata, e che quindi la "guerra alla droga" non sarà più come prima.
Il traffico di stupefacenti che arriva o passa attraverso le Filippine è nella mani di cartelli internazionali ben organizzati e altrettanto ben infiltrati nei gangli del regime. A metà ottobre il capo della polizia Oscar Albayalde è stato arrestato perché coinvolto in un giro di metanfetamine. Sebbene negli ultimi due anni molti funzionari siano stati licenziati, arrestati o allontanati perché contigui alle narco-mafie, la guerra ai drogati e ai piccoli venditori di pasticche è rimasta una delle priorità delle violenze di Duterte.
Le condotte criminali del presidente delle Filippine sono state compilate da esperti nazionali e internazionali e sottoposte all'attenzione del procuratore della Corte penale internazionale. L'idea, lanciata alla Commissione Onu di Vienna nella primavera del 2017 da DRCNet Foundation, No Peace Without Justice e dall'Associazione Luca Coscioni, fu sostenuta anche da Leni Robledo che in quell'occasione aveva inviato un messaggio con critiche durissime alle politiche di Duterte. Il video della vice-presidente creò problemi diplomatici alle Nazioni Unite per la delegazione governativa ma, grazie alla sua pubblicità, concorse a esporre a livello internazionale le violenze nelle Filippine aggiungendo elementi fattuali alle critiche politiche della società civile inorridita dal livello di violenza raggiunto contro la "droga".
Duterte rimane popolare, l'uomo forte che oggi si oppone a Trump e domani alla Cina, che viene dal popolo, non si cura delle parole del papa e si proclama salvatore dell'integrità morale di un paese che ha spesso avuto pessimi governanti, non teme rivali. Un padre padrone che però non è ancora riuscito a distruggere quel minimo di agibilità civica e politica dell'ex colonia statunitense.
De Lima è stata la prima prigioniera politica dell'era Duterte, per incastrarla sono state avanzate accuse, mai provate, di collusione coi trafficanti di droga. La senatrice è del Partito Liberale, lo stesso della vice-presidente che oggi gestisce la lotta alla droga nelle 7.600 isole dell'arcipelago. Le prossime elezioni presidenziali nelle Filippine saranno nel 2022, nei prossimi mesi le due donne, oggi incastrate in dinamiche politiche difficili da prevedere, sono chiamate ad arginare l'autoritarismo violento di un ciclotimico criminale che fa strame dello Stato di diritto. Anche se non sono facilmente impressionabili, senza aiuti esterni sarà difficile che ci possano riuscire.
di Giovanni Quarticelli
lanotiziaweb.it, 19 novembre 2019
Quando si criticano le esternazioni pretestuose e giustizialiste di Travaglio, dei pubblici ministeri Di Matteo e Gratteri, si corre il rischio di essere scambiati per persone accomunabili ai mafiosi e quindi il discorso si concluderebbe con l'affermazione che chi è favorevole al principio stabilito dalla Corte Costituzionale, è persona contigua ai mafiosi.
di Alberto Vannucci*
Il Fatto Quotidiano, 19 novembre 2019
La petizione de Il Fatto Quotidiano chiede che governo e Parlamento appongano una toppa legislativa alla sentenza della Corte Costituzionale che ha bocciato il cosiddetto ergastolo ostativo, di fatto consentendo ai boss mafiosi e ai terroristi, persino quelli condannati a più ergastoli per omicidi e stragi, di poter accedere a vantaggi premiali, come i permessi, purché siano partecipi di un "percorso rieducativo".
di Giovanni Quarticelli
lanotiziaweb.it, 19 novembre 2019
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