di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 9 ottobre 2019
La Corte dei diritti dell'uomo affonda l'ergastolo ostativo. Con la decisione presa ieri i giudici di Strasburgo hanno negato l'ammissibilità del ricorso presentato dal governo italiano contro la sentenza del 13 giugno scorso con la quale la Corte aveva stabilito che la disciplina italiana, in particolare l'automatismo che condiziona la concessione dei benefici previsti dall'ordinamento penitenziario alla collaborazione con l'autorità giudiziaria per chi è stato condannato all'ergastolo, contrasta con il diritto a non essere sottoposti trattamenti inumani o degradanti.
Per effetto della pronuncia di ieri, presa dalla Grande Camera, sorta di Corte d'appello, viene negata la possibilità di un nuovo giudizio sul caso di Marcello Viola, in carcere dall'inizio degli anni '90 anni per associazione mafiosa, omicidio, rapimento e detenzione d'armi. L'uomo si è finora rifiutato di collaborare e gli sono stati quindi negati due permessi premio e la libertà condizionale. Nella sentenza di giugno la Corte spiega che lo Stato non può imporre il carcere a vita ai condannati solo sulla base della loro decisione di non collaborare con la giustizia.
I giudici di Strasburgo ritengono che la scelta di non collaborare non sta a significare necessariamente assenza di un pentimento, tanto meno testimonia la persistenza di un contatto con le organizzazioni criminali e quindi l'esistenza di un pericolo per la società. Nella sentenza la Corte non afferma peraltro che Viola deve essere liberato, ma che l'Italia deve cambiare la norma sull'ergastolo ostativo in modo che la collaborazione con la giustizia del condannato non sia l'unico elemento che gli impedisce di non avere sconti di pena. Alla magistratura di sorveglianza, cioè, deve essere lasciata la possibilità di valutare il percorso del detenuto lasciando aperta la possibilità di una mitigazione del trattamento punitivo, anche limitando la detenzione.
Il governo però non pare intenzionato a fare marcia indietro, il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, commentando ieri alla Camera il verdetto ha ribadito: "Non condividiamo nella maniera più assoluta questa decisione della Cedu, ne prendiamo atto e faremo valere in tutte le sedi le ragioni del governo italiano e di una scelta che lo Stato ha fatto tanti anni fa: una persona può accedere ai benefici a condizione che collabori con la giustizia".
E la decisone della Grande Camera compatta le forze politiche da Matteo Salvini, "ennesima follia della Corte dei diritti umani", a Piero Grasso, "la pronuncia testimonia una scarsa conoscenza del modello mafioso italiano". Mentre per Giandomenico Caiazza, presidente delle Camere penali, si tratta di "una pagina fondamentale nel recupero di valori che sono nella Convenzione europea e nella nostra Costituzione". Quanto a quest'ultima, peraltro, tra pochi giorni, il 22 ottobre è fissata l'udienza davanti alla Corte costituzionale chiamata dal tribunale di sorveglianza di Perugia a giudicare della legittimità dell'ergastolo ostativo: possibile il contrasto con gli articoli 3, parità di trattamento, e 27, funzione rieducativa della pena, della Costituzione.
di Liana Milella
La Repubblica, 9 ottobre 2019
"A seguire alla lettera la decisione della Cedu si rischia di tornare a prima di Falcone". Dice così Roberto Tartaglia, ex pm a Palermo, nel pool del processo trattativa Stato-mafia, oggi consulente della commissione Antimafia, in pole per succedere al posto di Raffaele Cantone alla presidenza dell'Anac.
Si può superare l'ergastolo ostativo?
"Oggi non possiamo permetterci di rinunciare a quelle norme e di avviare un processo di sgretolamento del regime del "doppio binario", cioè la disciplina differenziata per soggetti che, come gli affiliati mafiosi, appartengono a un circuito criminale che, sul piano sociologico, criminologico e culturale, è obiettivamente e innegabilmente differente da tutti gli altri contesti malavitosi".
Eppure molti garantisti sostengono l'esatto contrario...
"Invece è un dato innegabile che non dobbiamo assolutamente dimenticare, ricordandoci sempre le lapidarie parole di Giovanni Falcone, di fatto l'iniziatore del regime del doppio binario. Proprio lui, in un bellissimo articolo del 1989, non a caso intitolato "La mafia tra criminalità e cultura", scriveva che "ritenere la mafia una pura organizzazione criminosa avente come unico scopo la ricerca di lucro è un enorme errore di prospettiva, che rischia di far impostare male le stesse strategie repressive".
A prendere alla lettera la Cedu si rischia di tornare a prima di Falcone?
"Certamente. Perché non si può negare che questa disciplina "differenziata" per i mafiosi, soprattutto sul versante carcerario, ha contribuito a dare un grande sostegno allo strumento preziosissimo delle collaborazioni con la giustizia, senza il quale, piaccia o non piaccia, l'azione repressiva, e talora anche quella preventiva, in materia antimafia non potrebbe certamente essere più la stessa".
Cosa devono fare governo e Parlamento?
"Un fatto è certo: la sentenza sembra difficilmente superabile e rischia di far proliferare il numero dei ricorsi di detenuti mafiosi oggi all'ergastolo. L'unica strada è attingere all'eccellente cultura giuridica che per tradizione l'Italia detiene. Occorre prestare molta attenzione a tutte le pronunce che la Consulta ha emesso nel corso degli anni per rendere compatibile il "doppio binario" con i fondamentali principi della Costituzione sull'uguaglianza e la finalità rieducativa della pena".
Vede? Anche lei sostiene che qualcosa si può cambiare nel "fine pena mai"...
"Stiamo parlando di principi della cultura liberale italiana che sappiamo benissimo come maneggiare e come bilanciare con l'esigenza, davvero ineliminabile, di un'azione antimafia efficace e incisiva. Possiamo dire che la Consulta ha già trasformato negli anni alcune delle "presunzioni assolute" inizialmente previste in materia di mafia (quelle che non ammettono mai di essere superate, perché non riconoscono la prova contraria),in presunzioni solo "relative" (superabili con una prova contraria rigorosa e specifica)".
Quindi già adesso, grazie alla Consulta, le nostre leggi contro la mafia sono state integrate?
"Certo. È accaduto, per esempio, quanto la Corte è intervenuta sulla presunzione assoluta della custodia cautelare in carcere per i mafiosi, trasformandola in una presunzione relativa: e cioè il carcere rimane la regola per i mafiosi, ma è possibile, in presenza di circostanze specifiche ben documentate e provate, sostituirlo in alcuni casi con una misura meno afflittiva".
In concreto cosa suggerisce?
"La regola italiana è fondata su una "presunzione assoluta" di pericolosità sociale del mafioso detenuto che abbia scelto di non collaborare con la magistratura. La Cedu ci chiede di superare questa assolutezza: si potrebbe pensare di farlo seguendo la Consulta. Al mafioso che non collabora non si possono concedere i benefici penitenziari, ma si può derogare nei casi specifici e rigorosi in cui il giudice ritenga di poter escludere la pericolosità sociale del detenuto anche in assenza di collaborazione".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 9 ottobre 2019
Corte di cassazione - Sezione I - Sentenza 8 ottobre 2019 n. 41235. Il no ai benefici penitenziari, con la condanna all'ergastolo ostativo, scatta anche quando l'aggravante del metodo mafioso per agevolare il clan non è stata formalmente contestata, ma verificata come sussistente dal Tribunale di sorveglianza, attraverso l'esame del contenuto della sentenza di condanna. Pesa, infatti, la qualificazione sostanziale dei delitti giudicati.
La Corte di cassazione, con la sentenza 41235, respinge il ricorso contro la decisione del tribunale di sorveglianza di negare, una volta accertata la collaborazione impossibile, la concessione della liberazione condizionale, dell'affidamento in prova al servizio sociale, della semilibertà o della detenzione domiciliare. Diversi i retati contestati al ricorrente: dalla detenzione di armi, con l'aggravante del metodo mafioso, ad un duplice omicidio.
Le misure alternative erano state negate in considerazione dell'ostatività derivante da reati, i due omicidi in particolare, commessi per favorire le famiglie della 'ndrangheta locale. Inutilmente la difesa aveva depositato una memoria in cui eccepiva l'incostituzionalità dell'articolo 4bis della legge 354/1975, per la parte in cui escludeva che il condannato all'ergastolo, per i delitti commessi avvalendosi delle condizioni previste dalla norma, o per agevolare l'associazione mafiosa, potesse essere ammesso a misure alternative, in assenza di una collaborazione con la giustizia.
I giudici negano anche che nello specifico si potesse parlare di collaborazione impossibile, perché il ricorrente, latitante per otto anni grazie alla copertura della 'ndrangheta, avrebbe potuto offrire un contributo non marginale nella ricostruzione di fatti, anche in ragione del ruolo rivestito nel gruppo e grazie alle informazioni apprese in carcere. Per la difesa dell'imputato la preclusione, in assenza di collaborazione, renderebbe vano il trattamento penitenziario e la regola della flessibilità della pena in funzione della rieducazione del condannato. Inoltre la decisione di non "pentirsi" poteva essere dettata, non solo dalla volontà di mantenere buoni rapporti con i clan, ma dal timore per la propria incolumità, per quella dei familiari o dalla scelta di non accusare i prossimi congiunti.
Infine il ricorrente invoca la Convenzione europea dei diritti dell'uomo, sulla pena perpetua, considerata strutturalmente "riducibile" e oggetto di periodica verifica, per accertare se il detenuto abbia fatto progressi che rendano possibile il suo inserimento nel contesto della vita sociale. Ma la Cassazione conferma il no del tribunale, ricordando che, nel caso in esame, l'ergastolo ostativo, non consente alcuna rivalutazione, in assenza di una collaborazione con la giustizia. Nelle specifico inoltre la Suprema corte sottolinea che non erano ancora stati scontati i 26 anni che, pur cadendo i reati ostativi, avrebbero in teoria aperto alla possibilità della liberazione condizionale. Nulla da fare anche per la semilibertà, possibile in genere per i condannati all'ergastolo ma solo se c'è la certezza di un lavoro.
di Gaetano De Monte
dinamopress.it, 9 ottobre 2019
Colloquio con Patrizio Gonnella, presidente dell'Associazione Antigone per i diritti dei detenuti, a margine della storica sentenza della Corte europea per i diritti umani di Strasburgo (Cedu), che oggi ha invitato l'Italia a rivedere la normativa sull'ergastolo ostativo, cioè senza alcun tipo di benefici, considerato dalla Corte come trattamento disumano e degradante.
L'ergastolo ostativo è una punizione disumana e degradante, la quale viola l'articolo 3 della Convenzione europea per i Diritti Umani. È quanto ha stabilito la Gran Camera europea per i diritti umani di Strasburgo (Cedu) accogliendo il ricorso precedentemente presentato da un cittadino italiano, Marcello Viola, riconosciuto boss di 'ndrangheta il quale era stato condannato a quattro ergastoli per diversi omicidi, sequestro di persona e traffico di armi. In questione era l'articolo 4 del nostro ordinamento penitenziario che vieta al detenuto condannato per gravi reati - se non collaboratore di giustizia - la concessione di benefici come i permessi, il lavoro fuori dal carcere e le misure alternative a esso, l'ergastolo ostativo, appunto.
Istituto giuridico che ora la Cedu con questa sentenza invita l'Italia a riformare, ma, soprattutto, che apre la strada ai ricorsi di altri detenuti a cui non vengono riconosciuti benefici di alcun tipo.
Come Sebastiano Cannizzaro, boss mafioso catanese in carcere da più di dieci anni e sul cui ricorso per l'assenza di permessi, invece, il prossimo 23 ottobre si esprimerà la Corte Costituzionale. Tornando alla sentenza di oggi, in realtà, i giudici si sono espressi rigettando il ricorso presentato dal Ministero della Giustizia italiano, perché la Cedu già lo scorso giugno, in prima battuta, aveva dato ragione al detenuto Viola.
Ora, innanzitutto, spiega a Dinamopress, Patrizio Gonnella, presidente dell'Associazione per i diritti dei detenuti Antigone: "Il rigetto del ricorso dell'Italia da parte della Grande Chambre della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, fa sì che la decisione presa dai giudici della stessa Corte di Strasburgo lo scorso giugno, in merito all'ergastolo ostativo, sia definitiva". e poi, prosegue ancora Gonnella: "con questa sentenza viene restituita finalmente ai giudici la possibilità di una valutazione discrezionale, cancellando quell'automatismo che trasformava questo tipo di ergastolo in una pena senza alcuna speranza di reintegrazione sociale, come invece la Costituzione impone. Mentre oggi si sta creando un inutile allarme, paventando l'uscita dal carcere di decine o centinaia di mafiosi. Dico soltanto che, se uno Stato è forte, non teme se stesso e i propri giudici, né la rimessa in libertà di persone che hanno scontato in carcere decenni di pena".
D'altronde, dice Gonnella: "Lottare contro l'ergastolo, non significa non avere a cuore la sicurezza del paese o non credere nella lotta contro le mafie. Sarebbe come accusare Papa Francesco, che ha abolito l'ergastolo dall'ordinamento vaticano, di non aver a cuore la lotta alla mafia". Sulla situazione, in generale, delle carceri italiane, Gonnella aggiunge: "Oggi la situazione delle carceri dal punto di vista dei numeri ci riporta al 2010, quando l'Italia fu condannata dai giudici europei per le condizioni inaccettabili di sovraffollamento e l'assenza di spazi vitali".
Infatti, spiega il presidente di Antigone: "I detenuti oggi sono 61 mila, ossia 10 mila in più rispetto ai posti letto regolamentari. In questo contesto tutti stanno peggio, il detenuto si perde nella folla, maggiori sono i rischi di abusi e salute negata. Fortunatamente, ci sono ancora molti operatori penitenziari che interpretano il loro ruolo in modo costituzionalmente corretto, mentre ci vorrebbero segnali forti e in controtendenza in termini di decarcerizzazione. Ma anche l'adozione di misure quali l'estensione dei contatti con i familiari, il diritto alla sessualità, che, più in generale, potrebbero avere effetti in termini di riduzione del tasso di disumanizzazione".
È capitato invece che i provvedimenti governativi dell'ultimo anno siano andati al contrario verso il non-umano, intrisi dell'ideologia del populismo penale. Sui dettati normativi noti come "decreti sicurezza", infatti, Patrizio Gonnella così si esprime: "avevano un impianto illiberale e per certi versi intriso di autoritarismo". E poi conclude: "Non è facile quantificare gli effetti sul sistema penale e penitenziario, di certo hanno eroso un sistema di garanzie, già di per sé flebile, soprattutto per i più vulnerabili".
L'impressione, di contro, è che nel frattempo proprio in questi giorni la macchina del populismo penale si è di nuovo già ben azionata. A dimostrarlo è proprio il dibattito sull'ergastolo ostativo, la cui abolizione è stata vista e considerata da più parti come un segnale ai mafiosi. Una posizione che ha accomunato in queste ore magistrati come Nino Di Matteo e politici come i ministri Alfonso Bonafede e Luigi Di Maio ma, più a "sinistra", anche l'ex-presidente del Senato in quota Liberi e Uguali ed ex magistrati Pietro Grasso.
Tra gli stessi magistrati l'unica voce fuori dal coro che si è espressa per l'abolizione dell'ergastolo ostativo è l'ex-pubblico ministero del tribunale di Milano Gherardo Colombo. Ai profeti della crudeltà a tutti i costi, bisognerebbe invece ricordare - aggiungiamo noi - che in quanto privazione illimitata di libertà l'ergastolo è una condizione di vita disumana. E ora che in qualche modo anche la Corte Europea per i diritti dell'Uomo lo ha riconosciuto, bisognerebbe ritrovare il coraggio di abolire l'ergastolo, in quanto trattamento contro l'umanità.
di Riccardo Arena
La Stampa, 9 ottobre 2019
La sorella del giudice ucciso nella strage di Capaci lancia l'appello a tutta la politica: "Pericoloso equiparare gli ergastolani mafiosi agli altri condannati al carcere a vita". La sorella del giudice ucciso con la moglie e la scorta nel 1992 a Capaci, prima da insegnante e ora come anima della fondazione intitolata a Giovanni Falcone, è un simbolo della lotta a Cosa nostra.
Maria Falcone, torneranno in circolazione anche gli assassini di suo fratello?
"Non posso nascondere la mia preoccupazione. Sinceramente non me lo auguro".
È una norma di civiltà, come dicono associazioni e avvocati che hanno propugnato queste decisioni della Corte europea?
"Bisogna contestualizzare. Le norme dell'ordinamento italiano ora messe in discussione furono introdotte dopo le stragi di Capaci e Via D'Amelio, un momento tragico per un Paese che ha dovuto fare i conti con una criminalità organizzata che ha caratteristiche di unicità rispetto alle organizzazioni criminali estere. In nessun altro Stato d'Europa tanti uomini delle istituzioni hanno pagato con la vita l'impegno contro le mafie e noi, in Sicilia e non solo, abbiamo vissuto anni di vera e propria guerra".
Niente ergastolo ostativo, nemmeno per i responsabili di gravi crimini che non abbiano mai nemmeno accennato una collaborazione con la giustizia, un'ammissione, nulla...
"Significa vanificare la ratio, la finalità della nostra legge. L'automatismo previsto dall'ergastolo ostativo, il subordinare la concessione dei benefici solo a chi recide i legami con i clan e dà un contributo reale al lavoro degli inquirenti, deriva dalla natura peculiare della criminalità organizzata, una particolarità che abbiamo imparato a conoscere in anni di violenze".
Da Cosa nostra si esce solo da morti. È una delle "regole" che rendono le mafie così uniche e pericolose...
"L'ergastolo ostativo, come tutta la normativa premiale per i cosiddetti pentiti, sono serviti a scardinare un'organizzazione che si era considerata granitica e contro la quale si può agire solo attraverso conoscenze "dall'interno". Per questo il legislatore ha dato una chance a chi passa dalla parte dello Stato".
Ora questa chance la si vuol dare a tutti...
"Io dico che va garantita a chi accetta, anche se tardivamente, le regole dello Stato, e in questo caso è doverosa. E giustificata invece la differenza di trattamento nei confronti di chi ha scelto di rimanere fedele al giuramento prestato all'anti-Stato, per diventare uomo d'onore".
La parola passa al legislatore italiano, che dovrà adeguarsi alle indicazioni della Corte. Cosa si sente di dire a chi dovrà fare questa legge?
"Alla politica tutta rivolgo un appello, perché si trovi una soluzione che non vanifichi anni di lotta alla mafia e che sappia contemperare i diritti con la sicurezza dei cittadini. Un automatismo al contrario, che passi attraverso una equiparazione degli ergastolani mafiosi agli altri condannati al carcere avita, sarebbe pericoloso".
Prossimo step, il 41bis?
"È altrettanto pericoloso concedere premialità che possano vanificare gli effetti del carcere duro, altra misura nata dopo le stragi del '92, che ha consentito di spezzare i legami tra boss detenuti e clan. Far accedere i mafiosi che scontano l'ergastolo al 41bis ai benefici carcerari significherebbe azzerare anni di lotta alla mafia, nonostante anche grazie alla recisione di quel perverso contatto tra il mafioso e il suo mondo, a Cosa nostra si siano inferti duri colpi".
di David Allegranti
Il Foglio, 9 ottobre 2019
Parlano il costituzionalista Davide Galliani e il filosofo del diritto Emilio Santoro. Il 22 ottobre la sentenza della Consulta. La Cedu, Corte europea dei diritti dell'uomo, ieri ha bocciato il ricorso del governo sull'ergastolo ostativo.
Una decisione che è stata accompagnata, nei giorni precedenti, da allarmi sui "regali alla mafia" e sul rischio che "decine e decine di mafiosi possano uscire dal carcere". Il prossimo 22 ottobre la Corte costituzionale dovrà decidere, a partire da un caso simile, sulla legittimità del 4bis rispetto però ai permessi premio (nella sentenza Viola era rispetto alla liberazione condizionale). E anche in quel caso, immaginiamo, si moltiplicherà il terrorismo psicologico. Davide Galliani, costituzionalista ed estensore di un amicus curiae nel caso Viola contro Italia alla Cedu, ci spiega perché dietro questi allarmi ci sia anche della malafede.
"Anzitutto - dice Galliani al Foglio - è interessante notare come si siano allarmati tutti quanti adesso, quando in realtà la sentenza Viola è stata depositata il 13 giugno. È passata abbastanza inosservata, ma ora che il governo ha deciso di rivolgersi alla Grande Camera, tutti hanno iniziato a dire la propria, al di là del merito. Dal punto di vista giuridico e anche per come funziona la Corte di Strasburgo, il panel di cinque giudici doveva decidere se mandare la sentenza Viola in Grande Camera o meno, non stava decidendo nel merito. Né stava mettendo in discussione, come qualcuno ha detto, il regime di 41bis". Questa levata di scudi tardiva "dunque fa riflettere. Sono passati tre mesi, dove sono stati finora?".
A un certo punto, però, politici e magistrati si sono svegliati. Da Luigi Di Maio ad Alfonso Bonafede, a Nino Di Matteo. Tutti a parlare di mafiosi in libertà e duro colpo allo stato da parte dell'Europa. Anche se, dice il professor Galliani, "io escluderei che tutti i politici abbiano letto veramente la sentenza Viola. Basta leggere che cosa c'è scritto nel cosiddetto Spazza-corrotti, che estende il regime ostativo anche per reati che non sono associativi. Pensi al peculato. Lei mi può spiegare che collaborazione potrà mai dare un vigile urbano che si è intascato 300 euro?
Chi ha scritto questa norma non capisce che il regime ostativo al massimo può avere un senso nei confronti di reati associativi, come la mafia. Ma come può avere senso tanto per la mafia quanto per il peculato? Mi verrebbe da dire "perdonateli perché non sanno quello che fanno".
I magistrati invece è difficile pensare che siano ignoranti, anzi. Quindi quando parlano lo fanno, si suppone, con cognizione di causa. "Lasciamo stare la politica, ma un magistrato non può dire che la Cedu va a intaccare il carcere duro. Semplicemente non è vero, quindi se lo dice è in malafede". Insomma, dice Galliani "è una strumentalizzazione quella cui stiamo assistendo. La sentenza Viola non riguarda il carcere duro. E non si può certo dire che chi nutre delle perplessità sull'ergastolo ostativo sarebbe un fiancheggiatore della mafia. Papa Francesco è contro l'ergastolo, dunque sarebbe colluso con la mafia?".
Dunque, è "giusto esprimere liberamente delle perplessità di natura giuridica (come hanno fatto la Cassazione e la sorveglianza sollevando le questioni di costituzionalità, senza essere tacciati di stare, anche solo indirettamente, dalla parte della mafia. Purtroppo è questo il messaggio che sta passando". Sono molti i messaggi sbagliati che sono emersi in questi giorni. Dal fatto che adesso "decine di mafiosi usciranno" al fatto che Strasburgo non conosce bene i problemi dell'Italia.
"Ma niente di questo è vero. Dire che "usciranno tutti i boss" non ha alcun senso. Strasburgo dice semplicemente una cosa: durante una detenzione ultradecennale - più di vent'anni, poniamo - è possibile che una persona cambi, nonostante le nostre carceri facciano schifo. Il giudice deve poter prendere atto del cambiamento, ma non è detto che apra le porte del carcere. Il carcere ostativo nega i benefici penitenziari, dal permesso premio fino alla liberazione condizionale, a meno che un condannato collabori con la giustizia. Se non collabora, è considerato socialmente pericoloso, sempre e comunque".
La Cedu vuole semplicemente restituire al giudice la possibilità di decidere. Ep oi, aggiunge Galliani, "basta con la strumentalizzazione di Giovanni Falcone sul carcere ostativo, davvero insopportabile. Falcone merita di meglio. Bisogna portargli rispetto. Mentre sul 41bis sappiamo che tanto Falcone quanto Paolo Borsellino erano tendenzialmente favorevoli, sull'ergastolo ostativo non possono esserci strumentalizzazioni. E sa perché?
Perché quando è stato introdotto il regime del quale parliamo, Falcone era già morto. Quindi o qualcuno mi prova che aveva scritto qualcosa a favore del carcere ostativo, oppure, siccome non lo puoi dimostrare, vuol dire strumentalizzare il suo nome. Io lo lascerei davvero in pace. Possiamo usare altri argomenti, ma non questo".
Per giorni, come detto, Nino Di Matteo & soci hanno lanciato allarmi sulla libera uscita dei mafiosi dal carcere grazie all'imminente decisione della Cedu. Eppure, proprio questa settimana la Cassazione ha respinto la richiesta dei legali di Giovanni Brusca di ottenere la detenzione domiciliare. Brusca continuerà dunque a scontare la sua pena nel carcere di Rebibbia. Per Emilio Santoro, filosofo del diritto, è la dimostrazione che non è vero che adesso ci sarà il via libera ai mafiosi.
"Non è che la Cedu abolisce il carcere ostativo, ma consente al magistrato di sorveglianza di valutare, dal percorso riabilitativo di un reo, se può uscire dal carcere oppure no. Nel caso di Brusca, contro il parere della Dia, la Cassazione ha stabilito per l'appunto che Brusca non può uscire dal carcere. Grazie alla Cedu torniamo semplicemente a questo: il magistrato di sorveglianza valuta se tenere un mafioso in carcere oppure no.
L'ostatività che la Cedu ha abolito impediva al magistrato di sorveglianza di valutare il detenuto. Quando Di Matteo dice che adesso i mafiosi usciranno dal carcere, significa che non ha nessuna fiducia nei confronti dei magistrati di sorveglianza".
Adesso si attende la Corte costituzionale del 22 ottobre e "tra i giuristi è ormai pacifico ritenere illegittimo l'ergastolo ostativo, a parte qualche magistrato - come Ardita o Di Matteo - nessuno più sostiene il contrario. Quindi io penso che la Corte costituzionale non farà altro che ribadire lo stesso concetto stabilito dalla Cedu. Quello che fa la Cedu è ribadire, in linea con la giurisprudenza consolidata, che negare la possibilità di rilasciare un detenuto sottoposto a ergastolo è una forma di tortura.
Io capisco la lotta alla mafia, ma un paese civile può condurre questa lotta rimanendo in linea con gli standard europei dei diritti umani, senza ricorrere alla tortura. Un tempo ci si chiedeva se fosse giusto torturare o meno un terrorista, e si è stabilito di no. Oggi è la stessa cosa".
La cosa assurda, dice Santoro, "è che quando c'è stata la sentenza Viola, a giugno, nessuno ha detto nulla. Nemmeno Salvini, che pure era ministro dell'Interno e di solito è il primo ad attaccare l'Europa. Abbiamo dovuto aspettare un governo, in cui ci sono anche il Pd e Leu, che brontolasse contro la riaffermazione di un principio: non si tortura nessuno, ma si valutano i comportamenti delle persone".
"Nessuno aveva detto niente dopo la sentenza Viola, nemmeno Salvini, sempre il primo ad attaccare l'Europa. Abbiamo dovuto aspettare un governo, con il Pd e Leu, che brontolasse contro la riaffermazione di un principio: non si tortura nessuno, ma si valutano i comportamenti delle persone"
di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 9 ottobre 2019
Corte di cassazione - Sezione III penale - Sentenza 8 ottobre 2019 n. 41124. Definitiva la condanna per fatture false per la moglie dell'ex numero uno di Finmeccanica, Pier Francesco Guarguaglini. La Cassazione - con la sentenza dell'8 ottobre n. 41124 - ha rilevato la responsabilità per aver emesso fatture per operazioni inesistenti. La ricorrente aveva eccepito come ci fosse stato violazione dell'articolo 9 del Dlgs 74/2000. Secondo la manager la violazione non avrebbe operato quando - come nel caso di specie - il destinatario delle fatture non le avesse utilizzate. La ricorrente, peraltro, ha continuato i motivi di appello arrivando chiedere che nei suoi confronti i giudici avessero agito in maniera illegittima per aver violato il ne bis in idem (pena per l'emissione e quella per l'utilizzazione). Secondo la Cassazione, però, l'emissione c'è stata ed è sufficiente per l'imputazione penale, a prescindere che poi non ci sia stata l'utilizzazione. Infatti secondo quanto dichiarato da una teste i pagamenti effettuati dalla società Selex nei confronti della emittente Print Sistem srl per prestazioni non eseguite erano stati autorizzati dall'amministratore delegato Marina Grossi. Rileva la Cassazione che se si desse ragione all'appellante si arriverebbe a una situazione di irrilevanza penale nei confronti di chi abbia posto in essere comportamenti riconducibili alla previsione concorsuale in relazione alla emissione della documentazione fittizia per il solo fatto di non avere utilizzato poi quella stessa documentazione.
di Anna Maria De Luca
La Repubblica, 9 ottobre 2019
La sentenza non si è pronunciata sull'ergastolo in generale, ma solo su quello ostativo. L'ergastolo ostativo viola i diritti umani. Lo dice la Grande Chambre della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (Cedu) respingendo il ricorso dell'Italia. Cosa è successo? Il 13 giugno la Cedu diede ragione ad un detenuto, Marcello Viola, che ricorreva contro lo Stato italiano per la condanna all'ergastolo con due anni e due mesi di isolamento diurno, senza alcun tipo di beneficio per il detenuto. L'Italia si è opposta a tale sentenza, sostenendo la legittimità dell'ergastolo ostativo per alcuni reati molto gravi, tra cui mafia, terrorismo e pedo-pornografia. Oggi la Grande Chambre ha convalidato la sentenza del 13 giugno, affermando che l'ergastolo ostativo viola i diritti umani.
Cosa significa lottare contro l'ergastolo ostativo. Gli ergastolani in Italia lo scorso 30 giugno erano 1.776 di cui, quasi i due terzi, all'ergastolo ostativo. "Lottare contro l'ergastolo, e in particolare contro l'ergastolo ostativo - commenta Patrizio Gonnella, presidente di Antigone e firmatario di un amicus curie a sostegno del ricorso presentato, contro l'ergastolo ostativo, dal Prof. Davide Galliani dell'Università di Milano - non significa non avere a cuore la sicurezza del Paese o non credere nella lotta contro le mafie. Del resto - ha aggiunto Gonnella - nessuno potrebbe accusare Papa Francesco, che ha abolito l'ergastolo dall'ordinamento vaticano, di non aver a cuore la lotta alla mafia".
Il rigetto della Cedu. "Il rigetto del ricorso dell'Italia da parte della Grande Chambre della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo - ha detto ancora Gonnella - fa si che la decisione presa dai giudici della stessa Corte di Strasburgo lo scorso giugno, in merito all'ergastolo ostativo, sia definitiva. D'altronde - ha aggiunto - già in altri casi e per altri paesi la Corte aveva sostenuto, legittimamente, che l'ergastolo senza prospettiva di rilascio violasse l'articolo 3 della Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti umani, nella parte in cui proibisce i trattamenti crudeli, inumani e degradanti".
Il rischio uscita dei mafiosi non c'è. Spiega Gonnella: "Chiunque oggi paventa l'uscita di decine o centinaia di mafiosi crea un inutile allarme. La sentenza non produrrà infatti un risultato di questo genere, non essendosi pronunciata sul tema dell'ergastolo in generale, ma solo dell'ergastolo ostativo. Si tratta di una decisione di civiltà giuridica che ci riporta al pari di molti altri paesi europei. Viene così restituita finalmente ai giudici la possibilità di una valutazione discrezionale, cancellando quell'automatismo che trasformava questo tipo di ergastolo in una pena senza alcuna speranza di reintegrazione sociale, come invece la Costituzione impone".
Cosa accadrà. Ora non resta che attendere la decisione della Corte Costituzionale, la quale entro il mese di ottobre si pronuncerà sullo stesso tema, "affinché anche questa decisione - conclude il presidente di Antigone - possa restituire al nostro sistema penale e penitenziario quella flessibilità necessaria ad una valutazione individuale dei casi a tanti anni di distanza dalla commissione dei reati. Uno stato forte non teme se stesso e i propri giudici né la rimessione in libertà di persone che hanno scontato in carcere decenni di pena".
di Felice Cavallaro
Corriere della Sera, 9 ottobre 2019
Il marito era uno dei tre agenti morti a Capaci: "Dicono che l'ergastolo è come la tortura. L'Europa non capisce, un po' come succede con i migranti". "Ma che mondo è? Praticamente l'Europa informa che hanno abolito il vero ergastolo, l'unico vero deterrente per frenare la violenza dei mafiosi".
A Rosaria Schifani, vedova di uno dei tre agenti dilaniati con Falcone a Capaci, non piace l'ermetico aggettivo "ostativo". "Meglio chiamarlo il vero ergastolo, come non capiscono i giudici della Corte europea. Perché le altre condanne a vita sono una finzione. L'ergastolo ostativo ce lo portiamo noi addosso. Noi familiari di vittime innocenti. Mentre i nostri morti per Strasburgo non hanno valore".
Una finzione?
"Il vero ergastolo non c'è più. Non commetti altri reati in carcere, mostri un atteggiamento remissivo, dai qualche informazione ed ecco la pena scendere a vent'anni o anche meno. La morte di una persona vale vent'anni? Ma almeno in questi casi qualcosa devi confessare o rivelare. Adesso si rischia di eliminare il "fine pena mai" pure per chi non offre notizie, per chi non si pente, per chi non chiede perdono. Un modo per garantire permessi premio e misure alternative a tutti".
Dall'altare lei tuonò contro i mafiosi dicendo "...vi perdono, ma inginocchiatevi..."
"Infatti io posso perdonare, la società può perdonare. Purché il mafioso si inginocchi davanti alle leggi dello Stato. Non deve solo pentirsi intimamente. Quello è un affare che riguarda il singolo criminale e Dio. E Dio non si fa prendere in giro. Noi dal mafioso ci aspettiamo che si inginocchi alle regole dello Stato. E se questo non accade perché non collabora, perché non offre informazioni utili a scardinare pezzi di mafia, vuol dire che merita di restare in carcere".
La Corte europea sostiene che sono vietati i trattamenti inumani...
"E dice pure che l'ergastolo è come la tortura. Ma così l'Europa sembra davvero lontana. Un po' come succede con i naufraghi del Mediterraneo. La mafia considerata come una storia che riguarda aree lontane. E invece le mafie sono nel cuore dell'Europa. La pena serve per ammonire, per difenderci. L'ergastolo parificato addirittura a tortura? Vivere in carcere sarebbe peggio che morire? No il peggio è la bomba che Brusca ha fatto esplodere per uccidere Falcone, la moglie e tre agenti fra i quali il mio Vito".
La Cassazione ha invece negato i domiciliari a Brusca che così rimane in carcere, dopo la condanna a 30 anni...
"E invece dovevano dargli l'ergastolo. Non mi piacciono nemmeno gli 80 permessi premio e il fatto che fra due anni tornerà in libertà. Tu ammazzi e ti danno premi...".
In questo caso un aiuto Brusca lo ha offerto, sostengono...
"Ma il cosiddetto "papello" di Riina prevedeva l'abolizione dell'ergastolo. Questo voleva la mafia. Chi uccide un proprio simile deve invece scontare una pena tale da fargli capire anche il dolore provocato nei familiari della vittima. Temo che ciò non accada, che non accettino le regole della società civile. E che gli effetti di questa sentenza si riversino su di noi".
Su di voi?
"I nostri cari erano pieni di vita. La loro morte per noi è stata un ergastolo a vita, come diceva la povera mamma di Roberto Antiochia, Saveria: ci hanno condannato all'ergastolo del dolore".
veneziatoday.it, 9 ottobre 2019
È il libro di Rio Terà dei Pensieri, che sarà presentato giovedì al Fondaco dei Tedeschi, per celebrare l'impegno lavorativo, formativo e sociale alla casa di reclusione della Giudecca. Rio Terà dei Pensieri festeggia venticinque anni. È la cooperativa, costituita nel 1994, che svolge attività lavorative, formative e sociali, nella casa di reclusione femminile della Giudecca, per offrire un'alternativa alla cella, in un'ottica di risocializzazione, attingendo alle risorse del volontariato. L'anniversario verrà celebrato con la presentazione del libro Al femminile, giovedì 10 ottobre all'Event Pavilion del Fondaco dei Tedeschi alle 19. Lo presenteranno gli autori e promotori: Liri Longo, presidente della cooperativa Rio Terà dei Pensieri, Ivan Carlot, analista filosofo, counselor e formatore, Giorgio Bombieri, fotografo e Bali Lawal, modella.
Il nuovo progetto - Un testo nato e realizzato per valorizzare il percorso della cooperativa nella casa di reclusione femminile veneziana. I ricavi della vendita finanzieranno un nuovo progetto rivolto alla cura della bellezza interiore: un centro d'ascolto per detenuti e detenute, ed ex detenuti e detenute, in memoria di Raffaele Levorato, fondatore della cooperativa.
Il lavoro e la produzione - L'attività di Rio Terà dei Pensieri si è sviluppata attorno a due fulcri principali, la formazione professionale e il lavoro, considerati gli strumenti principali per avviare percorsi di responsabilizzazione e inclusione sociale. I detenuti e le detenute, anch'essi soci lavoratori della cooperativa, coadiuvati da docenti, collaboratori e volontari, producono articoli serigrafati, borse e accessori in Pvc riciclato, creano linee di cosmetici e coltivano ortaggi biologici. Il loro lavoro viene commercializzato sia attraverso la vendita al dettaglio che tramite commissioni pubbliche e private.
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