di Laura Montanari
La Repubblica, 20 novembre 2019
Vaglia bloccati per la nuova direttiva che chiede la firma autenticata per il ritiro, rabbia dei reclusi. L'allarme del direttore del penitenziario: "Problemi di sicurezza, si deve intervenire". Un centinaio di vaglia postali giacciono parcheggiati al carcere di Sollicciano a Firenze. Contengono denaro che i detenuti vorrebbero riscattare, ma non possono. Sono una cinquantina quelli che sono rimasti al verde e non hanno nemmeno più i soldi per permettersi la "spesina" (piccoli acquisti che vanno dalla pasta al caffè).
"Una quindicina di detenuti da settembre non sta riscuotendo nemmeno la pensione" spiega il direttore di Sollicciano Fabio Prestopino. È stato lui a segnalare il problema in una lettera inviata al direttore dell'ufficio postale di Scandicci, alla prefetta Laura Lega, al presidente del tribunale di sorveglianza di Firenze e al garante per i detenuti: "Tutto nasce da una direttiva delle Poste che chiede per i prelievi o per altri servizi postali che devono essere delegati, di autenticare la firma attraverso un pubblico ufficiale".
Non sarebbe un ostacolo se non si trattasse di detenuti: "E poi non è chiaro se basta un addetto del Comune o se serve l'intervento del notaio" riprende il direttore che nella lettera scrive: "Rimane oscuro il motivo per cui Poste Italiane abbiano improvvisamente e senza alcuna comunicazione autonomamente adottato le procedure in parola senza verificare le ripercussioni sulla istituzione penitenziaria e soprattutto sulle persone detenute e sulle loro famiglie".
Un richiamo a risolvere rapidamente la questione viene dal garante regionale dei detenuti Franco Corleone: "Pensiamo se non sia il caso di far entrare in carcere un pubblico ufficiale del Comune". Il direttore di Sollicciano spiega che sono giacenti 140 vaglia postali inviati a beneficiari detenuti e rifiutati dall'ufficio postale di riferimento, cioè quello di Scandicci.
"Nell'evidenziare le possibili ripercussioni sull'ordine e sulla sicurezza interna a questo penitenziario, qualora perduri questa situazione,.. si sollecita l'ufficio postale a consentire l'immediato incasso di questi vaglia e il buon fine delle altre operazioni solitamente giacenti per conto delle persone detenute e nel contempo a volersi attivare per la comune individuazione di procedure".
Il direttore di Sollicciano chiede di sbloccare il nodo velocemente e aggiunge che da una verifica informale, risulterebbero soltanto due casi in Toscana di uffici postali che si attengono rigidamente a queste direttive, uno è Sollicciano, l'altro Livorno. In realtà, secondo altre fonti, il problema è generalizzato e vale per tutti gli istituti di pena.
Intanto a Sollicciano crescono i malumori fra i detenuti già alle prese con le infiltrazioni di umidità di una struttura che nei giorni scorsi ha dovuto chiudere uno dei corridoi della sezione maschile perché si era allagata per la pioggia.
di Donatella Alfonso
La Repubblica, 20 novembre 2019
A palazzo Ducale la Conferenza Regionale del Volontariato Giustizia. La Liguria, unica regione in Italia insieme alla Basilicata, non ha un garante delle persone detenute: in compenso, da tre anni - da quando cioè nel 2016 il garante Nazionale Mauro Palma, visitando le strutture liguri, aveva sollecitato un impegno a dotarsi di questa figura, prevista da una legge del 2014 dopo la sanzione comminata all'Italia l'anno precedente - è ferma in commissione una proposta di legge bipartisan per istituirlo.
E, solo quest'anno, nelle sovraffollate carceri liguri si sono contati due suicidi e undici tentativi di suicidio da parte dei detenuti, con una situazione di crescente disagio sia per chi è dietro le sbarre a scontare una condanna, sia per chi ci lavora, dagli agenti agli educatori. "Sinceramente non riusciamo a spiegarci il perché di questa inattività - dice Ramon Fresta, portavoce della C.R.V.G.L. - Conferenza Regionale Volontariato Giustizia Liguria, una Onlus che mette insieme associazioni di volontariato e di promozione sociale attive in ambito penitenziario.
A seguito del richiamo del Garante nazionale, che incontrò anche i vertici regionali, fu presentata in Regione una proposta di legge in merito firmata dai consiglieri Pastorino, Vaccarezza, Salvatore e Rossetti, quindi assolutamente bipartisan, da Forza Italia al Pd, dalla sinistra ai Cinque Stelle. In quel periodo il garante mancava anche in Calabria e nella provincia autonoma di Trento, che poi hanno legiferato in merito: siamo rimasti noi e la Basilicata.
La proposta di legge, pur avendo riportato il voto favorevole in commissione su tutti gli articoli, si è fermata lì. Un problema economico? Eppure il garante regionale costerebbe meno di un consigliere...e allora? C'è qualche altra ragione, forse il timore che si scoprano fatti inquietanti o che si vadano a garantire persone poco gradite, come i migranti accusati di clandestinità?". Fresta fa riferimento alle denunce di Bruno Mellano, Garante del Piemonte, che ha permesso di far scoprire gli abusi nella Casa Circondariale Lorusso e Cutugno a Torino.
Anche Mellano sarà presente domani, mercoledì 20 novembre alle 10.30 (Palazzo Ducale Sala Montale, ammezzato lato est) all'incontro in cui la Conferenza lancerà un forte richiamo alla Regione Liguria e a tutte le forze politiche che la compongono perché si affrettino i tempi di approvazione della legge e di scelta del Garante: ben sapendo che, ormai, si perderà un altro anno. Con Fabio Ferrari, responsabile regionale Crvgl (ne fanno parte Acat, Afet - Aquilone, Arci, Associazione Amici di Zaccheo, Associazione Libera, Acli, Auxilium Caritas, Associazione Centro di solidarietà di Genova, Compagnia delle Opere, Veneranda Compagnia della Misericordia) e Bruno Mellano, ci saranno anche Massimo Benoit di Torsegno a nome dell' Unione Forense dei diritti umani e un rappresentante dell'associazione Antigone che farà il punto sulla situazione delle carceri liguri: un dato per tutti, quello di Marassi, dove 700 detenuti si stipano in 400 posti, mentre la mancanza ormai da anni di un carcere a Savona significa problemi seri di sovraffollamento per le case circondariali di Imperia e soprattutto Sanremo.
Corriere della Calabria, 20 novembre 2019
L'orrore di un figlio che uccide la madre per conservare l'onore, la violenza di un bambino costretto ad imbracciare un fucile, il legame di sangue che obbliga a continuare la guerra. La cultura della 'ndrangheta si eredita, ma le maglie di quella prigione si allargano e la possibilità di rinascere diventa sempre più spesso realtà.
A raccontare la "rivoluzione" che regala speranza ai figli della criminalità più potente al mondo è il Presidente del Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria Roberto Di Bella, che dopo 25 anni di esperienza calabrese lascia il suo incarico per scadenza naturale.
"Ho visto tanti ragazzi che avevano potenzialità e sentimenti per sperare in una vita diversa da quella riservata loro dalla "famiglia". Fin da piccoli sono addestrati all'uso delle armi, sono abituati a violenza e vendetta contro chi trasgredisce il codice d'onore. In diverse occasioni ho assistito all'orrore di giovani che hanno tentato o ucciso le loro madri, colpevoli di non avere saputo "aspettare" i mariti detenuti o latitanti", racconta l'autore del libro "Liberi di scegliere.
La battaglia di un giudice minorile per liberare i ragazzi della 'ndrangheta" edito da Rizzoli e scritto con Monica Zapelli che sarà presentato il 20 novembre nella sede di Cammino a Roma.
"C'è stato un momento, quando abbiamo giudicato il quarto figlio di una famiglia di 'ndrangheta, che abbiamo deciso che non potevamo stare più a guardare.
Da qui la scelta di allontanarli temporaneamente dal loro contesto familiare e territoriale, per tutelarli e, al contempo, consentire loro di sperimentare nuovi orizzonti sociali, psicologici, affettivi. Una sorta di progetto Erasmus della legalità, con l'obiettivo di fornire loro strumenti culturali per renderli "Liberi di scegliere" il loro futuro", racconta il giudice. Un progetto di salvezza a cui guardano anche i padri, non solo più le mamme.
"Molte madri, quando hanno capito che potevamo aiutare i loro figli, ci hanno chiesto aiuto per lasciare la Calabria. Una donna che stava per finire in carcere ci ha affidato i suoi bambini perché crescessero lontano e non in un contesto familiare criminale. Qualche ragazzo si è rivolto direttamente a noi, ultimamente lo ha fatto anche un padre.
"Ho sprecato quasi metà della mia vita in carcere, ora voglio riscattarmi ed essere presente positivamente nella vita dei miei figli. Voglio che abbiano una vita diversa e più felice della mia"", le parole di aiuto rivolte al giudice.
Complessivamente sono "oltre 70 i minorenni tutelati da provvedimenti di decadenza o limitazione della responsabilità genitoriale che riguardano una sessantina di famiglie". Un successo possibile "grazie all'ausilio di associazioni come Libera e Unicef e con la rete di inclusione sociale, scolastica, economica e lavorativa realizzata da uno specifico protocollo (Liberi di Scegliere)", ma questo non basta.
"La questione minorile è cruciale e non occuparsene è una prospettiva miope. Agire su questo versante significa prosciugare quel bacino che alimenta il mito mafioso che affascina tanti giovanissimi. La 'ndrangheta è l'organizzazione forse più potente al mondo, ma mantiene le sue radici in Calabria. Non si può relegare tutto a piccoli tribunali di frontiera, che intervengono solo su situazioni già patologiche, bisogna rivedere le risorse culturali ed economiche destinate alle politiche sociali di prevenzione".
In questo senso, "servirebbe un Piano Marshall per il Sud, assicurando capillari servizi socio-sanitari in tutti i territori di frontiera. Nella provincia di Reggio Calabria più della metà dei 98 comuni non hanno un assistente sociale. I consultori familiari sono sguarniti di personale", sottolinea Di Bella. "Bisognerebbe potenziare le politiche occupazionali.
Molti giovani, raggiunta la maggiore età, vengono a trovarmi per chiedere aiuto a trovare un lavoro. È una situazione drammatica. Non vogliamo deludere chi ripone fiducia nello Stato così cerchiamo di aiutarli attraverso la rete di protezione sociale ma non è semplice". Anche sul fronte della scuola c'è tanto da fare.
"Occorrerebbe ampliare l'offerta, con un'adeguata formazione degli insegnanti che vanno ad operare nei territori di frontiera. Servirebbe il tempo pieno per sottrarre i giovani dalla strada. I progetti educativi dovrebbero tendere a demistificare il mito mafioso raccontando ai ragazzi la sofferenza che provoca una vita all'insegna dell'illegalità.
Bisognerebbe spiegare a tutti i giovani gli effetti devastanti - sociali, economici, ambientali e psicologici - che il fenomeno 'ndrangheta provoca nel loro territorio e indirettamente nelle loro vite. Spero che il libro possa servire ai ragazzi a riflettere e ad evitare loro la sofferenza patita da molti coetanei", conclude Di Bella.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 20 novembre 2019
Il pizzo alle cosche, le interdittive, i sequestri. Le inchieste aperte da alcune Procure sulle attività della Mittal, e poi i sequestri e le nuove imputazioni - lo abbiamo scritto nei giorni scorsi - sono un tentativo, da parte dei settori più reazionari della magistratura, di assumere il comando della politica economica. Cioè di allargare le proprie competenze, dopo avere invaso largamente il campo della politica: in particolare quello del governo delle Regioni e degli enti locali, e poi quello delle competizioni elettorali e persino della definizione delle candidature.
Esiste un aspetto di questo problema che riguarda la democrazia e la qualità della politica. È un aspetto del quale abbiamo parlato molte volte. Poi c'è un secondo aspetto, che è nuovo, e riguarda l'economia italiana e le prospettive della produzione di ricchezza e dell'orientamento dello sviluppo. In teoria queste materie sono di competenza in parte del mercato e in parte della politica. La discussione che da sempre si svolge, con risultati alterni, riguarda il rapporto di forza e di potere tra il mercato e la politica.
Di solito la sinistra ritiene che il potere della politica debba essere prevalente sul potere del mercato, e la destra pensa il contrario. Entrambe però restano in questo ambito e ammettono che debba esserci un equilibrio tra politica e mercato (tranne le frange più estremiste della destra ultraliberista che vorrebbero tutto il potere al mercato, e le frange staliniste e stataliste che invece vorrebbero azzerare le competenze del mercato).
La novità sta nell'invasione della magistratura che decide di delegittimare sia la politica che il mercato e di prenderne il posto. Il problema interessa tutto il Paese. Perché evidentemente si pone un'ipoteca molto seria sul funzionamento del sistema. Alle vecchie idee liberali e a quelle socialdemocratiche si sostituisce una idea piuttosto definita di repubblica delle Procure, governata dal potere giudiziario. Una questione, però, del tutto speciale è quella che investe il Mezzogiorno. Le scelte delle Procure, non contrastate dalla politica e sostenute attivamente anche dalla stampa, provocano, ovviamente, la fuga degli investitori. Non solo degli investitori stranieri ma anche degli italiani. Chi accetterebbe di rischiare una parte del suo patrimonio per avventurarsi in imprese imprenditoriali che possono essere spazzate via in un minuto dalla decisione di un giovane sostituto Procuratore?
Una volta la dinamica era diversa. Il conflitto c'era, ed era una delle componenti del rischio di impresa del quale gli imprenditori tenevano conto. Ma il conflitto era tra i lavoratori e l'impresa. Tra i sindacati e il padrone. Se ne conoscevano le regole, le possibili ricadute, i probabili compromessi. A seconda dei rapporti di forza, anche politici, l'accordo poteva alla fine essere un po' più favorevole ai lavoratori, e ai salari, o più favorevole al profitto. Ma il recinto della battaglia era chiaro e nessuno aveva il potere assoluto sugli altri. In questa nuova fase di Repubblica delle Procure non è più così. E oggi, chiunque decida di investire al Sud sa di rischiare di finire in una morsa: da una parte la mafia, che impone il pizzo e rende più costosa l'impresa e dunque meno remunerativo l'investimento, dall'altra le Procure, che possono azzerare l'impresa e produrre danni economici esorbitanti per l'imprenditore.
Oltretutto non sono solo le Procure, perché al fianco delle Procure, e con il loro avallo, agisce il sistema dei prefetti, che adopera il sistema delle interdittive in modo assai spavaldo, ed è molto più agile delle Procure. In che consiste una interdittiva? Il prefetto, con il placet della Procura, stabilisce che una certa azienda ha un qualche legame con le cosche. Per esempio, un operaio, o un geometra dipendente di quell'impresa che ha sposato la sorella di una persona imputata per mafia. Basta questo, scatta l'interdittiva, si perde l'appalto. Talvolta poi interviene direttamente
la magistratura e sequestra l'azienda, nomina un commissario, il commissario gestisce l'azienda per alcuni anni poi, spesso, la restituisce al proprietario ma dopo averla fatta fallire e coperta di debiti. Qualcuno dei proprietari si dispera e diventa povero.
Qualcun altro si suicida. I casi di suicidio sono molti. Le interdittive peraltro sono in continuo aumento. Nel 2016 furono 510, nel 2017 sono quasi raddoppiate arrivando a 972. L'anno dopo 1.279. Quest'anno sono 1.500. La situazione di una persona che decide di investire al Sud è questa. Mafia e Pm lo attaccano dai due lati. La mafia probabilmente gli chiederà un pizzo che semplicemente ridurrà i profitti. I Pm e i prefetti, se decidono di attaccarlo, lo annientano. E tutto questo, di solito, con l'appoggio fondamentale dei giornali e dei mezzi di informazione. Che spalleggiano le Procure e i prefetti e contribuiscono alla distruzione anche morale delle vittime.
Voi pensate che in queste condizioni il Sud abbia qualche possibilità di riprendersi, di tornare a vivere? Evidentemente no: zero possibilità. Qualcuno reagirà a questo massacro? Capirà chi lo conduce? Proverà a fermarlo? Al momento le speranze sono poche poche. Cosa resta al Sud? L'unica via di salvezza è la fuga, l'emigrazione, come negli anni Cinquanta.
di Claudia Guasco
Il Messaggero, 20 novembre 2019
Respinta la richiesta di commutare la condanna in 30 anni di pena (21 effettivi). Ma l'ex terrorista spera ancora di uscire. Ricorso bocciato ed ergastolo confermato per Cesare Battisti, l'ex terrorista dei Proletari armati per il comunismo colpevole di quattro omicidi commessi alla fine degli anni 70.
Dopo trentasette anni di latitanza, lo scorso gennaio è stato arrestato mentre ciondolava per le vie di Santa Cruz de la Sierra, in Bolivia: una squadra dell'Interpol lo ha ammanettato e il giorno dopo è entrato nel carcere di Oristano. E qui resterà senza riaffacciarsi alla libertà almeno per i prossimi tre anni, dopo di che potrà chiedere permessi e benefici penitenziari. Il suo ergastolo infatti non è ostativo, introdotto nel 1992 successivamente alle sue condanne.
Il ricorso, spiega la Suprema corte in una nota, riguardava "la persistente efficacia dell'accordo di commutazione della pena stipulato tra le autorità italiane e brasiliane, in vista dell'estradizione dal Brasile, poi non avvenuta, nonché la legittimità della procedura culminata nell'espulsione del condannato dalla Bolivia".
Per l'avvocato di Battisti, Davide Steccanella, nei confronti dell'ex terrorista andava applicata la procedura di estradizione dal Brasile, anche se l'arresto è avvenuto in Bolivia, la quale prevede che la pena da espiare non sia il carcere a vita per effetto di un accordo tra l'Italia e il Paese sudamericano firmato nel 2017 dall'allora ministro della Giustizia Andrea Orlando e il collega brasiliano del governo di Michel Temer.
Secondo la difesa, inoltre, Battisti è stato espulso dalla Bolivia senza il rispetto delle norme internazionali e né adeguate garanzie. Ma la Cassazione "ha ritenuto corretta la decisione del Corte di assise di appello", affermano gli ermellini. Lo scorso 17 maggio il collegio presieduto da Giovanna Ichino ha negato la commutazione della pena dell'ergastolo in trent'anni di reclusione. Se avesse accolto il ricorso, la pena si sarebbe ulteriormente ridotta a meno di 21 anni tenendo conto del periodo già trascorso in cella dall'ex terrorista anche all'estero e agli sconti legati all'indulto.
Ma i giudici milanesi hanno accolto la tesi sostenuta dal pg Antonio Lamanna: se Battisti avesse voluto far valere l'accordo di estradizione italo-brasiliano "non avrebbe dovuto allontanarsi volontariamente dal Brasile e non avrebbe dovuto opporsi alla conclusione della procedura estradizionale con la sua consegna all'Italia" dal Paese.
In sostanza, nel momento in cui è scappato in Bolivia e da lì è stato espulso, per lui sono scattate le norme dei codici italiani. Perché, come ha rilevato il pg Lamanna, "nell'ambito di tale espulsione non può rivivere l'accordo italo-brasiliano; nel momento in cui il latitante cambia lo Stato ove si rifugia, è con tale Stato che andranno presi eventuali accordi estradizionali, non con quello precedente ormai senza legittimazione alcuna".
Quanto alle modalità di trasferimento, precisano i giudici della Corte d'assise d'appello, è tutto regolare: il 13 gennaio nei confronti di Battisti è stato emesso un provvedimento di "salida obligatoria" (uscita obbligatoria), per ingresso illegale in Bolivia, lo stesso giorno è stato firmato "l'acta de entraga" (l'atto di consegna) alla polizia italiana "affinché venisse condotto a su pais del origen Italia".
I due atti sono stati prodotti contemporaneamente, quindi per i magistrati non c'è ragione per cui Battisti avrebbe dovuto essere riconsegnato alla polizia federale brasiliana come sostenuto dalla difesa.
"Noi siamo una famiglia in attesa, vediamo cosa succederà in futuro", è il laconico commento di Antonio, il nipote di Battisti, al verdetto della Cassazione. "Noi continuiamo ad andare a trovarlo in carcere. È abbastanza sereno, fa quello che ha sempre fatto: scrive romanzi". Del resto per l'ex terrorista dei Pac, a tempo debito e dopo un concreto percorso di rieducazione, potranno riaprirsi le porte del carcere. Battisti, che oggi ha 64 anni, "potrà godere dei benefici penitenziari, in virtù di una progressione trattamentale che è diretta attuazione" del principio costituzionale "della funzione rieducativa della pena anche per i condannati all'ergastolo".
di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 20 novembre 2019
Corte di cassazione - Sezione II penale - Sentenza 19 novembre 2019 n. 46865. Riconosciuto l'abusivo esercizio di una professione al soggetto, che, spacciandosi per avvocato, abbia trattato la liquidazione di un sinistro in nome e per conto di un cittadino che si era inconsapevolmente affidato a lui.
I fatti - La Cassazione - con la sentenza n. 46865/19 - ha chiarito che il finto avvocato avesse incassato gli assegni. La Corte ha confermato il giudizio di responsabilità nonostante l'attività svolta dall'imputato non richiedesse l'abilitazione professionale. Sul punto i Supremi giudici hanno ricordato come la legge 247/2012 che disciplina l'ordinamento della professione forense espressamente prevede la competenza degli avvocati in relazione all'attività professionale di consulenza e di assistenza stragiudiziale, se svolta in modo continuativo, sistematico e organizzato.
I giudici di merito avevano già evidenziato la lunga durata dell'assistenza legale dall'imputata al cittadino, protrattasi per circa tre anni e relativa a due pratiche di risarcimento del danno, l'una concernente le conseguenze pregiudizievoli del sinistro stradale subito dal querelante nel 2007, l'altra la responsabilità dei medici dell'ospedale che l'avevano avuto in cura. Già la Corte d'appello aveva evidenziato il modus operandi del finto legale.
E allora quest'ultimo aveva accompagnato l'infortunato in occasione di alcune visite mediche, aveva predisposto una delega a trattare con la compagnia assicuratrice e una falsa procura speciale legittimante l'incasso a firma di un notaio, circostanze queste che hanno deposto per un'attività non occasionale e temporanea, ma oggetto di accurata pianificazione.
I Supremi giudici hanno rilevato, inoltre, come lo schema della truffa all'induzione in errore deve conseguire l'ingiusto profitto con altrui danno e nell'indispensabile rapporto eziologico tra la condotta strumentale e l'evento e non è giuridicamente necessitata la coincidenza dell'indotto in errore con il soggetto passivo del danno che pure, nella specie ricorre.
Il cittadino ingannato, infatti, avendo affidato al finto legale la cura dei propri interessi conferendole apposita delega per trattare il risarcimento del danno a seguito dei sinistri di cui era rimasto vittima nel 2007, per effetto dell'accreditamento dell'imputato come avvocato, subiva il danno costituito dalla mancata percezione delle somme a tale titolo liquidate dalla compagnia assicuratrice e lucrate dalla ricorrente.
di Renato Farina
sussidiario.net, 20 novembre 2019
La Cassazione ha bocciato il ricorso di Cesare Battisti e confermato l'ergastolo. Ora chiederà di usufruire della legislazione premiale. E noi trattiamolo da uomo. La Cassazione ha deciso. Il ricorso di Cesare Battisti non è passato. Condannato all'ergastolo in Italia, l'accordo con il Brasile per la sua estradizione prevedeva la riduzione della pena a 30 anni, che è il massimo previsto dal codice del Paese dove si era rifugiato.
C'è un problema: Battisti fuggendo in Bolivia e facendosi catturare lì non può reclamare un patto che lui sottraendosi alla giurisdizione brasiliana ha tradito. La logica lo dice, non c'entra nulla la rivalsa. Guai se i giudici della nostra suprema corte avessero sentenziato in base all'opportunità politica.
E a questo punto conviene anticipare le polemiche che presto o tardi scoppieranno quando il detenuto ergastolano Battisti chiederà di usufruire della legislazione "premiale" che - come ha stabilito la Corte Costituzionale il mese scorso - si applica sempre, perché è disumano negare permessi ad personam sulla base dell'antica ferocia dei delitti compiuti.
Fino a poco tempo fa "l'ergastolo ostativo" in vigore per mafiosi e terroristi impediva l'applicazione di queste misure tese a umanizzare la pena e a rieducare qualunque detenuto, secondo il dettato dell'art. 27 della Carta, purché non risultasse sospetto di tessere disegni criminali. Guai a scandalizzarsi oggi se Battisti ha fatto ricorso, e questo valga anche per qualunque sua iniziativa per accorciarsi e alleviare la pena. Non sarà la sofferenza di un assassino a far girare meglio il mondo e a dare sollievo autentico alle vittime e neppure ai loro congiunti. Non è questione di mollezza contro rigore, ma del rispetto che tutti dobbiamo alla comunità in cui viviamo e alle sue leggi sovrane.
Bisogna riconsiderare le cose dall'origine, andando all'essenza della questione. Cesare Battisti è un uomo, ovvio si dirà. Ma è il caso di ricordarcelo. Non è un simbolo di alcunché, ma è un uomo con un nome e cognome. Non è l'emblema del terrorista che ha ucciso a sangue freddo e per lunghi anni l'ha fatta franca, ed ora raffigura con la sua faccia antipatica e reclusa la vittoria della giustizia, per cui tiè, si vergognino coloro che non si sdegnano per i suoi tentativi di addolcire la sua condizione carceraria. È un uomo, un uomo recluso, ma un uomo.
Non è neppure il prototipo che taluni mitizzano dell'ideale rivoluzionario e del perseguitato indocile. Battisti è un uomo; un colpevole; una persona colpevole e perciò privata della libertà. Pentito o no non possiamo avere la pretesa di saperlo, né di modulare la pena già decretata sulla percezione che abbiamo della sua coscienza contrita. In uno Stato di diritto quale la nostra Repubblica vuole essere io credo debba essere riconsiderata la stessa pena dell'ergastolo.
Papa Francesco ha detto e ripetuto ancora lo scorso 18 settembre: "L'ergastolo non è la soluzione dei problemi - lo ripeto: l'ergastolo non è la soluzione dei problemi, ma un problema da risolvere. Perché se si chiude in cella la speranza, non c'è futuro per la società. Mai privare del diritto di ricominciare!". Vale anche per Battisti? Vale anche per me.
sassilive.it, 20 novembre 2019
Con la danzatrice Bertozzi per progetto ToiL (Teatro oltre i Limiti) della Compagnia Petra. "Un momento di rara poesia e potenza", come ha sottolineato la danzatrice Simona Bertozzi, quello che ha racchiuso il lavoro del laboratorio condotto dall'artista nell'esito finale presentato nella Casa Circondariale di Potenza. A condividere le ore di laboratorio sul tappeto gommato c'erano gli studenti e le studentesse del liceo "Walter Gropius" di Potenza e alcuni detenuti, protagonisti del laboratorio teatrale che la Compagnia Petra sta portando avanti all'interno del progetto ToiL (Teatro oltre i Limiti) nella casa Circondariale di Potenza.
Il progetto ToiL è realizzato con il contributo di Otto per Mille della Chiesa Valdese e Agenzia Regionale Lab, il partenariato della Casa Circondariale di Potenza e di Matera e il Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere.
Il laboratorio con Simona Bertozzi, allestito con la collaborazione del Città delle 100 Scale festival, è stato una delle tappe del percorso, uno degli appuntamenti in cui il carcere si è aperto alla città, che è così entrata oltre il limite della struttura. "Questa è una comunità chiusa per definizione, ma - ha spiegato Giuseppe Palo, funzionario di staff del Provveditore di Puglia e Basilicata, che ha portato il saluto della direttrice Maria Rosaria Petraccone - è pur sempre una comunità fatta di persone, di esperienze e di capacità, che ha bisogno di raccontarsi all'esterno."
"Contro ogni luogo comune, in questo luogo - ha fatto eco Antonella Iallorenzi, regista e direttrice artistica della Compagnia Petra - abbiamo trovato un luogo accogliente, un luogo in cui poter imparare e crescere".
La Compagnia Petra sviluppa progetti di teatro in carcere da quasi un decennio: il progetto ToiL è una delle produzioni più recenti che tiene insieme un laboratorio teatrale, incursioni di artisti di fama internazionale - dopo Simona Bertozzi, sarà ospite del laboratorio anche la performer Silvia Gribaudi - e la formazione per futuri operatori del sociale.
"È stato un laboratorio integrato, uno spazio di intersezione culturale in cui abbiamo superato il limite - ha concluso Iallorenzi, ringraziando quanti partecipano alle attività, dal personale della Casa Circondariale ai docenti e alle famiglie degli studenti che hanno aderito.
Alla base del progetto ToiL c'è l'assunto del teatro come strumento per superare il concetto stesso di limite, nel luogo a cui viene automaticamente abbinato dall'immaginario collettivo, ribaltando la concezione detentiva e favorendo una nuova visione: da luogo di vergogna a luogo di cultura. A febbraio è previsto lo spettacolo finale del laboratorio teatrale con i detenuti, con in programma diverse repliche aperte al pubblico e alle scuole.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 20 novembre 2019
"Totò e Vicé sono dei personaggi realmente esistiti. Vagavano su e giù per i quartieri della città, personaggi un po' tonti, un po' in aria; sembravano inventarsi ogni sospiro, ogni passo". Così il drammaturgo palermitano Franco Scaldati, scomparso nel 2013, descriveva le due figure che avevano ispirato la coppia protagonista di una delle sue opere più poetiche e struggenti.
Enzo Vetrano e Stefano Randisi, attori, autori e registi, hanno portato diverse volte in scena (e, nel 2017 anche sullo schermo cinematografico) i due clochard che vivono in simbiosi in una dimensione notturna, sospesa attorno allo spazio di una panchina, ricevendo il plauso unanime della critica teatrale.
Oggi, nell'ambito del progetto "Passi Sospesi" di Balamos Teatro e in occasione della Giornata Internazionale per l'eliminazione della violenza sulle donne, Vetrano e Randisi porteranno Totò e Vicé nel teatro della Casa di reclusione femminile di Giudecca.
L'iniziativa, realizzata grazie alla collaborazione tra Balamos teatro e Teatro Stabile di Venezia, è sostenuta da International Network Theatre in Prison (Iti - Unesco partner), Coordinamento Nazionale di Teatro in Carcere e Associazione Nazionale dei critici di Teatro.
Allo spettacolo saranno presenti, oltre ai detenuti, anche un gruppo di spettatori esterni composto da studenti del II anno dell'Accademia Teatrale Veneta, studiosi, critici e accademici. Al termine è previsto un incontro tra la compagnia e il pubblico. "Sarà un'occasione - dicono gli organizzatori - per fare una riflessione sul ruolo del teatro in carcere e confrontarsi sul rapporto tra il carcere e il territorio per capire se e come la società possa contribuire nel percorso rieducativo della pena. In questa circostanza la comunità esterna e il carcere si incontrano, attraverso il teatro, in una straordinaria occasione di formazione teatrale e umana".
di Laura Storchi
parmateneo.it, 20 novembre 2019
Come si riabilita alla società una persona detenuta? Ne parla l'incontro all'Università di Parma. C'è chi vorrebbe un carcere con regime duro per tutti, una sorta di deterrente e avvertimento per chi pensa che commettere un reato poi non si paghi così severamente. Ma forse la strada migliore è quella di rieducare il reo così da poterlo reinserire come individuo migliore nella società. Ottime premesse quelle delle legislazioni nazionali e internazionali, focalizzate sui diritti umani e sulla conduzione di una vita normale anche nella cella, ma sarà davvero così la situazione carceraria odierna o quella delle legge è - per ora - un'utopia?
Giovedì 14 novembre 2019, presso l'Aula Filosofi del Palazzo Centrale dell'Università di Parma, si è tenuto l'ultimo appuntamento del ciclo di incontri organizzati dal PUP, il Polo Universitario Penitenziario, con il tema "La cella di un detenuto: com'era ieri, come è oggi e come sarà domani", per rispondere a questo interrogativo facendo il punto della situazione.
Il legame che unisce Università e Carcere di Parma è ormai consolidato ed è volto a implementare il diritto allo studio dei carcerati non solo tramite l'istituzione del polo didattico e la messa a disposizione di materiale e docenti, ma anche attraverso attività che cerchino di unire e stimolare la cooperazione tra studenti detenuti e non. Per questo è fondamentale la sensibilizzazione della popolazione sul tema del diritto allo studio come costituente di umanità. Presenti all'incontro non solo studenti universitari, ma anche i maturandi di alcune scuole superiori parmigiane.
Vincenzo Picone, regista e curatore di laboratori teatrali presso il Teatro due di Parma, che ha letto alcuni testi, poesie e lettere scritte dagli studenti detenuti e dagli studenti universitari loro tutor, riguardanti i propri vissuti e sviluppati nell'ambito del laboratorio 2018/2019 'Il castello dei destini incrociati'. "Se all'inizio dei lavori erano attive delle differenze, date ad esempio dalla divisa, poi queste sono finite e vi è stato uno scambio di ruoli. La vicinanza dei corpi genera pensiero, le opere non sono di uno o dell'altro ma di tutti gli studenti insieme" spiega Picone.
Il compito dell'università, per persone detenute è "tenere viva la passione e far stare bene la persona e coinvolgerla. Quest'anno il tema delle mie lezioni sono i tarocchi, ovvero simboli e archetipi che tutti viviamo e che tutti uniscono" dichiara Vincenza Pellegrino, docente di sociologia dei processi culturali all'università di Parma.
La sfida di questo incontro è quello di cambiare i linguaggi e gli stereotipi legati a quel luogo, far ragionare i ragazzi da una sfera micro e concreta a quella macro dei pensieri astratti e dei valori, far capire loro cosa un'istituzione faccia per la cittadinanza.
Sfatare i luoghi comuni - É questo l'obiettivo di Fabio Cassibba, docente di diritto penale all'Università di Parma. Secondo l'opinione comune, infatti, il carcere viene visto come un giusto castigo e il mezzo per l'espiazione della pena, per questo non ci rallegriamo di sapere che i detenuti protestano per avere una televisione o, quando vediamo le loro condizioni, dallo stipamento nelle celle al fatto che devono fare domanda anche solo per avere una coperta in più, sorge spontaneo il pensiero del "tanto se lo sono meritato". In realtà questa percezione collettiva è antitetica alla legge nazionale e sovranazionale che, nella loro essenza democratica, devono garantire senza eccezioni il rispetto dei diritti umani quali il valore della persona, l'inviolabilità della libertà personale, il divieto di trattamenti disumani e degradanti, finalità rieducativa della pena e diritto alla salute. "Molto spesso si pensa al carcere come uno strumento di sofferenza per l'ammenda del reo. Ma in realtà la Costituzione prevede come unica finalità della pena la rieducazione del condannato" afferma il relatore.
Un tema importante toccato durante l'incontro è quello dell'architettura delle carceri che deve essere regolata dalla giurisdizione poiché è forma del potere statale. Nel passato la prigione era spesso nei sotterranei o nelle segrete di un castello, poiché era il luogo adibito alla segregazione e all'oblio, mentre le pene erano pubbliche e spettacolarizzate tra la popolazione. La situazione ha cominciato ad evolversi con l'illuminismo giuridico, di cui l'Italia è stata la culla grazie al lavoro di Cesare Beccaria. Si è iniziato così a misurare la civiltà di una nazione non per come tratta i ricchi, ma per come tratta le persone deboli; ed è proprio in quell'epoca che la pena comincia ad assumere una funzione rieducativa.
Ma com'è la cella oggi? "Oggi nella cella il detenuto vive e lavora, cucina, si riunisce, espleta i suoi bisogni fisiologici" dichiara il professor Cassibba facendo riferimento alla legge italiana ed europea. Per tanto la cella, come spazio giuridico, deve garantire la sicurezza, non solo verso la popolazione esterna, ma proprio quella tra i detenuti, la libertà residua, poiché lo Stato deve togliere solo la libertà di movimento, e l'individualizzazione per una pena giusta.
Tuttavia la situazione italiana mostra ancora importanti lacune: la Corte Europea di Strasburgo ha sanzionato l'Italia per il sovraffollamento delle carceri del +120/150%, che intacca in maniera importante il diritto alla salute, e la Corte Costituzionale è intervenuta per garantire i diritti umani anche a chi si trova in regimi particolari quali l'isolamento. In quest'ultimo caso, nonostante il particolare tipo di detenzione serva a spezzare i legami di appartenenza con il contesto criminoso da cui arrivano, i detenuti in isolamento si ritrovavano il divieto - diciamolo pure, assurdo- di non poter tenere più di tre libri nella propria cella o di non poter cucinare. E come sarà la cella nel futuro? "Non lo so come sarà domani una cella ma si deve mantenere il diritto alla speranza, che è un diritto di cui gode anche il carcerato. La giustizia non si deve arrestare alle porte del carcere", conclude il professore.
Legge vs realtà - "Il diritto non ha valore descrittivo. La pena umilia, tortura e non si risolve nella limitazione della libertà di movimento ma fa ammalare fisicamente e psicologicamente. La situazione non si capisce dall'ordinamento e dalle circolari ma dall'esperienza", così interviene Alvise Sbraccia, docente dell'Università di Bologna e membro dell'associazione Antigone, osservatorio nazionale delle condizioni di detenzione.
Come spiega la professoressa, fare una generalizzazione sulla situazione carceraria italiana è difficile perché vi sono istituti efficienti ed altri meno, tuttavia sembra che vi sia una diffusa manipolazione della realtà: una circolare ministeriale impone al personale interno alla prigione di sostituire il nome 'cella' con quello di 'camera di pernottamento', quasi per richiamare un'idea di distinzione tra giorno/notte, attività/riposo ed evocare una dimensione privata. La realtà è ben diversa.
Fino a otto anni fa vigeva il principio di unicellularità - ovvero un detenuto per ciascuna cella - ma in realtà presto in ciascuna cella arrivarono a convivere due o anche sei individui in brande a castello, dove chi dorme più in alto è a 5 cm di distanza dal soffitto. Gli spazi ristretti obbligano anche a deambulare per la cella uno alla volta e, quello che era il dover stare nella cella per 20 ore al giorno, si è trasformato quasi in un obbligo di stare a letto. Le condizioni più critiche si vedono poi d'inverno e d'estate quando il gelo, il caldo e l'afa si estremizzano in spazi così angusti. Le conseguenze psicofisiche sono quelle di un'ampia depressione, con l'uso di psicofarmaci e la pratica del tagliarsi le vene, fino ai casi estremi di morte.
"Come si fa a restituire un individuo migliore alla società se lo si detiene in queste condizioni?" chiede il professore Cassibba alla platea. Se infatti nel passato la tortura e la segregazione erano apertamente dichiarati e mostrati in pubblico, ora si vede un'inflizione del dolore e una violenza generale più implicita, che va decisamente contro i principi costituzionali.
Nonostante la situazione sia ancora critica, paragonando il sistema carcerario italiano con quello ben più efficiente norvegese, si sta cercando di fare dei passi avanti. Dimostrazione di questo sforzo sarebbe la direttiva ministeriale "Celle aperte" del 2011 che impone di tenere le celle aperte durante il giorno e che, sebbene non trasformi il sistema, cambia sicuramente l'esperienza dei soggetti che in quegli ambienti vi vivono.
"É solo nello scambio che produce contenuti e nella vita relazionale che si può dare un aiuto alla rielaborazione collettiva, e non solo individuale, della pena", conclude Sbraccia.
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