linkiesta.it, 10 ottobre 2019
La 'ndrangheta si eredita: così si spezza il legame mafioso che si tramanda in famiglia. Nel suo ultimo libro l'ex presidente della Commissione parlamentare antimafia Luciano Violante sceglie di raccontare, in modo semplice ma preciso, il fenomeno della criminalità organizzata ai ragazzi. Solo coinvolgendo anche loro la battaglia potrà continuare anche in futuro.
Presentiamo qui un estratto dal libro.
"La forza della mafia è determinata dai suoi legami interni e dai suoi rapporti con il mondo esterno. I primi sono determinati dall'omertà e dalla convenienza; gli altri dalla fragilità morale di uomini delle istituzioni, di imprenditori, di cittadini comuni. L'omertà assicura la copertura reciproca tra i componenti del gruppo mafioso; la convenienza è determinata dai benefici economici e dal senso di potere che conferisce la soggezione ai mafiosi di settori della società civile.
I rapporti con il mondo esterno riguardano lo scambio con la politica (voti contro favori), i patti con le imprese (appalti e spartizione degli utili), le intimidazioni o le corruzioni per chi opera nelle istituzioni, il potere esercitabile dalle carceri, l'imposizione dell'omertà ai cittadini, attraverso minacce qualora intendessero testimoniare contro l'organizzazione, l'indifferenza della gente comune.
In questo capitolo indicherò sinteticamente alcune misure di lotta alla mafia volte a spezzare i vincoli interni e quelli esterni: la tutela dei cosiddetti pentiti e dei testimoni di giustizia, il carcere di massima sicurezza, lo scioglimento per mafia dei consigli comunali, la selezione delle candidature per le varie elezioni, il cosiddetto voto di scambio, le interdittive antimafia (che sono provvedimenti amministrativi diretti a impedire a determinati soggetti di prendere parte a gare pubbliche).
Prima però voglio parlarvi di una questione meno nota. Nel 1996, ero vicepresidente della Camera, avevo tenuto a Reggio Calabria un'iniziativa per i licei della città proprio sui temi della lotta alla mafia. Un giovane funzionario di polizia venne a trovarmi in albergo. La moglie di un potente capomafia della zona, in carcere con più ergastoli, voleva parlarmi, ma in un'altra zona della città, meno esposta. Ci vedemmo l'indomani mattina verso mezzogiorno quasi in campagna, in un casolare che stava in piedi per miracolo.
La donna era venuta con sua cognata, sorella del marito, a sua volta moglie di un capomafia, anch'egli all'ergastolo. Aveva tre figli e la cognata due: cinque maschi e nessuna delle due voleva che i figli prendessero la strada dei padri. "Fate qualcosa, portateli via; qui finiscono o al cimitero o al 41bis". Ne parlai a don Luigi Ciotti, presidente di Libera. Qualche settimana dopo venni eletto alla presidenza della Camera e non potei più occuparmi personalmente della faccenda. Ma ero tranquillo perché don Luigi se ne stava già prendendo cura, probabilmente meglio di quanto non avessi saputo fare io.
Il problema dei "figli della mafia" è sempre più rilevante. Un numero crescente di madri chiede segretamente a magistrati, poliziotti, carabinieri, che i figli vengano sottratti a un destino di mafia perché, nella realtà in cui sono immersi, i condizionamenti sono fortissimi. Un ragazzino, per dare prova di coraggio 'ndranghetista, ha rifiutato l'anestesia nel corso della estrazione di un dente. Un altro si è fatto tatuare sulla pianta del piede l'immagine di un carabiniere per calpestarla quando cammina. Altre madri chiedono di essere obbligate ad andar via per stare vicino ai figli, e liberarsi così dalla trappola famigliare, ma con un provvedimento giudiziario che dia a quella loro scelta le sembianze di un obbligo imposto.
Nel settembre del 2011 alla presidenza del Tribunale dei minori di Reggio Calabria è arrivato un magistrato, Roberto Di Bella, che si è posto il problema e lo sta affrontando efficacemente, come egli stesso ha spiegato ai componenti della Commissione parlamentare antimafia, nel corso di un'audizione del 29 aprile 2014: "La conseguenza immediatamente tangibile della mia lunga esperienza professionale nel settore è che la 'ndrangheta si eredita. Le famiglie di 'ndrangheta si assicurano il controllo del territorio attraverso la continuità generazionale. [...] Da circa due anni, al di là dei provvedimenti penali che adottiamo nei confronti di minori che commettono reati, abbiamo mutato orientamento giurisprudenziale provando a interrompere questa spirale perversa di trasmissione di valori negativi da padre in figlio, adottando dei provvedimenti di limitazione della potestà, ora responsabilità genitoriale, dei boss con contestuale allontanamento dei minori dalle famiglie nei soli casi di concreto pregiudizio, cioè di indottrinamento malavitoso, rischi per faide, pregiudizi molto forti...
L'obbiettivo non è la punizione delle famiglie; ma prestare aiuto a questi ragazzi, allontanarli per fornire delle alternative culturali, parametri valoriali educativi diversi da quelli deteriori del contesto di provenienza nella speranza di sottrarli alla definitiva strutturazione criminale. Se si nasce a San Luca, a Bovalino, a Rosarno, a Locri, se si ha un nonno 'ndranghetista, un padre 'ndranghetista, fratelli 'ndranghetisti in carcere, una madre intrisa di cultura mafiosa, la possibilità di uscire, di affrancarsi dalle norme parentali sono quasi nulle" (Commissione antimafia, relazione finale, p. 234).
Lasciare nella famiglia ragazzini che possono soltanto nutrirsi di cultura mafiosa significa segnare il loro destino, o in carcere o al cimitero, come i nonni, i padri, i fratelli. E quindi, in applicazione di leggi nazionali e di convenzioni internazionali, che impongono di salvaguardare soprattutto il futuro del minore, quando la famiglia lungi dall'essere un luogo educativo è un luogo di formazione al crimine, il ragazzo o la ragazza sono allontanati dalla famiglia e aiutati a costruirsi un percorso di vita nella legalità, grazie al lavoro dei servizi sociali o di associazioni di volontariato, come Libera o Addiopizzo, con la guida del Tribunale dei minori. Questo orientamento è condiviso da altri importanti tribunali per i minorenni del Sud, come Napoli, Catania e Catanzaro. A Reggio Calabria il provvedimento è stato adottato nei confronti di trenta minori: i ragazzi hanno ripreso a frequentare la scuola, svolgono attività socialmente utili, seguono percorsi di educazione alla legalità.
"Spesso" ha spiegato Roberto Di Bella in una intervista a "L'Espresso" dell'11 agosto 2019 "sono le stesse madri che ci pregano di mandare fuori i loro figli e di poterli seguire. Se siamo noi a decidere, loro non saranno colpite".
Due bravi giornalisti, Carlo Bonini e Giuliano Foschini, hanno scritto un bel libro sulla mafia foggiana, Ti mangio il cuore, nel quale raccontano un episodio agghiacciante. Nella provincia di Foggia una giovane bellissima ragazza sposa un capomafia locale e ha da lui due figli. Alcuni anni dopo, il marito viene condannato a più ergastoli. La donna, rimasta sola, cede alle avances di un altro giovane boss, capo di un gruppo mafioso ferocemente rivale di quello capeggiato dal marito, dal quale ha altri due figli. Anche il suo nuovo compagno finisce in carcere con gravi condanne.
Man mano che i figli crescono, i primi affidati alle cure della nonna, gli altri rimasti con lei, la donna si rende conto che i ragazzi, figli di padri diversi e tra loro ferocemente nemici, avrebbero finito per considerarsi a loro volta nemici e destinati a uccidersi l'uno l'altro. Decide quindi di parlare con i magistrati rivelando tutto ciò che sa sulle imprese dei due clan e salvare quindi tutti e quattro i suoi figli".
"Colpire per primi. La lotta alla mafia spiegata ai giovani", di Luciano Violante, pubblicato da Solferino Libri (2019)
di Elisabetta Andreis
Corriere della Sera, 10 ottobre 2019
Opera, il ringraziamento dei detenuti: un'opportunità. Riconoscenti. Commossi. Emozionati. Non la finivano più di ringraziare per l'opportunità concessa, tutt'altro che scontata. Martedì 19 uomini che da decenni vivono isolati in un regime durissimo di ergastolo ostativo, per la prima volta sono potuti salire su un palco, in pubblico.
E' accaduto al penitenziario di Opera con il direttore Silvio Di Gregorio e la presidente del Tribunale di sorveglianza Giovanna Di Rosa, la platea piena di cittadini e studenti. In scena i detenuti, per lo più anziani, hanno letto un racconto di Friedrich Durrenmatt. Per combinazione, proprio nel giorno in cui la Corte europea ribadiva all'Italia la necessità di riformare l'istituto dell'ergastolo ostativo perché "degradante" e "inumano".
Quel regime, spiega Di Rosa, "esclude a priori la possibilità di qualunque permesso o beneficio, a meno che il recluso non accetti di diventare collaboratore di giustizia o sia provata la sua impossibilità a collaborare. L'eventuale cambiamento della persona dunque non viene valutato, nemmeno dopo decenni di carcerazione". In altre parole, chiarisce il legale Eugenio Losco della Camera penale di Milano, l'ostativo cristallizza la pena togliendo "al detenuto la speranza nel futuro" e al giudice "il potere di decidere con discrezionalità, caso per caso, se concedere (o no) un piccolo permesso premio".
In fondo il racconto rappresentato sul palco, La Panne - in cui un giudice, un avvocato e un boia in pensione dimostrano l'impossibilità umana di arrivare alla verità - diceva anche questo: lo Stato, per poter "correggere" chi ha sbagliato, dovrebbe prendere in carico la persona nel suo complesso e valutarla man mano, riducendo al massimo rigidità e automatismi. Altrimenti si rischia di ipotecare il futuro, come fosse già predefinito.
"Gli umani, nei decenni in cella, possono cambiare davvero, è questo il senso più profondo del carcere" spiega Losco che ha organizzato l'evento con le responsabili del laboratorio Donata Civardi e Patrizia Ferragina. Il trasporto era degli "attori" condannati al fine pena mai, uomini in quell'attimo responsabili, perché investiti di un po' di fiducia. Ma emozionatissimo era anche il pubblico, assicura chi era presente in sala. Dopo lo spettacolo alcuni hanno preso il microfono.
"Abbiamo bisogno di mostrarci per come siamo oggi. E nello sguardo di chi vive fuori che ci riconosciamo diversi - diceva un detenuto -. Quello che abbiamo fatto nel passato lontano non lo possiamo cancellare, resta come sofferenza infinita, colpa che espieremo per sempre. Ma siamo uomini nuovi". Rilanciava un altro, capelli bianchi e due lauree prese ad Opera: "Nel confronto coi volontari che ci sostengono nello studio troviamo il coraggio di ricostruirci.
Davanti agli altri capiamo quanto distruttivi siamo stati e quanto invece possiamo ancora sforzarci di crescere e maturare. A volte basta una carezza, un rito, la speranza di potersi presentare un giorno, meritevoli nonostante le colpe, di fronte alla società". Pareva una preghiera laica.
"Potremo mai restituire un po' di bene? Ci proviamo, con il lavoro in carcere". Il discorso ci riguarda profondamente: "Siamo chiamati tutti a interrogarci sulla possibilità di sbagliare, sulla nostra condotta", fa notare il direttore Di Gregorio. Grazie a lui i detenuti hanno potuto mostrarsi in una occasione unica, per ciò che hanno imparato.
"Diceva Durrenmatt che la verità delude sempre e resiste in quanto tale solo se non la si tormenta - ha chiuso ancora un detenuto. Qui di verità ne afferriamo una, intanto. Oggi abbiamo potuto sperare di non deludervi".
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 10 ottobre 2019
Ieri appena i soldati statunitensi hanno evacuato le due postazioni frontaliere di Ras al Ayn e Tal Abyad, la Turchia ha dato inizio alla "Operazione fonte di pace" - così l'ha chiamata il Erdogan - contro il popolo curdo nel Rojava. Approvata da Donald Trump la massiccia offensiva militare turca contro il popolo curdo scattata ieri pomeriggio nel nord-est della Siria, è stata benedetta anche da Jens Stoltenberg.
"Spero che qualsiasi iniziativa intrapresa dalla Turchia sia proporzionata e misurata", ha detto il segretario generale della Nato al termine dell'incontro con Giuseppe Conte, a Palazzo Chigi. Come dire: andate avanti senza problemi ma non ammazzatene tanti.
Fanno perciò tenerezza gli appelli alla Nato "a fermare la Turchia" lanciati da deputati e dirigenti del M5S, del Pd, della Lega e di tutti gli altri amici fedeli del Patto Atlantico, di cui Ankara è un membro di grande importanza. I curdi si sono scoperti ancora più soli, abbandonati dagli Usa e dall'Europa che li hanno usati come carne da macello in Siria nelle battaglie contro l'Isis, per poi scaricarli una volta giunti sulle rovine del Califfato.
Vittime delle bombe sganciate degli aerei del "sultano" Recep Tayyib Erdogan - atteso tra qualche settimana a Washington - i curdi hanno compreso, si spera definitivamente, che gli Usa agiscono non a favore ma contro i diritti dei popoli oppressi. La vicenda palestinese avrebbe dovuto insegnarlo anche a loro. E non possono passare inosservate in queste difficili ore le a dir poco caute dichiarazioni di Mosca e di Tehran, alleate di Damasco e del presidente Bashar Assad ma anche partner di Ankara nel processo di Astana "per una soluzione politica in Siria".
Ieri appena i soldati statunitensi hanno evacuato le due postazioni frontaliere di Ras al Ayn e Tal Abyad, la Turchia ha dato inizio alla "Operazione fonte di pace" - così l'ha chiamata Erdogan dandone l'annuncio ufficiale con un tweet: è la terza in Siria dal 2016 dopo "Scudo dell'Eufrate" e "Ramoscello d'ulivo", quest'ultima è scattata nel gennaio 2018 nell'enclave di Afrin - contro il popolo curdo nel Rojava, nel nord est della Siria.
Raid aerei e colpi di artiglieria si sono abbattuti nei pressi della diga di Bouzra (Derek), su Qamishlo, Ain Issa, Mishrefa, Tal Abyad, Ras al Ayn (Sere Kaniye) e altri centri abitati. Ci sarebbero state subito almeno 8 vittime civili anche se i turchi affermano di aver preso di mira basi e depositi di munizioni. Un bambino di sei anni è stato ferito gravemente da un bombardamento a Se Girka.
"Chiediamo a gran voce a tutte le parti coinvolte di fermare l'escalation delle violenze - ha esortato Filippo Ungaro, un portavoce di Save the Children - e di assicurare in ogni modo possibile la protezione e la sicurezza delle migliaia di bambini, e delle loro famiglie, già sfiniti da una guerra che dura ormai da più di otto anni e la cui vita da oggi è ulteriormente a rischio". Nella zona teatro dell'offensiva, oltre un milione e mezzo di persone hanno già bisogno di assistenza umanitaria, tra cui più di 650.000 sfollati.
Prima e durante l'attacco turco migliaia di civili si sono messi in fuga dirigendosi verso Hasake e l'area territoriale della Amministrazione Autonoma curda nel nord della Siria che Erdogan e i suoi generali vogliono disintegrare. I comandi militari delle Fds e Ypg curde ribadiscono che resisteranno con ogni mezzo possibile a chi vuole allontanarle dal confine, distruggere qualsiasi idea di sovranità curda e mettere fine all' eccezionale progetto politico, il Confederalismo Democratico, che raccoglie consensi ovunque del mondo.
I combattenti delle Ypg ieri hanno lanciato sei razzi verso postazioni militari alla periferia della città turca di Nusaybin, senza fare vittime. Sempre le Ypg hanno respinto a Manbij un violento attacco dei mercenari, in gran parte islamisti, dell'Esercito libero siriano - l'Els, ora chiamato "Esercito nazionale", per anni esaltato da Usa e Europa come una forza "ribelle" impegnata a "portare la democrazia in Siria" - addestrati da Erdogan e pagati, pare, dal ricco Qatar stretto alleato della Turchia. Il Centro di informazione del Rojava ieri ha diffuso un'indagine sulla composizione dell'Els, evidenziando che diversi dei gruppi armati che ne fanno parte sono vicini al jihadismo.
Ad anticipare l'inizio dell'attacco turco era stato ieri mattina Abdel Rahman Ghazi Dadeh, portavoce di Anwar al Haq, una delle milizie armate locali cooptate da Ankara nell'Els. Dadeh ha confermato che almeno 18 mila mercenari prenderanno parte all'operazione militare e ha precisato che 10 mila saranno impiegati a Ras al Ayn, gli altri a Tal Abyad. L'Els avrà un ruolo di primo piano nel controllo della "zona di sicurezza", lungo il confine, che Erdogan intende costituire in territorio siriano.
Terminata la prima fase di "Fonte della pace" dovranno prendere il posto dei militari turchi e presidiare una striscia lunga 120 km e profonda 30 tra Tal Abyad e Ras al-Ayn che farà naufragare, nei desideri di Erdogan, il sogno curdo del Rojava (quasi un terzo della Siria). Questo futuro protettorato turco spezzerà il territorio controllato dalle Ypg. Resterebbe isolata Kobane (Ayn al Arab), simbolo della resistenza curda contro l'Isis, già stretta tra le aree prese dai turchi con le due precedenti operazioni in Siria.
Ankara avrebbe promesso a Trump di non attaccarla ma i mercenari filo-turchi premono per occuparla. In una seconda fase Erdogan vuole prendere il controllo di tutta la frontiera e inondare la "zona di sicurezza", ossia la zona curda, di almeno due milioni di rifugiati siriani attualmente in Turchia. Una regione-cuscinetto che spingerà di fatto il confine fino a Raqqa, la "capitale" del Califfato liberata dai curdi, e a Deir ez-Zor. Un piano di ingegneria etnica - dal costo stimato da Ankara in oltre 26 miliardi - che dopo l'uscita di scena di Trump solo i partner di Astana, Russia e Iran, possono ostacolare.
Resta indecifrabile, al momento, l'atteggiamento di Damasco. La Siria è determinata a fronteggiare l'aggressione turca con "tutti i mezzi legittimi", ha fatto sapere una fonte del ministero degli esteri. Ma che Damasco sia pronta ad andare in guerra con Ankara è da escludere, pur manifestando sostegno ai cittadini curdi sotto attacco. La strada che preferisce è quella di un futuro intervento su Erdogan della Russia che si proclama garante della "integrità territoriale della Siria". In ogni caso l'eventuale soluzione diplomatica non andrà certo nella direzione di una sovranità curda.
amnesty.it, 10 ottobre 2019
Un anno fa, l'annuncio di abolire la pena di morte per tutti i reati, poi nel marzo scorso la parziale retromarcia del governo con la decisione di andare avanti solo per i reati capitali con mandato obbligatorio. Accade in Malesia, scelto per la Giornata mondiale contro la pena di morte come paese-modello per le azioni di tutti gli attivisti e gli abolizionisti.
Non a caso. La Giornata mondiale si celebra il 10 ottobre e quel giorno, un anno fa, il ministro malese Liew Vui Keong dichiarò che il governo avrebbe abolito la pena capitale. Una notizia che acquistò una valenza ancor più significativa e simbolica. Un anno dopo, Amnesty mette la Malesia al centro delle proprie azioni per chiedere al governo di sostenere progetti di legge che mettano la parola fine almeno alla pena capitale con mandato obbligatorio.
Nel Paese, sono oltre 30 i reati che possono portare alla condanna a morte, in dodici casi è imposta con mandato obbligatorio. Secondo Amnesty, gran parte delle sentenze capitali riguardano per lo più i reati di omicidio e di traffico di droga. L'abolizione della pena capitale con mandato obbligatorio, per Amnesty, potrebbe portare alla commutazione di molte condanne e a una significativa riduzione di quelle future.
Come nel caso di Hoo Yew Wah, arrestato oltre 20 anni fa quando era poco più che undicenne, per possesso di 188 grammi di metamfetamine. Ora si trova nel carcere di Bentong ed è uno degli oltre 1.290 detenuti nei bracci della morte malesi. Gli appelli lanciati per la Giornata mondiale vogliono salvare Hoo Yew Wah e sollecitare le autorità per mettere la parola fine alla pena capitale con mandato obbligatorio.
di Guido Olimpio
La Stampa, 10 ottobre 2019
Nella matassa Usa-Turchia-curdi c'è un filo robusto, quello dello Stato Islamico, avvolto oggi attorno a tre piloni. Il primo è quello della "frattura". Sin dall'epoca della crisi somala negli anni Novanta i movimenti jihadisti hanno dimostrato la loro abilità nello sfruttare le fasi di crisi, anche a livello locale.
L'invasione turca aprirà spazi e lo Stato Islamico cercherà di infilarsi. La fazione non è mai morta e neppure scomparsa, ha solo mutato tattiche e pelle per superare il momento complicato. Infatti ha continuato a colpire, usando spesso elementi piazzati dietro le linee avversarie. Il secondo perno è quello dei prigionieri.
Dopo il collasso territoriale del Califfato i guerriglieri hanno catturato circa diecimila militanti, compresi duemila volontari stranieri e molte loro famiglie. Più volte hanno chiesto una mano ai governi occidentali affinché si facessero carico di questa polveriera. I Paesi europei hanno preferito lasciare gli estremisti nelle precarie prigioni del Kurdistan siriano e hanno rimpatriato solo piccoli numeri di arrestati, donne e bambini.
Una politica dello struzzo condizionata anche dall'umore dell'opinione pubblica, che non vuole farsi carico di chi ha fatto una scelta violenta e radicale. Abbia sperato che fossero altri a occuparsi di tagliagole e killer. Un rifiuto a volte rinforzato da evidenti problemi di natura legale: non tutti coloro che si sono uniti alle "brigate nere" di Al Baghdadi hanno compiuto eccidi e non è sempre facile provare le loro responsabilità dirette.
Dunque una volta riportati in patria si poneva - e si pone - il problema delle prove da presentare davanti ad un magistrato. Su alcuni dirigenti - che si sono esposti in audio e video o sui quali esistono testimonianze precise - il dossier è "carico", denso, pieno di indizi e riferimenti. Per altri, all'opposto, è debole.
E in altre situazioni la mano è passata a forze speciali e intelligente che, insieme ai curdi, hanno liquidato i "volontari" sul campo. Molti sono stati uccisi dai droni e dai commandos, compresi alcuni ispiratori di attentati in Europa. Il Califfo, invece, non si è mai dimenticato dei suoi uomini. In un recente audio Al Baghdadi ha lanciato un appello vigoroso perché i seguaci si mobilitino per liberare i prigionieri.
Una ripetizione della strategia condotta dall'Isis prima della sua grande vittoria quando ci furono attacchi in serie ai centri di detenzione in Iraq. Per farlo può affidarsi alle "colonne" operative ma anche alla corruzione. E siamo al terzo pilone: soldi e traffici. Da mesi girano informazioni su estremisti che sono stati in grado di muoversi pagando una tangente. Se hai dei contanti riesci a trovare una strada. Per scappare, ma anche riunirti ai fratelli di lotta.
Lo Stato Islamico, da oltre un anno, ha trasferito ingenti somme di denaro in Turchia utilizzando cambiavalute di fiducia, persone che garantiscono l'arrivo di soldi sulla base di un impegno e di una stretta di mano. Un bottino con il quale alimentare la sua spinta locale e magari rimettere in moto la filiera che ha portato piccoli nuclei ad agire nelle nostre città.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 9 ottobre 2019
Parla Lucia Castellano, Direttore generale per l'Esecuzione penale esterna e di messa alla prova. Pochi giorni fa a Montevideo in Uruguay si è tenuta una conferenza bilaterale di due giorni sulle misure alternative alla detenzione e la messa alla prova, organizzata dalle agenzie europee: Eurosocial, Copolad e El Pacto.
di Luigi Manconi
La Repubblica, 9 ottobre 2019
Il ricorso presentato dal governo italiano contro la sentenza della Corte europea dei diritti umani del 13 giugno 2019 è stato dichiarato inammissibile. In quella pronuncia, si sostiene che l'ergastolo ostativo è in contrasto con l'articolo 3 della Convenzione europea dei diritti umani, che vieta in modo assoluto trattamenti inumani o degradanti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 9 ottobre 2019
Diventa definitivo il giudizio negativo della Corte Europea sull'ergastolo ostativo italiano. Il collegio dei cinque giudici competente ha rigettato la domanda di rinvio da parte del governo italiano in merito alla sentenza Cedu del caso Marcello Viola. Quindi diventa definitiva la sentenza emessa il 13 giugno dalla camera semplice della Corte europea, la quale condanna l'Italia per la violazione dell'art. 3 della Convenzione, ovvero per tortura e trattamenti inumani e degradanti. Il caso specifico, come detto, riguarda Marcello Viola.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 9 ottobre 2019
Nessun automatismo per i giudici di sorveglianza. Marcello Viola, il pluriergastolano 'ndranghetista che aveva presentato il ricorso a Strasburgo, tornerà davanti al tribunale di sorveglianza dell'Aquila, città nella quale è detenuto, per vedersi applicare i permessi-premio e la liberazione condizionale che in passato gli erano stati negati.
Gli altri condannati che si sono rivolti alla Corte europea - dovrebbero essere una ventina, ma non c'è un dato preciso - potranno fare altrettanto in attesa che i giudici europei decidano di applicare anche a loro i principi sanciti con la sentenza ribadita ieri. Ma il "popolo dell'ergastolo ostativo", che in teoria potrebbe cominciare a chiedere le misure alternative alla reclusione senza spiragli, ammonta a 1.106 persone (su un totale di 1.633 ergastolani definitivi); più della metà dei quali (628) rinchiusi da oltre vent'anni e 375 da più di 25. La gran parte sono accusati di associazione mafiosa; gli altri per omicidi o sequestri di persona aggravati da favoreggiamento dalla mafia, terrorismo, tratta di esseri umani, traffico di droga, pedopornografia e altri reati gravi. Nomi noti e meno noti: dal boss Leoluca Bagarella a Giovanni Riina, da Francesco "Sandokan" Schiavone a Michele Zagaria, fino alla neo-brigatista Nadia Lioce.
In ogni caso, per loro non si apriranno indiscriminatamente le porte del carcere. In primo luogo perché - come spiega l'ex presidente della Corte costituzionale Valerio Onida, che ha contribuito al ricorso di Viola a Strasburgo - "non ci sono automatismi", sebbene "lo Stato italiano abbia il dovere di rivedere la norma". Pena il pagamento di multe, prevede il costituzionalista Alfonso Celotto.
Tuttavia, ammesso che l'Italia cancellasse subito la preclusione dei benefici penitenziari agli ergastolani condannati per quel gruppo di reati, sarebbero comunque i giudici di sorveglianza a decidere l'ammissione dei detenuti ai permessi o alle altre misure, valutando ogni volta le singole situazioni, dalla "pericolosità sociale" al "ravvedimento". E la vicenda del pentito Giovanni Brusca, il killer di mafia che in quanto pentito non è un ergastolano e dunque già gode di attenuazioni alla detenzione pura e semplice, dimostra che possono essere molto rigorosi.
Ma a prescindere dalla Corte europea e da ciò che sceglieranno di fare governo e Parlamento, ad avere un effetto diretto sulla legislazione italiana sarà la decisione che dovrà prendere la Corte costituzionale dopo l'udienza del prossimo 22 ottobre.
Quel giorno si discuteranno due eccezioni di incostituzionalità che ricalcano in buona parte la questione affrontata a Strasburgo. Due diverse ordinanze della Cassazione e del tribunale di sorveglianza di Perugia, infatti, hanno sollevato un dubbio che si sovrappone al "caso Viola": il fatto che, come previsto dall'attuale articolo 4bis dell'ordinamento penitenziario, solo la collaborazione del condannato con i magistrati possa essere considerato il metro per non considerarlo più un pericolo per la società esterna, e quindi ammetterlo alla richiesta di misure alternative.
Con questa norma, sostiene chi s'è rivolto alla Consulta, i giudici di sorveglianza non hanno la possibilità di valutare l'evoluzione del condannato verso quel reinserimento sociale che l'articolo 27 della Costituzione fissa come obiettivo della pena. Che deve valere per tutti. E proprio i permessi premio e le altre possibilità di uscire gradualmente dal carcere consentono di progredire su quel percorso che poi dev'essere valutato dalla magistratura.
Con questi presupposti, l'esclusione automatica dei benefici per chi non collabora sarebbe in contrasto con la legge fondamentale della Repubblica. In più, la Cassazione pone un altro dubbio: che sia legittimo equiparare, tagliando fuori dall'accesso ai benefici entrambe le categorie, gli affiliati all'associazione mafiosa con chi è stato condannato ad altri reati con l'aggravante del favoreggiamento alla mafia o del "metodo mafioso".
Sebbene nelle eccezioni sollevate davanti alla Consulta non se ne facesse cenno perché precedenti alle decisioni della Corte europea, è presumibile che i giudici costituzionali tengano in considerazione anche del verdetto di Strasburgo. E la loro sentenza avrà conseguenze immediate. In un senso o nell'altro.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 9 ottobre 2019
La Corte europea dei diritti dell'uomo conferma la condanna all'Italia del giugno scorso. L'ergastolo ostativo viola l'articolo 3 della Convenzione europea sui Diritti umani, e perciò va abolito. A conferma dell'orientamento già espresso dalla Cedu nella sentenza del 13 giugno scorso, è arrivata ieri la decisione dei cinque giudici che fanno da filtro alla Grande Chambre e che hanno rigettato, tra gli altri, anche il ricorso presentato dal governo italiano in quella occasione, contro la condanna subita per il trattamento inumano e degradante nei confronti di Marcello Viola, boss mafioso che si è macchiato di efferati delitti e che stava scontando il carcere a vita con isolamento diurno per la durata di due anni e due mesi dopo essere stato sottoposto per sei anni al regime di 41bis.
Il combinato disposto delle norme 4bis e 58-ter dell'ordinamento penitenziario che regola il cosiddetto "ergastolo ostativo" - ossia la detenzione a vita senza liberazione condizionale, misure alternative o altri benefici penitenziari, nel caso in cui il detenuto non collabori con la giustizia - secondo la Corte di Strasburgo va modificato. Perché costituisce una "life sentence without hope", limita "indebitamente la prospettiva di un mutamento futuro dell'interessato e la possibilità di revisione della pena", come scritto nella sentenza del 13 giugno. Pertanto, "non può essere qualificata come comprimibile ai fini dell'articolo 3 della Convenzione". Secondo i giudici europei deve soprattutto essere smantellato il principio dell'automatismo, per fare in modo che siano i giudici a decidere caso per caso (gli ergastolani in Italia sono 1.776 di cui quasi i due terzi condannati all'ergastolo ostativo).
Una decisione importante anche se non esecutiva, quella della Corte di giustizia europea creata nel 1959 dagli Stati membri del Consiglio d'Europa per monitorare l'applicazione della Convenzione europea dei diritti dell'Uomo del 1950. Soprattutto perché potrebbe contribuire ad orientare la Corte costituzionale che il 22 ottobre prossimo dovrà pronunciarsi sulla stessa questione. Inoltre, potrebbe diventare una sentenza "pilota": dopo il risarcimento che a questo punto lo Stato italiano deve a Marcello Viola, potrebbero seguire altri ricorsi.
Il pronunciamento della Cedu delude le aspettative e gli accorati appelli di quasi tutte le istituzioni e le parti politiche italiane che, come una sola voce, chiedevano alla Cedu di tenere conto della "specificità italiana" e di evitare perciò decisioni che avrebbero "smantellato il sistema giudiziario antimafia" del nostro Paese. Il presidente della Commissione parlamentare antimafia, Nicola Morra, ieri però è andato un tantino oltre, arrivando a dire che "la Cedu ha deciso di andare allo scontro con l'Italia". "Non c'è solo la questione di risarcimenti milionari che potranno chiedere - puntualizza il senatore del M5S - c'è soprattutto l'offesa che è stata fatta a generazioni di siciliani, italiani, magistrati, uomini delle forze dell'ordine che per difendere lo Stato sono stati sterminati in attentati schifosi.
Questi giuristi non comprendono la virulenza di questi soggetti. Lo Stato combatte contro il tritolo lanciando margherite. Ora è a rischio anche il 41bis". Luigi Di Maio ci pensa un po' di più ma alla fine il risultato non cambia: "Un terrorista o un mafioso che ha ucciso, ha fatto saltare in aria magistrati o ha sciolto i bambini nell'acido deve restare in galera a vita", dichiara al Tg1 il ministro degli Esteri.
Sulla stessa linea Giorgia Meloni. E perfino Leu non si discosta molto: "La decisione di non accogliere il ricorso dell'Italia è figlia di una scarsa conoscenza del modello mafioso italiano - commenta il senatore Pietro Grasso - Non è un caso che l'abolizione dell'ergastolo fosse uno dei punti del papello di Riina per fermare le stragi".
A salutare il verdetto come una "splendida notizia" sono invece l'Unione delle camere penali, il Partito radicale e le tante associazioni attive nell'universo penitenziario. "La Corte di Strasburgo fa cadere la collaborazione con la giustizia come unico criterio di valutazione del ravvedimento del detenuto - dichiara Nessuno tocchi Caino - e sono falsi gli allarmismi sulla liberazione immediata dal carcere di centinaia di ergastolani perché, più che i condannati a vita, saranno liberi i magistrati di sorveglianza che, nel concedere benefici e misure alternative, oggi hanno le mani legate".
Per Antigone, "si tratta di una decisione di civiltà giuridica che ci riporta al pari di molti altri paesi europei". Perché, sottolinea Patrizio Gonnella, "uno Stato forte non teme se stesso e i propri giudici né la liberazione di persone che hanno scontato in carcere decenni di pena".
- Carceri e pene, torniamo agli Stati generali
- Naspi, un diritto (spesso negato) anche per i detenuti: Antigone non ci sta
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