di Guido Viale
Il Manifesto, 12 ottobre 2019
A fare le spese delle armi di Erdogan è l'unica democrazia del Medio Oriente. Non è Israele, ma la Confederazione Rojava, multietnica, tollerante, femminista, ecologista. La guerra di Erdogan contro il Rojava è fatta per deportare una grande parte dei profughi siriani che l'Europa non vuole accogliere, in un territorio trasformato in un enorme campo di concentramento a cielo aperto; dopo averne scacciato le popolazioni, curde e non solo, che lo abitano e lo hanno difeso con tutti i mezzi.
È inutile girarci attorno: quella di Erdogan è una "guerra per procura" fatta per conto dell'Europa. A nulla valgono le dissociazioni e l'invito alla moderazione dei governi europei: l'Europa non muoverà un dito per fermare Erdogan, come non lo ha fatto di fronte alle sue continue violazioni della legalità e dei più elementari diritti umani. Soprattutto a partire dal 2016, data del patto scellerato per affidare alla Turchia la "custodia" dei profughi siriani in transito verso il nostro continente.
D'altronde, questa combinazione di finta indignazione, ma di sostanziale complicità e aperta collaborazione (la Turchia è e resta un membro della Nato e le armi che utilizza contro i curdi sono in buona parte di fabbricazione europea, con annesse istruzioni per usarle "al meglio") è lo stesso atteggiamento adottato dall'Unione europea nei confronti della Libia, delle bande criminali che la governano: a parole, indignazione e dissociazione dai loro crimini - omicidi, schiavismo, stupro, estorsioni, annullamento della dignità - ormai riconosciuti non solo dalle Ong, ma anche dalle agenzie dell'Onu e persino da diversi ministri dei paesi membri.
Nei fatti, trattative, appoggio politico, forniture militari, finanziamenti e persino riconoscimenti ufficiali dei trafficanti libici, come rivelato dal quotidiano Avvenire a proposito di uno dei loro capi più feroci. Non sono le Ong a stringere accordi con i trafficanti libici, ma tutta l'Unione, e per suo conto il governo italiano.
A fare le spese dell'aggressione scatenata da Erdogan è l'unica democrazia del Medio Oriente. Non parliamo di Israele, ormai costitutivamente impegnato in pratiche di apartheid e di repressione feroce dei nativi del suo territorio, ma la confederazione multietnica, tollerante, femminista ed ecologista del Rojava: una vera minaccia, non dall'esterno, ma dall'interno, per i regimi dispotici che spadroneggiano nella regione con la protezione dell'Occidente.
L'Europa non si ritiene in grado di accogliere i profughi siriani, anche solo temporaneamente; in attesa di un ritorno alla pace in cui evidentemente non crede e che non fa nulla per promuovere: con il loro arrivo "la stabilità tra i governi sarebbe messa di fronte a una prova che non è in grado di sostenere...e la sopravvivenza dell'Unione europea sarebbe messa in discussione" scrive Andrea Bonanni su Repubblica. Ma perché mai, allora dovrebbe reggere una prova del genere la Turchia, senza precipitare, come è successo, in una condizione di rigetto radicale della democrazia e dei diritti umani? Lungi dal tener lontani i pericoli per la democrazia, gli accordi con la Turchia o con la Libia sono l'inizio della sua trasformazione in ciò che l'Europa sostiene di non voler mai diventare: uguale a loro.
Finché profughi e migranti verranno trattati come un peso e un costo al proprio interno (una minaccia per "lo stile di vita europeo") e come nemici all'esterno (questo è non altro vuol dire "difendere le frontiere") non esiste altra prospettiva che la militarizzazione della vita sociale (anche e soprattutto contro il dissenso e l'opposizione interna) e la guerra per respingere "l'invasione". Ma se nelle "fortezze" è difficile entrare per i profughi, sarà sempre anche più difficile uscirne per i cittadini europei, anche solo per "fare affari", cioè per sostenere "lo stile di vita europeo".
L'alternativa significa trattare profughi e migranti non come un peso e un nemico, ma come una risorsa e una benedizione: non solo economica (per il loro lavoro e il loro contributo a pagarci le pensioni), ma anche demografica e culturale.
Questa prospettiva è la conversione ecologica, il Green New Deal imposto dalla crisi climatica e affrontato non come una delega ai governi, alle imprese e alla finanza, di ciò che non hanno saputo né voluto fare finora, nonostante gli allarmi che risalgono ad almeno trent'anni fa; bensì come un processo di attivazione e di mobilitazione dal basso, come interpreta questa formula Naomi Klein nel suo ultimo libro Il mondo in fiamme: un processo insieme ai profughi e ai migranti già arrivati sul "nostro" suolo, ma anche ai molti che cercheranno ancora di arrivarci; per preparare insieme a quelli di loro che lo vogliono (e sono in tanti) un ritorno volontario nelle loro terre per risanarle e ricostruirle; dopo aver imposto con una mobilitazione comune quella pacificazione che le grandi potenze che governano gli attuali conflitti non sapranno mai né individuare né promuovere.
di Gianandrea Gaiani
Il Mattino, 12 ottobre 2019
Non sono solo i curdi siriani ma anche Mosca e le agenzie di intelligence europee lanciano l'allarme per la possibile liberazione dei 12 mila miliziani dell'Isis e dei 70 mila loro famigliari prigionieri dei curdi nel nord della Siria, tra i quali vi sono moltissimi bambini e adolescenti indottrinati alla causa del Califfato e potenzialmente addestrati a compiere attacchi e attentati suicidi.
Nei giorni scorsi il presidente turco Recep Tayyp Erdogan ha cercato di rassicurare l'Occidente affermando che i prigionieri non verranno liberati e che i 2.500 foreign fighters presenti nei campi di detenzione verranno estradati nei paesi d'origine, inclusi quelli europei che finora hanno rifiutato i rimpatri di miliziani e terroristi opponendosi alle richieste in tal senso degli Stati Uniti. Il ritiro delle forze americane dal nord della Siria, dove i turchi stanno istituendo la fascia di sicurezza di 32 chilometri, pone i presupposti che potrebbero favorire la "resurrezione" dello Stato Islamico.
Il comando curdo paventa infatti il rischio che miliziani e i loro famigliari possano venire liberati dai turchi e diventare "una minaccia alla sicurezza locale e internazionale" ma se è comprensibile che i curdi vogliano accentuare le pericolose conseguenze derivanti dall'offensiva turca non si può negare che l'allarme sia motivato da diverse valutazioni. Fonti russe affermano che i campi di prigionia sono stati abbandonati dalle guardie curde e il rischio di fughe dei prigionieri sarebbe quindi già qualcosa di più di un'ipotesi e Mosca teme il ritorno a casa di molti combattenti caucasici e delle repubbliche asiatiche dell'ex Urss.
Inoltre la Turchia ha avuto un ruolo chiave nell'avvio della rivolta armata contro il regime di Bashar Assad armando e inquadrando il cosiddetto Esercito Siriano Libero (Esl) le cui milizie oggi affiancano le truppe di Ankara nell'operazione nel nord della Siria. Al tempo stesso Ankara ha sostenuto lo Stato Islamico tra il 2014 e il 2016 nella campagna contro i curdi. Molti miliziani dell'Isis feriti durante la battaglia di Kobane vennero curati negli ospedali turchi mentre il petrolio estratto abusivamente dal Califfato dai pozzi occupati in Iraq e Siria venne venduto illegalmente in Turchia.
Negli ultimi anni l'appoggio turco allo stato islamico è venuto meno, determinando una recrudescenza degli attentati jihadisti in territorio turco, ma oggi ci sono le condizioni per una nuova cooperazione tra Ankara e le milizie dell'Isis in funzione anti-curda. La liberazione o la fuga dei prigionieri jihadisti potrebbe alimentare nuovamente il conflitto a sud della fascia di sicurezza occupata dai turchi, dove i curdi ormai abbandonati dagli statunitensi potrebbero presto saldarsi con le truppe governative siriane schierate oggi per lo più a ovest dell'Eufrate. In quella regione le milizie dell'Isis sono ancora presenti ma con poche, piccole unità.
L'arrivo degli ex prigionieri costituirebbe in grave problema di sicurezza per la regione dove peraltro dovranno venire ospitati 2,5 milioni di civili curdi in fuga dai territori occupati dai turchi in cui Ankara intende trasferire 3 milioni di profughi siriani. Non è forse casuale che l'Isis abbia rialzato la testa, attaccando postazioni curde proprio lungo il confine turco alla vigilia dell'avvio dell'offensiva di Ankara.
Episodio che potrebbe costituire l'indizio di una possibile intesa tra i turchi e le milizie jihadiste mentre l'eventuale liberazione dei prigionieri dell'Isis è vista come una minaccia pure al di qua del Bosforo dove l'intelligence teme che molti jihadisti cerchino di raggiungere l'Europa. Anche mischiandosi agli immigrati illegali i cui flussi verso la Grecia sono già da tempo in vertiginoso aumento e che potrebbero trasformarsi in ondate (come nel 2015) se Erdogan dovesse aprire le frontiere occidentali come minacciato nei giorni scorsi.
Tra i terroristi che potrebbero infiltrarsi non ci sono solo foreign fighters che vorrebbero "tornare a casa" ma anche combattenti arabi e asiatici del Califfato che preferirebbero raggiungere l'Europa piuttosto che affrontare, esecuzioni sommarie, impiccagioni o dure prigionie in Iraq e Siria. Il vecchio Continente continua infatti a essere una sorta di paradiso per i veterani del jihad: solo pochi dei foreign fighters rientrati dopo la caduta di Raqqa e la fine del Califfato sono stati arrestati mentre la gran parte resta a piede libero sorvegliata con discrezione dai servizi di sicurezza. Sia la Ue che i singoli Stati hanno annunciato e varato piani ben poco repressivi ma improntati al recupero sociale dei veterani del jihad con programmi di welfare che prevedono sussidi e persino corsi universitari pagati ai terroristi dell'Isis.
La Repubblica, 12 ottobre 2019
Le stime dell'Onu: avverrà entro il 2022, quando il 79% della popolazione risulterà al di sotto della soglia di povertà. Ad oggi, il conflitto ha provocato oltre 90mila vittime, civili e combattenti. Lo Yemen è "sotto tortura" da anni per un conflitto sanguinoso che ha innescato la più grave crisi umanitaria dalla Seconda guerra mondiale.
È di oggi la notizia secondo la quale diventerà anche il Paese più povero al mondo, se la guerra dovesse continuare in un prossimo futuro. È quanto emerge da un rapporto elaborato dagli esperti delle Nazioni Unite, secondo cui "se i combattimenti continuano fino a tutto il 2022", il 79% della popolazione risulterà al di sotto della soglia di povertà. Lo si apprende da Asianews. Il rapporto pubblicato il 9 ottobre sorso dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) mostra inoltre che, già oggi, il 65% degli abitanti del Paese è "classificato come estremamente povero". A causa della guerra, infatti, la povertà nello Yemen è balzata dal 47% della popolazione nel 2014 al 75% (previsto) per la fine del 2019.
L'intervento militare saudita e l'80% della gente da assistere. La nazione araba, già da tempo la più povera di tutta la penisola araba, è sprofondata in un conflitto sanguinoso dopo che i ribelli Houthi, sostenti dall'Iran, hanno conquistato la capitale Sana'a nel 2014. Lo scontro fra governativi filo-sauditi e ribelli è degenerato nel marzo 2015 con l'intervento della coalizione araba guidata da Riyadh. Ad oggi, il conflitto ha fatto registrare oltre 90mila vittime, fra civili e combattenti. Le divisioni a livello locale si sono poi trasformate in una guerra per procura, che ha causato milione di sfollati e - fonti Onu - innescato "la peggiore crisi umanitaria al mondo", con circa 24 milioni di yemeniti (l'80% della popolazione) che necessitano di assistenza umanitaria. I bambini soldato sarebbero circa 2500 e la metà delle ragazze si sposa prima dei 15 anni.
Gli spiragli di dialogo. "La guerra - afferma Auke Lootsma, responsabile Yemen per lo Undp - non ha solo innescato la più importante crisi umanitaria al mondo, ma ha pure sprofondato la nazione in un vicolo cieco senza prospettive di sviluppo". La situazione attuale, aggiunge, minaccia di trasformare la popolazione yemenita "nella più povera al mondo", una situazione che "una nazione già sofferente non è certo in grado di poter sostenere nel futuro". Sul fronte diplomatico si muovono ancora spiragli di dialogo fra i ribelli Houthi e il governo riconosciuto dalla comunità internazionale e sostenuto da Riyadh. Ieri le milizie filo-Teheran hanno proposto un nuovo scambio di prigionieri, fra i quali vi sono anche 2mila detenuti, dopo aver liberato a inizio mese quasi 300 persone, compresi cittadini sauditi.
Il "gesto distensivo" degli Houthi filo iraniani. Analisti ed esperti parlano del più importante "gesto distensivo" degli Houthi in una prospettiva di allentamento della tensione e di distensione con il fronte nemico vicino ai sauditi. "Abbiamo detto ai mediatori locali - afferma Abdul Qader al-Murtada, capo del comitato Houthi per le questioni riguardanti i prigionieri - che siamo pronti ad applicare uno scambio di prigionieri entro una settimana. Restiamo in attesa di una risposta dalla controparte". Al momento non si sono registrate ancora risposte ufficiali dal governo yemenita, anche se - a livello ufficioso - si parla di passo positivo in un'ottica di distensione.
Le ragioni di un conflitto così lungo e spaventoso. Lo Yemen - al di là del racconto quasi esclusivamente "umanitario" che se ne fa, tra i civili uccisi, gli sfollati, gli stupri, il colera... - ha una sua grande rilevanza strategica. Non ci vuole molto a capire la portata cruciale di questo Paese: basta dare uno sguardo alla carta geografica, per capire le ragioni per cui i gruppi jihadisti come Al Qaeda abbiano avuto facile accesso e perché gli Usa e l'Arabia Saudita coalizzati siano lì a tutelare i loro enormi interessi. Lo Yemen si trova, infatti, nel punto più estremo della Penisola arabica e sotto i suoi occhi, ogni giorno, passano milioni di tonnellate di petrolio, milioni di tonnellate di merci, e tutto questo nel bel mezzo di una guerra, con un altro "attore" della scena come l'Iran, sempre meno silente, che nello Yemen ha un suo presidio militare rappresentato, appunto, dagli Houti.
Quando la posizione geografica gioca un ruolo ostile. Il destino di un popolo non è mai disgiunto dalla posizione geografica dove ha radicato la sua storia, la sua cultura, la sua economia. Gli yemeniti, dunque, non godono di una situazione geopolitica "amica".
La riconquista del porto di Hudaya, città portuale assediata dalla coalizione Usa-Arabia Saudita per essere strappata dalle mani delle forze armate filoiraniane degli Houthi, non ha altro scopo se non quello di riconquistare una postazione di importanza strategica sulle rotte che solcano il Mar Rosso. In particolare, c'è da tener d'occhio lo stretto di Bab el Mandeb, dove tutti i Paesi che si affacciano su quel mare, colossi economici regionali come l'Arabia Saudita e Israele, non possono prescindere dal volume di traffici commerciali che si muovono proprio lì. Un luogo che - se si osserva ancora una volta una carta geografica - altro non è che il cancello d'ingresso del Canale di Suez.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 ottobre 2019
I laboratori "Spes contra spem" nelle carceri per promuovere il valore del mutamento. Fino a una settimana fa, nonostante la sentenza Cedu era stata emessa da qualche mese, nessun giornale - tranne Il Dubbio, il Manifesto e Il Foglio - ha parlato dell'ergastolo ostativo. In realtà, ora che se ne parla, le argomentazioni sono inesatte, confuse e rabbiose.
di Marco Travaglio
Il Fatto Quotidiano, 11 ottobre 2019
Facciamo così. Siccome il cosiddetto "ergastolo ostativo" - cioè vero, senza sconti né scappatoie - l'hanno inventato Falcone e Borsellino e l'hanno ottenuto soltanto nell'agosto del 1992, da morti ammazzati per mano della mafia, chi non è d'accordo la smette di tirare in ballo Falcone e Borsellino quando parla di lotta alla mafia.
Per un minimo di coerenza, e anche di decenza, chi lo considera - come la Corte di Strasburgo e la sua Grande Chambre - una forma di tortura, una violazione della Costituzione, una negazione del valore rieducativo della pena, un ricatto per estorcere confessioni, un'istigazione alla delazione, liberissimo: ma deve prima ammettere che Falcone e Borsellino, oltre a tutti i magistrati e i giuristi vivi che ne condividono i metodi, erano aguzzini, torturatori, ricattatori e violatori della Carta.
Già, perché purtroppo la demenziale doppia sentenza di Strasburgo, che giudica contrario alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo l'ergastolo ostativo, ha raccolto molti e trasversali consensi in Italia. Fra i tanti, quelli di Luigi Manconi su Repubblica, del rag. Claudio Cerasa e Giovanni Fiandaca (quello che "Il processo Trattativa è una boiata pazzesca") sul Foglio, di Vittorio Feltri e Filippo Facci su Libero (solo che a Facci un collega dispettoso ha messo un titolo alla rovescia, "L'Europa dà una mano a mafiosi e brigatisti", e ci ha pure azzeccato), di Mattia Feltri su La Stampa, di Tiziana Maiolo sul Dubbio, di Mauro Palma sul manifesto.
Oltre ovviamente ai mafiosi e i terroristi coi loro avvocati e amici: ma questi almeno si capisce perché non sopportano l'ergastolo. Anche per gli ergastolani. Che, nella sentenza hanno "fine pena mai", ma nella realtà "fine pena sempre" o "vediamo", con 4+X anni d'anticipo (dipende dell'età al momento della condanna).
Fino all'altro giorno l'unica certezza, nell'incertezza, era che dal 1992 i benefici non si applicavano ai detenuti per i reati più gravi: tipo mafia, terrorismo, sequestro di persona, traffico di droga e (grazie alla legge Spazza-corrotti del 2018) tangenti. Il che, almeno per quel tipo di ergastolani, rendeva l'ergastolo una cosa seria: cioè "fine pena mai" non trattabile. A meno che, si capisce, non dessero segni concreti di ravvedimento collaborando con la giustizia per aiutare lo Stato a reprimere e prevenire reati.
Ora, improvvisamente e inopinatamente, questo principio di minima civiltà diventa un "trattamento inumano o degradante" per mafiosi e terroristi ergastolani. Che, secondo le Corti europee, meriterebbero permessi premio, liberazione anticipata, lavoro esterno, semilibertà e altre scappatoie anche se non collaborano.
Anche i mafiosi che restano mafiosi, essendo noto a tutti - fuorché a quelle anime belle - che si è mafiosi a vita ("fine mafia mai") e si smette di esserlo soltanto in due modi: morendo o collaborando. Il che rende surreale, ai limiti del Comma 22, tutto il dibattito sull'ergastolo "ostativo", cioè vero, che impedirebbe la "rieducazione" e la "riabilitazione" del condannato. Intanto perché ci si può riabilitare e rieducare in carcere, come dimostrano i numerosi casi di ergastolani che studiano, si diplomano, si laureano, partecipano a percorsi riabilitativi e rieducativi nelle strutture interne dei penitenziari, senza uscire di galera.
Ma soprattutto perché, almeno per chi è inserito in organizzazioni fondate sull'omertà - come quelle terroristiche, quelle mafiose e quelle tangentizie - l'unico sistema per uscirne è quello di parlare, dei propri delitti e di quelli dei complici, rendendosi inaffidabile ai loro occhi e dunque uscendo dal giro. Se un mafioso, un terrorista o un tangentista non denuncia i suoi complici, rimane un terrorista, un mafioso o un tangentista a tutti gli effetti (anzi, ancor più potente e più influente di prima sugli impuniti rimasti liberi grazie al suo silenzio).
Dunque non si è affatto rieducato né riabilitato. Perciò non ha senso contestare l'ergastolo ostativo perché non aiuta la rieducazione, quando tutti sanno che è l'unica arma per spingere alcuni ergastolani a rieducarsi davvero, cioè a parlare, per accedere ai benefici. Ma questo, obietta Feltri jr., è "un ricatto di Stato"! Se ci riflettesse, potrebbe dirlo per tutte le pene di tutti i Codici penali: se commetti quel reato, ti metto in galera per tot anni.
In realtà sono semplici avvertimenti a scopo deterrente rivolti ai criminali. Che, se delinquono, sanno benissimo a cosa vanno incontro. Sta a loro scegliere. Se sono mafiosi o terroristi e commettono omicidi o stragi, sanno che finiranno all'ergastolo vero, cioè non usciranno più se non con le gambe davanti. E, se vorranno uscire da vivi, dovranno dire tutto ciò che sanno. In ogni caso non sarà lo Stato che li ha ricattati o torturati. Saranno loro che se la sono cercata.
di Nadia Pietrafitta
Il Tempo, 11 ottobre 2019
Incontro tra Bonafede e una delegazione Dem. Resta il nodo prescrizione. Avanti con la riforma del processo civile e di quello penale, con l'obiettivo di dimezzare i tempi, nonostante sia ancora lontana l'intesa sulla prescrizione.
Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede incontra alla Camera una delegazione Pd per cercare un'intesa, ma - nonostante la condivisione degli obiettivi - i nodi da sciogliere retano sul tavolo. Lo stop delle lancette dei processi dopo la sentenza di primo grado continua a non convincere i dem. La proposta, allora, è quella di procedere con i due disegni di legge delega che riguardano i tempi del processo civile e penale, valutare gli effetti della riforma e, in base alla sua attuazione, riaprire il capitolo prescrizione, magari vincolandone lo stop proprio alla durata dei provvedimenti. Il Guardasigilli continua a professare ottimismo.
"Dopo questo incontro penso ancora più di prima che ci sono dei margini di convergenza importanti per una riforma coraggiosa e ambiziosa per accelerare i tempi dei processi - dice. Loro sulla prescrizione rimangono della loro idea e io ne ho un'altra. Ci stiamo concentrando sulle cose su cui andiamo d'accordo".
Il faccia a faccia, chiesto dal Pd per presentare a Bonafede le proposte dem, aveva anche rischiato di inclinare gli equilibri all'interno della maggioranza. Con Liberi e uguali che aveva fatto trapelare "irritazione" per "quello che è stato definito vertice di maggioranza e che in realtà è una ennesima riunione di due sole forze della maggioranza di Governo".
Il Guardasigilli chiarisce che l'incontro è stato richiesto dal Pd, presenti il sottosegretario Andrea Giorgis e la rappresentante Giustizia della segreteria Roberta Pinotti e il clima torna tranquillo. Anzi, è proprio grazie a una proposta "forte" che arriverà nelle prossime ore da Pietro Grasso che potrebbe invece sciogliersi l'altro punto di distanza tra gli alleati.
L'ex presidente del Senato, infatti, lavora a una riforma del sistema di elezione dei componenti del Csm che esclude il sorteggio, che l'ex presidente del Senato reputa incostituzionale. Bonafede apre: il sorteggio "non è un modo che per me è cruciale, l'obiettivo è combattere e cancellare le degenerazioni del correntismo e su questo ci siamo trovati d'accordo. Sono disposto a lavorare su un sistema elettorale che possa eliminare il più possibile quelle degenerazioni".
di Franco Corleone
L'Espresso, 11 ottobre 2019
La Corte europea dei diritti umani ha confermato la sentenza Viola del 13 giugno scorso che applica all'Italia una giurisprudenza consolidata che considera contraria all'articolo 3 della Convenzione di Strasburgo una pena perpetua priva di una qualche prospettiva di liberazione del detenuto in conseguenza del percorso educativo.
di Errico Novi
Il Dubbio, 11 ottobre 2019
Un anno fa era stata l'Anm, oltre agli avvocati, a muovere un rilievo semplicissimo sullo stop alla prescrizione: "Nel testo di legge parlate di sospensione, ma se il decorso è sospeso dopo il primo grado fino a sentenza definitiva vuol dire che la prescrizione non è sospesa, è abolita". Giusto. Poi però nel testo in cui la norma è contenuta, la "spazza corrotti", il paradosso semantico è rimasto. Ora il Pd propone di superarlo, con un limite di tempo superato il quale la prescrizione tornerebbe a decorrere. Una delegazione dem ne ha parlato ieri con il guardasigilli Alfonso Bonafede, nella sala del governo a Montecitorio.
"Siamo stati noi a chiedere l'incontro", spiega il vicecapogruppo dei democratici alla Camera, Michele Bordo, presente al summit. "Il punto è stabilire cosa succede quando non siamo in grado di assicurare quella durata ragionevole del processo che è l'obiettivo della riforma", aggiunge.
C'erano anche Roberta Pinotti, responsabile Giustizia ad interim del Pd, il capogruppo in commissione Giustizia alla Camera Alfredo Bazoli e il sottosegretario alla Giustizia Andrea Giorgis, dem anche lui. Bonafede non è convinto: "Sulla prescrizione il Pd resta della sua idea, io ne ho un'altra", dichiara. Eppure, assicura, "abbiamo trovato margini di convergenza ancora maggiori, sono ottimista: intanto approfondiamo tutto quello su cui siamo d'accordo".
La delegazione democratica ha messo sul tavolo altre ipotesi. "Dalla digitalizzazione di diversi passaggi anche nel penale, a regole diverse sulla rinnovazione del dibattimento in caso di sostituzione del giudice, senza compromettere oralità e immediatezza nella formazione della prova", spiega ancora Bordo. "Sulla prescrizione lavoriamo per trovare un punto di caduta, cosa che però avverrà in Parlamento".
Sulle intenzioni degli alleati, Bonafede preferirebbe avere un quadro chiaro, prima di presentare le bozze "definitive" dei suoi due ddl (uno su penale e Csm, l'altro sul civile). L'obiettivo è andare in Consiglio dei ministri tra non più di 20 giorni. Il punto è che i renziani non intendono sciogliere alcuna riserva se prima non si risolve il rebus prescrizione.
"Sarebbe in ogni caso assurdo introdurre un'ulteriore sospensione dei termini di estinzione dei reati", fa notare il presidente dell'Unione Camere penali Gian Domenico Caiazza, "vorrebbe dire allungare la sospensione già prevista dalla riforma Orlando, che stoppa il cronometro della prescrizione per un anno e mezzo dopo la sentenza di primo grado. Senza contare che la stessa latenza di un anno e 6 mesi era stata introdotta, sempre dalla riforma Orlando, anche dopo l'appello".
Due giorni fa Caiazza, insieme con gli altri vertici dell'Ucpi, ha incontrato una delegazione proprio di Italia viva. I renziani hanno assicurato di essere pronti a chiedere che lo stop alla prescrizione non entri in vigore il 1° gennaio prossimo, come previsto, ma più tardi, anche fra un anno, quando cioè sarà stata approvata una riforma penale davvero in grado di accelerare i tempi dei processi.
Tuttavia Bonafede, dal suo punto di vista, non ha interesse a riaprire un dossier, come quello sulla prescrizione, che considera ormai in cassaforte. Ed è anche vero che se per tutta risposta Italia viva e Pd si rifiutassero di dare l'ok al ddl sul penale, il M5S potrebbe facilmente addebitare loro, dinanzi a un'opinione pubblica impregnata di pulsioni punitive, la responsabilità della mancata accelerazione sui tempi della giustizia. Un intrigo.
Forza Italia prova sparigliare le carte: "Abbiamo presentato una proposta di legge semplicissima", spiega Franco Dal Mas, rappresentante azzurro nella commissione Giustizia del Senato, "è un testo di un solo articolo, che abroga la norma sulla prescrizione altrimenti destinata a entrare in vigore con l'inizio del 2020. Lo abbiamo fatto perché riteniamo che lo stesso Pd non possa ignorare la proposta: altrimenti, con la norma in vigore dal 1° gennaio, la prescrizione sarebbe abolita nonostante non si siano ancora stati mesi alla prova gli effetti della riforma Orlando".
È esattamente l'analisi dell'Unione Camere penali. "A breve renderemo pubblici i dati sulla durata massima effettiva del termine di prescrizione con le norme già oggi in vigore", spiega Caiazza, "per le fattispecie di maggiore allarme sociale si sfonda quasi sempre il muro dei 20 anni".
Su altri aspetti della riforma le distanze tra Pd e M5S sono minime. Anche sul sistema per eleggere i togati al Csm. Probabile che venga accantonata l'idea del sorteggio. Ieri i dem hanno ribadito a Bonafede di non condividerla. Si parte da una base che il guardasigilli aveva già definito nei mesi scorsi: incremento del numero dei consiglieri (da 26 a 30), 20 posti per i togati, con 17 collegi uninominali territoriali più 2 per i magistrati di legittimità e della Direzione antimafia. Si cercano ulteriori limitazioni all'influenza delle correnti. Ma non è certo questo il punto sul quale la maggioranza si consumerà in trattative estenuanti.
di Caterina Pasolini
La Repubblica, 11 ottobre 2019
"Ci mandiamo lettere da 35 anni e capisco la Corte Europea: no al fine pena mai. Se un uomo cambia la porta va aperta". "Mi disse: signor giudice se suo figlio fosse nato dove sono vissuto io, ora lui sarebbe in cella e io al suo posto. Intelligente, arrogante, Salvatore a 27 anni era uno dei capi della mafia catanese. Mi aveva parlato dopo un'udienza, col suo tono da sbruffone, quelle parole però mi scavavano dentro. Mi restava l'immagine di chi aveva preso il biglietto sfortunato nella lotteria della vita".
di Mario Bruno*
Il Mattino, 11 ottobre 2019
Esimio direttore, vorrei intervenire riguardo il cosiddetto ergastolo ostativo, all'attesa e quindi da ultimo alla sentenza pronunciata dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, che ha respinto il ricorso proposto dal nostro Stato.










