di Marta Casadei e Michela Finizio
Il Sole 24 Ore, 14 ottobre 2019
Ogni giorno in Italia vengono denunciati circa 6.500 reati. Una media, riferita al 2018, che si conferma in calo rispetto all'anno precedente (-2,4%), in linea con la flessione che prosegue dal 2013, quindi cinque anni fa. Continua, invece, da ormai dieci anni l'esplosione delle truffe e frodi informatiche: ne vengono rilevate, in media, 518 al giorno. Sono questi alcuni dei principali trend che emergono dall'Indice della criminalità elaborato dal Sole 24 Ore in base ai dati forniti dal dipartimento di Pubblica Sicurezza del ministero dell'Interno e relativi al numero di delitti commessi e denunciati l'anno scorso.
A confermare l'allarme sui cyber attacchi è l'ultima edizione del rapporto Clusit dell'Associazione per la sicurezza informatica in Italia, presentato lo scorso 3 ottobre, che segnala un incremento degli episodi pari all'8,3% anche nel primo semestre 2019. Il problema è soprattutto la tipologia di frode compiuta allo scopo di estorcere denaro alle vittime o di sottrarre informazioni per ricavarne denaro, che rimane la principale causa (per l'85%) di attacchi gravi. "Dal 2016 assistiamo - afferma uno degli autori del rapporto, Andrea Zapparoli Manzoni - alla diffusione di attività cyber-criminali spicciole, come le quotidiane campagne mirate a compiere truffe ed estorsioni realizzate tramite phishing e ransomware, che hanno colpito molte organizzazioni e cittadini italiani".
Sono in crescita - e quindi in controtendenza con la flessione generale - anche gli illeciti connessi allo spaccio di stupefacenti (+2,8%), che emergono con 76 denunce ogni ventiquattrore, e le estorsioni (+17%) che tornano ad aumentare, invertendo la rotta degli ultimi anni, con 27 episodi al giorno. Un dato che si espone a una doppia lettura: più denunce, infatti, significa più vittime che hanno fatto appello alla giustizia, abbattendo il muro dell'omertà che spesso circonda questi crimini. Per quanto riguarda le altre tipologie di delitto, rispetto al 2017 si evidenzia la flessione di omicidi (-10%), furti (-6%), rapine (-7%) e associazioni per delinquere (-15%). Risultano in calo netto anche le denunce per usura (-38%) e gli incendi (-53,9%).
La discesa generale si può imputare a diversi fattori: la diffusione di sistemi di allarme e videosorveglianza che scoraggiano i malintenzionati, gli accordi territoriali tra le autorità per una maggiore presenza di agenti sul territorio, le reti tra commercianti e Prefetture oppure la diffusione, soprattutto in alcune parti del Paese, delle garanzie assicurative (in alcuni casi, infatti, si tende a denunciare solo in caso di copertura per l'accertamento dei danni). Questi dati, infatti, fotografano solo gli illeciti "emersi". Restano nell'ombra i fenomeni di microcriminalità, anch'essi diffusi sul territorio, che per diversi motivi sfuggono ai controlli oppure la cui comunicazione da parte delle vittime non è affatto scontata.
Analizzando nel dettaglio i dati delle 106 province, la maglia nera per numero di reati riportati nel corso del 2018 spetta a Milano che, con 7.017 denunce ogni 100mila abitanti, mantiene la leadership poco lusinghiera fotografata già nei due anni precedenti, registrando però un calo (-5,2%) su base annua. Subito dietro: Rimini e Firenze, rispettivamente con 6.430 e 6.252 illeciti rilevati. A Firenze, in particolare, spetta un record negativo: è il territorio che ha registrato il più elevato incremento annuo di delitti, pari a 9,5%, decisamente in controtendenza con il trend nazionale.
L'altra faccia della medaglia è quella dei territori meno esposti alla criminalità: Oristano, ultima con 1.493 denunce ogni 100mila abitanti, Pordenone (2.126) e Benevento (2.138). Province in cui il numero dei reati denunciati non solo è basso, ma continua a scendere: se Pordenone e provincia, infatti, hanno messo a segno un calo del 2,8%, in linea con la media nazionale, a Oristano e Benevento si è andati oltre con un -8,2% e un -10,9 per cento.
La mappa della criminalità nazionale continua a essere sbilanciata verso le grandi città e le località turistiche. Tra le prime 20 classificate, troviamo, infatti, Bologna (4°), Torino (5°), Roma (6°), Genova (10°), Pisa (13°), Venezia (14°) e Napoli (17°), insieme a province più piccole, ma storicamente legate al turismo internazionale. Imperia e Savona, infatti, si posizionano nona e decima, seguite da Ravenna (15°) e Ferrara (18°). In tutti questi casi il rapporto tra il numero di illeciti rilevati e popolazione residente, ovviamente, non tiene conto dell'effetto generato dalle denunce presentate dai turisti. Che spesso, invece, sono le prede più appetibili per chi perpetra un certo di tipo di reato, come furti, scippi e rapine in cima alla lista.
di Luca De Carolis
Il Fatto Quotidiano, 14 ottobre 2019
Avverte da Napoli perché in testa ha già la partita di Roma. Quella da dove vuole uscire con le bandiere del Movimento, prima tra tutte il carcere per gli evasori, per marcare il territorio e segnare una distanza dal Pd, il partito con cui "non facciamo alleanze nelle Regioni, al limite patti civici".
Ecco perché Luigi Di Maio chiude Italia 5 Stelle, la festa nazionale del Movimento, accennando a nuove urne: "Noi siamo al governo per fare le cose, ma se mancano i voti in Parlamento si può tornare a elezioni anche con questa legge elettorale: va rifatta, ma questo non ci obbliga a restare nell'esecutivo".
È il suo modo, ormai classico, di alzare la voce quando tratta con i dem. Minacciò il ritorno alle urne già durante la trattativa per formare il governo, così da ottenere di più al tavolo sul programma (e sui ministeri da dividere). In un pomeriggio quasi estivo, davanti a un platea non foltissima, Di Maio rigioca la stessa carta: innanzitutto per ottenere il sì alle norme contro i grandi evasori, quelle che vuole subito, nel decreto fiscale collegato alla manovra.
È il primo, grande nodo. Perché il Pd punta a prendere tempo sul provvedimento costruito dal ministro della Giustizia, il grillino Alfonso Bonafede, che prevede pene più alte per gli evasori (fino a otto anni, rispetto all'attuale tetto massimo di sei) e soglie di punibilità molto più basse, assieme a un allargamento della confisca (anche quando il reato è prescritto).
Il primo effetto è che il ministro dell'Economia Roberto Gualtieri, che vorrebbe approvare il decreto fiscale già nel Consiglio dei ministri di stasera (forse domani) e senza le norme sull'evasione, dovrà rinunciarci: alla fine a Chigi verrà approvato solo il cosiddetto "Dpb", il documento programmatico di bilancio da inviare a Bruxelles. Sul decreto c'è ancora parecchio da discutere e il primo scoglio è la normativa contro gli evasori.
"Le norme penali non possono essere inserite in un decreto", hanno opposto i dem nella lunga riunione al Tesoro di venerdì, intenzionati a rimandare tutto a un provvedimento apposito, da approvare nel 2020 visto che la manovra inghiottirà ogni spazio fino a Natale. E chissà in che forma, visto che sulle soglie e in parte sulla confisca la distanza è notevole.
Il M5S, invece, insiste per il decreto. Dal governo, raccontano, hanno anche chiesto un parere informale ai tecnici del Quirinale sulla fattibilità giuridica, ma il problema è innanzitutto politico: il Movimento che non può cedere. Così viene ribadito nella riunione mattutina sulla manovra tra Di Maio e i ministri grillini, riuniti in un albergo a Napoli. E per questo il capo ne fa il perno del suo comizio di chiusura.
"Se uno ha emesso fatture false per oltre 100 mila euro, io lo mando direttamente in galera", scandisce dal microfono Di Maio tra gli applausi. Certo, prevede, "proveranno a terrorizzarvi dicendo che vogliamo le manette", ma "non ce l'abbiamo certo coi commercianti, ma con quell'1 per cento che toglie a tutti quelli che le tasse le pagano. Ora se evadono pagano una multa, ma comunque vanno sempre in attivo".
E allora "confisca e carcere", subito. Nella riunione coi ministri Di Maio concorda anche una strategia sulla manovra: "Ci servono temi da rivendicare ". E la priorità, dicono nel Movimento, è difendere Quota 100: "Marattin di Italia Viva ha proposto di abolirla e Gualtieri non si è mostrato contrario". Altro punto, il no alla tassazione delle schede "sim", su cui la viceministra all'Economia Castelli ha già discusso con dem e renziani.
Ma di questo Di Maio non parla alla piccola folla. Piuttosto torna a frenare sull'accordo col Pd: "Quelli coi dem sono patti civici e si possono fare solo come è già stato fatto in Umbria, con un candidato terzo, civico". Ergo, no ai governatori uscenti, primo tra tutti l'emiliano Stefano Bonaccini. Ma c'è anche il M5S da risistemare nel discorso di Di Maio: "Non possiamo più permetterci di non avere un'organizzazione - scandisce - dopo dieci anni un capo politico e un garante (Grillo, ndr) non bastano".
E allora via alla struttura, con "un team" nazionale di 12 persone diviso per temi e decine di referenti regionali. Gli aspiranti ai ruoli potranno candidarsi sulla piattaforma web Rousseau, "presentando un progetto" fino all'11 novembre. Poi a dicembre voteranno gli iscritti. Ma della partita non potranno essere figure di governo o presidenti di commissione. Così ha stabilito il capo politico, che detta anche l'agenda per il 2020: "Dovremo fare la legge sull'acqua pubblica e quella sul conflitto di interessi, e via le mani delle Regioni dalle nomine nella sanità".
Un altro messaggio al Pd di un Di Maio che si mostra ottimista: "Resteremo al governo altri 10 anni". Una citazione anche per Alessandro Di Battista, assente per un grave problema familiare ("gli siamo vicini") e saluta. Su palco scendono i coriandoli, ma il ministro pensa già al vertice notturno sui conti a Palazzo Chigi. Perché la festa è già finita.
di Alessia Marani
Il Messaggero, 14 ottobre 2019
Un detenuto italiano, Roberto Lumaca, 52 anni, si è tolto la vita, ieri notte, impiccandosi nella cella che condivideva con altri detenuti nel carcere romano di Regina Coeli. L'uomo si trovava nell'ottava sezione dell'istituto. La scoperta è avvenuta all'alba. "In quel momento a vigilare su un centinaio di detenuti c'era un unico agente della Penitenziaria", denuncia Daniele Nicastrini, segretario generale Uspp.
"Pur salvandone a decine da tentativi di suicidio da parte della Polizia Penitenziaria, unico baluardo a confrontarsi con tragici momenti - spiega il sindacalista- diventa difficile intervenire in tutti i casi che di solito avvengono nelle ore notturne, quando il numero per la vigilanza diminuisce per le note carenze e dove anche i compagni di detenzione stanno dormendo.
Chiudersi nel bagno della cella agganciare una striscia di qualsiasi simile ad una corda e lasciarsi andare diventa un rumore sordo avvolte totalmente non percepibile in sezioni detentive con corridoi lunghi anche 100 metri e altrettante celle e mura". Dal 2000 ad oggi sono oltre 1.000 i suicidi nelle carceri italiane (di cui circa 35 su 100 decessi nel 2019). Numeri a cui si aggiungono i suicidi degli stessi poliziotti. "Una condizione che genera stress negli operatori", conclude Nicastrini.
di Michele Bocci
La Repubblica, 14 ottobre 2019
Il Garante dei detenuti dopo l'allarme lanciato dal sindacato degli agenti. "Solo migliorando la vita di chi è in carcere si allenta la tensione". "Lo diciamo da tempo che la situazione è problematica ma abbiamo anche idee per migliorare le cose".
Eros Cruccolini è il garante dei detenuti del Comune di Firenze e su Sollicciano parte da un punto di vista affine a quello dei sindacati della polizia penitenziaria, che venerdì scorso hanno parlato di carcere più pericoloso d'Italia, di rischio sommosse, di violenze dei detenuti. Poi però, su come risolvere le cose, Cruccolini ha suoi punti di vista.
"Va intanto detto che Comune e Regione hanno fatto anche più della loro parte per migliorare la situazione. Praticamente tutte le attività che ci sono dentro, ad esempio sul piano culturale, sono nate grazie ai due enti". Cruccolini cita un progetto particolarmente interessante. "Quello riguardo alla certificazione delle competenze - spiega. Se un detenuto lavora dentro, magari in cucina o alla manutenzione, ottiene un certificato di formazione. La può presentare come curriculum quando affronta un reinserimento".
Per il garante il lavoro ha anche un valore fondamentale sul piano del reinserimento ed è un elemento importante per ridurre l'aggressività. "Rappresenta un antidoto rispetto ad atti di autolesionismo e aggressioni. Lavorare rende le persone più soddisfatte e rilassate. Anzi, faccio un appello al mondo degli industriali e della cooperazione sociale per dare impieghi ai detenuti".
Il lavoro e le altre attività svolgono un ruolo importantissimo, spiega Cruccolini "anche perché tengono i detenuti lontano dalla cella. Meno ci stanno meglio è, anche per ridurre l'aggressività nei confronti della polizia penitenziaria. Intanto invece stanno troppo chiusi nelle loro celle. Ad esempio chi è in attesa di giudizio ci trascorre anche 20 ore su 24".
Il tutto in una situazione di sovraffollamento preoccupante. "E noi su questo problema condividiamo le riflessioni che fa il sindacato. Potremmo mettere insieme le forze per sollecitare il ministro della Giustizia e il dipartimento a prendere provvedimenti che decongestionino il carcere". Tra le idee di Cruccolini per umanizzare Sollicciano e rendere meno tesa la situazione interna c'è anche quella delle telefonate.
"Una persona che non ha figlio può fare soltanto 4 chiamate al giorno. In Francia hanno sperimentato in un carcere la messa a disposizione di apparecchi nelle celle. I risultati sono stati così buoni che l'esperienza è stata allargata agli altri penitenziari. Ripeto, migliorando le condizioni di vita di chi è dentro per una condanna fa migliorare anche il rapporto con chi nel carcere ci lavora". Presto saranno fatti dei lavori per migliorare la pesante situazione strutturale del carcere. Con interventi per installare pannelli fotovoltaici e cambiare gli infissi.
"Io vorrei riprendere la provocazione del sindaco Nardella, che il 15 di agosto parlava di buttare giù e rifare Sollicciano - dice Cruccoli. Bene, visto che accanto ci sono dei terreni, penso sia ipotizzabile fare un padiglione ex novo. Con le caratteristiche strutturali giuste, e quindi senza le celle strette nelle quali sono costretti oggi i detenuti. Con delle aree per mangiare da 20-25 persone, con spazi adatti al lavoro e alle varie attività, cosicché in cella ci si vada solo per dormire".
di Ilaria Livigni
Italia Oggi, 14 ottobre 2019
Alcune riflessioni sulla sentenza delle Sezioni unite penali della Corte di cassazione. E' indispensabile che il giudice di merito verifichi la concreta offensività della condotta, riferita alla idoneità della sostanza a produrre un effetto drogante.
Questo uno dei principi messi a fuoco dalle sezioni unite penali della Corte di cassazione con la pronuncia del 30 maggio (sentenza n. 30475/19) in tema di vendita di prodotti derivanti dalla canapa in relazione a quanto descritto dalla legge n. 242/2016, "Disposizioni per la promozione della coltivazione e della filiera agroindustriale della canapa".
Sentenza con cui è stato dato uno stop definitivo alla possibilità di vendere al pubblico foglie, infiorescenze, olio e resina derivati dalla "cannabis light". Ma andiamo con ordine. La legge n. 242/2016 è volta a promuovere la coltivazione agroindustriale di canapa delle varietà ammesse (cannabis sativa L.), coltivazione che beneficia dei contributi dell'Unione europea, ove il coltivatore dimostri di avere impiantato sementi ammesse.
Si tratta di coltivazione consentita senza necessità di autorizzazione, ma dalla stessa possono essere ottenuti esclusivamente i prodotti tassativamente indicati dalla legge n. 242/2016, art. 2, comma 2, e dunque: a) alimenti e cosmetici prodotti esclusivamente nel rispetto delle discipline dei rispettivi settori; b) semilavorati, quali fibra, canapulo, polveri, cippato, oli o carburanti, per forniture alle industrie e alle attività artigianali di diversi settori, compreso quello energetico; c) materiale destinato alla pratica del sovescio; d) materiale organico destinato ai lavori di bioingegneria o prodotti utili per la bioedilizia; e) materiale finalizzato alla fitodepurazione per la bonifica di siti inquinati; coltivazioni dedicate alle attività didattiche e dimostrative nonché di ricerca da parte di istituti pubblici o privati; g) coltivazioni destinate al florovivaismo.
Esemplificando, ad avviso delle Sezioni Unite possono ottenersi fibre e carburanti, ma non hashish e marijuana. Pertanto, la commercializzazione di foglie, infiorescenze, olio e resina, derivanti dalla coltivazione di Cannabis Sativa Light, integra la fattispecie di reato di cui all'art. 73, commi 1 e 4, dpr 309/90, ossia vendita, cessione, distribuzione, commercio, consegna, detenzione e altre attività di messa in circolazione di sostanze stupefacenti o psicotrope.
La commercializzazione di cannabis sativa L. o dei suoi derivati, diversi da quelli elencati dalla legge del 2016, integra il reato di cui si è detto anche se il contenuto di Thc sia inferiore alle concentrazioni indicate all'art. 4, commi 5 e 7 della legge n. 242/2016 (0,6 per cento). L'art. 73, citato, infatti, incrimina la commercializzazione di foglie, inflorescenze, olio e resina, derivati della cannabis, senza operare alcuna distinzione rispetto alla percentuale di Thc che deve essere presente in tali prodotti.
Ciò detto, le Sezioni unite hanno, però, inteso ricordare l'insegnamento giurisprudenziale che da tempo valorizza il principio di concreta offensività della condotta, nella verifica della reale efficacia drogante delle sostanze stupefacenti oggetto di cessione.
La sentenza ha rilevato che, rispetto al reato di cui all'art. 73 del Dpr 309/90, non rileva il superamento della dose media giornaliera, ma la circostanza che la sostanza ceduta abbia effetto drogante per la singola assunzione dello stupefacente. In particolare, i giudici hanno affermato come sia indispensabile che il giudice di merito verifichi la concreta offensività della condotta, riferita alla idoneità della sostanza a produrre un effetto drogante.
Nel ribadire i principi affermati dalla giurisprudenza di legittimità, nell'ambito delle condotte di cessione di sostanze stupefacenti, le s.u. osservano che ciò che occorre verificare non è la percentuale di principio attivo contenuto nella sostanza ceduta, bensì l'idoneità della medesima sostanza a produrre, in concreto, un effetto drogante.
Si tratta di coordinate interpretative di rilievo nella materia in esame, posto che la cessione illecita riguarda infiorescenze e altri derivati ottenuti dalla coltivazione della richiamata varietà di canapa, che si caratterizza per il basso contenuto di Thc.
Dunque, anche se, secondo il vigente quadro normativo, l'offerta a qualsiasi titolo, la distribuzione e la messa in vendita dei derivati dalla coltivazione della Cannabis Sativa Light integrano la fattispecie incriminatrice di cui all'art. 73, Dpr 309/90, ciò nondimeno si impone l'effettuazione della puntuale verifica della concreta offensività delle singole condotte, rispetto all'attitudine delle sostanze a produrre effetti psicotropi. In definitiva, sulla base della sentenza non sembra esservi più alcun dubbio sul divieto di commercializzazione di foglie, infiorescenze, olio e resina, derivanti dalla coltivazione di Cannabis Sativa Light, che integra la fattispecie del reato di vendita, cessione, distribuzione, commercio, consegna, detenzione e altre attività di messa in circolazione di sostanze stupefacenti o psicotrope, anche qualora il contenuto di Thc sia inferiore alla concentrazione dello 0,6 per cento.
In caso di giudizio sulla sussistenza del reato di cessione di stupefacenti, però, il giudice di merito dovrà valutare l'idoneità della sostanza a produrre, in concreto, un effetto drogante, specie trattandosi di cessione illecita che riguarda infiorescenze e altri derivati ottenuti dalla coltivazione della richiamata varietà di canapa, che si caratterizza per il basso contenuto di Thc.
Inoltre, il giudice di merito potrebbe concludere il suo giudizio anche con l'esclusione della colpevolezza dell'imputato, vista l'oscurità del testo legislativo e l'atteggiamento interpretativo degli organi giudiziari (che hanno deciso su casi analoghi in modo diverso e a volte anche opposto). Insomma, come si evince da questa disamina, molti sono ancora i punti dubbi in tale materia e vedremo, nel corso dei prossimi mesi, come tale decisione sarà concretamente recepita dai tribunali di merito.
di Lorenzo Cremonesi
Corriere della Sera, 14 ottobre 2019
L'attivista uccisa in un agguato. Sotto accusa milizie pro Ankara. Sono andati quasi tutti i massimi esponenti politici e militari curdi ieri al suo funerale a Derek, un villaggio lungo il confine con l'Iraq. Nonostante la guerra, nonostante Rojava sia a rischio di essere sconfitta per sempre dall'esercito turco assieme ai suoi alleati tra le milizie sunnite siriane, alcune di esse in odore di qaedismo, non era possibile non renderle un ultimo saluto. Così, la 35enne Hevrin Khalaf ha ricevuto l'estremo addio con tutti gli onori. La sua morte due giorni fa sulla strada tra Hasakah e Qamishli è stata una crudele cartina al tornasole di quanto l'intera regione sia destabilizzata e sull'orlo del collasso.
Curda, donna forte, attivista per la difesa dei diritti civili, impegnata a garantire i deboli. La conoscevano tutti tra Qamishli, Kobane e Raqqa. Aveva imparato l'inglese sin da giovanissima, era diventata ingegnere, quindi si era impegnata ad aiutare le donne. Amava la politica a tempo pieno. "Era sempre presente alle riunioni con le delegazioni straniere. Elegante, sobria, teneva rapporti diretti con i diplomatici americani ed europei", raccontano i suoi collaboratori.
I social media locali rivelano dettagli terrificanti, con foto crude. Secondo alcuni pare sia stata vittima di un'imboscata ben pianificata. Doveva partecipare a una riunione ad Hasakah con alcuni attivisti del suo nuovo partito, di cui era anche segretaria generale, il "Partito Siriano del Futuro". Ma la sua macchina è stata presa di mira a colpi di mitra. Assassinati subito l'autista e un suo collaboratore. Lei trascinata giù dalla vettura, forse violentata, prima di essere uccisa a pietrate. Una lapidazione vera e propria.
I curdi accusano le milizie arabe mercenarie di Ankara. I comandi turchi negano, affermano di non essere neppure arrivati così nel profondo di Rojava. Ma le cronache delle ultime ore provano il contrario. Ispirati dai turchi, i miliziani dell'Isis, i jihadisti arabi, lo stesso regime di Damasco, alzano la testa. I curdi sono sulla difensiva. Non si capisce più quali strade siano sicure e quali no. E nella terra di nessuno tutto diventa possibile. Anche assassinare una giovane donne innamorata della libertà e dei diritti umani.
di Ivo Silvestro
La Regione, 14 ottobre 2019
Girato in Belgio e nel carcere argoviese di Lenzburg, il docu-film racconta di come vittime e autori di reati possono superare insieme le ferite del crimine. La prigione è un muro: troppo poco, per chi vuole pene non solo più severe, ma anche più dolorose; troppo, per chi invece vede i limiti di un sistema punitivo che - giustamente - si concentra sul reato e sulla pena, ignorando tuttavia sia la vittima sia l'autore.
Perché per avere una riparazione del torto, una ricomposizione di quello che, non solo nella società ma anche dentro le persone, il reato ha rotto, quel muro andrebbe (metaforicamente) abbattuto, dando la possibilità a vittime e autori di confrontarsi, di trovare le risposte alle domande che la giustizia penale non può dare.
Un'idea, quella della giustizia riparativa, che non vuole sostituire o abolire l'attuale sistema penale, ma al contrario completarlo. Il come lo mostra il cineasta e giurista François Kohler nel suo documentario "Je ne te voyais pas", proiettato domenica al Film festival diritti umani di Lugano e realizzato in Belgio, dove la mediazione penale è una realtà consolidata, e nel carcere di Lenzburg nel Canton Argovia.
François Kohler: a cosa si riferisce il titolo del documentario?
Nel film si trova la risposta: è un detenuto che incontra una delle sue vittime, un giovane al quale ha rotto la mascella per prendergli cellulare e computer - e gli dice "io non ti vedevo", non mi preoccupavo di te, ma in qualche maniera quel giovane, delle sue venti vittime, gli è entrato nell'anima, chi gli ha aperto uno spazio di compassione, di riflessione, di pentimento. È il detenuto che ha chiesto la mediazione - in Belgio è possibile da entrambe le parti - perché questo giovane non gli usciva dalla testa e ha voluto incontrarlo, parlargli.
Questo è uno dei vari incontri tra vittime e autori che si vedono nel film: come è riuscito a filmare dei momenti che immagino psicologicamente intensi e personali?
Sì, in effetti è stato un ostacolo importante in questo film. Ma tutti i miei lavori si muovono nella dimensione dell'intimità e della trasformazione interiore. Mi sono quindi posto da tempo il problema di come affrontare questi temi senza essere indiscreto, rispettando l'integrità delle persone. Per me è importante conoscere bene le persone coinvolte, c'è sempre un grande lavoro di avvicinamento prima delle riprese. Ma in questo caso non era sufficiente e così ho insistito per far fare alle parti una seconda mediazione - non un messa in scena della prima, perché sarebbe stato falso, ma di capire che cosa potevano ancora condividere, concludere quello che la prima mediazione non aveva ancora risolto.
Quello che vediamo non è quindi il primo incontro...
No, ma è interessante che lo sembri: perché non sono incontri fatti apposta per il film, ma la decisione del mediatore e delle parti di proseguire con il percorso di mediazione. Il film ha portato a una nuova riflessione, anche da parte dei mediatori - e in Belgio la mediazione esiste dal 2005, ma nessuno l'aveva mai filmata.
Il Belgio è più avanti nella giustizia riparativa, ma per un documentario hanno dovuto aspettare uno svizzero...
Esattamente, ma non ho idea del perché. Io comunque ero partito con l'idea di filmare un progetto pilota di mediazione in una prigione romanda, portato avanti dall'associazione Ajures - di cui adesso faccio parte anch'io, ma all'epoca, dovendo filmare il loro lavoro, no. Ma non è stato possibile, mancavano le autorizzazioni necessarie e così ho deciso di andare in Belgio. Subito prima di partire, ho trovato un carcere in Svizzera tedesca dove si pratica un altro tipo di giustizia riparativa, quella dei "dialogues restauratifs".
Nei quali non si incontrano direttamente vittime e autori di reati...
Ci sono vari sistemi di giustizia riparativa. Quello in Belgio è la mediazione penale, l'incontro diretto tra vittime e autore. Poi ci sono i "dialogues restauratifs": detenuti e vittime che si incontrano ma non si tratta delle vittime di quei criminali. Durante questi incontri ognuno può ascoltare le storie degli altri, ed è di aiuto per i detenuti, per comprendere le sofferenze delle vittime, anche se non si tratta delle loro vittime. Un confronto che giova sia alle vittime, sia agli autori di reati, parti come accennato spesso trascurate dall'attuale sistema penale. Esattamente. La giustizia penale è verticale: è lo Stato, con i procuratori, che punisce e che indennizza la vittima, ma tutte le conseguenze personali del conflitto non sono affrontate, se non marginalmente. E questo significa che la vittima resta con molte domande: perché mi ha fatto questo? Perché proprio a me? Mi ha seguito prima di assalirmi? Così non riesce a uscire dal suo statuto di vittima, resta imprigionata in quelle emozioni, in quella perdita di controllo che ha subito. Il sistema penale risponde con l'aiuto alle vittime, ma non è sufficiente, non aiuta a rispondere a quelle domande. La giustizia riparativa permette invece di riprendere il potere: guardando il detenuto negli occhi, può dar voce alla propria sofferenza, ai propri bisogni. Per il detenuto, permette di comprendere gli effetti delle sue azioni nella vita delle vittime. E forse anche di assumersi la responsabilità, ma il pentimento e il perdono sono un qualcosa di più: non sono l'obiettivo della giustizia riparativa, che rimane l'espressione dei bisogni.
Nel film infatti una vittima non riesce a perdonare l'autore del reato. Esattamente: lui non riesce. Il paradosso è che spesso sono i detenuti che hanno maggiori possibilità perché sono seguiti, assistiti da psichiatri e psicologi. La vittima invece spesso è sola e ci mette molto più tempo a lavorare sull'esperienza. Alcuni definiscono la giustizia penale "la giustizia degli uomini in nero": io lo trovo un po' esagerato, ma è vero che ci si è concentrati soprattutto sulla pena dimenticando le vittime.
Il Tirreno, 14 ottobre 2019
Durante la mattinata di lunedì 7 ottobre, la Casa circondariale di Santa Caterina in Brana, a Pistoia, ha aperto le porte all'Associazione culturale "Teatro Electra" e all'attore Alessio Boni, attualmente sugli schermi televisivi con la fiction "La strada di casa".
Si è trattato di un evento che ha rappresentato il traguardo di un percorso avviato dalla compagnia teatrale all'interno del carcere ormai da più di un anno, con una serie di lezioni di cinema e teatro, e che potrà essere il punto di partenza per un cortometraggio da girare con la partecipazione di alcuni detenuti.
L'attore Alessio Boni, che aveva già presenziato alla cena di domenica 6 ottobre all'agriturismo "La Corte degli Olivi", alla presenza dei soci di "Electra Teatro", ha accettato di prendere parte all'incontro e si è reso protagonista di uno scambio dialogico con i detenuti presenti toccando temi di grande rilievo: fra cui i concetti di libertà e autodeterminazione della persona, di prospettiva per il futuro e di come affrontare la delicata questione del "fuori", quindi del reinserimento in società, dimostrando non solo un'elevata sensibilità artistica, ma anche un alto spessore umano.
Si è trattato di un'occasione di arricchimento, confronto e condivisione di idee, pensieri, timori e consapevolezze, emerse anche grazie all'intervento della giornalista di Vanity Fair Nina Verdelli, che ha rivolto alcune domande ai presenti e ha raccolto le loro testimonianze. L'incontro ha riscosso il favore dei detenuti e della Polizia penitenziaria e ha rappresentato un'occasione importante e affascinante per avvicinare e mettere in comunicazione il mondo artistico culturale con la realtà del carcere, spesso dimenticata, o addirittura invisibile e celata, agli occhi della società esterna.
Per Alessio Boni, nato il 4 luglio 1966 a Sarnico, in provincia di Bergamo, entra nel mondo dello spettacolo nel 1988, prima prestandosi a dei fotoromanzi e successivamente dedicandosi al teatro. Due anni dopo debutta al cinema con Il mago (1990), affiancando Anthony Quinn. Nel frattempo inizia a studiare recitazione e si diploma nel 1992 all'Accademia nazionale d'arte drammatica. Quindi la tv, il teatro e ancora il grande schermo, dove il grande momento arriva con il ruolo di protagonista insieme a Luigi Lo Cascio ne La meglio gioventù (2003) di Marco Tullio Giordana, con cui si aggiudica il Nastro d'argento come Miglior attore protagonista.
di Giuliana Covella
Il Mattino, 14 ottobre 2019
Da narcotrafficante internazionale di hashish e cocaina e affiliato ai clan che un tempo comandavano al centro storico di Napoli, ad attivista per i diritti dei detenuti. Pietro Ioia, napoletano doc, è stato insignito a Roma del Premio Diritti Umani Stefano Cucchi onlus, promosso dall'omonima associazione.
A consegnare il riconoscimento allo spazio indipendente Angelo Mai, nel corso della prima della due giorni del Quinto Memorial Stefano Cucchi, è stata Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, morto il 22 ottobre 2009 mentre era sottoposto a custodia cautelare. Dopo aver scontato i suoi reati, piccoli e grandi, in oltre vent'anni di carcere Ioia, che oggi è presidente dell'associazione Ex Don, attore e scrittore, è diventato il simbolo della difesa dei diritti di chi vive dietro le sbarre, diritti che non sempre vengono rispettati. Storie di cui ha ampiamente raccontato nel suo primo libro, "La cella zero", ispirato alla famosa cella delle torture all'interno del carcere di Poggioreale, per la quale c'è un processo in corso nel quale sono accusati 12 agenti di polizia penitenziaria.
Insieme a Ioia sono stati premiati Giuseppe Gulotta (entrato in carcere da innocente, dato che a 18 anni si è auto accusato di aver ucciso due giovani carabinieri: la sua confessione era stata estorta con botte, violenze e torture) e la comunità Sikh di Latina che porta avanti la battaglia per i diritti dei lavoratori nell'Agro Pontino.
"Sono storie di giustizia negata. Hanno fatto sentire la loro voce e vogliamo contribuire alle battaglie che portano coraggiosamente avanti", ha sottolineato Ilaria Cucchi, presidente dell'associazione. "La mia famiglia, da dieci lunghi anni, sa bene cosa vuol dire trovarsi davanti a muri da abbattere - ha aggiunto. Camminiamo insieme nella lotta per una giustizia che sia tale anche per gli ultimi: il velo può essere squarciato". "Visto che nessuno vi dedica mai niente, questo premio è per voi - ha detto Ioia, rivolgendosi ai tanti detenuti delle carceri italiane e del mondo - e per il popolo curdo".
di Stefania Moretti
Corriere della Sera, 14 ottobre 2019
Nel penitenziario borbonico, in abbandono dal 1965, è stato imprigionato pure Sandro Pertini. Ruggine, erba alta e calcinacci. Dal Cipe 70 milioni nel 2016, finora realizzato solo l'eliporto.
La ruggine divora le porte delle celle, dietro cespugli alti mezzo metro. Tutto intorno, palazzine come ruderi e segnali di pericolo. Sull'isola-fortezza di Santo Stefano - territorio di Ventotene, provincia di Latina - l'ex carcere dei dissidenti politici si sbriciola.
Molti lo confondono con i luoghi del confino di Altiero Spinelli, mandato invece in esilio forzato un miglio di mare più in là, a Ventotene. Dal penitenziario borbonico, l'anarchico Gaetano Bresci non uscì vivo. Sandro Pertini se ne andò dopo 14 mesi solo perché ebbe la fortuna di ammalarsi. Per il recupero della prigione settecentesca, chiusa nel 1965 e di proprietà demaniale, il Cipe ha stanziato 70 milioni nel 2016.
Fondi inutilizzati, a parte 1,6 milioni di opere primarie, come l'eliporto per scaricare i materiali che dovevano servire per i lavori. Ma quali lavori? Il grosso dei fondi è ancora lì che aspetta: scadranno nel 2021. A quel punto, se mancherà ancora un progetto, troveranno un'altra destinazione. Da tre anni e tre governi si perde tempo senza un perché. Intanto l'intonaco della chiesetta al centro del carcere, restaurata nel 2005, si sta già staccando.
I pavimenti della tessitoria, dove ai detenuti era concesso di lavorare, sono venuti giù due anni fa. Perde pezzi anche la palazzina del direttore. Tre quarti dell'ex penitenziario, ormai, sono inaccessibili: la cella 36 di Pertini non è più visitabile, né il cimitero. "Siamo all'ultima chiamata per salvarlo: ora o mai più", è l'appello dell'assessore Francesco Carta, delegato dal comune di Ventotene a interfacciarsi col tavolo tecnico che deve decidere come investire le risorse. "Dovevamo aggiornarci a fine giugno: riunione saltata. Che aspettiamo a fissarne un'altra?". Le visite erano sospese dal 2016.
"Riprenderle - spiega Carta - è stato un primo passo irrinunciabile, l'anno scorso, per strappare il reclusorio almeno un po' all'abbandono". Un capolavoro di architettura giudiziaria, concepito sulla pianta del teatro San Carlo di Napoli: le celle disposte a ferro di cavallo, sotto tre piani di arcate che rischiano anch'esse di cedere; le torri di controllo, laterali come le quinte teatrali e, al centro, al posto del palco, una cappellina per la messa.
Nessun detenuto poteva sfuggire all'ascolto del vangelo, né al controllo delle guardie: il dominio sui reclusi, circondati dal mare senza vederlo, era totale. Carta si perde nel ripercorrere le storie dei prigionieri, specie i meno noti. Da Sante Pollastri, la cui amicizia col ciclista Costante Girardengo ispirò a De Gregori "Il bandito e il campione", a Rocco Pugliese, studente antifascista, stessa morte misteriosa di Bresci: suicida impiccato o massacrato in un "santantonio" delle guardie, la pratica di ammazzare di botte i detenuti avvolgendoli in un lenzuolo per non lasciare segni sul corpo. Suicidi finti, secondo Pertini, nel caso di Bresci come di Pugliese, per coprire le colpe dei carcerieri. Sulla riconversione dell'ex penitenziario, Carta ha idee chiarissime.
"Il comune vorrebbe farne un museo. La struttura o si utilizza o muore, la messa in sicurezza periodica non basta. Servirebbe un ente gestore che se ne occupi stabilmente". Quello della valorizzazione dell'ex carcere era un discorso iniziato con Dario Franceschini: a Ventotene sperano che il suo nuovo mandato di ministro della Cultura riparta da qui.
"Chiediamo aiuto a lui e alla politica tutta - conclude Carta -. È paradossale che pur di non sederci intorno a un tavolo per prendere una decisione, rischiamo di sprecare dei soldi e di perdere un bene dal valore inestimabile. Il carcere di Santo Stefano è unico al mondo. Stiamo lasciando crollare un pezzo di memoria del Paese".
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